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Articolo 739 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Donazioni ai discendenti o al coniuge dell'erede. Donazioni a coniugi

Dispositivo dell'art. 739 Codice civile

L'erede non è tenuto a conferire le donazioni fatte ai suoi discendenti o al coniuge [569 c.c.], ancorché succedendo a costoro ne abbia conseguito il vantaggio (1).

Se le donazioni sono state fatte congiuntamente a coniugi di cui uno è discendente del donante, la sola porzione a questo donata è soggetta a collazione.

Note

(1) Laddove però vi sia stata interposizione fittizia, si applicheranno le norme sulla simulazione e il coerede sarà tenuto a conferire la donazione, qualora venga accolta la domanda di simulazione (v. art. 1414 e ss. del c.c.).

Ratio Legis

L'obbligo di collazione è personale: il coerede non è tenuto a restituire le donazioni fatte ai suoi discendenti o al coniuge anche se ne sia avvantaggiato succedendo a costoro.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

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Consulenze legali
relative all'articolo 739 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Americo P. chiede
mercoledì 15/06/2016 - Lazio
“se un erede accetta l'eredità, nella collazione, viene costituita la massa ereditaria e nel caso in cui un erede non accetta l'eredità ed ha avuto dal de cuius un ingente donazione sia diretta che indiretta questa è a tutto beneficio dell'erede, che non accetta l'eredità?”
Consulenza legale i 15/06/2016
La collazione è l’atto con il quale i discendenti e il coniuge che accettano l’eredità conferiscono all’ asse ereditario (in natura o per imputazione) quanto ricevuto dal defunto mediante una donazione(art. 737 del c.c.). La collazione è obbligatoria, salvo che il donatario ne sia dispensato dal donante nei limiti della quota disponibile.
La ratio dell’istituto è stata chiarita più volte dalla Corte di Cassazione (tra le molte, Cass. 27 gennaio 1995, n. 989), secondo la quale esso trova il suo fondamento nella presunzione che il de cuius, facendo in vita donazioni ai figli ed al coniuge, abbia semplicemente voluto compiere delle attribuzioni patrimoniali gratuite in anticipo sulla futura successione. La collazione quindi avrebbe lo scopo di eliminare le disparità di trattamento che le donazioni creerebbero tra gli eredi, e ristabilire tra essi una situazione di parità.

La giurisprudenza e la dottrina hanno precisato che i presupposti per l’applicazione dell’istituto della collazione sono:
a) la qualità di donatario del soggetto tenuto a collazione;
b) la qualità di discendente (legittimo, naturale o adottivo) o di coniuge del de cuius del soggetto tenuto a collazione;
c) la qualità di coerede (legittimo o testamentario) del soggetto tenuto alla collazione;
d) l’assenza di una dispensa da collazione.

Sempre l’ art. 737 del c.c. stabilisce che sono oggetto della collazione tutti i beni donati in vita dal de cuius al proprio discendente o al coniuge, dovendo questi ultimi conferire alla massa ereditaria “tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto in donazione, direttamente o indirettamente”: restano invece esclusi dalla collazione i legati (come stabilito da Cass. 16 giugno 1963 n. 671, per la quale “l’oggetto della collazione non può comprendere anche i legati ed ancor meno i prelegati, i quali ultimi hanno una funzione tipica (favorire ante partem uno dei coeredi) che mal si concilia con la funzione tipica e contrapposta della collazione (porre tutti gli eredi su un piano paritetico”).

Come più volte sottolineato dalla giurisprudenza (in primo luogo dalla Corte di Cassazione con la famosa sentenza 6 giugno 1969, n. 1988), l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione e diviene operante a seguito dell’accettazione dell’eredità (tra le molte, Cass. 1 febbraio 1995, n. 1159): in caso di accettazione da parte dell’erede, quindi, i beni donati concorreranno automaticamente alla formazione della massa ereditaria, che verrà divisa fra i soggetti tenuti alla collazione.

Ne deriva quindi che, qualora il chiamato alla successione rinunci all’ eredità (e, di conseguenza, ad assumere la qualità di erede), potrà anche sottrarsi alla collazione. In altre parole, la rinuncia all’eredità è l’unico modo per sottrarsi alla collazione. La donazione, come detto, viene vista dal legislatore come una sorta di anticipazione che il de cuius fa in vita della futura eredità, però conserva comunque un carattere dispositivo pieno ed irrevocabile, comportando, una volta posta in essere, un efficace trasferimento del bene donato. Quindi, eliminata la collazione con la rinuncia all’ eredità, la donazione resta pienamente valida ed efficace, con il solo limite di non ledere le quote di riserva inderogabili che la legge stabilisce a favore degli altri legittimari.




Come sopra precisato, la rinuncia all’eredità è l’unico modo per sottrarsi alla collazione con il solo limite di non ledere le quote di riserva inderogabili che la legge stabilisce a favore degli altri legittimari.
Nel caso di specie, però, l’istituto che appare rilevare non è tanto quello della collazione quanto, piuttosto, la c.d. “riunione fittizia”.

Il nostro ordinamento prevede infatti che, anche in presenza di un testamento, i congiunti più prossimi del de cuius abbiano diritto a delle quote dell’eredità, anche, eventualmente, contro la sua volontà (c.d. successione necessaria). Tali porzioni, chiamate quote di riserva (o di legittima), corrispondono pertanto alla parte di patrimonio di cui il testatore non può disporre (c.d. quota indisponibile), poiché sono obbligatoriamente riservate ai soggetti legittimari.
Questi ultimi sono espressamente indicati dal codice civile (art. 536 del c.c.) nel coniuge, nei figli e negli ascendenti legittimi(genitori, nonni): ne consegue pertanto, ad esempio, che i fratelli delde cuius non fanno parte della categoria e non possono quindi agire nei modi che adesso verranno illustrati.

Può accadere, come nel caso di specie, che a seguito delle donazioni fatte in vita dal defunto i suoi eredi legittimari ricevano una quota minore di quella stabilita obbligatoriamente dalla legge. In tal caso, cioè quando il legittimario è stato danneggiato dalle donazioni effettuate in vita dal defunto, la legge consente al legittimario di agire per porre rimedio a tale lesione. In primo luogo sarà necessarioricostruire il valore totale dell’asse ereditario: tale operazione deve essere svolta facendo riferimento non solo all’ insieme dei beni e dei diritti di cui il de cuius è titolare al momento dell’apertura della successione (c.d. relictum), bensì anche al c.d. donatum, ovvero al valore complessivo dei beni e dei diritti di cui il de cuius abbia disposto in vita a titolo di donazione.

Per determinare la quota disponibile e di conseguenza anche quella dei legittimari, in base a quanto prevede l’ art. 556 del c.c. (c.d. riunione fittizia), sarà necessario procedere secondo questi passaggi:
1) Formare una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte;
2) Sottrarre i debiti, di modo da far rimanere solo l'attivo;
3) Riunire quindi fittiziamente (“sulla carta”) i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, secondo il valore che avevano al tempo della successione;
4) Dalla somma di questi due valori (attivo + donazioni) si forma l'asse complessivo da cui si calcolerà la quota disponibile e, per differenza, quella dei legittimari.
Questa operazione è in generale detta "riunione fittizia", perché si tratta appunto di una mera operazione contabile fatta “sulla carta”, che serve per calcolare l'entità del patrimonio del de cuius e, di conseguenza, della quota di legittima.

Fatto ciò, se dovesse risultare che la quota spettante per legge ai legittimari sia stata lesa dalle donazioni e assegnazioni fatte dal de cuius quand’ era ancora in vita (e sia, cioè, inferiore a quanto dovrebbe spettargli per legge in base a questo calcolo), il legittimario leso potrà agire in sede giudiziaria con l'azione di riduzione. Tale azione è soggetta al termine di prescrizione di 10 anni e, secondo lagiurisprudenza costante, se la lesione del legittimario deriva da donazione il termine di prescrizione decorre dalla data di apertura della successione (tra le molte, Cass. S.U., sent. 20644/2004).Secondo la giurisprudenza, inoltre, “il legittimario che propone l' azione di riduzione ha l'onere di indicare entro quali limiti è stata lesa la legittima, determinando con esattezza il valore della massa ereditaria, nonché il valore della quota di legittima violata dal testatore” (Cass., sent. 13310/2002).
Mediante tale azione verranno giudizialmente ridotte (da qui il nome dell’istituto) le disposizioni testamentarie (compresi i legati) e le donazioni effettuate, di modo da integrare la quota spettante al legittimario.

Quanto alle modalità di riduzione delle disposizioni lesive, l’ art. 558 del c.c. stabilisce che “la riduzione delle disposizioni testamentarie avviene proporzionalmente, senza distinguere tra eredi e legatari”; se, poi, nonostante le riduzioni delle disposizioni testamentarie, non si giungesse ad integrare la quota di legittima, “si riducono le donazioni cominciando dall'ultima e risalendo via via alle anteriori” (se, cioè, la riduzione dell'ultima donazione sarà insufficiente, si passerà alla donazione precedente; nel caso quest’ultima sia ancora insufficiente, a quella ancora anteriore e così via).

Quanto ai criteri per la stima dei beni, i beni mobili e immobili donati vengono stimati nello stato in cui si trovano al momento dell’apertura della successione (cioè al momento alla morte del de cuius), senza peraltro trascurare eventuali miglioramenti, al netto di eventuali mutui, usufrutti, enfiteusi, rendite (tra le molte, Cass. 17 marzo 2016, n.5320; Cass. 20 marzo 1991, n. 2975): infatti “ per accertare la lesione di legittima è necessario determinare il valore della massa ereditaria e, quello, quindi, della quota disponibile e della quota di legittima, che della massa ereditaria costituiscono una frazione, procedendo, anzitutto, alla formazione della massa dei beni relitti edalla determinazione del loro valore al momento dell'apertura della successione, alla detrazione dal "relictum" dei debiti da valutare con riferimento alla stessa data, alla riunione fittizia (cioè, con operazione meramente contabile) tra attivo netto e "donatum", costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare secondo il loro valore al momento dell'apertura della successione (artt. 747 e 750  cod. civ., rispettivamente relativi ai beni immobili ed ai beni mobili) e con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 del c.c..), calcolando, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma del valore del "relictum" al netto e del valore del "donatum" ed imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 del c.c.)." (così Cass., 24 luglio 2012, n. 12919).
Per chiarezza espositiva si possono cosi schematizzare i criteri di stima utilizzati dal nostro ordinamento:
- Beni mobili e immobili donati: come sopra detto, si stimano nello stato in cui si trovano al momento della donazione, con i prezzi di mercato al momento della successione;
- Somme di denaro: Si stimano al valore legale al momento della successione;
- Beni mobili e immobili lasciati in eredità con testamento: Si stimano al valore di mercato al momento della divisione;
- Titoli di credito (BOT, CCT,….): Si stimano in base alla loro quotazione sul mercato ;
- Depositi bancari: Si stimano in base alla loro reale consistenza.

Diversamente avviene invece per quanto riguarda la formazione delle quote nella divisione ereditaria: in questo caso l’ art. 726 del c.c. stabilisce che la determinazione del valore di mercato dei singoli beni vada accertata con riguardo non al momento dell’apertura della successione, ma al tempo in cui vengono compiute le operazioni divisionali, anche qualora si tratti di reintegrazione della quota di legittima. In tal caso, quindi, si dovrà tener conto anche delle eventuali modifiche, idonee ad incidere sul valore di tali beni, intervenute anche successivamente alla morte del de cuius (in tal senso, Cass.4 maggio 2005, n. 9207; Cass. 10 novembre 1980, n. 6035).

Roberto R. chiede
mercoledì 08/07/2015 - Toscana
“Mia madre deceduta nel 2014 ha lasciato con testamento ricevuto da notaio la proprietà di due case in parti uguali tra me (A), mio fratello (B) e due figli (C e D) dell'altro mio fratello defunto nel 2001.
Nel 2012 mia madre ha donato, senza alcun atto notarile , la somma di E.20.000 con assegno bancario a mio nipote (C) e la somma di E.48.000 in parte con assegno bancario e in parte con bonifico bancario a mia nipote (D).
Nella stessa data mia madre ha donato ai miei 2 figli (E e F) (non eredi) la somma di E,20.000 ciascuno mediante assegno bancario e senza alcun atto notarile.
Nè in testamento nè in altro atto fu fatta dispensa da collazione per nessuno.
Ai fini della "modica cifra" se e in quanto serva , posso indicare che il valore di mercato attuale complessivo dei due immobili ammonta a circa E.300.000.
Desidero sapere se :
1 - i miei due nipoti eredi per un terzo (C e D) devono effettuare la collazione per le somme ricevute di E.20.000 + 48.000?
2 - i miei due figli non eredi devono anch'essi effettuare la collazione per le somme ricevute di E.20.000 + 20.000?
Ringrazio con distinti saluti”
Consulenza legale i 13/07/2015
La collazione è un istituto tipico della divisione ereditaria, che trova applicazione sia in caso di successione legittima che testamentaria. La collazione prevede che i figli, i loro discendenti e il coniuge che abbiano accettato l'eredità debbano restituire alla massa ereditaria tutti i beni che sono stati loro donati dal defunto quando questi era in vita, al fine che siano divisi tra tutti i coeredi.

I soggetti menzionati nel quesito come C e D sono discendenti dei figli della defunta, quindi l'istituto della collazione trova applicazione nel caso di specie.
Per quanto riguarda E e F, questi non sono soggetti alla collazione, in quanto la norma del codice civile che individua i soggetti interessati specifica che deve trattarsi di persone "che concorrono alla successione" (art. 737 del c.c.): pertanto, quanto donato in vita a E ed F non deve essere restituito a titolo di collazione (possono sempre esistere altri motivi - ad esempio un contratto di mutuo che prevedeva la restituzione dei denari consegnati - ma nel quesito non vi sono dettagli che possano consentire di approfondire questo aspetto).

Il dubbio rimanente, quindi, riguarda solo la configurabilità come donazioni soggette a collazione delle dazioni di denaro effettuate dalla nonna ai nipoti C e D.

Si deve guardare innanzitutto alla motivazione della donazione.
L'art. 742 del c.c. stabilisce che non sono soggette a collazione le spese di mantenimento e di educazione e quelle sostenute per malattia, né quelle ordinarie fatte per abbigliamento o per nozze; per quanto riguarda le spese per il corredo nuziale e quelle per l'istruzione artistica o professionale, esse risultano soggette a collazione solo per quanto eccedono notevolmente la misura ordinaria, tenuto conto anche delle condizioni economiche del defunto.
Inoltre, anche la donazione remuneratoria prevista dal secondo comma dell'art. 770 del c.c. ("la liberalità che si suole fare in occasione di servizi resi o comunque in conformità agli usi") è esclusa dalla collazione.

Se la dazione di denaro fatta ai nipoti può farsi rientrare in una delle predette ipotesi, C e D non saranno obbligati ad imputare a collazione la somma ricevuta dalla de cuius mentre era in vita.

Se non si ricade in una delle ipotesi menzionate dall'art. 742, si deve valutare se si trattò di valida donazione. In caso positivo, essa è evidentemente soggetta a collazione. In caso negativo, si dovrà impugnare la donazione per nullità (difetto di forma) e chiedere la restituzione di quanto ricevuto in quanto si trattò di indebito: in entrambi i casi le somme vengono fatte rientrare nell'asse ereditario.

Dal punto di vista formale, la donazione richiede di regola la forma dell'atto pubblico notarile (art. 782 del c.c.), ma esistono alcune eccezioni. La più rilevante è quella stabilita dall'art. 783 del c.c., che esclude la necessità dell'atto pubblico per la donazione di modico valore avente ad oggetto beni mobili, che siano stati materialmente consegnati al donatario.
Per valutare la modicità della donazione - che è chiaramente un concetto relativo - si deve fare riferimento alle condizioni economiche del donante rapportato al valore oggettivo della cosa donata. La donazione è modica quando abbia una scarsa incidenza sulle condizioni economiche del suo autore. Ai fini del riconoscimento del modico valore di una donazione, l'art. 783 c.c. non detta criteri rigidi cui ancorare la relativa valutazione, onde il giudizio in proposito è rimesso all'apprezzamento del giudice di merito. Poiché si tratta di una indagine complessa, non è possibile giudicare in questa sede se nel caso di specie si sia trattato o meno di donazione di modico valore a C e D. Si può solo ipotizzare una risposta positiva, in base al consistente patrimonio della defunta al momento della sua morte.

Infine, si sottolinea che in un caso specifico le donazioni fatte ai nipoti E ed F potrebbero essere impugnate.
Se i due beni immobili lasciati in eredità costituivano l'intero patrimonio della donna, la suddivisione operata con il testamento sembrerebbe rispettare le quote dei figli legittimari, in quanto ai sensi dell'art. 537, quando i figli sono più d'uno, è loro riservata per legge la quota dei due terzi, da dividersi in parti uguali tra tutti i figli (nel nostro caso, ciascun figlio ha avuto un terzo dell'intero patrimonio).
Tuttavia, allo scopo di determinare l'ammontare della quota disponibile, occorre formare una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, a cui vanno riuniti fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione.
Se sommando al c.d. relictum (patrimonio lasciato dalla defunta) il donatum (tutte le donazioni effettuate in vita dalla donna, anche a soggetti diversi dai nipoti) il patrimonio risulta maggiore, può ipotizzarsi una lesione di legittima. In questo caso - da valutare in concreto, con stime alla mano - risulteranno aggredibili dal legittimario che non abbia ricevuto la quota che gli spetta per legge, anche le due donazioni fatte ai nipoti E ed F, con la cosiddetta azione di riduzione.

Testi per approfondire questo articolo