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Articolo 43

Codice Civile

Domicilio e residenza

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Dispositivo dell'art. 43 Codice Civile


Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi [14 Cost., artt. 45 e 46 c.c.] (1).
La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale [144] (2).



Domande frequenti

Quali diritti reali sorgono in capo a chi trasferisca la residenza in un immobile altrui?
Non nasce alcun diritto reale.

Domicilio e residenza possono essere diversi?
Nel domicilio (luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi) non è necessaria la presenza, quindi si potrà stabilire la propria residenza (dimora abituale) in un luogo diverso.


Come si chiede il cambio di residenza?
Va presentata una istanza all'ufficio anagrafe del Comune. Si tratta di una richiesta gratuita. Nei 45 giorni successivi il Comune effettua, solitamente tramite la polizia locale, il controllo dell'"abitualità della dimora".

Cosa si intende per "famiglia anagrafica"?
Per lo Stato italiano la “famiglia anagrafica” è un gruppo di persone legate da vincoli di matrimonio, di parentela, di adozione o di tutela, ma anche, semplicemente, un insieme di persone legate da vincoli di affinità o di affetto, che coabitino o abbiano dimora abituale (cioè residenza) nello stesso Comune. Una famiglia anagrafica può essere costituita anche da più nuclei famigliari.

E' possibile fissare la propria residenza in un immobile a destinazione commerciale?
Non è possibile, senza previa richiesta ed ottenimento da parte delle competenti autorità del cambio di destinazione da uso commerciale a uso abitativo dell'unità immobiliare.

Dove è fissato il domicilio fiscale?
Ai sensi dell’art. 58 dpr 600/73, il domicilio fiscale per le persone fisiche coincide, generalmente, con la residenza anagrafica.
Le persone giuridiche, invece, hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa.

Note

(1) Il domicilio, situato nel luogo ove la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi, secondo l'insegnamento classico consta di due elementi: quello oggettivo, in riferimento ai rapporti economici, morali, sociali e familiari; quello soggettivo, derivante dall'intenzione del soggetto stesso di fissare in un determinato luogo il centro dei propri affari o interessi. In alcuni casi il domicilio è conseguenza della legge (nel caso del minore, generalmente domiciliato presso i genitori esercenti la potestà, v. 47).

(2) La residenza coincide con la dimora abituale del soggetto in un dato luogo, ed è anch'essa connotata dai suddetti requisiti oggettivo e soggettivo. Può quindi essere diversa dal luogo eletto quale domicilio, poichè sovente capita (es. lavoratori autonomi/professionisti) che come domicilio venga scelto lo studio professionale, mantenendo la residenza presso la casa familiare.
La dimora, invece, coincide con il luogo in cui la persona abita o permane, in un dato momento ed in modo non abituale. Ha scarso rilievo giuridico, ed emerge solo allorquando non sia nota la residenza (come nel caso di cui all'art. 139 c.p.c.).


Ratio Legis


Le persone devono poter essere rintracciate per i più disparati motivi, e rilevano quindi i luoghi ove esse si trovano.
I criteri di collegamento tra persone e luoghi sono tre, e comprendono domicilio, residenza e dimora. La norma va letta in relazione con l'art. 14 Cost. che sancisce, tra le libertà fondamentali, la libertà di domicilio da intendersi in senso lato quale abitazione (residenza), ma anche luogo dove il soggetto ha la sede dei suoi affari ed interessi, come l'attività lavorativa (domicilio in senso stretto) e quale dimora occasionale (ove il soggetto permane in modo non abituale).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 19544/2003

In tema di sottrazione internazionale del minore da parte di uno dei genitori, il procedimento monitorio previsto dalla Convenzione de L'Aja, ratificata con la legge n. 64 del 1994, per il ritorno del minorenne presso l'affidatario al quale è stato sottratto, la nozione di «residenza abituale» posta dalla succitata Convenzione non coincide con quella di «domicilio» (art. 43, primo comma, c.c.), nè con quella, di carattere formale, di residenza scelta d'accordo tra coniugi (art. 144, c.c.), in quanto corrisponde ad una situazione di fatto, dovendo per essa intendersi il luogo in cui il minore, in virtù di una durevole e stabile permanenza, anche di fatto, ha il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, derivanti dallo svolgersi in detta località la sua quotidiana vita di relazione, il cui accertamento è riservato all'apprezzamento del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se congruamente e logicamente motivato.

Cass. n. 8554/1996

La presunzione di corrispondenza delle risultanze anagrafiche alla realtà effettiva riguardo alla residenza di una persona fisica (luogo in cui essa ha la dimora abituale), basandosi sul particolare meccanismo approntato dal legislatore al fine di garantire che il dato reale continui a corrispondere a quello formale (artt. 43, 44 c.c. e 31 disp. att.; artt. 2 e 11 L. 24 dicembre 1954, n. 1228; artt. 5, 11 e 13 D.P.R. 31 gennaio 1958, n. 136; D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223), benché non abbia valore assoluto (iuris et de iure), deve considerarsi munita di una particolare resistenza, nel senso che, nel caso in cui ai fini del suo superamento non si adducano prove tipiche, di tenore univocamente concludente, ma elementi a loro volta presuntivi, i requisiti di gravità, precisione e concordanza di questi ultimi vanno apprezzati dal giudice del merito con particolare rigore. (Nella specie la S.C. ha annullato la sentenza impugnata che, ai fini della verifica del rispetto delle regole di cui all'art. 139 c.p.c., aveva disatteso le risultanze anagrafiche sulla base di elementi indiziari non univocamente concludenti — quali la positiva esecuzione di talune notifiche in un certo luogo, in realtà compatibile con l'ipotesi della occasionale dimora nello stesso — trascurando la valutazione di elementi di segno contrario, potenzialmente decisivi, e l'ammissione di specifica prova orale).

Cass. n. 6078/1987

La dichiarazione di residenza anagrafica in una certa abitazione, nello stesso od in un diverso comune, fa piena prova, ai fini della effettività della residenza, contro il dichiarante, sicché il giudice non può non tenerne conto, salvo che il dichiarante stesso non fornisca la prova della non rispondenza al vero della dichiarazione da lui fatta al funzionario comunale.

Cass. n. 1738/1986

La residenza di una persona è determinata dalla sua abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, cioè dall'elemento obiettivo della permanenza in tale luogo e dall'elemento soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali. Questa stabile permanenza sussiste anche quando la persona si rechi a lavorare o a svolgere altra attività fuori del comune di residenza, sempre che conservi in esso l'abitazione, vi ritorni quando possibile e vi mantenga il centro delle proprie relazioni familiari e sociali.

Cass. n. 8205/1974

Allorquando un soggetto, contratto matrimonio, va ad abitare in un luogo diverso da quello in cui si trovava con la famiglia di origine, pur se omette di segnalare all'ufficio anagrafico il cambiamento di abitazione, è nel luogo prescelto che stabilisce il proprio domicilio reale.

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Quesiti degli utenti
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Quesito n. 11233/2014 giovedì 18 settembre 2014

Leopoldo chiede

Quesito: IMU
sono coniugato in separazione dei beni, prima dell'atto (in comunione dei beni) acquistammo una piccola casa in un comune del Lazio che è sempre stata considerata seconda casa non avendo li la residenza in quanto per motivi di lavoro avevamo la residenza in Roma, con differenti domicilii. Mia moglie ha lasciato residenza e domicilio nella casa dei genitori, io residenza e domicilio in un appartamento in affitto.
Quindi abbiamo sempre pagato l'affitto e le tasse sulla seconda casa.
Alla morte dei genitori mia moglie è diventata proprietaria della casa
dei genitori (in separazione dei beni) dove ha residenza e domicilio.
Recentemente ho acquistato, dove avevo la seconda casa, un piccolo appartamento che confinava con il mio precedente, ho fatto le ristrutturazioni del caso facendolo diventare un solo appartamento di cui oggi ho un nuovo accatastamento regolarmente registrato.
A questo punto avendo raggiunto la pensione ho chiesto ed ottenuto li la residenza ma non mia moglie, in quanto lavora ancora, e stiamo valutando l'ipotesi di vendere il suo appartamento attualmente vuoto in quanto per comodità lavorative abbiamo continuato ad utilizzare l'appartamento in affitto.
Nella recente scadenza dell'anticipo IMU ho continuato a pagare per intero la tassa sulla seconda casa malgrado io abbia li la residenza per evitare discussioni. Ma vi chiedo almeno io dovrei essere esonerato dal pagamento in quanto per me è prima casa, anche se per comodità continuo ad avere un appartamento in affitto in un comune diverso.
Grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 11233/2014 [risposta a pagamento]

Nel caso di specie, la situazione attuale vede due coniugi che sono comproprietari di una casa dove solo il marito ha la residenza (pur abitando in altro appartamento in affitto), mentre la moglie ha residenza altrove.
Il D.L. 201/2011 che disciplina l'IMU stabilisce: “Per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente".
La disciplina IMU ha quindi introdotto dei parametri più stringenti rispetto all'Ici ai fini dell'individuazione dell'abitazione principale, essendo richiesta la presenza contemporanea di residenza e dimora abituale del proprietario o del titolare del diritto reale sull'immobile. Normalmente, se nell'immobile è stabilita la residenza anagrafica, la dimora abituale presso quell'abitazione si può ritenere presunta.
Quindi, nel caso proposto, in base agli elementi di fatto forniti, il marito dovrebbe essere esonerato dal pagamento dell'IMU in quanto risiede anagraficamente nell'unico immobile di cui egli è proprietario.
V'è da precisare, però, che la situazione di fatto descritta nel quesito non è regolare, in quanto la residenza dovrebbe essere mantenuta nel luogo ove la persona dimora abitualmente, ossia nell'appartamento in affitto, secondo l'art. 2 della L. 24.12.1954, n. 1228. Un eventuale controllo da parte del Comune dove è situata la casa in locazione potrebbe accertare che il marito dimora abitualmente presso quell'immobile e procedere d'ufficio alla iscrizione anagrafica della residenza, spostando quindi quella fissata irregolarmente presso la casa di proprietà.

Tag: residenza, pagamento IMU

Quesito n. 11184/2014 venerdì 12 settembre 2014

Elena P. chiede

ho 36 anni e nel 2006 ho acquistato con sacrifici la mia prima e unica casa (un monolocale sito nel comune dove lavoro) con un mutuo al 100% e che quindi dovrò pagare per altri 22 anni, con relativa agevolazione acquisto prima casa.)
Ho un fidanzato il quale abita nella sua casa (intestata a lui con relativo mutuo) nello stesso comune. Praticamente la stessa situazione.
Mesi fa abbiamo scoperto di aspettare una bambina che nascerà il mese prossimo e stiamo pensando di andare a vivere insieme nella casa di lui dato che è più grande del mio monolocale.
Non siamo sposati.
La domanda è: cosa comporta per me trasferire la residenza da lui?
Perderò qualche beneficio rispetto alla tassazione sulla prima casa? Il mio monolocale diventerebbe una seconda casa?
E il mio fidanzato chiede: cosa comporta per me accogliere la mia compagna più la bambina nata a casa mia?
Che consiglio ci potete dare?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 11184/2014 [risposta a pagamento]

Quanto alla tassazione sulla casa, il T.U. 131 del 1986 prevede che le agevolazioni previste per l'acquisto di un immobile destinato a costituire prima abitazione cadano se l'acquirente lo rivende prima che siano decorsi cinque anni o se non vi stabilisca la propria residenza entro 18 mesi dall'acquisto.
Nel caso di specie, quindi, poiché la compravendita risale al 2006, non vi è più alcun rischio di perdere le agevolazioni fiscali anche se si sposta la residenza in altro immobile, che peraltro si trova nel medesimo comune.
Lo spostamento della residenza comporta altre conseguenze, sempre di natura fiscale (poiché lo spostamento avviene all'interno dello stesso comune, non vi saranno mutamenti in relazione all'esercizio del diritto di voto e al mantenimento del medico di base).
ISEE
Il nucleo familiare di riferimento ai fini del calcolo dell'ISEE è dato dalla "famiglia anagrafica" e dai soggetti a carico ai fini IRPEF, anche se componenti altra famiglia anagrafica (art. 1, comma 1, D.P.C.M. 4 aprile 2001 n. 242)
La “famiglia anagrafica” è solitamente un gruppo di persone legate da vincoli di matrimonio, di parentela, di adozione o di tutela, ma anche un insieme di persone legate da vincoli di affinità o di affetto, che coabitino nello stesso immobile.
Poiché le due persone che andranno ad abitare sotto lo stesso tetto sono legate da un vincolo affettivo, anche se non sposate, potranno far parte di un unico stato di famiglia, con le conseguenze fiscali di risultare come un unico nucleo famigliare. Tuttavia, poiché i due non sono legati da vincolo di parentela, potranno anche chiedere di tenere separati i propri stati di famiglia (la bambina sarà tenuta in considerazione come familiare per il reddito del genitore che la ha a carico nella dichiarazione). Ciò, però, eluderebbe la finalità della normativa discale: difatti, individuare il nucleo familiare ISEE serve a determinare la reale situazione patrimoniale ed economica di una famiglia, per capire se essa abbia veramente diritto alle prestazioni assistenziali, legate al reddito, erogate dalla Pubblica Ammministrazione (es. assegni familiari, ticket sanitario, riduzione di tasse universitarie - ISEEU, ...).
Quindi, laddove non vi siano peculiari situazioni fiscali ostative di uno dei due compagni, non si vedono particolari controindicazioni a costituire un unico stato di famiglia.
IMU
Maggiori problemi invece riguardo l'IMU.
Se i due compagni rimangono a vivere ciascuno nella propria abitazione (o se la futura mamma sposta la propria dimora di fatto, ma non la residenza anagrafica), ciascuno godrà delle esenzioni previste dalla legge per il pagamento della tassa sugli immobili sulla prima casa.
Se, invece, i due decidono di costituire un unico nucleo familiare, con spostamento della residenza nella stessa casa, l'altro immobile risulterà come "casa a disposizione" per colui che si sposta nella casa dell'altro, e pertanto soggiacerà all'IMU: ciò in quanto la legge stabilisce che per "prima abitazione" a fini IMU si intende quella nella quale si stabilisce la propria residenza e quella del proprio nucleo familiare.

Quesito n. 10004/2014 mercoledì 26 marzo 2014

ALFONSO C. chiede

Io sono separato ed i miei figli vivono con me, inoltre risulto disoccupato, l'appartamento in cui vivo è di mia proprietà, l' ISEE risulta molto basso. Il problema è sorto nel momento in cui è venuta ad abitare da me mia madre, che ha una pensione di reversibilità ed è stata inserita nel mio stato di famiglia innalzando così l'ISEE. C'è un modo per poter scorporare mia madre dal mio stato di famiglia perché né i miei figli, studenti universitari né io, possiamo usufruire delle agevolazioni.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10004/2014 [risposta a pagamento]

Il nucleo familiare di riferimento ai fini del calcolo dell'ISEE è dato dalla "famiglia anagrafica" e dai soggetti a carico ai fini IRPEF, anche se componenti altra famiglia anagrafica (art. 1, comma 1, D.P.C.M. 4 aprile 2001 n. 242)

L'art. 4 del D.P.R. 30 maggio 1989 n. 223 (Regolamento Anagrafico della Popolazione Residente) definisce così la "famiglia anagrafica": "Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune".

Va ricordato che il compito dell’anagrafe è quello di rispecchiare la situazione reale, registrando le persone stabilmente residenti in un determinato territorio comunale. Se non sono le persone stesse a certificare la loro presenza sul territorio, sarà l'ufficio anagrafico stesso a procedere con le iscrizione d'ufficio, una volta acquisite le necessarie informazioni.

Pertanto, nel caso di specie, se la nonna abita stabilmente con i nipoti e il proprio figlio, si realizzano i presupposti della "famiglia anagrafica" sopra descritta: coabitazione e vincolo di parentela.
La mera "convivenza anagrafica" si può avere solo se non esiste un vincolo di parentela o affettivo tra i conviventi (pensiamo a due amici che vivono insieme durante gli studi universitari).

Quindi, la nonna è correttamente venuta a far parte della famiglia anagrafica e la sua presenza rileva a fini ISEE.
Purtroppo, l'unica possibilità affinché essa esca dalla famiglia anagrafica è che la signora cambi residenza.

Quesito n. 9861/2014 mercoledì 12 marzo 2014

Salvatore P. chiede

Oggetto: Esenzione IMU/Diritto di abitazione. Mia moglie è proprietaria di una abitazione (unica) pervenuta da successione, ove abitiamo saltuariamente e non siamo residenti perché io sono spesso trasferito d’autorità in altre sedi (sono un appartenente alle Forze di Polizia) e ora distante oltre 1000 km. da tale immobile. Pertanto, su questa abitazione abbiamo sempre pagato le imposte locali come 2^ casa, ancorché sia l’unica posseduta. Ora, vorremmo costituire, mediante scrittura privata ed a titolo gratuito, il diritto di abitazione a mio favore, al fine di beneficiare delle agevolazioni 1^ casa in tema di IMU in virtù delle modifiche apportate dalla Legge di stabilità 2014. Taluni notai sostengono che il diritto di abitazione non possa essere costituito con una mera scrittura privata registrata (cfr. Consiglio Notarile di Padova – prot. 964 in data 09/10/2013. In rete su: http://www.rubano.it/tasse/imposta-municipale-unica/NOTA%20ORDINA%20NOTAI_2013.pdf). Infatti, il Consiglio Notarile ritiene che per costituire un diritto reale di abitazione sia necessario un atto notarile (al costo di circa 2.000/2.500 euro) e non una semplice “autentica di firma” in calce ad una scrittura privata. Tanto premesso, prego voler esprimere il parere circa la possibilità che tale diritto possa essere costituito come segue: 1) stipula del contratto di costituzione del diritto tra le parti, per forma scritta registrata all’Agenzia delle Entrate con tassa fissa (così ha data certa ex art. 2.704 C.C. ed opponibile ai terzi). 2) Non verrebbe effettuata la trascrizione perché per trascrivere l'Agenzia del Territorio richiede ex 2643 c.c. l'atto pubblico o la scrittura privata autenticata dal notaio (non potendosi effettuare detta autentica in Comune). 3) Si notifica al Comune con la prevista comunicazione IMU entro 90 giorni dalla registrazione, dichiarando la nuova situazione dei diritti. In base all'art. 2704 C.C. e ad un consolidato orientamento giurisprudenziale e dottrinale circa l'opponibilità ai terzi della scrittura privata non si parla mai di trascrizione, si parla di data certa per effetto della registrazione. Inoltre l'art.2644 del codice civile per gli effetti della trascrizione fa riferimento alla tutela dei terzi (di buona fede) che abbiano successivamente acquistato il bene, e non certo dei diritti vantabili dal fisco. Anche la Cassazione (Sez. III, sent. n. 19058 del 12-12-2003) lo conferma: La trascrizione non è un istituto di pubblicità costitutiva, bensì dichiarativa, e come tale ha la funzione di rendere opponibile l'atto ai terzi onde dirimere il conflitto tra più acquirenti dello stesso bene, senza incidere sulla validità ed efficacia dell'atto stesso. Configurandosi come un onere, essa è, pertanto, un "quid pluris" rispetto all'atto trascrivendo, cosicché, ove essa sia necessaria ad integrare una qualsiasi fattispecie normativa, deve essere oggetto di esplicita previsione. Concludendo: in base a queste premesse, si riterrebbe plausibile che - se la costituzione del diritto di abitazione per scrittura privata registrata viene debitamente comunicata al Comune con lettera raccomandata - da quel momento in poi il soggetto passivo IMU è il titolare del diritto di abitazione e può beneficiare di aliquota e detrazione per abitazione principale. Prego voler esprimere parere su quanto affermato. Grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9861/2014 [risposta a pagamento]

Il quesito proposto è di grande interesse ed attualità, ed è esposto con estrema precisione.
Il caso oggetto del quesito è balzato agli onori delle cronache quando un ragionere padovano ha "scoperto" una via legale per risparmiare sull'IMU (la costituzione, appunto, di un diritto di abitazione), gettando nel panico le amministrazioni pubbliche, che hanno cercato di arginare la vicenda richiedendo che la costituzione del diritto reale venisse trascritta (con oneri e costi molto maggiori), sperando forse così di disincentivare il ricorso a questa via e di (seguitare ad) introitare maggiore imposta.
Ci si chiede, quindi, in buona sostanza, se sia sufficiente una scrittura privata, esclusivamente registrata, a costituire validamente un diritto di abitazione su un immobile ai fini del pagamento come prima casa dell'IMU.
La questione è dibattuta e non si registra ancora alcuna posizione ufficiale dell'Agenzia delle Entrate o del Territorio, né posizioni giurisprudenziali nette o indicazioni ministeriali.
Anzi, l'Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 73/E del 6 luglio 2012, ha demandato la questione ai Comuni, in quanto "ove l’istanza di interpello concerna l’applicazione di disposizioni normative dettate in materia di tributi locali, la competenza a decidere in ordine a tale tipologia di istanze è attribuita esclusivamente all’ente impositore, in quanto titolare della potestà di imposizione, nella quale è compreso l’esercizio dei poteri di accertamento del tributo".
I comuni - come anticipato - si sono per la maggior parte espressi riconoscendo come a loro opponibile la costituzione del diritto solo con la trascrizione nei pubblici registri immobiliari dell'atto relativo. Il fisco, infatti, (in questo caso, l'ente Comune) sarebbe anch'esso da considerarsi un "terzo" nei confronti del quale la semplice scrittura tra privati risulterebbe irrilevante.
Il Comune di Venezia, ad esempio, ha dichiarato che "in assenza di differenti indicazioni ministeriali e/o giurisprudenziali, il Comune di Venezia riconosce la traslazione della soggettività passiva dal proprietario al titolare del diritto di abitazione solo nei casi in cui l’atto costitutivo del diritto reale minore sia stato trascritto nei pubblici registri immobiliari" (è possibile consultare l'intera delibera qui http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/69393).

Ciò, però, contrasta con i principi civilistici ricordati anche nel quesito, in base ai quali la trascrizione ex art. 2643 c.c. ha un solo scopo di pubblicità dichiarativa, atta a dirimere i conflitti tra più acquirenti dello stesso bene.
In effetti, su un piano meramente giuridico, non sembra fondato il ragionamento relativo all'equiparazione della posizione del Comune con quello di un "terzo" cui è opponibile la trascrizione. La costituzione del diritto reale di abitazione è soggetta - da parte del codice civile - al solo onere della forma scritta (art. 1350 del c.c.), che è ben soddisfatta anche da una semplice scrittura privata (registrata al fine di attribuirle la data certa). Tale principio è innegabile. Dovrebbe, quindi, esistere una norma che imponga, ai fini IMU, anche la trascrizione dell'atto, perché a quel punto la volontà del legislatore imporrebbe un ulteriore requisito in deroga alla disciplina generale. Tuttavia, una siffatta norma ad oggi non sembra esistere, giacchè il primo comma dell'art. 9 del d.lgs. 23/2011 stabilisce semplicemente, senza altro aggiungere, che "Soggetti passivi dell'imposta municipale propria sono il proprietario di immobili, inclusi i terreni e le aree edificabili, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali o alla cui produzione o scambio è diretta l'attività dell'impresa, ovvero il titolare di diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi".
Chi sostiene l'obbligatorietà della trascrizione dell'atto con cui si costituisce il diritto richiama spesso la sentenza n. 2402/2000 della Corte di Cassazione, dove leggiamo che "si deve ritenere, sulla base della normativa tributaria vigente, che il legislatore ha inteso ampliare il concetto di “terzo” cui fa riferimento l’art. 2704 c.c., comprendendovi anche l’Amministrazione finanziaria, titolare di un diritto di imposizione in qualche misura collegato al negozio documentato e suscettibile di pregiudizio per effetto di esso (ad es. con fittizie retrodatazioni)". Tuttavia, la Suprema Corte precisa, nella medesima pronuncia, che tale interpretazione estensiva del concetto di "terzo" è operata "per evidenti motivi di certezza della data", "mentre per gli atti pubblici, gli atti giudiziali e le scritture private autenticate la legge applicabile è quella vigente alla data di formazione di tali atti, per le scritture private non autenticate è applicabile il regime tributario in vigore al momento in cui la loro data assume certezza con la registrazione".

Per concludere, quindi, il parere del Consiglio Notarile di Padova citato nel quesito risulta impreciso e forse anche un pò fazioso, avendo come scopo (è il caso, forse, di dire "apparente", considerato il tenore di alcuni passaggi del parere e considerato altresì che tutta questa semplificazione per i notai si traduce di fatto in un mancato introito professionale) solo quello di disincentivare la conclusione di contratti fittizi, che non siano davvero tesi a costituire un diritto di abitazione in favore di un familiare ma solo ad eludere la normativa fiscale. Posizione che, chiaramente, è del tutto condivisibile.

Si ripete, quindi, che da un punto di vista giuridico la soluzione che non richiede il passaggio "dal notaio" appare pienamente fondata e incontrovertibile in base alla normativa attualmente in vigore.

Purtroppo, ad oggi non è possibile dare una soluzione certa ed univoca al caso, in quanto ogni Comune decide come autodeterminarsi. Bisognerà attendere le prime pronunce della giurisprudenza in merito ai ricorsi di natura tributaria - che sicuramente sono in via di presentazione da più parti d'Italia - e attendere che il nodo venga finalmente sciolto. Sperando che la Giustizia prevalga.

Quesito n. 9706/2014 giovedì 20 febbraio 2014

Marco D. chiede

Buongiorno, sono cittadino italiano residente in Italia e lavoratore subordinato presso una compagnia di navigazione aerea con sede in UAE e secondo l'accordo bilaterale tra italia e Emirati arabi uniti (Convenzione del 28/08/1997 n. 309 art.3. le remunerazioni percepite in corrispettivo di un lavoro subordinato svolto a bordo di navi o di aeromobili impiegati in traffico internazionale sono imponibili soltanto nello Stato contraente nel quale e' situata la sede della direzione effettiva dell'impresa) non devo pagare tasse in Italia su questo reddito. ho altri redditi derivanti da immobili su cui pago le tasse in Italia.

Desideravo sapere se sono obbligato ad iscrivermi all'AIRE.
Nel regolamento dell'AIRE cita l'obbligatorietà dell'iscrizione per chi è residente all'estero per più di un anno.
Io vivo in Italia dove risiede tutta la famiglia e nel periodo di servizio sono residente in UAE (da solo) dove svolgo l'attività di volo. Una volta al mese rientro in Italia per alcuni giorni, quando libero dal servizio, per ricongiungermi al nucleo famigliare.
Vorrei evitare di iscrivermi all'AIRE poiché perderei l'assistenza sanitaria in Italia e non usufruirei di nessuno dei servizi dell'AIRE
Grazie per l'aiuto!

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9706/2014 [risposta a pagamento]

L’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.) è stata istituita con legge 27 ottobre 1988, n. 470 ed è gestita dai Comuni sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dalle Rappresentanze consolari all’estero.

Iscriversi all'AIRE è un obbligo prescritto dalla legge per i cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore ai dodici mesi. Si tratta di un dovere civico, che comporta la possibilità di esercitare con regolarità il diritto di voto e di ottenere certificati dal comune di iscrizione e dal consolato di residenza. Di regola l'iscrizione avviene su base volontaria, a seguito di dichiarazione resa dall’interessato all’Ufficio consolare competente per territorio entro 90 giorni dal trasferimento della residenza. Tuttavia, essa può anche essere effettuata d’ufficio, nel caso di cittadini che non abbiano presentato le dichiarazioni dovute, ma dei quali gli Uffici consolari competenti abbiano conoscenza, in base ai dati in loro possesso e agli accertamenti eseguiti.
Gli unici soggetti non tenuti ad iscriversi all’A.I.R.E. sono
- le persone che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore ad un anno;
- i lavoratori stagionali;
- i dipendenti di ruolo dello Stato in servizio all’estero, che siano notificati ai sensi delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche e sulle relazioni consolari rispettivamente del 1961 e del 1963;
- i militari italiani in servizio presso gli uffici e le strutture della NATO dislocate all’estero.

Nel caso di specie, è difficile ravvisare uno dei casi sopra elencati. Il frequente rientro in Italia non sembrerebbe connotare l'attività svolta nel Emirati Arabi come "stagionale": pertanto, l'iscrizione apparirebbe dovuta.
E, però, possibile interpretare la normativa sull'AIRE facendo ricorso al concetto di "residenza" di cui all'art. 43 c.c. Il D.P.R. n. 323 del 6 settembre 1989, all'art. 8, stabilisce che "Per immigrazione, ai sensi dell’art. 6 della legge, si intende la fissazione all’estero della dimora abituale".
Il codice civile, nel definire il concetto di residenza, utilizza proprio l'espressione "dimora abituale" della persona e la giurisprudenza, che in qualche occasione ha affrontato l'argomento, ha sancito che "la residenza di una persona è determinata dalla sua abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, ossia dall'elemento obiettivo della permanenza in quel luogo e dall'elemento soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rilevata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali" (T.A.R. Trento, 10.10.2012, n. 293).
Non si deve, quindi escludere che la residenza di chi si rechi all'estero per la maggior parte dell'anno resti in Italia, considerato inoltre che, nel caso di specie, la persona ha un profilo fiscale assolutamente regolare e rispettoso di tutte le normative nazionali ed internazionali.
Se venisse così configurata la fattispecie in esame, non risulterebbe obbligatoria l'iscrizione all'AIRE perché non verrebbe spostata la residenza, nel senso civilistico del termine.

Riguardo al timore espresso dall'utente di perdere l'assistenza sanitaria statale, è bene ricordare che ciò è certamente vero per quanto concerne, ad esempio, il medico di base e altri servizi come l'acquisto di medicinali.
Tuttavia, per gli iscritti AIRE è prevista un'assistenza sanitaria in Italia, in caso di rientro temporaneo, sebbene limitata alle sole prestazioni ospedaliere urgenti, per un periodo massimo di 90 giorni nell'anno solare.
In caso di necessità di cure più prolungate, è possibile ottenere la cancellazione dall'AIRE e la reiscrizione nell'anagrafe della popolazione residente, presentandosi nel comune di ultima residenza e dichiarando l'avvenuto rientro in Italia.
Va, però, tenuto in considerazione che la materia della sanità in Italia è di competenza regionale: quindi, è possibile che una regione conceda maggiore assistenza agli iscritti AIRE (ad esempio, il Veneto mantiene la piena assistenza sanitaria ai suoi ex residenti iscritti all'AIRE). Si consiglia quindi di informarsi presso la propria regione di residenza circa la normativa in vigore.

Tag: Domicilio, residenza, AIRE

Quesito n. 9700/2014 mercoledì 19 febbraio 2014

gianpaolo m. chiede

Ho avuto in eredità alla morte della mamma un appartamento, per usufruire dei benefici prima casa ho trasferito la residenza in Sardegna. Ora vorrei tenere il domicilio nell'abitazione dove ho la famiglia, il Comune mi concede per un solo anno l'iscrizione per il domicilio;è legalmente corretto,come mi devo comportare. Nel contempo ci sono ripercussioni sanitarie, scelta del medico-esami clinici-ed esami specialistici, (Sono un militare in congedo, invalido per servizio).
Grazie per la cortesia

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9700/2014 [risposta a pagamento]

Per i cittadini italiani l’iscrizione anagrafica per l’ottenimento della residenza in un Comune del territorio è regolata dalla Legge n. 1228/54 e dal D.P.R. n. 223/89, così come modificato dal D.P.R. n. 394/1999. All’art. 7, il Regolamento stabilisce che le iscrizioni anagrafiche vengano effettuate su istanza del soggetto interessato (o di chi ne esercita la potestà o la tutela, ad esempio in caso di minore) per: nascita; esistenza giudizialmente dichiarata; trasferimento di residenza da altro Comune o dall’estero; mancata iscrizione nell’anagrafe di alcun Comune.
Inoltre, nell’anagrafe della popolazione residente sono registrate le posizioni relative alle persone senza fissa dimora che hanno stabilito nel comune il proprio domicilio.

Ciascun cittadino ha l'obbligo di chiedere per sé e per le persone sulle quali esercita la potestà o la tutela l’iscrizione nell’Anagrafe del comune di dimora abituale (art. 2, primo comma, legge anagrafica).
Solo per le persone che non hanno una dimora abituale il legislatore ha introdotto una sorta di finzione giuridica, considerandole residenti nel comune ove hanno il domicilio, e in mancanza di questo, nel comune di nascita (art. 2, terzo comma, legge anagrafica). La persona senza fissa dimora è colui che non ha una dimora stabile ed effettiva per cause particolari, legate al suo status sociale (si pensi ai clochards) o allo svolgimento di una particolare attività lavorativa (ad es. i giostrai). Si tratta quindi di casi minoritari.

Va precisato che la persona può avere la residenza presso un certo comune ma il domicilio in un altro. Il domicilio, che ai sensi dell'art. 43 c.c. è il luogo in cui la persona fissa la sede principale dei propri affari ed interessi, non è tuttavia riconosciuto a livello amministrativo se non, come appena precisato, per le persone senza fissa dimora.

Pertanto, nel caso di specie, è ben possibile mantenere la residenza anagrafica (anche se a rigore questa dovrebbe comunque corrispondere alla dimora abituale della persona) in un luogo e il domicilio in un altro. La fissazione del domicilio, però, non può essere "chiesta" presso il Comune diverso da quello in cui si ha la residenza anagrafica e quindi il Comune può rifiutare una domanda di tal specie.

Chi è domiciliato in un luogo e formalmente residente in un altro non potrà conseguentemente pretendere che i diritti/doveri legati al luogo della residenza siano invece legati al domicilio. Ad esempio, il diritto di voto può essere esercitato solo nel luogo di residenza anagrafica.

Per quanto concerne l'assistenza sanitaria, invece, di regola le ASL consentono a tutti i cittadini italiani residenti in altre Regioni ma iscritti al SSN il diritto ad avere tutte le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie classificate nei Livelli Essenziali di Assistenza. Le singole prestazioni ed i costi devono essere verificati presso l'ASL competente del luogo in cui la persona è domiciliata.

Anche il medico di base può essere scelto in una località diversa dalla propria residenza anagrafica, se si permane per motivi di lavoro, studio o malattia in altro luogo per un periodo superiore a tre mesi; ma tale indicazione non può durare più di un anno, salvo il caso in cui esistano motivi di proroga. Poiché nel caso di specie sussiste anche una invalidità di servizio, si suggerisce di prendere contatto con l'ASL competente per il luogo in cui la persona abita (diverso dal luogo della residenza), chiedendo informazioni sulla normativa vigente in quella specifica regione.

Tag: Domicilio, residenza

Quesito n. 9445/2014 domenica 12 gennaio 2014

MARIO chiede

Salve. Sono sposato in regime di separazione dei beni. Con la mia famiglia,abbiamo una figlia minorenne, fino al 30 giugno abbiamo vissuto nell'appartamento di mia proprietà a Roma. Avendo acquistato un altro appartamento dove siamo andati ad abitare, sempre a Roma,intestato a mia moglie,posso avere la residenza nell'appartamento mio, dato regolarmente in affitto con contratto in deroga a studenti stranieri, per non perdere i benefici di prima casa?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9445/2014 [risposta a pagamento]

La nota II-bis) dell'art. 1 della Tariffa, Parte Prima, del D.P.R. 26 aprile 1986 n. 131, dispone che per beneficiare delle agevolazioni fiscali previste per l'acquisto della cosiddetta "prima casa", che incidono sull'imposta di registro, sulle imposte ipotecaria e catastale, e sull'Iva, l'immobile oggetto di compera deve essere situato nel comune in cui l'acquirente già risieda o stabilisca la propria residenza entro il termine di 18 mesi dall'acquisto.

La successiva decadenza dai benefici fiscali è prevista solo in questi casi:
- all'atto dell'acquisto non sussistevano i requisiti richiesti dalla legge, con conseguente falsità della dichiarazione resa;
- l'acquirente abbia trasferito entro cinque anni dalla data dell'acquisto - a qualsiasi titolo, per atto inter vivos - il bene acquistato: tranne, però, nel caso in cui sia seguito entro un anno un nuovo acquisto avente ad oggetto un'altra casa di abitazione non di lusso in presenza delle condizioni agevolative;
- l'acquirente non trasferisce la propria residenza nel Comune in cui è situato l'immobile entro 18 mesi dall'acquisto.

La normativa non sanziona espressamente il trasferimento di residenza con la decadenza dai benefici "prima casa": questo è un primo dato letterale importante a favore della tesi per cui sarebbe irrilevante il trasferimento della residenza avvenuto in un momento successivo alla compravendita.

Inoltre, risulta pacifico che per fruire delle agevolazioni "prima casa" non sia necessario che l'immobile acquistato venga destinato ad abitazione propria e/o dei familiari: può essere acquistata con le agevolazioni fiscali anche un immobile da affittare dopo l'acquisto (circolari n. 38 del 12.8.2005, n. 19/E del 1.3.2001 e n. 1/E del 2.3.1994).

L'interpretazione attualmente dominante (anche se l'Agenzia delle Entrate non ha ancora assunto una esplicita presa di posizione in punto di durata necessaria della residenza anagrafica presso la "prima casa" per un determinato periodo di tempo) è nel senso che risulti rilevante esclusivamente il fatto che chi ha acquistato in agevolazione avesse la propria residenza nel comune ove è situato l'immobile al momento della compravendita oppure ve l'abbia trasferita entro 18 mesi; al contrario, sarebbe irrilevante che l'abbia trasferita dopo il rogito notarile.

Nel caso di specie, se anche il marito trasferisse la residenza presso la nuova abitazione di proprietà della moglie, trovandosi peraltro questa nello stesso territorio comunale di Roma, non vi sarebbe decadenza dai benefici fiscali "prima casa".

Tuttavia, quanto detto non vale per l'agevolazione sugli interessi passivi del mutuo: in questo caso locare l'immobile comporta la perdita del vantaggio, perché la normativa sancisce espressamente che l'acquirente deve adibire l'immobile per il quale ha richiesto il mutuo a propria abitazione principale entro 12 mesi dall'acquisto, e poi per tutto il periodo in cui usufruirà del beneficio.

Qualora il marito decidesse, invece, di mantenere la residenza presso la casa di sua proprietà, sorgerebbero problematiche fiscali di altro tipo, scaturenti dal fatto che venga mantenuta la residenza presso un immobile che è locato ad altre persone (in questo caso, studenti). Per questioni di tali natura, si consiglia di rivolgersi ad un commercialista.

Tag: residenza, agevolazioni prima casa

Quesito n. 7788/2013 giovedì 28 marzo 2013

Antonio Piras chiede

il 6 febbraio 2013 mio fratello che ospitavo per ragioni umanitarie ha chiesto e ottenuto la residenza presso la mia residenza e nello stesso istante lo hanno incluso nel mio nucleo familiare dove io risultavo capo famiglia in quanto unico residente, nonostante le mie opposizioni sia scritte che verbali gli veniva concessa la residenza e l'appartenenza al mio nucleo familiare con conseguente disagio e rischio per i miei beni in quanto lui è debitore con il fisco per diverse decine di migliaia di euro. Adesso chiedo se tutto questo è lecito e cosa dovrei fare affinché venga cancellato dal mio stato di famiglia.
Grazie e saluti.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7788/2013 [risposta a pagamento]

In merito al quesito proposto, appare opportuno definire il nucleo familiare quale insieme delle persone che abitano sotto lo stesso tetto o che sono a carico, ai fini IRPEF, di una stessa persona. Oltre al nucleo familiare tradizionale, composto da moglie, marito ed eventuali figli, può darsi anche il caso di un nucleo "allargato", in cui possono rientrare anche persone che non hanno legami di parentela ma che vivono stabilmente insieme o che comunque possiedono una serie di requisiti stabiliti dalla legge. Inoltre, appartengono allo stesso nucleo familiare tutte le persone presenti nello stato di famiglia anagrafico, dove per stato di famiglia s'intende l’attestazione riguardante la composizione della famiglia anagrafica, cioè dell’insieme di persone unite dal vincolo della parentela, coniugio, affinità, adozione o che per motivi affettivi instaurano una stabile convivenza. Quindi lo stato di famiglia viene a rappresentare il certificato che viene utilizzato per attestare la composizione della famiglia anagrafica.
Le attestazioni riguardanti sia lo stato di famiglia che il nucleo familiare possono essere richieste al proprio comune di residenza. Inoltre, si precisa che ai sensi del D.P.R. n. 445 del 28.12.2000, dal 7 marzo 2001 le amministrazioni pubbliche e i gestori dei servizi pubblici non possono più chiedere ai cittadini i certificati per i quali è possibile produrre solo un’autocertificazione. Pertanto, sono gli stessi cittadini che, in base alle loro autocertificazioni, dichiarano di trovarsi nello stato di famiglia e di appartenere ad un unico e determinato nucleo familiare.
Fatte queste dovute premesse, si evince dal caso di specie che il fratello ha chiesto ed ottenuto di essere inserito nello stato di famiglia e nel nucleo familiare, in ragione del fatto che i dipendenti comunali possono procedere a rilasciare il certificato di residenza, quello di stato di famiglia e di nucleo familiare solo previa richiesta degli interessati. Infatti, una volta presentata la richiesta all’ufficio comunale competente la polizia municipale si reca presso l’abitazione indicata al fine di verificare se effettivamente il richiedente dimora nel luogo indicato.
La correttezza della procedura seguita dall’ufficio comunale competente può essere vagliata con il c.d. accesso agli atti del procedimento di iscrizione anagrafica che può essere consigliato in tal caso.
Inoltre, un ulteriore strumento da utilizzare nella sola ipotesi in cui il fratello richiedente abbia dichiarato il falso, ovvero nel caso in cui non sia residente stabilmente presso l’abitazione dichiarata, sarebbe quello della proposizione di una denuncia-querela perché la persona ha attestato il falso, chiedendo all’ufficio comunale di competenza che la stessa non risulti più residente (e quindi nello stato di famiglia) nel luogo indicato nella falsa dichiarazione.
Infine, per ciò che concerne i debiti contratti dal fratello sarà lui l’unico soggetto a rispondere degli stessi con il proprio patrimonio. L’unico inconveniente potrebbe sorgere nel caso in cui questo soggetto, risultante residente presso l’abitazione in questione, venisse colpito dalla procedura di pignoramento mobiliare. Infatti, in tale ipotesi vengono attratte al pignoramento le cose mobili che si trovano presso l’abitazione del debitore in ragione della presunzione che siano di sua appartenenza. Pertanto, sarà onere del proprietario dimostrare che quei beni sono di sua proprietà e non del debitore (esibizione di fatture, documenti di acquisto in generale, atti di donazione, atti di aggiudicazione d'asta, etc.).

Tag: residenza, stato di famiglia, nucleo familiare

Quesito n. 6932/2012 venerdì 2 novembre 2012

Gustavo chiede

Buongiorno, avrei una domanda da porre, sono in fase di separazione da mia moglie, ovviamente dovrò lasciare la casa conuigale, avendo un minore, il sottoscritto tra l'altro ha perso il lavoro, quindi senza possibilità di affittare nemmemo una stanza in condivisione
La domanda:
Mi è stato proposto da un amico una sistemazione temporanea nel suo alloggio, ma dove posso trasferire la residenza e domicilio, se questa sistemazione sarà del tutto provvisoria? sono per forza obbligato ad avere una residenza?
Grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 6932/2012 [risposta gratuita]

La residenza è una situazione di fatto che implica l'effettiva e abituale presenza del soggetto in un dato luogo. La residenza può essere scelta e mutata liberamente, ma il trasferimento deve essere denunciato nei modi prescritti dalla legge. A differenza della residenza, il domicilio, secondo il disposto dell'art. 43 del c.c. è il luogo ove il soggetto stabilisce la sede principale dei propri affari ed interessi. Esso implica una valutazione che non riguarda la sfera fisica della persona, ma quella "economico sociale". La caratteristica particolare del domicilio, inoltre, è quella di poter essere eletto presso terze persone preposte a ricevere comunicazioni in nome e per conto del domiciliante. Il nostro ordinamento non prevede un obbligo di residenza, tuttavia, data l'imminente separazione dell'utente con la moglie, sarebbe consigliabile che venisse ufficializzato il fatto che i coniugi non vivono più sotto lo stesso tetto, alla luce del venir meno dell'affectio coniugalis, elemento necessario per il mantenimento del vincolo coniugale.

Tag: Domicilio, Separazione legale, residenza

Quesito n. 6917/2012 lunedì 29 ottobre 2012

PASQUALE chiede

Buongiorno, ho preso in affitto una casa in montagna ed ho trasferito lì la mia residenza, mentre il domicilio rimane nella vecchia casa di città dove lavoro e vivo la maggior parte della settimana. Mi chiedo se ciò è lecito ed in caso contrario quali posso essere le conseguenze? Grazie.

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redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 6917/2012 [risposta gratuita]

L'ordinamento giuridico prende in considerazione il luogo dove la persona vive e svolge la propria attività.
L'art. 43 del c.c. disciplina il domicilio e la residenza di una persona fisica, definendo il primo come il luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi, mentre la residenza viene intesa quale luogo in cui la persona ha la sua dimora abituale.
Il domicilio normalmente coincide con la residenza, tuttavia può anche non coincidere: ad esempio è possibile che due coniugi abbiano la stessa residenza nel luogo in cui è situata l'abitazione familiare, mentre domicili diversi nei luoghi in cui svolgono rispettivamente la loro attività professionale.
Pertanto, una persona può liberamente scegliere di fissare il domicilio e la residenza in due luoghi distinti in base alle sue esigenze lavorative e di vita, dovendo attenersi alle sole prescrizioni legislative previste per eleggere il domicilio o stabilire la propria residenza.

Tag: Domicilio, residenza, sede persona fisica

Quesito n. 6809/2012 giovedì 18 ottobre 2012

ronaldo chiede

Buongiorno. Sono proprietario di una casa, dentro la quale (purtroppo) risiede un mio parente a nessun titolo. (Non è in affitto, non ha diritto ad usufrutto....ma ha la residenza ormai da 30 anni in quanto ci viveva con mia suocera la quale aveva diritto ad ausuffrutto fino che era in vita. Mia suocera è morta ormai da un anno, ma questo parente non vuole liberare l'appartamento. Prima di tutto le chiedo che diritti ha e/o come posso "sbatterlo fuori", ma soprattutto chi deve pagare l'IMU (che per me sarebbe seconda casa? Grazie dell'aiuto

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 6809/2012 [risposta gratuita]

Il nostro ordinamento disciplina i casi in cui un bene si trovi ad avere un possessore non proprietario e un proprietario non possessore. Al protrarsi di questa situazione la legge ricollega una specifica conseguenza: il proprietario perde il diritto di proprietà sulla cosa e il possessore lo acquista. Si tratta in tal caso dell'usucapione, prevista e disciplinata dall'art. 1158 del c.c., il quale prevede che l'usucapione sia il modo di acquisizione della proprietà a seguito del possesso pacifico, non violento e ininterrotto di un bene immobile o mobile per un periodo temporale di almeno 20 anni. Trascorso questo periodo il giudice adito accerta l'intervenuta usucapione, l'effettivo possesso del bene e decreta il passaggio della proprietà.

Per avere usucapione è irrilevante che il possesso sia di buona o male fede. Questa circostanza può influire solo sulla durata del possesso necessario per l'usucapione. Occorre, però, che il possesso sia goduto alla luce del sole. Se il possesso è stato conseguito con violenza o in modo clandestino il tempo per usucapire comincia a decorrere solo da quando sia cessata la violenza o la clandestinità.

Qualora sussistessero tutti i requisiti suesposti, il diritto di proprietà sarebbe acquisito per usucapione. In assenza, però, di una sentenza che dichiari l'intervenuta usucapione, il pagamento dell'IMU spetterebbe ancora al proprietario. Appare tuttavia evidente che, qualora l'IMU venisse pagata direttamente dal parente possessore dell'immobile, questo andrebbe a sostegno dell'usucapione e ne agevolerebbe la prova in sede di giudizio.

Tag: Usucapione, lastrici solari proprietà esclusiva, chiamato all'eredità che è nel possesso dei beni

Quesito n. 6643/2012 lunedì 1 ottobre 2012

Angela chiede

Salve,
sono separata non divorziata residente nella casa di mia proprietà con mutuo che gode delle agevolazioni prima casa. Attualmente convivo a casa del mio nuovo compagno nello stesso comune (anche per lui prima casa). Lavoro in un'azienda privata la quale come documento attestante la "convivenza di fatto" mi chiede lo stato di famiglia. Il problema è che per non perdere le agevolazioni sul mutuo prima casa non posso trasferire la residenza da lui e quindi non possiamo risultare nello stesso stato di famiglia. Vorrei sapere se per essere conviventi secondo la famiglia di fatto bisogna essere obbligatoriamente residenti nella stessa casa e se cambiando residenza uno dei due perde obbligatoriamente le agevolazioni fiscali sulla prima casa (in particolare al detrazione degli interessi sul mutuo)

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 6643/2012 [risposta a pagamento]

In relazione alla problematica da Lei sottopostaci, appare opportuno sottolineare che, per beneficiare delle agevolazioni fiscali previste per l'acquisto della "prima casa" (con riferimento all'imposta di registro, imposte ipotecaria e catastale, Iva), la nota II-bis) dell'art. 1 della Tariffa, Parte Prima, del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 dispone, tra l'altro, che l'immobile deve essere situato nel Comune in cui l'acquirente abbia o stabilisca, entro diciotto mesi dall'acquisto, la propria residenza; aspetto questo che dal tenore del quesito sembrerebbe sussistere.

La decadenza dai benefici fiscali viene comminata nelle seguenti ipotesi:

- in caso di mancata sussistenza, all'atto dell'acquisto, dei requisiti richiesti dalla legge, con conseguente falsità della dichiarazione resa;

- se l'acquirente trasferisce, entro cinque anni dalla data dell'acquisto, a qualsiasi titolo, per atto inter vivos, il bene acquistato (a meno che non acquisti entro un anno un'altra casa di abitazione non di lusso in presenza delle condizioni "agevolative");

- se l'acquirente non trasferisce la propria residenza nel Comune in cui è situato l'immobile, entro diciotto mesi dall'acquisto.

In tutti questi casi, la decadenza dall'agevolazione comporta il recupero della differenza dell'imposta non versata e degli interessi, oltre all'applicazione di una sanzione pari al 30% dell'imposta stessa.

Non è, invece, chiarito se e quanto debba essere mantenuta la residenza nel Comune del luogo in cui è sito l'immobile. Non è, dunque, prevista espressamente alcuna decadenza dall'agevolazione in caso di trasferimento in un altro comune, con cambio di residenza.
Alcuni autori, anche a seguito della recente sentenza della Corte di Cassazione n. 1392 del 26 gennaio 2010, ritengono che, nell'ipotesi suindicata, il contribuente non decada dalle agevolazioni fiscali. Tale assunto trova implicita conferma nelle seguenti considerazioni: per l'acquisto della prima casa, infatti, tra le condizioni richieste per poter fruire dell'aliquota agevolata, è previsto che il contribuente dichiari di non essere titolare di altra abitazione su tutto il territorio nazionale, acquistata dallo stesso soggetto con le agevolazioni recate per la prima casa dalla normativa passata e vigente.
La norma, in definitiva, intenderebbe evitare il cumulo di agevolazioni fiscali assumendo, evidentemente, come presupposto il fatto che il trasferimento di residenza di cui trattasi non comporta la decadenza dal beneficio.
Sono senz'altro da considerarsi come ricompresi nei benefici fiscali anche gli interessi sull'eventuale mutuo prima casa.
All'opposto, se fosse prevista la decadenza dal beneficio in caso di cambio di residenza, la previsione legislativa da ultimo citata risulterebbe priva di ratio.
A nostro parere tale orientamento può essere ritenuto un valido elemento di difesa in sede di ipotetico accertamento, da parte del fisco, delle cause di decadenza delle agevolazioni prima casa.


Per ciò che concerne la "famiglia di fatto", nel linguaggio giuridico sociologico contemporaneo la famiglia di fatto (o famiglia naturale) è quella costituita da persone di sesso diverso, che convivono more uxorio pur non avendo contratto il vincolo matrimoniale. Secondo la costante giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, affinchè sussista la c.d. "famiglia di fatto" non è sufficiente la semplice coabitazione, dovendosi fare riferimento ad una situazione interpersonale di natura affettiva, con carattere di tendenziale stabilità e con un minimo di durata temporale che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale. Detto questo, quindi, quando due persone abitano insieme, pur avendo residenze anagrafiche diverse, sicuramente coabitano, ma, per essere considerati "famiglia di fatto" occorre qualcosa in più: occorre che i due partner si comportino come marito e moglie. Ad ogni modo, la residenza anagrafica non ha niente a che fare con il concetto di convivenza o famiglia di fatto.

Quesito n. 4867/2012 domenica 15 gennaio 2012

Giuseppe chiede

Domenica 15 gennaio 2012
Salve
Mia Madre vive attualmente in una RSA, la casa dove abitava prima non era in affitto. In questo caso visto che la precedente abitazione deve essere abbandonata, dove potrà essere trasferita la sua residenza.
Grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 4867/2012 [risposta gratuita]

La residenza è determinata dall'abituale volontaria dimora di una persona in un dato luogo, sicchè concorrono ad instaurare tale relazione, giuridicamente rilevante, sia il fatto oggettivo della permanenza in quel luogo, sia l'elemento soggettivo della volontà di rimanervi.

La signora anziana, dunque, qualora sussistessero tali presupposti, potrà trasferire la residenza presso la casa di riposo ove ormai dimora abitualmente.

Tag: residenza

Quesito n. 2450/2011 giovedì 17 febbraio 2011

Stefania chiede

Buongiorno
Il mio quesito è questo: sono il locatore di un locale ad uso commerciale; a mia insaputa la locataria circa un anno fa ha trasferito la sua residenza all'indirizzo di suddetto locale.Mi chiedo se legalmente sia una cosa consentita, considerando il fatto che il locale è a solo ed esclusivo uso commerciale. Questo può essere motivo di rescissione del contratto?
Grazie in anticipo per la cortese risposta.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 2450/2011 [risposta gratuita]

Il cambio di destinazione da uso commerciale a uso abitativo di unità immobiliare deve, dal punto di vista amministrativo, deve essere richiesta al Comune in accordo con le norme in materia di edilizia ed urbanistica.

L'art. 80 della legge 392 del 1978 stabilisce che se il conduttore adibisce l'immobile ad un uso diverso da quello pattuito, il locatore può chiedere la risoluzione del contratto entro tre mesi dal momento in cui ne ha avuto conoscenza e comunque entro un anno dal mutamento di destinazione.
Qui, però, deve intendersi come destinazione reale, effettiva. Il conduttore vive stabilmente dentro ai locali e li utilizza come sua abitazione principale, in modo stabile e duraturo.

La diversa destinazione dell'immobile è quella che si realizza in concreto con l’effettivo diverso uso della cosa locata, sicché è solo da tale momento che inizia a decorrere il termine perentorio per chiedere la risoluzione del contratto, non essendo rilevante la semplice conoscenza della sola intenzione del conduttore e neppure la mera fissazione della residenza anagrafica presso i locali condotti in locazione.


Quesito n. 1721/2010 giovedì 2 dicembre 2010

Elena chiede

Buongiorno,
io ho la residenza in una città con mio nonno. Per motivi personali mio nonno ha spostato il proprio domicilio presso un'altra città. Lo spostamento di domicilio ha 2 motivazioni: avvicinamento della moglie (nonna) e ragioni lavorative. Poichè io devo presentare l'attestazione ISEE per la richiesta di borsa di studio universitaria, quale devo considerare come nucleo familiare? Faccio presente che io e mio nonno abbiamo la stessa residenza, mentre mia nonna ha la residenza in un'altra città, presso la quale mio nonno ha assunto domicilio fiscale.
Ringrazio anticipatamente per la Vostra cortese risposta.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 1721/2010 [risposta gratuita]

La residenza è il luogo in cui si ha la dimora abituale, cioè il luogo in cui di solito è fissata la propria abitazione; il domicilio è il “luogo in cui una persona stabilisce la sede principale dei suoi affari e interessi” (art. 43 del c.c.). Possono non coincidere e come accade di frequente è possibile avere la residenza in un Comune e abitare in un Comune diverso: tipico è il caso dello studente universitario che mantiene la residenza nella casa dei genitori, ma vive tutta la settimana in una città diversa.
Altra cosa è il domicilio fiscale, cioè il posto in cui si è scelto di pagare le tasse: si può avere un domicilio fiscale in un Comune diverso da quello dove si ha il domicilio o la residenza.

La famiglia anagrafica è l’insieme delle persone che vivono stabilmente nella medesima abitazione ed è quindi una cosa diversa dalla “famiglia” come la si intende nel linguaggio comune. Per lo Stato italiano la “famiglia anagrafica” è un gruppo di persone legate da vincoli di matrimonio, di parentela, di adozione o di tutela, ma anche, semplicemente, un insieme di persone legate da vincoli di affinità o di affetto, che coabitino o abbiano dimora abituale (cioè residenza) nello stesso Comune. Una famiglia anagrafica può essere costituita anche da più nuclei famigliari. Il nucleo famigliare, invece, è la famiglia così come comunemente la si intende, e cioè quell’insieme di persone costituito da genitori e figli.

L’I.S.E.E. (Indicatore della situazione economica equivalente), è uno strumento che permette di misurare la condizione economica delle famiglie nella Repubblica Italiana, in quanto indicatore che tiene conto di reddito, patrimonio (mobiliare ed immobiliare) e delle caratteristiche di un nucleo familiare (per numerosità e tipologia). Il termine, usato indifferentemente, sembra quindi indicare un'unità sociologica che vive nello stesso alloggio, oltre che una famiglia tradizionale o una persona fisica che vive sola.

Quesito n. 1694/2010 lunedì 29 novembre 2010

Graziano chiede

Ho acquistato un'immobile come prima casa, ho cercato di avere la residenza: nessun problema per il comune dove risiede l'immobile, mentre mi è stata negato il trasferimento dal comune dove tutt'ora risiedo e lavoro. E' un comportamento lecito?
Posso avere una residenza dove ho acquistato casa ed avere un domicilio nel comune dove lavoro,se pur distanti fra loro? Tanto più che l'abitazione dove attualmente vivo è all'interno dell'azienda per cui lavoro.
Grazie.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 1694/2010 [risposta gratuita]

Quanto alla prima questione, il rigetto della richiesta di trasferimento di residenza può derivare presumibilmente dal fatto che l'agente di polizia locale, incaricato di accertare l'effettiva presenza nell'immobile indicato come nuova residenza, non vi abbia trovato il soggetto istante, in occasione di più sopralluoghi, e neppure sia riuscito a dedurre la situazione dichiarata da altre circostanze (i vicini dichiarano di non conoscerlo, non ci sono nomi sul campanello, ...). Ai sensi dell'art. 10 bis della l. 7 agosto 1990, n. 241, l'amministrazione che ritenga di non poter accogliere un'istanza, è tenuta ad informare gli interessati, prima della formale conclusione del procedimento con l'adozione del provvedimento negativo. La comunicazione viene effettuata per consentire agli interessati di presentare eventuali osservazioni e documenti dei quali l'amministrazione dovrà tenere conto ai fini della decisione finale: laddove l'amministrazione confermasse definitivamente il rigetto dell'istanza, dovrà dar conto delle motivazioni per cui non ha ritenuto di accogliere le ulteriori osservazioni della controparte.
Ricevuta la predetta comunicazione dal Comune, quindi, si avrà modo di dar prova della reale residenza, contestando le presunzioni dell'agente di polizia.

La seconda questione impone una breve descrizione degli istituti della residenza e del domicilio.
La residenza risulta dal fatto che la persona ha abituale dimora in un dato luogo, con stabilità duratura (non necessariamente perpetua), con volontà di fissarvi la propria abitazione (art. 43 del c.c.). Il domicilio non è un quid facti, come la residenza, bensì un quid iuris: è il luogo in cui una persona ha stabilito ("eletto") la sede principale dei propri affari o interessi.
Nel domicilio non è necessaria la presenza, quindi si potrà stabilire la propria residenza in un luogo diverso.

Quesito n. 1243/2010 martedì 12 ottobre 2010

tiziana chiede

quali sono i diritti di una persona che va ad abitare sull'immobile di un altro soggetto portando li la sua residenza?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 1243/2010 [risposta gratuita]

Dal mero fatto di trasferire la residenza presso un immobile che è proprietà di una terza persona non nasce alcun diritto particolare.

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