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Articolo 429 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Pronuncia della sentenza

Dispositivo dell'art. 429 Codice di procedura civile

Nell'udienza, il giudice, esaurita la discussione orale e udite le conclusioni delle parti, pronuncia sentenza con cui definisce il giudizio dando lettura del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. In caso di particolare complessità della controversia, il giudice fissa nel dispositivo un termine, non superiore a sessanta giorni, per il deposito della sentenza.(1) (2).

Se il giudice lo ritiene necessario, su richiesta delle parti, concede alle stesse un termine non superiore a dieci giorni per il deposito di note difensive, rinviando la causa all'udienza immediatamente successiva alla scadenza del termine suddetto, per la discussione e la pronuncia della sentenza.

Il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti di lavoro, deve determinare, oltre gli interessi nella misura legale (3), il maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito, condannando al pagamento della somma relativa con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto [disp. att. 150] (4).

Note

(1) L'articolo in commento soddisfa le esigenze di celerità e di concentrazione che contraddistinguono il processo del lavoro. Infatti, la norma dispone che, una volta esaurita la discussione orale e all'esito delle conclusioni delle parti, il giudice definisce il giudizio con sentenza, procedendo alla lettura del dispositivo e dell'esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. La mancata lettura del dispositivo costituisce causa di nullità, che si converte in un motivo di impugnazione (161). Tale nullità, tuttavia, non estende i suoi effetti agli atti precedenti e neanche alle prove.
(2) Secondo l'orientamento giurisprudenziale prevalente, nel caso di mancata sottoscrizione del dispositivo della sentenza non si produce alcuna nullità in quanto la sottoscrizione del giudice costituisce un requisito indispensabile per le sentenza complete di dispositivo e motivazione. Similmente, l'omessa trascrizione del dispositivo della sentenza non ha come conseguenza l'inesistenza o la nullità della sentenza, a patto che sia possibile la chiara identificazione del suo contenuto.
(3) Il dispositivo della sentenza si può definire quale atto a rilevanza esterna, in quanto la sua lettura porta ad immediata conoscenza il contenuto della decisione alle parti, le quali possono far valere il dispositivo stesso ed avviare l'azione esecutiva ancora prima del deposito della decisione. Nelle ipotesi in cui il dispositivo differisca dalla motivazione della sentenza, prevale il primo poichè, tramite la lettura in udienza, consolida in maniera definitiva la statuizione emanata. Tuttavia, se sussiste un contrasto insanabile tra il dispositivo e la motivazione la conseguenza è quella della nullità della sentenza, che si trasforma in un motivo di impugnazione.
(4) Con la legge n. 533 del 1973, il legislatore, considerando il carattere alimentare dei crediti di lavoro (36 cost.), ha previsto che le somme dovute al lavoratore a titolo retributivo e risarcitorio siano automaticamente rivalutate secondo gli indici Istat (disp. att. 150) a far data dalla maturazione del diritto. Questo esonera il lavoratore dall'onere di provare il maggior danno da svalutazione e gli interessi vengono cumulati alla rivalutazione.

Ratio Legis

Questo articolo è stato modificato dal D. L. 25 giugno 2008, n. 112. Il principio ispiratore della modifica è quello di concentrazione del processo del lavoro, in base al quale viene sancito che il nucleo essenziale della sentenza, ovvero il dispositivo, venga letto in udienza subito dopo la discussione orale ed udite le conclusioni delle parti. Così disponendo, il legislatore ha voluto costringere il giudice a studiare preventivamente il fascicolo processuale, presentandosi in udienza preparato e psicologicamente pronto a decidere subito la controversia.

Massime relative all'art. 429 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 22297/2017

Il licenziamento orale in regime di tutela obbligatoria è inidoneo ad incidere sulla continuità del rapporto e comporta il diritto del lavoratore al risarcimento del danno secondo le regole in materia di inadempimento, sicché non sussiste vizio di ultrapetizione in caso di liquidazione di somme superiori a quelle richieste in misura forfettaria. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva condannato il datore di lavoro al pagamento delle retribuzioni maturate dalla messa in mora sino all’emanazione della sentenza, a fronte di una domanda del lavoratore contenuta tra le 2,5 e le 6 mensilità).

Cass. civ. n. 8441/2017

Nel rito del lavoro, sussiste violazione dell'art. 429 c.p.c., con conseguente nullità della sentenza, qualora, pur essendo stato disposto il rinvio dell'udienza, venga pronunciata sentenza senza che le parti abbiano potuto procedere alla discussione orale, in violazione del diritto di difesa e del conseguente principio del contraddittorio, che deve realizzarsi nella sua piena effettività durante tutto lo svolgimento del processo.

Cass. civ. n. 4587/2014

Anche nel rito del lavoro è ammissibile una sentenza di condanna generica (non limitata alle ipotesi di sentenza non definitiva con rinvio della liquidazione del "quantum" alla prosecuzione del giudizio), ben potendo la domanda essere limitata fin dall'inizio all'accertamento dell'"an", con conseguente pronuncia di condanna generica, che definisce il giudizio, e connesso onere della parte interessata di introdurre un autonomo giudizio per la liquidazione del "quantum".

Cass. civ. n. 3027/2014

In tema di attribuzioni patrimoniali in favore del lavoratore, le somme spettanti a titolo di risarcimento danni per la violazione di obblighi datoriali hanno natura retributiva solo quando derivino da un inadempimento che, pur non riguardando direttamente l'obbligazione retributiva, incida immediatamente su di essa determinando la mancata corresponsione di compensi dovuti al dipendente. Ne consegue che l'indennità di cui all'art. 32, comma 5, legge 4 novembre 2010, n. 183, spettante al lavoratore a titolo di risarcimento del danno per l'illegittima apposizione del termine al rapporto di lavoro, non ha natura retributiva e su tale indennità non spettano né la rivalutazione monetaria né gli interessi legali, se non dalla data della pronuncia giudiziaria dichiarativa della illegittimità della clausola appositiva del termine al contratto di lavoro subordinato.

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Giovanni P. chiede
venerdì 19/02/2016 - Lombardia
“Buona sera, ho un problema e forse possiate darmi dei chiarimenti in merito, Il 17/12/2016 è stato fatto un ricorso conto L'inps, la quale il giudice ha rigettato il ricorso, riservandosi 60 giorni per il deposito dei motivi, trattandosi di motivi per la sopravvivenza finanziaria, un giudice può prendersela cosi comodamente senza avere emesso i motivi oltre il tempo che si riserva. e in questo caso cosa posso fare per sollecitare? Ringrazio per la v.s attenzione cordiali saluti.”
Consulenza legale i 26/02/2016
Con il presente quesito viene sostanzialmente richiesto se il deposito della sentenza da parte del giudice del lavoro oltre il termine di 60 giorni (indicato dallo stesso giudice alla parte contestualmente alla lettura del dispositivo), possa determinare delle conseguenze che la parte stessa possa fare valere.
Il giudice del lavoro "esaurita la discussione orale e udite le conclusioni delle parti, pronuncia sentenza con cui definisce il giudizio dando lettura del dispositivo e della esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. In caso di particolare complessità della controversia, il giudice fissa nel dispositivo un termine, non superiore a sessanta giorni, per il deposito della sentenza" (cfr. art. 429, comma 1, del c.p.c.).
In sostanza il Giudice, a pena di nullità, deve leggere il dispositivo della sentenza (cioè, in sintesi, l'esito del giudizio), in udienza; il deposito della sentenza, che contenga quindi le motivazioni (cioè il percorso logico-giuridico che ha condotto il Giudice ad adottare quella decisione, escludendone altre), può avvenire in un secondo momento presso la cancelleria.
La Giurisprudenza ha chiarito da tempo che "nel rito del lavoro, l'inosservanza del termine (ordinatorio) stabilito per il deposito della sentenza (...), non dà luogo a nullità della sentenza stessa, in quanto, mentre questa viene a giuridica esistenza con la lettura del dispositivo, detto termine incide unicamente sul momento in cui può essere proposta l'impugnazione, salva l'ipotesi di appello contro il dispositivo previsto dall'art. 433, comma 2, c.p.c." (cfr. Cassazione Civile, Sez. Lav., 27 novembre 1986, n. 7000).
Pertanto, l'ordinamento consente al Giudice di derogare a tale termine (60 giorni), previsto per legge.
Per completezza si noti che, nel caso in cui il giudice nel dispositivo condanni il datore al pagamento in favore del lavoratore, quest'ultimo può procedere immediatamente ad esecuzione per riscuotere il proprio credito con la sola copia del dispositivo (che è immediatamente esecutivo), senza attendere al pubblicazione della sentenza (art. 431, comma 1 e 2 del cod. civ.).

Nel caso di specie, si potrebbe valutare l'opportunità di depositare un'istanza sottoscritta dal legale e dalla parte in cui si evidenzi il danno che nelle more potrebbe subire la parte, al fine di indurre il giudice a depositare la propria sentenza con priorità rispetto ad altri giudizi.
Per concludere, laddove il ritardo nel deposito dei provvedimenti sia sistematico e non occasionale, potrebbe comportare una responsabilità disciplinare in capo al Giudice. "Il mancato rispetto del termine (45 giorni) previsto dall'art. 55 comma ult., l. 27 aprile 1982 n. 186 per il deposito delle sentenze da parte del magistrato, pur essendo privo di sanzione diretta sull'atto non può non assumere valenza dal punto di vista sia disciplinare che della valutazione del merito o del demerito del magistrato, al fine della nomina a incarichi direttivi o semidirettivi - soprattutto quando si tratti di ritardo sistematico e non occasionale - poiché l'effettivo rispetto dei termini a carico dei giudici per la pronuncia e il deposito dei provvedimenti giurisdizionali, oggetto di specifici doveri di ufficio per il magistrato, risulta essenziale per l'equilibrio del sistema" (Consiglio di Stato, Sez. IV, 31 maggio 2007, n. 2847).

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    (continua)