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Articolo 1813

Codice Civile

Nozione

Dispositivo dell'art. 1813 Codice Civile

(1) Il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all'altra (2) una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili [810, 1818] e l'altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (3) (4).

Note

(1) Si discute il contratto sia reale o consensuale: secondo l'opinione prevalente si tratta di contratto reale mentre nell'ipotesi di cui alla promessa di mutuo (1822 c.c.) si tratterebbe di fattispecie consensuale. Inoltre, la stipula produce effetti reali se si considera la prestazione del mutuante, poichè egli trasferisce al mutuatario la proprietà del denaro (1814 c.c.) mentre a carico di quest'ultimo sorge una obbligazione restitutoria.
(2) Si discute se sia necessaria la vera e propria traditio del bene o se sia sufficiente che esso venga messo a disposizione del mutuatario.
(3) Poichè si tratta di un contratto di durata, è necessario che venga stabilito un termine per la restituzione (v. 1816 c.c.).
(4) Particolare ipotesi è quella del mutuo c.d. di scopo nel quale viene concessa una somma con l'obbligo di utilizzarla per un preciso scopo (ad esempio, finanziamenti agevolati per acquistare la prima casa): lo scopo, cioè, entra nella causa del contratto. In caso di uso della somma per un fine diverso si ritiene che il mutuante possa agire per la risoluzione per inadempimento (1453 c.c.) se il mutuo è oneroso, mentre in caso di mutuo gratuito si ritiene che si possa ritenere sussistente una condizione risolutiva (1360, 2 c.c.).

Ratio Legis

Il contratto soddisfa l'interesse del mutuatario a fruire di un bene fungibile o del denaro e quello del mutuante di ricevere una somma quale corrispettivo del prestito, trattandosi di contratto, di regola, oneroso.

Brocardi

Quod a me datum est, ex meo tuum fit
Tantumdem
Tantundem eiusdem generis

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

537 Il progetto del 1936, nel dare la definizione di questo contratto, ha unificato sotto la specie del mutuo non soltanto la sua figura tradizionale a carattere reale, ma anche quella meno pura, semplicemente obbligatoria (promessa di mutuo), che la pratica moderna considera essa stessa mutuo.
Da un punto di vista strettamente giuridico, non mi è parsa accettabile questa posizione, dalla quale avrebbe potuto sorgere il dubbio che si fosse voluto dare alla promessa di contratto la medesima efficacia del contratto.
E' vero, però, che nella pratica d'oggi il mutuo si ritiene già concluso quando le parti sono d'accordo sulla somma da prestare, sugli interessi, sulle garanzie, sul tempo e sul modo della restituzione. Ma la necessità di tener conto della realtà della vita giuridica avrebbe potuto soltanto convincere a superare l'ostacolo della tradizione e ad escludere nel mutuo il carattere reale, costruendolo sotto il tipo della consensualità.
Ho perciò definito il mutuo come contratto meramente obbligatorio, in modo che è rimasta esclusa ogni possibilità di riferimento legislativo ad una promessa di mutuo (articolo 617).
Ho poi soppresso nella definizione del contratto la frase di mera reminescenza scolastica "prestito di consumazione" di cui è cenno nell'articolo 1819 cod. civ. e che è stata ripetuta dalla Commissione reale, mentre ho parlato, anziché di cose consumabili, di cose fungibili, perché queste più precisamente costituiscono l'oggetto del mutuo.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 14/2011

Il mutuo è contratto di natura reale che si perfeziona con la consegna della cosa mutuata ovvero con il conseguimento della disponibilità giuridica della cosa; ne consegue che la "tradito rei" può essere realizzata attraverso la consegna dell'assegno (nella specie, circolare interno, inte­stato alla parte e con clausola di intrasferibilità) alla parte mutuataria, che abbia dichiarato di accettarlo "come denaro contante", rilasciandone quietanza a saldo.

Cass. n. 17211/2004

Il contratto di mutuo si perfeziona met­tendo la cosa a disposizione del mutuatario, an­corché — in forza di accordi tra quest'ultimo e il mutuante — essa sia consegnata ad altra persona di cui, eventualmente, il mutuatario sia debitore e nei confronti del quale egli intenda adempiere al­l'obbligazione.

Cass. n. 9074/2001

La natura reale del contratto di mutuo non richiede in via tassativa che la cosa mutuata sia materialmente consegnata dal mutuante al mu­tuatario, l'esigenza del requisito della traditio potendo ritenersi soddisfatta in determinati casi, allorquando il risultato pratico completamente raggiunto si identifichi con quello che si sarebbe realizzato con la consegna materiale del bene mu­tuato.

Cass. n. 1945/1999

Il perfezionamento del contratto di mutuo, con la consequenziale nascita dell'obbligo di re­stituzione a carico del mutuatario, si verifica nel momento in cui la somma mutuata, ancorché non consegnata materialmente, sia posta nella disponibilità del mutuatario medesimo, non rilevando, a detto fine, che il contratto abbia le caratteristi­che del mutuo c.d. di scopo, nel quale sia previsto l'obbligo di utilizzare quella somma ad estinzione di altra posizione debitoria verso il mutuante.

Cass. n. 6686/1994

Il mutuo è contratto di natura reale che si perfeziona con la consegna di una determinata quantità di danaro (o di altra cosa fungibile) ovve­ro con il conseguimento della giuridica disponi­bilità di questa da parte del mutuatario, la quale può ritenersi sussistente, come equipollente della traditio, nel caso in cui il mutuante crei un autonomo titolo di disponibilità in favore del mutua­tario, in modo tale da determinare l'uscita della somma dal proprio patrimonio e l'acquisizione della medesima al patrimonio di quest'ultimo. Nel predetto paradigma contrattuale rientra per­tanto anche il caso in cui la somma mutuata sia depositata su di un libretto fruttifero di risparmio al portatore, contestualmente costituito in pegno a favore del mutuante a garanzia di una fideius­sione da quest'ultimo prestata a beneficio del mu­tuatario per l'erogazione di un finanziamento in valuta estera da parte della banca estera, poiché detta somma, pur non essendo mai entrata nella disponibilità materiale del mutuatario, è comun­que uscita dalla disponibilità del mutuante ed en­trata nel patrimonio del mutuatario. 

Cass. n. 11116/1992

Il mutuo è contratto di natura reale che si perfeziona con la consegna di una determinata quantità di danaro (o di altre cose fungibili) ovvero con il conseguimento della giuridica di­sponibilità di questa da parte del mutuatario, la quale può ritenersi sussistente, come equipollente della traditio, solo nel caso in cui il mutuante crei un autonomo titolo di disponibilità in favore del mutuatario, in guisa tale da determinare l'uscita della somma dal proprio patrimonio e l'acquisizione della medesima al patrimonio di que­st'ultimo, ovvero quando, nello stesso contratto di mutuo, le parti abbiano inserito specifiche pattuizioni, consistenti nell'incarico che il mu­tuatario dà al mutuante di impiegare la somma mutuata per soddisfare un interesse del primo; mentre non possono considerarsi indicative di detta disponibilità, né istruzioni che il mutuata­rio dia unilateralmente circa la destinazione della somma, né l'autorizzazione al mutuante a tratte­nere la somma stessa presso di sé, che è un modo indiretto per procrastinare il perfezionamento del contratto.

Cass. n. 12123/1990

Nel mutuo la traditio rei può essere realizza­ta attraverso l'accreditamento in conto corrente della somma mutuata a favore del mutuatario ed in genere ponendo la somma mutuata nella di­sponibilità giuridica del mutuatario stesso e, una volta avvenuta la traditio, la realità del mutuo non può retroattivamente venir meno in ragione della maggiore o minore durata del tempo in cui per­mane la disponibilità del numerano, o del titolo rappresentativo di esso, nelle mani del mutuata­rio, prima che alla somma sia dato l'impiego dal mutuatario medesimo (o anche dal predetto d'ac­cordo con il mutuante) divisato.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 1813 del c.c.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

SERGIO B. chiede
lunedì 06/03/2017 - Lombardia
“Buongiorno,
premetto che ho già avuto modo di usufruire di una Vostra consulenza risultata precisa e risolutiva in merito ad un mio problema con un molesto vicino di casa.
Il nuovo quesito che Vi sottoporrei è di natura bancaria. Qui di seguito cercherò di esporre sinteticamente i fatti.
La ditta Alfa di Tizia, ditta individuale nel campo della pelletteria dal 1967, ha cessato l’attività il 31/12/2012 causa età avanzata della titolare con regolare liquidazione dei dipendenti e pagamento di tutti i fornitori.
Unico scoperto di conto corrente rimasto era con la Banca Gamma spa Ag. 1 per € 30.000,00 circa.
Nel contempo la Sig.ra Caia ( nuora della Sig.ra Tizia e già collaboratrice familiare nell’azienda stessa) in data 16/07/2012 inizia una nuova attività di pelletteria ( ditta Beta Cinture di Caia ) come unica titolare.
Per facilitare lo start up della Sua azienda la Sig.ra Caia si rivolge alla Compagnia Delta ottenendo un finanziamento di € 30.000,00 erogato dalla Società Cooperativa …. tramite appoggio della Banca Gamma. Tale cifra viene erogata e resa disponibile presso l’Agenzia in data 31/01/2013.
Lo stesso giorno la Sig.ra Caia viene convocata presso l’Agenzia 1 e, ancora prima di avere materialmente accreditati i soldi sul conto della Sua nuova azienda, viene invitata a firmare un documento prestampato e compilato a penna con calligrafie differenti con cui, con effetto immediato, si ordina il trasferimento dell’importo appena finanziato di € 30.000,00 dal conto della ditta Beta Cinture di Sig.ra Caia al conto della ditta Alfa di Tizia.
Praticamente questi soldi non sono mai stati sul nuovo conto.
Allego pertanto copia dall’estratto conto della ditta Beta Cinture di Caia che conferma, nello stesso giorno, accredito e trasferimento dell’intera somma dal conto della nuova azienda a quello dell’azienda ormai chiusa. Tengo a ribadire che tutto ciò è avvenuto senza prima ricevere alcuna spiegazione in merito a come sarebbe stata utilizzata la cifra del suddetto finanziamento.
A seguito di questa repentina operazione la Sig.ra Caia non solo dovrà rientrare mensilmente pagando la rata del finanziamento, ma Le viene proposto un fido bancario ancora più oneroso che da allora ha sempre creato ulteriori limiti nella gestione dell’Azienda.
Pertanto questo è il quesito che Vi pongo:
- la Banca si è comportata in modo corretto nella gestione di questo finanziamento o ci sono eventuali scorrettezze per cui possiamo rivalerci sulla base di quanto prodotto?

Comunque penso che sia indispensabile che Voi prendiate visione del documento forzatamente firmato dalla Sig.ra Caia.
Pertanto Vi chiedo a quale indirizzo e-mail inviarlo.
Qui di seguito alcuni dati relativi alle due attività di cui sopra (omissis)

Gli eredi hanno rinunciato all'eredità.

Consulenza legale i 13/03/2017
Prima di affrontare il caso concreto che viene sottoposto all’esame, si ritiene utile delimitare per linee generali il tema della responsabilità degli istituti di credito nei rapporti con la clientela, e ciò al fine di rendersi meglio conto della soluzione alla quale si perverrà.

La Corte di Cassazione, con le sentenze n. 4571 del 15.04.1992, n. 72 del 8.01.1997 e n. 12093 del 27.09.2001, ha ritenuto di dover giudicare il comportamento della banca in modo più rigoroso e specifico, richiedendo un grado elevato di diligenza al fine di evitare il verificarsi di eventi dannosi per la clientela.
La normativa di correttezza nell'adempimento delle obbligazioni, prevista da molteplici norme del nostro ordinamento (artt. 1175, 1374, 1375 c.c. ed altre) e confortata dal precetto costituzionale (art. 2 Cost) che impone il rispetto dell'inderogabile dovere di solidarietà sociale, comporta che diritti ed obblighi non possono mai prescindere dall'osservanza del principio generale di buona fede, operante all'interno delle posizioni soggettive, non potendo l'autore di un comportamento scorretto trarre da esso utilità con altrui danno.

Nel nostro ordinamento vi sono molte situazioni da cui possono nascere, per i soggetti coinvolti, doveri e regole di azione, la cui inosservanza integra una omissione imputabile e quindi responsabilità civile.
Con particolare riferimento al sistema bancario, la giurisprudenza (Cass. 13.1.1993 n. 343) ha rilevato che qui vengono imposti, a tutela del sistema stesso, e dei soggetti che vi sono inseriti, comportamenti, in parte tipizzati ed in parte enucleabili caso per caso, la cui violazione può costituire culpa in omittendo.

Il dovere primario dei soggetti dell'ordinamento bancario, informato alla tutela dell'interesse pubblico collegato alla raccolta del risparmio ed alla erogazione del credito consiste "in una corretta erogazione del credito, nel rispetto non soltanto delle ragioni dell'utenza, ma di quelle delle altre imprese inserite nel sistema, con privilegio per le comunicazioni e le informazioni reciproche".
Solo il cliente “debitamente informato può fare scelte consapevoli”; linformazione, infatti, serve ad identificare con precisione cosa la banca VUOLE dal cliente, cosicché quest’ultimo possa operare scientemente le proprie scelte.

Sempre la stessa Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare con la sentenza n. 12093 del 27.09.2001, che tra i più generali doveri di buona fede rientra quello di consegnare al cliente la documentazione relativa al rapporto concluso, dovere che trova la sua corrispondenza negli artt. 1374, 1375 e 119 TUB che sanciscono un vero e proprio diritto soggettivo del cliente a farsi consegnare tale documentazione.
L’eventuale violazione di tale diritto potrà quindi generare una ipotesi di responsabilità contrattuale da inadempimento ed extracontrattuale ex art. 2043 c.c., per violazione del generale principio del neminem ledere nell’ambito della c.d. culpa in omittendo.

Da quanto sopra esposto, dunque, può dirsi in maniera estremamente sintetica che principi cardini enucleabili, cui occorre fare riferimento, sono:
  1. Principio di buona fede, che vieta di tenere comportamenti scorretti, da cui ne può conseguire una utilità per chi li pone in essere ed un danno per chi li subisce;
  2. Corretta erogazione del credito, rispettando le ragioni dell’utenza e delle altre imprese inserite nel sistema;
  3. Obbligo di trasparenza, intesa come informazione completa e adeguata, da cui consegue il diritto del cliente a ricevere ogni documentazione.

A questo punto occorre procedere ad analizzare il rapporto intercorso tra banca e cliente nel caso che ci occupa.
Per fare ciò occorre partire dall’analisi della documentazione fornita, ed in particolare dal contratto di finanziamento con garanzia consortile stipulato con la Banca Gamma spa.
Trattasi di un vero e proprio mutuo, avente la particolarità di essere garantito da parte di una società cooperativa, la cui attività è proprio quella di prestare garanzia verso la banca nel caso in cui le imprese chiedano dei finanziamenti, e ciò al fine di agevolare l’accesso al credito destinato alle attività economiche e produttive (in questo modo vengono minimizzati i rischi per le banche dovuti a eventuali insolvenze dei clienti).
Da uno studio condotto relativamente a questo tipo di cooperative, si ricava che diverse sono generalmente le tipologie di finanziamento per le quali viene prestata garanzia; una di queste è proprio il finanziamento volto a soddisfare esigenze di liquidità in genere dell’impresa, al fine di consentirle acquisto di scorte ovvero il consolidamento di debiti aziendali (da breve a medio lungo termine) verso banche e verso fornitori.
Questo l’aspetto strutturale del finanziamento stipulato con la Banca.

Da un punto di vista prettamente giuridico, va detto che il contratto di mutuo (o di finanziamento) così concluso ha natura di un vero e proprio mutuo di scopo, definito dalla sentenza della Cassazione n. 7773/2003 (richiamata anche dalla sentenza n. 25180 del 2007) come una figura del tutto autonoma e distinta dal mutuo in senso proprio previsto dal codice civile agli artt. 1813 e ss.
Infatti il mutuo di scopo "è un contratto consensuale, oneroso ed atipico che assolve, in modo analogo all'apertura di credito, una funzione creditizia", caratterizzato dalla consegna di somme di denaro al mutuatario affinché quest'ultimo le possa utilizzare esclusivamente per le finalità espressamente previste dal sinallagma contrattuale.
La prima evidente differenza tra le due figure di mutuo, quella ex codice civile ed il mutuo di scopo, risulta quindi essere quella inerente la qualificazione dei due negozi giuridici: il primo è un contratto reale, che prevede la cosiddetta traditio come elemento costitutivo della fattispecie, mentre il secondo è un contratto consensuale che vede nella consegna del denaro un mero adempimento dell'obbligazione contrattuale.

Una tale qualificazione giuridica del contratto stipulato tra la ditta Caia e la Banca Alfa può farsi discendere:
  1. dalla sua premessa, nella parte in cui è detto che la parte finanziata ha chiesto alla Banca Alfa un finanziamento dell’importo di € 30.000,00 destinato alla realizzazione di liquidità aziendale;
  2. dall’art. 1 del contratto, ove è detto che la banca accorda alla parte finanziata un finanziamento per la spesa prevista in premessa da utilizzare entro il 31.01.2013;
  3. dall’art. 6 del contratto, in forza del quale la parte finanziata si obbliga espressamente ad utilizzare il finanziamento unicamente per lo scopo previsto ed a fornire, a richiesta della banca, la relativa documentazione;
  4. dall’art. 8 del contratto, che prevede quale causa di risoluzione l’utilizzo totale o parziale delle somme ricevute a finanziamento per scopi diversi da quelli contrattualmente stabiliti.
Se al contenuto di queste clausole contrattuali si affianca la considerazione che il contratto è stato sottoscritto in data 25.01.2013 con accredito della somma in data 31.01.2013, risulta pressocché impossibile pensare e sostenere che quel finanziamento fosse stato erogato per fornire liquidità per così dire generica alla ditta Beta Cinture di Caia, non essendo possibile riuscire a pensare di utilizzare tale liquidità entro la stessa data dell’accredito, come previsto dall’art. 1.
Risulta, invece, molto più aderente alla realtà sostenere che in effetti quella somma fosse stata erogata per uno scopo ben preciso, ossia soddisfare il debito aziendale che la ditta Beta di Caia aveva nei confronti della Sig.ra Tizia e risultante da quella fattura che viene citata nella causale del bonifico; ciò del resto da un lato realizzava lo scopo per cui il mutuo era stato concesso e dall’altro in effetti avrebbe favorito lo start up dell’azienda, posta così in condizione di avviare l’attività con un bilancio in pareggio.
Ricostruita in tali termini l’attività posta in essere dalla Banca, può escludersi un comportamento scorretto della stessa sulla base dei criteri sopra delineati sotto le lettere a), b) e c), in quanto:
  • non si ravvisano estremi di violazione del principio della buona fede nell’avere utilizzato, seppur in apparenza senza saperlo, la somma finanziata per estinguere un debito gravante sulla stessa ditta finanziata
  • il credito risulta correttamente erogato ed utilizzato entro il termine esatto prefissato (31.01.2013)
  • risultano rispettati gli obblighi di trasparenza, essendo state specificatamente approvate per iscritto le clausole 6 ed 8 del contratto con apposizione della doppia firma, come voluto dall’art. 1341 co. 2° c.c. (ossia le clausole relative allo scopo per cui il mutuo veniva concesso).

Nessuna rilevanza, poi, può avere la circostanza che la ditta della Sig.ra Tizia a quella data risultava cessata, trattandosi di ditta individuale e, quindi, assumendo rilevanza essenzialmente il riferimento alla persona fisica, in cui favore di fatto sono andate le somme.

Per quanto concerne la proposta di fido, si ritiene che anche da questo punto di vista, contrariamente a ciò che accade nel settore bancario e di cui spesso si sente parlare, nulla vi sia di scorretto, essendo stata tale proposta correttamente avanzata dalla Banca al cliente soltanto dopo aver conseguito la certezza che sull’azienda non sussistevano debiti di un certo rilievo, quale quello che si è andato ad estinguere, e che, quindi, si trattava di un’azienda in bonis cui poter concedere un fido.

Federico D. chiede
sabato 09/04/2016 - Lazio
“Espongo nella maniera migliore che mi riesce il caso. Mio fratello è morto prematuramente il 13 marzo di quest'anno. Lascia la moglie e nessun figlio. Io sono l'unico familiare. Io e mio fratello avevamo cointestata, qui a R., l'abitazione di mia madre, deceduta nel 2008: ognuno di noi due ne era proprietario al 50%. Morto mio fratello, i 2/3 della sua parte (cioè del 50% dell'abitazione in questione) spettano alla moglie. In sostanza, la moglie si trova oggi a essere proprietaria di due terzi della metà della casa, cioè di due sesti, cioè di un terzo della casa. Io vorrei riuscire ad acquistare il suo terzo (lei non avrebbe nulla in contrario) in modo da a avere l'intera proprietà della casa. L'abitazione - che, ripeto, si trova a R. - avrà un valore di mercato intorno ai 540.000,00 euro. Io dovrei a mia cognata 180,000 euro circa. In realtà, se le cedessi l'intera proprietà di un'altra casa di cui mio fratello era unico proprietario e il cui valore si aggira sui 270.000 euro - a me spetterebbe un terzo, avente un valore intorno ai 90.000,00 euro - resterebbe da dare a mia cognata circa 90.00,00 euro. Diciamo 100.000,00 euro per non sbagliare. Ripeto, in tutto questo mia cognata sarebbe consenziente. Premesso che sono un insegnante di un Liceo Statale con contratto a tempo indeterminato con uno stipendio mensile intorno ai 1500,00 euro, a quali strumenti finanziari posso ricorrere per dare a mia cognata quei 100,000 euro e divenire l'unico proprietario della casa di mia madre? Finisco col dire che io ho un piccolo mutuo di circa 25.000 euro sulla casa dove vivo, da estinguere in 24 anni ormai (era di 50.000,00 euro, ma ho restituito 25.000,00 euro entro il primo anno). Ho delle piccole liquidità che non vorrei toccare, se non per estinguere piccoli finanziamenti che mi precluderebbero l'accesso a un secondo mutuo. Credo appunto - mi auguro che me lo possiate confermare come pure no - che debba chiedere un secondo mutuo a una banca. Ma non so come giustificarlo LEGALMENTE, non so nulla in merito. Vorrei da Voi un aiuto legale per sbrogliare la matassa. Che in realtà è anche un po' più ingarbugliata, ma che ho cercato di semplificare per non creare confusione. Distinti saluti.”
Consulenza legale i 18/04/2016
Per rispondere al quesito posto dallo scrivente occorre anzitutto premettere che, anche se una persona è già in possesso di un primo immobile di cui sta pagando un mutuo, la legge non vieta che essa possa richiedere ad un istituto bancario un ulteriore mutuo per l'acquisto di un secondo immobile.

Tuttavia, la banca cui ci si rivolgerà per il secondo mutuo (che può essere sia quella presso cui si è già acceso il primo mutuo come anche un’altra) non è obbligata a concederlo: prima di farlo, analizzerà una serie di elementi.

In primo luogo, dovrà vagliare lo stipendio del richiedente il secondo mutuo, verificando se questi ha un contratto a tempo indeterminato, se la somma delle due rate non supera il terzo del suo stipendio e se non sussistono altri debiti. Per contrarre un secondo mutuo è infatti necessario che vi siano redditi sufficienti a coprire la rata, una volta detratte tutte le ulteriori esposizioni in corso (quindi l'altro mutuo ed eventuali rate di finanziamenti a qualsiasi titolo).

In secondo luogo, verificherà che il richiedente non risulti "cattivo pagatore". Infatti, se in passato il richiedente non ha pagato le rate di un altro debito ed è stato segnalato come cattivo pagatore, la banca non concederà un nuovo mutuo. I controlli saranno ovviamente severi e l'impatto di un comportamento anche solo semplicemente irregolare, che potrebbe, per lo più, essere considerato di scarsa importanza (come ad esempio un ritardo sul pagamento di qualche rate sul mutuo già in essere), quasi sicuramente porterà ad un rifiuto da parte dell'istituto bancario.

Nel caso di specie lo scrivente afferma di avere un contratto a tempo indeterminato e di avere sempre pagato puntualmente le rate del primo mutuo: nulla gli impedisce, quindi, di provare a chiedere all'istituto bancario un ulteriore mutuo per l'immobile che desidera acquistare.

Quanto alle motivazioni da addurre, considerando il corretto comportamento dello scrivente nulla vieta (e, anzi, sarebbe preferibile) illustrare alla banca le proprie reali motivazioni, spiegando il decesso del parente e l'esigenza di dividersi un'eredità.

Se il secondo mutuo verrà concesso dalla stessa banca dove già c'è il primo mutuo, questa tenderà a non fare un nuovo mutuo in addizione a quello già esistente, preferendo invece emettere un secondo mutuo, di importo complessivo superiore, e cancellare il primo. Si avrà così una sola rata, di importo ovviamente maggiore rispetto a quella che si pagava con il primo mutuo.

Un aspetto cruciale, peraltro, resta quello della garanzia che si può offrire all'istituto di credito: è praticamente impossibile che venga concesso un mutuo per un importo così consistente (100.000 euro) senza che la banca iscriva ipoteca su un bene immobile del mutuatario. Se la casa in cui quest'ultimo risiede è "capiente" (ossia, il suo valore è tale da garantire alla banca che se il mutuo non venisse onorato, essa potrebbe rifarsi vendendo l'immobile), il mutuo potrà essere concesso: si torna a ribadire, però, che è una decisione di opportunità lasciata alla banca mutuante.
In questo caso la casa è già ipotecata a garanzia di un mutuo con capitale residuo di euro 25.000. Chiedendo alla banca ulteriori euro 100.000 occorrerebbe che l'immobile data a garanzia (ipoteca) avesse un valore commerciale (reale) pari almeno ad euro 150.000. In questo modo il problema della garanzia sarebbe risolto.
Riguardo l'aspetto che potrebbe apparire più problematico, ovvero il reddito del richiedente, valgano le seguenti considerazioni (da esporre alla banca): disponendo Ella di euro 1.500 al mese, teoricamente potrebbe destinare a pagamento di mutuo solo euro 500 (ovvero un terzo del suo reddito). Ad oggi, euro 500 al mese, per un mutuo di durata di anni 25 a tasso variabile, coprono giusto un capitale di circa euro 125.000.

Fernando Giovarruscio chiede
mercoledì 20/01/2016 - Lombardia
“Ho prestato una somma di denaro pari a € 6.000,00 a mio cognato tramite bonifico bancario, di cui ho la ricevuta, in data 15 marzo 2010, senza la sottoscrizione di un accordo scritto per la restituzione. Ad oggi non ho ancora avuto indietro neanche una minima parte della somma, anzi, mi è stato detto dalla persona a cui li ho prestati che quei soldi non mi verranno mai restituiti.
Ho diritto di avere indietro i miei soldi? Se si, cosa devo fare?”
Consulenza legale i 28/01/2016
Il quesito attiene ad un contratto di prestito tra privati, che più precisamente dovrebbe qualificarsi come contratto di mutuo, ai sensi dell'art.1813 del c.c.
Nel caso di specie, come spesso accade nell'ambito dei rapporti familiari, vi è stata una dazione di denaro, evidentemente con la promessa orale del ricevente di restituire la medesima somma entro una determinata data - o entro una data da concordarsi - che purtroppo non è stata formalizzata con la forma scritta.
Tale forma scritta, contenente determinati requisiti essenziali, avrebbe consentito infatti di tutelarsi maggiormente nell'ipotesi, che si è verificata, di mancata restituzione della somma prestata.
L'elemento di fatto rilevante è che il prestito è stato effettuato tramite un bonifico bancario a favore della persona richiedente e che, pertanto, risulterà agevole provare l'effettiva transazione tramite una attestazione dello stesso accredito effettuato (cedolino del bonifico o movimento del conto corrente).
Tuttavia, con riferimento ai prestiti di denaro nell'ambito dei rapporti familiari, la Giurisprudenza, nel caso in cui si proponga un giudizio in cui si chieda la restituzione della somma di denaro asseritamente concessa a mutuo, richiede che l'attore fornisca "la prova rigorosa della pattuizione del diritto alla restituzione dell'importo" (cfr. a titolo meramente esemplificativo, Cass. Civ., Sez. III, 28 luglio 2014, n. 17050).
Nello stesso senso si richiama altresì la sentenza della Cass. Civ., Sez. III, 13 marzo 2013, n. 6295, la quale ribadisce che: "qualora l'attore fondi la sua domanda su un contratto di mutuo, la circostanza che il convenuto ammetta di avere ricevuto una somma di denaro dall'attore, ma neghi che ciò sia avvenuto a titolo di mutuo, non costituisce una eccezione in senso sostanziale, sì da invertire l'onere della prova, giacché negare l'esistenza di un contratto di mutuo non significa eccepirne l'inefficacia, la modificazione o l'estinzione, ma significa negare il titolo posto a base della domanda, ancorché il convenuto riconosca di aver ricevuto una somma di denaro ed indichi la ragione per la quale tale somma sarebbe stata versata, con la conseguenza, pertanto, che rimane fermo l'onere probatorio a carico dell'attore".
Pertanto, chi agisca in giudizio chiedendo il pagamento di una somma di denaro che asserisce di avere dato a mutuo è tenuto a dimostrare non solo l'effettiva dazione - prova facilmente reperibile nel caso di specie - ma anche la sussistenza della causa dell'erogazione (contratto di mutuo), quindi dell'obbligo di restituzione.
D'altra parte, la Giurisprudenza ora richiamata, precisa che il rigetto della domanda di restituzione deve essere necessariamente argomentato con cautela "tenendo conto della natura del rapporto e delle circostanze del caso, idonee a giustificare che una parte trattenga senza causa il denaro indiscutibilmente ricevuto dall'altra". In sostanza, il convenuto è tenuto quanto meno ad allegare il titolo in forza del quale si ritiene a sua volta legittimato a trattenere la somma ricevuta. Pertanto, nel caso di specie, il cognato eventualmente convenuto in giudizio, dovrebbe giustificare "il rifiuto" a trattenere quella medesima cifra ricevuta.
In realtà, al fine di aumentare le possibilità di ottenere la restituzione della somma prestata si potrebbe ipotizzare di proporre, in subordine alla domanda di restituzione sulla base dell'esistenza del contratto di mutuo - difficilmente dimostrabile nel caso di specie, in assenza di prova scritta - le ulteriori domande di accertamento del carattere ingiustificato del pagamento, o di ripetizione di indebito o di arricchimento senza causa, in modo da porre contemporaneamente in questione il diritto della controparte di trattenere la somma ricevuta.
Alla luce di quanto evidenziato, si ritiene che la scelta più opportuna potrebbe essere quella di formalizzare, in una lettera di sollecito, la richiesta della somma, evidenziando - al fine di indurre la controparte al pagamento - che in caso di proposizione del giudizio civile, il convenuto dovrebbe comunque fornire una motivazione valida per trattenerla se non intende restituirla.

Daniela R. chiede
mercoledì 29/07/2015 - Friuli-Venezia
“Nel 2011 ho prestato a mio cugino la somma di 3.000€ che come da scrittura privata, mi avrebbe restituito quando sua madre anziana sarebbe defunta lasciandogli in eredità un appartamento che sarebbe stato venduto. Detto appartamento è in comproprietà con un fratello unilaterale, in quanto avevano in comune il padre, morto nel 2003. Mio cugino, dopo la morte della madre ha occupato l'immobile ed attualmente ci abita. Io ho qualche speranza di riuscire a farmi restituire la somma che gli ho prestato?”
Consulenza legale i 03/08/2015
Se la dazione di denaro a titolo di prestito è comprovata da una scrittura privata firmata da chi ha ricevuto la somma, la restituzione può essere ottenuta.

Il contratto di mutuo, quale quello che si è concluso nel caso di specie, è quell'accordo in base al quale una parte consegna all'altra una determinata quantità di danaro (o di altre cose fungibili) e l'altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (cioè, l'identica somma di denaro ricevuta).

Il termine per la restituzione è di regola fissato dalle parti, e consiste solitamente in una data precisa. Tuttavia, viene pacificamente ammesso che la restituzione possa essere condizionata ad un avvenimento futuro certo, ma di cui non si conosce ancora il preciso momento di verificazione (i latini dicevano certus an, sed incertus quando), come nel caso tipico di previsione della restituzione alla morte di una certa persona. La morte della persona fisica è un evento che si verificherà con certezza, anche se non è dato sapere quando avverrà.

Nel caso di specie abbiamo un contratto di mutuo stipulato per iscritto, in cui l'obbligazione di restituzione è condizionata al verificarsi dell'evento "morte della madre del mutuatario".
Poiché l'evento dedotto quale termine per restituire la somma ricevuta a mutuo si è verificato, la parte mutuante (la cugina) ha tutto il diritto di agire per far eseguire l'accordo.

Atteso che il contratto è datato 2011, non si ravvisa alcuna ipotesi di prescrizione del diritto all'adempimento, che spira solo decorsi 10 anni dalla stipulazione del mutuo.

La cugina può innanzitutto intimare per iscritto l'adempimento dell'accordo: in tal modo ella può precostituirsi una prova scritta del fatto che il cugino non ha spontaneamente eseguito l'obbligo di restituzione (oppure, meno probabilmente, potrà raggiungere direttamente il suo obiettivo, se il cugino si "spaventa" e decide di pagare).
Va ricordato che, nel caso in esame, ai sensi del combinato disposto degli articoli 1182 e 1219, il mutuatario è già costituito in mora - cioè in ritardo nel pagamento - dal momento in cui si è realizzato l'evento dedotto in termine, cioè la morte di sua madre e la conseguente eredità dell'immobile.
Si potranno, quindi, chiedere gli interessi legali sulla somma prestata.

Se il cugino, come prevedibile, non adempie spontaneamente, la cugina-mutuante può ottenere velocemente un titolo esecutivo senza dover instaurare un giudizio ordinario: in presenza di un documento sottoscritto dal debitore, infatti, si può presentare ricorso immediato per l'emissione di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo (artt. 633 e seguenti c.p.c., in particolare l'art. 642 dove si statuisce che "L'esecuzione provvisoria può essere concessa anche se [...] il ricorrente produce documentazione sottoscritta dal debitore, comprovante il diritto fatto valere").
Una volta che il Giudice ha emesso il decreto (di regola, entro 30 giorni), il creditore entra in possesso di un titolo esecutivo idoneo a procedere direttamente al pignoramento dei beni del debitore, onde ottenere soddisfazione del proprio credito.

Resta aperta la possibilità che il cugino si opponga al decreto ingiuntivo affermando che in realtà la restituzione della somma prestata sarebbe dovuta avvenire - per accordo delle parti - solo una volta che l'appartamento fosse stato venduto, procurandogli la liquidità necessaria al pagamento. In tal caso, la cugina dovrà difendersi affermando, in prima battuta, che in realtà l'evento voluto dalle parti era solo la morte della madre del mutuatario, posto che non può essere ammissibile collegare l'adempimento del mutuo ad un fatto di incerta verificazione e, perlopiù, direttamente connesso alla mera volontà del debitore.
Se tale difesa non avesse successo, e il giudice stabilisse che le parti in realtà avevano deciso che il mutuatario doveva pagare "quando potrà", si applicherà il secondo comma dell'art. 1817 c.c. e il termine per il pagamento verrà semplicemente fissato dal giudice, su richiesta della cugina.
E' opportuno, in ogni caso, che un avvocato capace valuti attentamente il testo della scrittura privata per comprendere quale sia stata la reale volontà della parti.

In conclusione, nella vicenda descritta, vista la modesta entità della somma, che consente di depositare il ricorso per decreto ingiuntivo innanzi al Giudice di pace, con costi tutto sommato contenuti, è consigliabile procedere in tal modo, con l'assistenza di un legale per la presentazione degli atti agli uffici giudiziari.
Vi è sempre la possibilità che il cugino si opponga, ma non si tratterebbe di una strategia difensiva particolarmente efficace, visto che la cugina potrà sempre chiedere che sia il Giudice a fissare un congruo termine per la restituzione: prima o poi, se il debito è certo e provato documentalmente, la somma di euro 3.000 dovrà essere restituita.

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