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Articolo 553 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Riduzione delle porzioni degli eredi legittimi in concorso con legittimari

Dispositivo dell'art. 553 Codice civile

(1) (2)Quando sui beni lasciati dal defunto si apre in tutto o in parte la successione legittima [565 c.c.], nel concorso di legittimari [536 ss. c.c.] con altri successibili, le porzioni che spetterebbero a questi ultimi si riducono proporzionalmente [558 c.c.] nei limiti in cui è necessario per integrare la quota riservata ai legittimari, i quali però devono imputare a questa, ai sensi dell'articolo 564, quanto hanno ricevuto dal defunto in virtù di donazioni o di legati (3) [735, 746 c.c.].

Note

(1) L'azione di riduzione ha carattere personale, in quanto si rivolge contro i destinatari delle disposizioni lesive della quota dei legittimari. Ha la funzione di rendere inefficaci nei confronti degli attori le disposizioni ereditarie e le donazioni che abbiano leso i diritti sulla quota di legittima di questi.
(2) Ove vi sia lesione della quota riservata ai legittimari, si riducono:
- prima le quote legali ab intestato, nel caso in cui non vi sia un testamento o questo contenga disposizioni solo su parte del patrimonio (v. art. 553 del c.c.);
- poi le disposizioni testamentarie, in proporzione e senza distinguere tra legati e disposizioni ereditarie (v. art. 554 del c.c.);
- infine le donazioni, a cominciare dalla più recente (v. art. 555 del c.c.).
(3) Esempio: Tizio muore senza aver fatto testamento, lasciando come unici eredi suo padre Caio e suo fratello Sempronio. Il patrimonio ereditario è di 200, mentre le donazioni fatte in vita ammontano a 400. In base alle norme sulla successione legittima, Caio e Sempronio avrebbero diritto ciascuno a 1/2 dell'eredità, ossia a 100 ciascuno. Tuttavia Caio è anche un legittimario e, in quanto tale, avrebbe diritto ad 1/3 del patrimonio ereditario, ossia ad 1/3 del relictum (200) più il valore delle donazioni (400), e quindi a 200 (400 + 200 = 600 / 3 = 200). Per effetto della norma in commento, gli ulteriori 100 a cui ha diritto Caio si ottengono dalla riduzione della quota dell'erede legittimo Sempronio.

Ratio Legis

La scelta di ridurre per prime le quote degli eredi legittimi si giustifica poichè su di esse il de cuius non ha espresso alcuna volontà, a differenza di quanto accade per le disposizioni testamentarie e le donazioni.

Brocardi

Actio ad implendam legitimam
Actio ad integrandam legitimam
Cum inofficiosum testamentum arguitur, nihil ex eo testamento valet
Inofficiosum testamentum dicere hoc est: allegare quare exheredari vel praeteriri non debuerit

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 553 Codice civile

Cass. civ. n. 22325/2017

In tema di azione di riduzione, non è dato poter discutere di lesione della quota di legittima in assenza di un'indagine estesa all'intero patrimonio del "de cuius" giacché, quand'anche tale lesione fosse sussistente, alla stessa ben potrebbe porsi rimedio con una diversa distribuzione del patrimonio relitto, sia di natura immobiliare che mobiliare, come previsto dall'art. 553 c.c. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito, che aveva rigettato una domanda di riduzione, cui era sottesa la lesione della quota di riserva calcolata con riferimento al solo patrimonio mobiliare del "de cuius" e non anche a quello immobiliare).

Cass. civ. n. 13385/2011

Nel giudizio di reintegrazione della quota di riserva, non costituiscono domande nuove e sono conseguentemente ammissibili, anche se formulate per la prima volta in appello, le richieste volte all'esatta ricostruzione sia del relictum, che del donatum, mediante l'inserimento di beni, liberalità o l'indicazione di pesi o debiti del de cuius, trattandosi di operazioni connaturali al giudizio medesimo cui il giudice è tenuto d'ufficio ed alle quali si può dare corso, nei limiti in cui gli elementi acquisiti le consentono, indipendentemente dalla formale proposizione di domande riconvenzionali in tal senso da parte del convenuto.

Cass. civ. n. 3013/2006

Tenuto conto che la collazione tende unicamente ad evitare disparità di trattamento fra gli eredi non ricollegabili alla volontà del de cuius la relativa disciplina legale non ha carattere inderogabile né sotto il profilo oggettivo né sotto quello soggettivo, anche se l'imposizione dell'obbligo della collazione disposto dal testatore si configura come imposizione di un legato, sicché il correlativo obbligo degli eredi tenuti al conferimento incontra il solo limite del rispetto della quota di riserva, ai fini della cui determinazione - fermo il divieto posto dall'art. 549 c.c. di imporre su di essa pesi o condizioni - i legittimari devono comunque imputare, ai sensi dell'art. 553 c.c., ed in conformità di quanto previsto nella clausola testamentaria impugnata, quanto hanno ricevuto dal de cuius in virtù di donazioni o legati (Nella specie è stata ritenuta legittima la disposizione testamentaria con cui il de cuius aveva imposto ai legittimari - figli e coniuge - istituiti nella quota loro riservata per legge l'obbligo di conferire ai coeredi - nipoti ex filio ai quali era stata attribuita la disponibile - quanto ricevuto in vita dal de cuius a titolo di liberalità).

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Consulenze legali
relative all'articolo 553 Codice civile

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Grazia F. chiede
martedì 23/02/2016 - Sardegna
“Buongiorno ,
possiedo un appartamento e vorrei donare la nuda propietà alle mie due figlie , riservando l'usufrutto a mio marito. Vorrei sapere se tale atto di donazione possa essere in futuro impugnato da una figlia natirale di mio marito , posto che quest'ultimo , accettando la donazione dell'usufrutto contestualmente alla donazione della nuda proprietà alle mie due figlie , perderebbe a mio avviso ogni diritto alla proprietà e quindi alla successione.Qualora la donazione sia impugnabile , potrei ottenere lo stesso risultato mediante atto di vendita? Cordialmente”
Consulenza legale i 29/02/2016
Ai sensi dell’art. 769 c.c. la donazione è il contratto con cui un soggetto, donante, arricchisce un altro soggetto, donatario, per spirito di liberalità, senza, cioè, alcun corrispettivo, trasferendo un proprio bene o assumendo un obbligo. Si tratta di un contratto che viene spesso utilizzato sia perché ha un costo fiscale più basso rispetto ad una vendita (in tali caso potrebbe però dissimulare una compravendita), sia perchè è il principale strumento (alternativo al testamento) per il trasferimento dei patrimoni familiari a favore dei discendenti.

Nonostante questi aspetti positivi la donazione presenta però alcuni rischi. Può essere oggetto di revoca per ingratitudine o per sopravvenienza di figli (del donante) - circostanze invero abbastanza rare - o finire oggetto dell’azione di riduzione nel caso di lesione a danno di eredi legittimari, che, secondo le norme del nostro ordinamento sono: il coniuge, i figli e gli ascendenti (normalmente i genitori del defunto). Sono solo questi soggetti che possono rivendicare un diritto ad una quota di eredità denominata "legittima" ed esercitare l'azione di riduzione.
La legge, quindi, riconosce appositi strumenti per far valere il loro diritto successorio qualora al momento dell’apertura della successione riscontrassero una lesione della quota loro riservata dalla legge (la cosiddetta "legittima" appunto). Oltre alla citata azione di riduzione vi è anche l'azione di restituzione di cui agli artt. 553 c.c., esperibile solo successivamente all'esito vittorioso dell'azione di riduzione (che è quindi preliminare), la quale mira a far concretamente recuperare ai legittimari il possesso dei beni loro spettanti. Entrambe le azioni possono rivolgersi anche contro i donatari del de cuius. Le donazioni, però, si riducono (vengono intaccate) soltanto dopo che è stato esaurito previamente il valore dei beni di cui si è disposto per testamento.

Più in dettaglio, se un legittimario ritiene di essere stato privato o semplicemente leso nella sua quota di legittima per effetto di una o più donazioni effettuate in vita dal defunto a favore di altri soggetti, che siano altri legittimari o non, può far valere il proprio diritto all’ottenimento dell’intera quota di legittima a lui spettante mediante un’apposita azione giudiziaria, ossia l’azione di riduzione.

L’azione di riduzione va proposta dopo la morte del donante e contro il donatario, e se questi ha ceduto a terzi l’immobile che aveva ricevuto in donazione, il legittimario può chiedere ai successivi proprietari la restituzione del bene (con l'azione di restituzione).

La premessa è utile ai fini della risposta al quesito in quanto, se si vuole procedere ad una donazione di un proprio bene, bisogna fare attenzione a non ledere i diritti degli eredi legittimari.

Per converso, chi non riveste tale qualifica (legittimario, detto anche "erede necessario") non ha alcuna legittimazione e soprattutto non può vantare alcun diritto sull'eredità del de cuius.

Nel caso di specie, la figlia naturale del coniuge non potrebbe avanzare alcuna prerogativa nei confronti del patrimonio del coniuge del genitore naturale, in quanto non solo non è erede necessaria, perché non ricomprare tra quelli previsti dalla legge, ma non riveste nemmeno la qualifica di erede legittimo in quanto non si instaura alcun rapporto di parentela con il coniuge del genitore.

E’ bene precisare però che, a seguito dell’apertura della successione, potrebbe essere il consorte della donante a contestare la donazione disposta in favore delle figlie, qualora l’operazione di liberalità risulti intaccare la sua quota di legittima (tenuto conto, ovviamente, del fatto che lui ha ricevuto comunque l'usufrutto, che certamente ha un valore e che andrà computato per il calcolo della legittima). Egli potrebbe, infatti, proporre l’azione di restituzione entro 20 anni dalla trascrizione della donazione.
Per evitare questo genere di problemi non è inusuale ricorrere alla stipulazione di un contratto di compravendita. Se si opta per la stipulazione della compravendita tra genitore e figlio, viene in rilievo una formula molto praticata, costituita dal "negotium mixtum cum donatione". Si tratta di un contratto oneroso (di regola una compravendita) caratterizzato dalla voluta sproporzione fra le prestazioni con conseguente arricchimento a beneficio della parte che ha ricevuto la prestazione di maggior valore: la madre, volendo, per spirito di liberalità, favorire le figlie, anziché donare loro l’appartamento di cui è proprietaria e che vale 1000, glielo vende a un prezzo di 500. Secondo un orientamento giurisprudenziale, la semplice sproporzione tra prezzo pattuito e valore di mercato del bene non integra automaticamente la donazione indiretta, giacché occorre pur sempre che la componente di liberalità prevalga sulla vendita (fattore questo non sempre facilmente dimostrabile).
Per la validità di questo contratto (Cass. n. 23297/2009) non è richiesta la forma della donazione (atto pubblico a pena di nullità), bensì quella prescritta per lo schema negoziale effettivamente adottato dalle parti (normalmente compravendita).
Tuttavia, anche questa tipologia di donazione (indiretta) è, se opportunamente provata, sempre assoggettabile all'azione di riduzione e, pertanto, varrebbero le considerazioni esposte più sopra.
Ciò posto, tornando alla soluzione che contempla la stipula del contratto di compravendita in alternativa a quello di donazione, se si vuole essere al riparo da rischi, è necessario che le acquirenti corrispondano il prezzo dell’immobile e che tale prezzo sia pari (o quasi) almeno al valore catastale dello stesso. Una volta ricevuto il denaro la madre penserà che uso farne.

elena p. chiede
venerdì 05/07/2013 - Lazio
“Mia madre lascia per testamento la sua casa di abitazione comprensiva di tutto, al nipote, figlio di mia sorella; lascia poi un secondo legato a mio fratello di "diritto di coabitazione, lui da solo". Infine lascia il restante patrimonio, da dividere tra i quattro figli in qualità di eredi legittimi. Vista la lesione di legittima operata, dato che i beni lasciati ai legatari supera di molto il valore del patrimonio residuo, si chiede:
Il primo legatario puo richiedere di ridurre il valore del suo lascito per effetto della coabitazione? Il diritto di coabitazione come si calcola non essendo un usufrutto?
Il secondo legatario essendo erede, e pertanto avrà una porzione dei beni residui uguale gli altri eredi, può avere anche la coabitazione? o il valore di quest'ultima deve essere decurtata dalla quota di eredità? Se il primo legatario può ridurre il valore del suo legato, ed il secondo può coabitare ed avere la sua porzione di eredità non viene a determinarsi una doppia lesione di legittima? I due legati superano la quota disponibile di 1/3, e ciò possibile? Si rimane in attesa di una risposta e si porgono cordiali saluti.”
Consulenza legale i 15/07/2013
Il diritto di abitazione (artt. 1022 e segg.), ossia il diritto reale su cosa altrui che consiste nel godimento di un fabbricato con il limite della soddisfazione dei bisogni propri e della propria famiglia, può essere costituito anche mediante testamento.

Poiché si tratta di un diritto specifico e parziario, la devoluzione successoria avrà natura di legato e quindi, ai sensi dell'art. 649 del c.c., si acquisterà senza accettazione, fatta salva la facoltà di rinuncia.

Dal punto di vista fiscale, il valore economico del diritto di abitazione va determinato applicando i criteri previsti dall'art. 15 legge n. 179 del 17/02/1992 e nella tabella allegata al D.P.R. 131 del 26/04/1986 (T.U. in materia di imposta di registro) come modificata dalla legge n. 408/1990. Tali criteri dettati con riferimento al diritto di usufrutto vanno applicati anche al fine di valutare il diritto di abitazione. Anche la Corte costituzionale ha avallato tale interpretazione: "La stessa disciplina catastale, più volte scrutinata da questa Corte e ritenuta non incostituzionale, dimostra, nella sua configurazione di procedimento di determinazione dei valori fondiari secondo criteri tipici forfettari, che il legislatore non sempre segue le pieghe della variabilità dei valori stessi, ma può, invece, sottoporre a tassazione, in maniera uniforme, senza collidere con la Costituzione, beni che, sul mercato, possono riscuotere un differente apprezzamento e, quindi, risultare anche di diverso rilievo economico" (sentenza n. 258/2002).

Dal punto di vista civile, invece, non opera questa equiparazione con il diritto di usufrutto. Chiara sul punto Cass. civ., sez. II, 21 ottobre 2004, n. 20584, laddove afferma: "Nessun principio dell'ordinamento né alcuna specifica disposizione di legge, tanto meno quelle invocate dai ricorrenti, prescrivono l'applicazione estensiva di disposizioni e criteri dettati nella disciplina d'un determinato rapporto, nella specie quello pubblicistico di natura tributaria, a rapporti diversi, nella specie quello privatistico di natura successoria, non potendosi neppure fare ricorso all'analogia ex art. 12 sec. co. disp. prel. CC, dacché, pur ammesso che possa trattarsi di casi simili, non si tratta, tuttavia, di materie analoghe; la disciplina della materia tributaria costituisce, infatti, un sistema di diritto speciale - attributario, in quanto tale, d'un settore dell'esperienza giuridica ed autosufficiente per la materia regolata, ma estraneo al sistema del diritto comune, del quale non contribuisce a fissare né i principi fondamentali né la disciplina delle singole fattispecie - le cui norme sono suscettibili d'applicazione analogica al solo suo interno e non anche d'estensione a situazioni da qualificarsi e disciplinarsi nell'ambito del diritto comune".

Il valore di un immobile diminuisce in presenza di un diritto di abitazione. Ciò è stato chiarito dalla giurisprudenza nel caso di diritto di abitazione spettante al coniuge superstite, ma può trovare applicazione anche per il diritto di abitazione costituito con testamento: "Qualora il diritto di abitazione spettante al coniuge superstite cada sulla residenza familiare del de cuius sita in un immobile in comproprietà lo stesso deve convertirsi nel suo equivalente monetario. Il diritto di abitazione in questione, infatti, trova limite e attuazione in ragione della quota di proprietà del defunto, cosicché ove per l'indivisibilità dell'immobile non possa attuarsi il materiale distacco della porzione dell'immobile spettante e l'immobile venga assegnato per intero ad altro condividente, deve farsi luogo all'attribuzione dell'equivalente monetario del diritto di abitazione" (Cass. civile 14594/2004).

Quanto ai criteri di calcolo del valore del diritto di abitazione, non ci consta l'esistenza di principi universalmente applicati. Alcuni tecnici calcolano il diritto di abitazione in proporzione, come quota del diritto di usufrutto.

Per quanto detto sopra, va ritenuto che il secondo legatario, cui è stato concesso il diritto di abitazione, dovrà calcolare il valore di tale diritto nella sua quota. Quindi: il primo legatario può chiedere che il valore dell'immobile sia calcolato decurtando quello del diritto di abitazione del secondo legatario; quest'ultimo, dovrà decurtare dalla propria quota il valore del diritto di abitazione (che costituisce per lui un vantaggio economico).

Poiché, da quanto riferito, il valore dell'immobile legato al nipote della de cuius eccede la quota disponibile, i legittimari (i figli della defunta) avranno diritto a chiedere la riduzione del legato, al fine di conseguire quanto spetta loro per legge, ai sensi dell'art. 560 del c.c..

Dante A. chiede
giovedì 07/03/2013 - Sardegna
“Mia madre, morta l'anno scorso, aveva una polizza vita a premio unico nella quale indicava con nome e cognome il sottoscritto come unico beneficiario. Oltre la polizza ha lasciato la propria casa e mi ha indicato nel testamento come proprietario, quale remunerazione per il lungo periodo di assistenza dovuto a malattia. Mio fratello, erede legittimo,mi vuole citare in giudizio per quanto riguarda la polizza, in quanto parte lesa nella composizione dell'asse ereditario.So che, per legge, gli spetta 1/3 della casa, e questo è OK. I dubbi riguardano la polizza. Premetto:l'assicurazione, alla mia richiesta di liquidazione ha voluto copia del testamento e nel giro di pochi giorni mi ha dato l'intero importo. L'art. 1920 comma 3 dice che le somme corrisposte per le polizze vita non rientrano nell'asse ereditario e non si computano né per formare la quota per gli eredi, né per calcolare se vi sia lesione di legittima. L'art. 741 dice invece che i premi versati (esclusi gli indennizzi) sono assoggettati a collazione e servono a determinare le quote di legittima. Nell'art. 1411 si parla invece di un diritto proprio del beneficiario sulla somma assicurata, diritto che non ha alcun effetto sul patrimonio del contraente; di conseguenza gli eredi non potranno rifarsi su tale somma per soddisfare i loro diritti. Che caos!!!
Esaminando alcuni regolamenti sulle polizze vita ho letto, a proposito della mia situazione, che a mio fratello spetterebbe la parte di legittima sui premi versati a patto che la polizza rappresenti l'unico bene lasciato dal testatore.
Che fare? Mi potete indicare una sentenza che espliciti anche a noi comuni mortali come stanno davvero le cose?
Vi ringrazio”
Consulenza legale i 11/03/2013
La soluzione al quesito proposto richiede una doverosa distinzione.
Vanno tenute separate le sorti dell'indennizzo (l'importo, solitamente rilevante, che viene attribuito al beneficiario dell'assicurazione) e quelle dei premi versati in vita dall'assicurato (le "rate" dell'assicurazione).

Quanto all'indennizzo, si può dire assolutamente pacifico l'indirizzo giurisprudenziale secondo il quale, vista anche la lettera dell'ultimo comma dell'art. 1920 del c.c. ("Per effetto della designazione il terzo acquista un diritto proprio ai vantaggi dell'assicurazione"), il beneficiario di un contratto di assicurazione sulla vita è titolare di un diritto autonomo, in quanto derivante direttamente dal contratto di assicurazione e non già dalla successione ereditaria. Poiché l'indennizzo non fa parte del patrimonio del de cuius sul quale calcolare le quote legittime (relictum, quanto lasciato alla morte + donatum, quanto donato in vita), all'evidenza i legittimari diversi dal beneficiario non potranno vantare alcun diritto sulla somma derivante dall'assicurazione sulla vita. In effetti, la giurisprudenza di legittimità coglie nel segno quando sottolinea che "la corresponsione dell'indennità al beneficiario, pur derivando dal contratto stipulato dal contraente - assicurato a favore del terzo designato, non determina un corrispondente depauperamento del patrimonio del contraente - assicurato, per cui non può ritenersi costituire oggetto di un atto di liberalità ai sensi dell'art. 809 del c.c. e, quindi, assoggettabile alle norme sulla riduzione delle donazioni per integrare la quota dovuta ai legittimari" (Cass. civ. Sez. II, 23.3.2006, n. 6531; v. anche la recente sentenza Trib. Milano Sez. IV, 3.9.2012).

Quanto, invece, ai premi corrisposti dall'assicurato, come correttamente rilevato, l'art. 741 del c.c. dice molto chiaramente che sono soggetti a collazione i premi relativi a contratti di assicurazione sulla vita stipulati a favore dei discendenti del de cuius. Nello stesso senso, si deve leggere anche l'art. 1923 del c.c., che fa salve, rispetto ai premi pagati e non alle somme dovute dall'assicuratore (l'indennizzo), le norme sulla collazione. Si deve osservare, in effetti, che i premi versati costituiscono un depauperamento del patrimonio del de cuius-contraente assicurato: le somme versate a tale titolo possono considerarsi oggetto di liberalità indiretta a favore del terzo designato come beneficiario, con la conseguenza dell'assoggettabilità all'azione di riduzione proposta eventualmente dagli eredi legittimari (così Cass. civ. 6531/06 cit.).

Simona F. chiede
giovedì 17/03/2011 - Lombardia

“Chi eredita se il defunto ha i genitori divorziati e uno di essi è venuto a mancare, ma lo stesso defunto non ha né figli né coniuge, ma sorelle/fratelli e nipoti? Grazie”

Consulenza legale i 18/03/2011

In questo caso si applica l’art. 571 del c.c. alla cui lettura si rinvia, anticipando che esso regola il concorso dei genitori (o uno soltanto di essi) con fratelli e sorelle germani (figli degli stessi genitori) del defunto. Tutti sono ammessi alla successione del de cuius per capi, e la quota in cui succede il genitore non deve essere minore della metà del patrimonio.

Se vi sono fratelli o sorelle unilaterali, ciascuno consegue la metà della quota che consegue ciascuno dei germani, salva in ogni caso la riservata quota della metà a favore del genitore.


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