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Articolo 143 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Diritti e doveri reciproci dei coniugi

Dispositivo dell'art. 143 Codice civile

Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri [151, 160, 316; 29, 30 Cost.].
Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale [146], alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione [107, 146; 570 c.p.] (1).
Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze (2) e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo (3), a contribuire ai bisogni della famiglia [146, 186, 193] (4).

Note

(1) Il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti ed assumono i medesimi obblighi.
I doveri elencati per un coniuge nel presente articolo diventano diritti per l'altro: così, la fedeltà è l'astenersi reciprocamente da relazioni sentimentali con altri soggetti; l'assistenza reciproca implica il soddisfacimento materiale e morale delle esigenze del coniuge; la coabitazione è la convivenza durevole presso la stessa residenza (e non presso il domicilio, che - secondo quanto detto sub art. 43 del c.c. - ha una connotazione relativa maggiormente alla professione, agli affari ed agli interessi del soggetto).
(2) Il contributo del coniuge è da intendersi in senso ampio, comprensivo tanto dei redditi guadagnati, quanto del patrimonio costituito, conservato e via via accumulato.
(3) La capacità di lavoro è da intendersi in senso solidaristico nell'ottica della pari contribuzione per i bisogni comuni, in maniera reciproca e non determinabile inizialmente; così andranno parificati il lavoro professionale ed il lavoro casalingo di chi, pur non producendo direttamente il reddito, provveda a tutte la faccende domestiche.
(4) La contribuzione è sempre nell'interesse collettivo della famiglia, e non esclusivo dell'altro coniuge, cui invece si riferisce il reciproco mantenimento; si è parlato infatti (Falzea, Trabucchi) di "consorzio familiare" come riflesso del nuovo regime comunitario della famiglia, in contrapposizione con la precedente impostazione che vedeva una autorità (il capofamiglia, appunto) che comandava e provvedeva.

Brocardi

Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 143 Codice civile

Cass. n. 6276/2005

Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge — poichè, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell'equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner — configura e integra violazione dell'inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall'art.143 c.c., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale. Tale volontario comportamento sfugge, pertanto, ad ogni giudizio di comparazione, non potendo in alcun modo essere giustificato come reazione o ritorsione nei confronti del partner e legittima pienamente l'addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l'esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato.

Cass. n. 5866/1995

Nel caso in cui un coniuge consegni all'altro una somma di denaro e quest'ultimo la utilizzi per opere di miglioramento della casa coniugale, di sua proprietà, deve presumersi, in mancanza di prova contraria, che la consegna sia stata effettuata in adempimento dell'obbligo di contribuzione di cui all'art. 143 c.c. Tuttavia, essendo stata la somma impiegata in modo da comportare anche l'arricchimento esclusivo del coniuge accipiente, questi è tenuto ad indennizzare l'altro del vantaggio conseguito. (Nella specie, la corte di merito aveva attribuito un'indennità ex art. 1150 c.c.).

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 143 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Patrizia G. chiede
domenica 24/09/2017 - Piemonte
“Buon giorno io sono disabile al 100% e mio marito anche, dato che la nostra situazione e' diventata insostenibile e le malattie aiutano ad aggravare il problema lui mi ha parlato di un eventuale divorzio. I sono in mobilita' fino a fine anno e lui andra' in pensione sempre a fine 2017
Mi chiedo ,dato che ho ancora una mamma e un fratello, mi chiedevo chi "dovrebbe occuparsi del mio "benessere" e cosa posso chiedere in fase di separazione oiku abbiamo la separazione dei beni e ci siamo sposati in comune nel2002
Grazie”
Consulenza legale i 27/09/2017
Va, innanzitutto, precisato che, prima di poter chiedere il divorzio, lei e suo marito dovrete procedere a chiedere la "separazione personale".

In proposito, si aprono due scenari:

a) "separazione consensuale": lei e suo marito potete presentare un ricorso per "separazione consensuale", nel quale indicherete al Giudice le condizioni alle quali avete deciso di separarvi (compreso l'eventuale accordo circa la corresponsione di un assegno di mantenimento). Il Giudice, in tal caso, già dopo la prima udienza (nella quale sentirà entrambi i coniugi, al fine di assodare la loro volontà di separarsi e l'impossibilità di una riconciliazione), procederà ad "omologare" la vostra separazione e, dopo 6 mesi dalla prima udienza, potrete presentare "ricorso per la cessazione degli effetti civili del matrimonio" (divorzio).

In sede di "separazione consensuale" lei e suo marito potrete accordarvi per la corresponsione, in suo favore, di un assegno mensile di mantenimento, che dovrà essere proporizionato alle vostre rispettive condizioni economiche e reddituali.

b) "separazione giudiziale": laddove lei e suo marito non riusciate a raggiungere un accordo circa le condizioni di separazione, uno dei due potrà comunque presentare un ricorso per "separazione giudiziale".

In questo caso, la procedura sarà più lunga e complessa: uno dei coniugi potrà chiedere che il Giudice ponga a carico dell'altro la corresponsione di un assegno mensile a titolo di contributo nel mantenimento e il Giudice, al fine di valutare se accogliere tale domanda e di determinare l'ammontare dell'assegno, procederà ad esaminare la situazione economica e reddituale dei coniugi (dovrete, infatti, depositare le dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni).

All'esito del procedimento, il Giudice emetterà una vera e propria sentenza, nella quale disporrà la separazione dei coniugi e indicherà tutte le condizioni alle quali la separazione è sottoposta (compreso l'eventuale obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento).

In caso di separazione giudiziale, potrete procedere a chiedere il divorzio dopo 1 anno dalla notifica del ricorso per separazione giudiziale.


Diversa è la questione per quanto riguarda eventuali obblighi degli altri suoi famigliari di contribuire al suo "benessere".

In proposito, viene in rilievo l'art. 433 c.c., il quale individua le persone obbligate a prestare gli "alimenti" in favore di un famigliare che si trovi in stato di bisogno.

La disposizione citata prevede, infatti, che siano obbligate agli alimenti, nell'ordine:
- il coniuge
- i figli
- i genitori
- i generi e le nuore
- i suoceri
- i fratelli e le sorelle

L'alimentando, dunque, dovrà rivolgersi, in primis, al coniuge e, in mancanza di esso, potrà rivolgersi agli altri soggetti indicati dalla norma e nell'ordine da questa stabilito (quindi, prima di rivolgersi al genitore, l'alimentando dovrà rivolgersi ai figli, e via dicendo).

Va precisato, peraltro, che l'obbligo alimentare sussiste in capo al coniuge finchè il matrimonio può dirsi sussistente e, dunque, anche in caso di separazione (va osservato, infatti, che il matrimonio cessa, dal punto di vista civilistico, solo con la pronuncia di divorzio). Con la separazione, vengono meno alcuni obblighi (ad esempio, quello di fedeltà e di coabitazione) ma il vincolo coniugale continua ad esistere.

Per rispondere ai suoi quesiti, dunque, lei può valutare di:
- accordarsi con suo marito circa le condizioni di separazione, concordando la corresponsione di un assegno mensile di mantenimento. In questo caso, potrete presentare un ricorso per separazione consensuale e, dopo soli sei mesi dalla prima udienza, potrete chiedere il divorzio;
- presentare domanda di separazione personale "giudiziale", chiedendo al giudice di porre a carico del coniuge un assegno di mantenimento, in ragione del vostro divario reddituale;
- laddove si trovasse in "stato di bisogno", potrebbe chiedere al coniuge di versarle gli "alimenti", sulla base di quanto stabilito dall'art. 433 c.c.




Gianfranco F. chiede
sabato 17/06/2017 - Lazio
“Buongiorno,<br />
con la sentenza citata in questo articolo, e diciamo innovativa, potrebbe essere rimessa in discussione una vecchia separazione consensuale del 1997?:<br />
http://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/niente-addebito-prova-moglie-tradito-marito-prima-della-domanda/1141.html”
Consulenza legale i 20/06/2017
Va preliminarmente detto che le condizioni contenute negli accordi di separazione consensuale omologati dal Giudice sono sempre suscettibili di modifica. Normalmente, ciò avviene al verificarsi di eventi sopravvenuti, cioè successivi al alla data del provvedimento di omologa, andando ad incidere sull'equilibrio negoziale eventualmente già raggiunto dai coniugi.

La modifica può essere effettuata a mezzo di accordo stragiudiziale tra i coniugi oppure con ricorso congiunto al Giudice; se però non si raggiunge l’intesa, il coniuge interessato alla modifica dovrà proporre un ricorso giudiziale (art. 710 del codice di procedura civile).

Ora, tornando al quesito, parrebbe di capire che nel caso di specie il Giudice avesse addebitato la separazione a motivo di un infedeltà successiva alla domanda di separazione stessa e si chiede ora se, in forza della sentenza in commento, sia possibile far rivedere la decisione dal Giudice e “togliere” l’addebito.

Ricordiamo che le conseguenze di quest’ultimo sono di tipo economico/patrimoniale: il coniuge cui è stata addebitata la separazione perde il diritto all'assegno di mantenimento, conservando solo il diritto agli alimenti, laddove ne sussistano i presupposti.

Inoltre, il soggetto contro il quale è stata pronunciata una separazione per colpa, perde i diritti successori nei confronti dell'ex coniuge (salvo il diritto, se già godeva degli alimenti legali a carico del defunto, ad un assegno vitalizio in eguale misura da porsi a carico dell'eredità).

Al contrario il coniuge cui non è stata addebitata la separazione gode degli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Tornando dunque al quesito, per dare una risposta occorre tenere ben presente il principio di diritto stabilito dai Giudici milanesi (peraltro non nuovo alla giurisprudenza che si occupa della materia), ovvero quello per cui deve essere dimostrato il nesso causale tra l’infedeltà coniugale e la crisi del matrimonio.
Ovvero per ritenere escluso l’addebito bisogna dimostrare che il matrimonio era già in crisi irreversibile prima dell’infedeltà del coniuge e che non è stata quest’ultima la causa della separazione.

Questo, peraltro, è precisamente il motivo per cui la giurisprudenza si è già espressa da tempo a sfavore dell’ipotesi contraria a quella in esame (ovvero richiesta di addebito successiva alla separazione consensuale).
Può in effetti capitare che, dopo aver chiesto e ottenuto quest’ultima, uno dei coniugi ci ripensi, perché venuto a conoscenza di un tradimento iniziato già durante il matrimonio.
Non è però possibile, in questi casi, chiedere la revisione delle condizioni di separazione, con la dichiarazione di addebito a carico del coniuge fedifrago.
Infatti, secondo la giurisprudenza, l’addebito può essere riconosciuto solo quando venga dimostrato – come già detto – che esso è stato la ragione effettiva e unica della rottura del matrimonio.
Se, invece, il matrimonio è finito per altri motivi, l’eventuale concomitanza di un tradimento non rileva. Ecco perché la successiva scoperta dell’infedeltà non può rimettere in discussione una scelta che evidentemente era stata determinata da altre ragioni.

Ciò detto, per concludere, non si ritiene che nel caso di specie si possa “rimettere in discussione la separazione” fino al punto di chiedere al Giudice una diversa decisione sull’addebito, ma – ad avviso di chi scrive – nulla osta, invece, ad una richiesta di risarcimento danni.

Infatti, la Cassazione ha ritenuto che i doveri che derivano dal matrimonio fanno nascere diritti soggettivi, costituzionalmente tutelati e la cui violazione può dar diritto ad un risarcimento. Inoltre, la Cassazione ha affermato altresì il diritto al risarcimento nel caso di condotte, da parte di uno dei due coniugi, talmente gravi da nuocere ai diritti fondamentali dell’ex coniuge, come l’immagine, la riservatezza, le relazioni sociali e la dignità.
Non si vede perché, dunque, il coniuge che si è visto leso nei propri diritti patrimoniali e della personalità (come può essere la dignità) dall’addebito della separazione non possa ora richiedere un risarcimento per quest’ultima decisione se si dimostri che non era giustificata.

Wanda K. chiede
sabato 17/09/2016 - Trentino-Alto Adige
“Gentilissimi Avvocati ,
vorrei chiederVi consulenza legale in questione descritta sotto.

Sono polacca (con doppia cittadinanza ) , da quasi 30 anni sposata con un cittadino italiano.
Le nostre nozze sono state celebrate in Italia in Comune con il regime di separazione dei beni.
Sono figlia unica, mio padre è deceduto nel 1993 e mia madre dal febbraio 2009 è alloggiata nella Casa di riposo in Polonia. Secondo la legge polacca l’obbligo di pagare la retta aspetta in ordine:
- All’ ospite della Casa di riposo nell’importo che non sia superiore del 70% del proprio reddito ,
- Al coniuge e i discendenti della persona collocata,
- Al Comune la quale persona collocata è residente, coprendo la differenza tra il medio costo della vita nella Casa di riposo e il versamento sostenuto dalla persona residente e dalle altre persone obbligate a partecipare ai costi della sua permanenza.
La pensione di mia madre non è sufficiente per coprire la retta totale, finora la differenza è stata coperta dal Comune in cui risiede.
Dall’1 agosto sono stata obbligata dalla Direzione della Casa di riposo ad integrare la differenza tra il versamento di mia madre e il costo medio della permanenza nella struttura, tuttavia la Direzione ammette la parziale o completa esenzione del dovuto in caso di redito mensile non sufficiente.
L’indice pro capite di reddito medio di una famiglia polacca è pari a 1542 zloty, secondo il cambio in valuta ammonta a circa 385 euro (1542:4=385).
La mia famiglia è composta da due persone senza figli e l’unico reddito mensile è di mio marito (io sono a suo carico) si aggira intorno ai 1400 euro Ho notato che dal calcolo ISTAT in Italia la soglia di povertà assoluta per una famiglia come la mia ammontava nel 2015 a 1083.67 . Tuttavia la statistica polacca con un reddito di 5600 zloty (1400x4=5600) può considerarsi famiglia benestante.
Per usufruire l’opportunità di esenzione ( descritta sopra) dovrei illustrare il nostro reddito mensile, ma il costo della vita in Italia supera decisamente quella polacca. Esiste il modo quale permetterebbe di riconciliare queste disparità?
D’altronde vorrei chiederVi se mio marito con moglie a carico e con regime di separazione dei beni, è obbligato ad intervenire all’integrazione della retta mensile della suocera nella struttura?
Dato che il nostro matrimonio è stato celebrato in Italia legge a quale paese è predominante?

In attesa di risposta cordialmente saluto

Consulenza legale i 20/09/2016
E’ forse più semplice ed opportuno partire dalle ultime domande poste nel quesito.

In ordine a quale sia la legge applicabile al “matrimonio”, ovvero ai rapporti personali e patrimoniali dei coniugi, la materia trova disciplina specifica nella Legge 31/05/1995, n. 218 sul “diritto internazionale privato”, ed in particolare negli articoli 26 e seguenti sui rapporti di famiglia.

Gli articoli che ci interessano sono due:
- art. 29, intitolato “rapporti personali tra coniugi”, il quale recita: “1. I rapporti personali tra coniugi sono regolati dalla legge nazionale comune. 2. I rapporti personali tra coniugi aventi diverse cittadinanze o più cittadinanze comuni sono regolati dalla legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata.”: non c’è dubbio, pertanto, nel caso di specie, che si applichi la legge italiana, dal momento che entrambi i coniugi (così si evince dal testo del quesito) vivono e risiedono in Italia;
- art. 30, intitolato: “rapporti patrimoniali tra coniugi”, il quale recita: 1. I rapporti patrimoniali tra coniugi sono regolati dalla legge applicabile ai loro rapporti personali. I coniugi possono tuttavia convenire per iscritto che i loro rapporti patrimoniali sono regolati dalla legge dello Stato di cui almeno uno di essi è cittadino o nel quale almeno uno di essi risiede. (…)”; anche il regime patrimoniale, dunque, sarà regolato dalle legge italiana, che prevarrà rispetto alla legge polacca.

Sotto quest’ultimo profilo, secondo la legge italiana che disciplina i rapporti tra i coniugi, non esiste alcuna norma che ponga a carico del marito l’obbligo di contribuire al pagamento della retta della suocera: quand’anche, poi, la moglie dovesse subìre un’eventuale azione esecutiva per il recupero delle rette non pagate in forza della legge polacca, in ogni caso i suoi creditori potrebbero colpire esclusivamente il suo patrimonio personale e non potrebbero toccare quello del marito, stante il regime di separazione dei beni prescelto.

Per quanto riguarda, infine, la situazione in Polonia relativamente al pagamento della casa di riposo, dove evidentemente la legge italiana non opera in alcun modo, la prima questione da chiarire è quella relativa a quale reddito si faccia riferimento ai fini dell’esenzione: quello personale della figlia della signora ricoverata oppure il reddito dell’intero nucleo familiare.
E’ lecito presumere, tuttavia, che si tratti della seconda ipotesi, dal momento che – in caso contrario – non godendo l’obbligata di alcun reddito, sarebbe facile ottenere l’esenzione dal pagamento della retta.

Sul reddito del nucleo familiare sarebbe indispensabile conoscere le normative polacche, presumibilmente quelle fiscali, per vedere se queste ultime abbiano previsto particolarità nelle modalità di calcolo e di determinazione del reddito qualora il nucleo familiare sia composto da persone che risiedono in altro stato e/o abbiano diversa cittadinanza.
A titolo di esempio, in Italia esistono norme fiscali che regolano, nello specifico, come effettuare la dichiarazione dei redditi (e quindi come calcolare questi ultimi) dei soggetti residenti all’estero. La situazione di cui al quesito è analoga a quest’ultima ma al “rovescio”: occorre individuare, cioè, la normativa fiscale polacca corrispondente, che disciplini le modalità di determinazione del reddito familiare nel caso in cui il contribuente risieda all’estero e il suo nucleo familiare sia composto anche da soggetti con cittadinanza diversa.

Ciò detto, ad avviso di chi scrive non c’è comunque modo di superare il problema, anzi si ritiene che si tratti di un falso problema: se in Polonia, infatti, il reddito della famiglia di cui al quesito è abbastanza alto, a nulla rileva che in Italia esso non lo sia altrettanto, dal momento che la retta della casa di riposo in Polonia sarà calcolata e versata sul valore del denaro polacco e non italiano, con conseguente esborso parametrato al paese dove il denaro vale di meno (insomma, l’importo – sulla base del cambio euro-zloty – dovrebbe essere contenuto).

In ogni caso, con riferimento alla disciplina fiscale polacca, si tratta di questione molto particolare e che necessita l’assunzione di informazioni direttamente in Polonia, informazioni che la Redazione non è in grado di fornire.

Oreste R. chiede
giovedì 29/10/2015 - Lombardia
“Sono pensionato e invalido al 80%, ho una casa di circa 100 mq e sto pagando il mutuo.
Ho comprato la casa nel 1998. Nel 2001 mi sono sposato. Mia moglie lavora ma da tre anni che non interviene nelle spese comuni. Ora a causa di una futura separazione, mia moglie è andata ad abitare con il figlio in "malattia". Io non riesco più a pagare tutto. come posso fare? se andassi a vivere in affitto, vicino al posto di lavoro della moglie posso portarmela dietro con la residenza per liberare la casa di cui pago il mutuo”
Consulenza legale i 04/11/2015
Il richiedente lamenta una difficoltà economica dovuta a una serie di circostanze. In ordine alla situazione descritta possiamo fare alcune considerazioni.

Innanzitutto il richiedente ha in essere un contratto di mutuo (art. 1813 del c.c.) per l'acquisto della casa. Egli è certamente tenuto all'adempimento anche se non vive nell'immobile. Se non adempie subisce le conseguenze previste dalla legge (salvo diverso accordo contrattuale): il mutuante, infatti, potrà scegliere tra chiedere l'adempimento coattivo, ovvero chiedere la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno (art. 1453 del c.c.).
Potrebbe però pensare a delle soluzioni, come, ad esempio, vendere la casa acquistata con il mutuo ad un soggetto che gli versi l'intero prezzo; oppure ad un soggetto che si accolli il mutuo (v. art. 1273 del c.c.), salvo che in sede di stipula del contratto di mutuo non abbia pattuito il divieto di accollo del mutuo. In alternativa potrebbe cercare un accordo con chi ha concesso il mutuo per rinegoziarlo, ad esempio aumentando il numero delle rate (e quindi la complessiva durata del mutuo) ma ottenendo una diminuzione dell'importo unitario della stesse.

Per quanto attiene alla condotta della moglie del richiedente, il fatto che questa non abbia contribuito ai bisogni della famiglia integra violazione di uno dei doveri che nascono dal matrimonio a carico dei coniugi, quello appunto di contribuzione (art. 143 co. 3 c.c.). Questo può rilevare sotto due punti di vista:

- in sede di separazione la condotta potrebbe essere causa di addebito (art. 151 del c.c.). Peraltro la giurisprudenza è costante nel ritiene che la violazione dei doveri di cui all'art. 143 c.c. è causa di addebito solo se ha determinato la crisi, mentre se è maturata quando la crisi era già in corso non può fondare una pronuncia di addebito (Cass. 16614/2010; Cass. 2740/2008).
Il coniuge cui è addebitata la separazione non ha diritto al mantenimento ma solo, se sussistono i presupposti, agli alimenti (art. 156 del c.c.) e vede limitati i propri diritti successori (art. 548 co. 2 c.c.).

- se vi è riconciliazione tra i coniugi ma la moglie continua a non contribuire ai bisogni della famiglia si ritiene che il marito possa chiedere al tribunale che una parte dei suoi redditi siano versati direttamente a lui ex art. 316 bis c.c. (norma che ha riprodotto quanto stabiliva l'art. 148 del c.c. prima della riforma del 2012).

Le stesse considerazioni svolte in tema di addebito per violazione dei doveri coniugali valgono se un coniuge abbandona la casa famigliare, ma solo se lo fa senza giusta causa (Cass. 9338/2008). Costituisce giusta causa, ad esempio, la proposizione della domanda di separazione (art. 146 co. 2 c.c.).

Altresì, è opportuno ricordare che secondo la giurisprudenza più recente gli obblighi nascenti dal matrimonio hanno natura giuridica: pertanto la loro violazione potrebbe costituire fonte dell'obbligo di risarcimento del danno ex art. 2043 del c.c., in presenza di particolari presupposti (v. Cass. 18853/2011).

Infine si ricorda che il nostro ordinamento contempla un apposito istituto a beneficio di coloro che non riescono a soddisfare i bisogni essenziali della vita: quello degli alimenti (art. 433 ss c.c.). Esso presuppone che il richiedente versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento (art. 438 del c.c.). In questo caso si stabilisce che alcuni soggetti, individuati dalla legge, sono tenuti a sostenere economicamente l'alimentando, entro il limite di quanto necessario per la sua vita, avendo riguardo alla sua posizione sociale.

Katerina chiede
martedì 15/03/2011 - Molise
“Buongiorno,
sono sposata con mio marito in regime di separazione dei beni. Siamo sposati da 15 anni. Da qualche mese ho scoperto per caso che il mio marito ha venduto ( compra-vendità fittizia) la casa ai suoi 2 figli del primo matrimonio lasciando usufrutto a vità solo per se. Io non ho un'altra casa, se dovesse morire mio marito rimango per starda. Può questo atto costituire un motivo valido per la richiesta di separazione?”

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