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Articolo 53 Testo unico sul pubblico impiego (TUPI)

(D.lgs. 30 marzo 2001, n. 165)

[Aggiornato al 30/06/2020]

IncompatibilitÓ, cumulo di impieghi e incarichi

Dispositivo dell'art. 53 TUPI

1. Resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, salva la deroga prevista dall'art. 23 bis del presente decreto, nonché, per i rapporti di lavoro a tempo parziale, dall'art. 6, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 marzo 1989, n. 117 e dall'art. 1, commi 57 e seguenti della legge 23 dicembre 1996, n. 662. Restano ferme altresì le disposizioni di cui agli articoli 267, comma 1, 273, 274, 508 nonché 676 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, all'art. 9, commi 1 e 2, della legge 23 dicembre 1992, n. 498, all'art. 4, comma 7, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ed ogni altra successiva modificazione ed integrazione della relativa disciplina.

1-bis. Non possono essere conferiti incarichi di direzione di strutture deputate alla gestione del personale a soggetti che rivestano o abbiano rivestito negli ultimi due anni cariche in partiti politici o in organizzazioni sindacali o che abbiano avuto negli ultimi due anni rapporti continuativi di collaborazione o di consulenza con le predette organizzazioni.

2. Le pubbliche amministrazioni non possono conferire ai dipendenti incarichi, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, che non siano espressamente previsti o disciplinati da legge o altre fonti normative, o che non siano espressamente autorizzati.

3. Ai fini previsti dal comma 2, con appositi regolamenti, da emanarsi ai sensi dell'art. 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sono individuati gli incarichi consentiti e quelli vietati ai magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché agli avvocati e procuratori dello Stato, sentiti, per le diverse magistrature, i rispettivi istituti.

3-bis. Ai fini previsti dal comma 2, con appositi regolamenti emanati su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, di concerto con i Ministri interessati, ai sensi dell'art. 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, sono individuati, secondo criteri differenziati in rapporto alle diverse qualifiche e ruoli professionali, gli incarichi vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2.

4. Nel caso in cui i regolamenti di cui al comma 3 non siano emanati, l'attribuzione degli incarichi è consentita nei soli casi espressamente previsti dalla legge o da altre fonti normative.

5. In ogni caso, il conferimento operato direttamente dall'amministrazione, nonché l'autorizzazione all'esercizio di incarichi che provengano da amministrazione pubblica diversa da quella di appartenenza, ovvero da società o persone fisiche, che svolgano attività d'impresa o commerciale, sono disposti dai rispettivi organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati, che tengano conto della specifica professionalità, tali da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell'interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente.

6. I commi da 7 a 13 del presente articolo si applicano ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, compresi quelli di cui all'art. 3, con esclusione dei dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento di quella a tempo pieno, dei docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali. Sono nulli tutti gli atti e provvedimenti comunque denominati, regolamentari e amministrativi, adottati dalle amministrazioni di appartenenza in contrasto con il presente comma. Gli incarichi retribuiti, di cui ai commi seguenti, sono tutti gli incarichi, anche occasionali, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso. Sono esclusi i compensi derivanti:

  1. a) dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;
  2. b) dalla utilizzazione economica da parte dell'autore o inventore di opere dell'ingegno e di invenzioni industriali;
  3. c) dalla partecipazione a convegni e seminari;
  4. d) da incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate;
  5. e) da incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo;
  6. f) da incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita;
  7. f-bis) da attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione nonché di docenza e di ricerca scientifica.

7. I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza. Ai fini dell'autorizzazione, l'amministrazione verifica l'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Con riferimento ai professori universitari a tempo pieno, gli statuti o i regolamenti degli atenei disciplinano i criteri e le procedure per il rilascio dell'autorizzazione nei casi previsti dal presente decreto. In caso di inosservanza del divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma restando la responsabilità disciplinare, il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell'erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti.

7-bis. L'omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico indebito percettore costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti.

8. Le pubbliche amministrazioni non possono conferire incarichi retribuiti a dipendenti di altre amministrazioni pubbliche senza la previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza dei dipendenti stessi. Salve le più gravi sanzioni, il conferimento dei predetti incarichi, senza la previa autorizzazione, costituisce in ogni caso infrazione disciplinare per il funzionario responsabile del procedimento; il relativo provvedimento è nullo di diritto. In tal caso l'importo previsto come corrispettivo dell'incarico, ove gravi su fondi in disponibilità dell'amministrazione conferente, è trasferito all'amministrazione di appartenenza del dipendente ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti.

9. Gli enti pubblici economici e i soggetti privati non possono conferire incarichi retribuiti a dipendenti pubblici senza la previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza dei dipendenti stessi. Ai fini dell'autorizzazione, l'amministrazione verifica l'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. In caso di inosservanza si applica la disposizione dell'art. 6, comma 1, del decreto legge 28 marzo 1997, n. 79, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 1997, n. 140, e successive modificazioni ed integrazioni. All'accertamento delle violazioni e all'irrogazione delle sanzioni provvede il Ministero delle finanze, avvalendosi della Guardia di finanza, secondo le disposizioni della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni ed integrazioni. Le somme riscosse sono acquisite alle entrate del Ministero delle finanze.

10. L'autorizzazione, di cui ai commi precedenti, deve essere richiesta all'amministrazione di appartenenza del dipendente dai soggetti pubblici o privati, che intendono conferire l'incarico; può, altresì, essere richiesta dal dipendente interessato. L'amministrazione di appartenenza deve pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione entro trenta giorni dalla ricezione della richiesta stessa. Per il personale che presta comunque servizio presso amministrazioni pubbliche diverse da quelle di appartenenza, l'autorizzazione è subordinata all'intesa tra le due amministrazioni. In tal caso il termine per provvedere è per l'amministrazione di appartenenza di 45 giorni e si prescinde dall'intesa se l'amministrazione presso la quale il dipendente presta servizio non si pronunzia entro 10 giorni dalla ricezione della richiesta di intesa da parte dell'amministrazione di appartenenza. Decorso il termine per provvedere, l'autorizzazione, se richiesta per incarichi da conferirsi da amministrazioni pubbliche, si intende accordata; in ogni altro caso, si intende definitivamente negata(1).

11. Entro quindici giorni dall'erogazione del compenso per gli incarichi di cui al comma 6, i soggetti pubblici o privati comunicano all'amministrazione di appartenenza l'ammontare dei compensi erogati ai dipendenti pubblici.

12. Le amministrazioni pubbliche che conferiscono o autorizzano incarichi, anche a titolo gratuito, ai propri dipendenti comunicano in via telematica, nel termine di quindici giorni, al Dipartimento della funzione pubblica gli incarichi conferiti o autorizzati ai dipendenti stessi, con l'indicazione dell'oggetto dell'incarico e del compenso lordo, ove previsto.

13. Le amministrazioni di appartenenza sono tenute a comunicare tempestivamente al Dipartimento della funzione pubblica, in via telematica, per ciascuno dei propri dipendenti e distintamente per ogni incarico conferito o autorizzato, i compensi da esse erogati o della cui erogazione abbiano avuto comunicazione dai soggetti di cui al comma 11.

14. Al fine della verifica dell'applicazione delle norme di cui all'art. 1, commi 123 e 127, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni e integrazioni, le amministrazioni pubbliche sono tenute a comunicare al Dipartimento della funzione pubblica, in via telematica, tempestivamente e comunque nei termini previsti dal decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, i dati di cui agli articoli 15 e 18 del medesimo decreto legislativo n. 33 del 2013, relativi a tutti gli incarichi conferiti o autorizzati a qualsiasi titolo. Le amministrazioni rendono noti, mediante inserimento nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica, gli elenchi dei propri consulenti indicando l'oggetto, la durata e il compenso dell'incarico nonché l'attestazione dell'avvenuta verifica dell'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Le informazioni relative a consulenze e incarichi comunicate dalle amministrazioni al Dipartimento della funzione pubblica, nonché le informazioni pubblicate dalle stesse nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica ai sensi del presente articolo, sono trasmesse e pubblicate in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto che consenta di analizzare e rielaborare, anche a fini statistici, i dati informatici. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l'elenco delle amministrazioni che hanno omesso di trasmettere e pubblicare, in tutto o in parte, le informazioni di cui al terzo periodo del presente comma in formato digitale standard aperto. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l'elenco delle amministrazioni che hanno omesso di effettuare la comunicazione, avente ad oggetto l'elenco dei collaboratori esterni e dei soggetti cui sono stati affidati incarichi di consulenza.

15. Le amministrazioni che omettono gli adempimenti di cui ai commi da 11 a 14 non possono conferire nuovi incarichi fino a quando non adempiono.[I soggetti di cui al comma 9 che omettono le comunicazioni di cui al comma 11 incorrono nella sanzione di cui allo stesso comma 9.](2)

16. Il Dipartimento della funzione pubblica, entro il 31 dicembre di ciascun anno, riferisce al Parlamento sui dati raccolti, adotta le relative misure di pubblicità e trasparenza e formula proposte per il contenimento della spesa per gli incarichi e per la razionalizzazione dei criteri di attribuzione degli incarichi stessi.

16-bis. La Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica può disporre verifiche del rispetto delle disposizioni del presente articolo e dell'art. 1, commi 56 e seguenti, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, per il tramite dell'Ispettorato per la funzione pubblica. A tale fine quest'ultimo opera d'intesa con i Servizi ispettivi di finanza pubblica del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato.

16-ter. I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell'attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed è fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti.

Note

(1) Il D.L. 19 maggio 2020, n. 34, ha disposto (con l'art. 247, comma 9) che "Nelle more dell'adozione del decreto di cui all'articolo 3, comma 15, della legge 19 giugno 2019, n. 56, il Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri individua i componenti delle commissioni esaminatrici sulla base di manifestazioni di interesse pervenute a seguito di apposito avviso pubblico. A tal fine e per le procedure concorsuali di cui al presente articolo, i termini di cui all'articolo 53, comma 10, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, relativi all'autorizzazione a rivestire l'incarico di commissario nelle procedure concorsuali di cui al presente articolo, sono rideterminati, rispettivamente, in dieci e quindici giorni".
(2) Con sentenza 29 aprile - 5 giugno 2015, n. 98, la Corte Costituzionale ha dichiarato "l'illegittimità costituzionale dell'art. 53, comma 15, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 nella parte in cui prevede che «I soggetti di cui al comma 9 che omettono le comunicazioni di cui al comma 11 incorrono nella sanzione di cui allo stesso comma 9»".

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Consulenze legali
relative all'articolo 53 TUPI

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

NICOLA M. chiede
giovedý 23/07/2020 - Sicilia
“Considerato che l'art. 16 della legge 20 maggio del 1985, n. 222, afferma che la costruzione di un edificio non è attribuibile alla competenza di una chiesa, essendo l'attività di religione o di culto lo scopo istituzionalmente riconosciuto agli enti ecclesiastici, può un poliziotto svolgere contemporaneamente anche il ruolo di Pastore fondatore e rappresentante legale di una chiesa evangelica, per cui chiede una concessione edilizia per realizzare un edificio per il culto religioso.”
Consulenza legale i 29/07/2020
Per rispondere al quesito è, innanzitutto, necessario richiamare le norme in tema di incompatibilità nel lavoro pubblico ed in particolare l’art. 53, D. Lgs. 165/2001.
Ai sensi dell’art. 60, D.P.R. 3/1957, richiamato dall’art. 53, D. Lgs. 165/2001, “l'impiegato non può esercitare il commercio, l'industria, nè alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all'uopo intervenuta l'autorizzazione del Ministro competente”.
L’art. 53, comma 7, D. Lgs. 165/2001, al comma 7, prevede che “I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza”.
Inoltre, ai sensi dell’art. 8 del Codice di Comportamento dei dipendenti del Ministero dell’Interno “Il dipendente non accetta incarichi retribuiti da soggetti pubblici o privati senza la preventiva autorizzazione dell'Amministrazione ai sensi dell'art. 53, co. 7, del D. Lgs. n. 165/2001. All'atto della richiesta di autorizzazione, il dipendente deve attestare che il soggetto privato o pubblico presso il quale intende svolgere la collaborazione non abbia in corso o non abbia avuto, nel biennio precedente la domanda di autorizzazione, un interesse economico significativo in decisioni o attività inerenti l’ufficio di appartenenza. A titolo meramente esemplificativo e, ferma restando la piena discrezionalità di giudizio dell'Amministrazione, sono considerati interessi economici significativi l'affidamento di concessioni, autorizzazioni o permessi, che comportino arricchimento patrimoniale o esercizio di attività economiche, affidamenti di incarichi di consulenza o collaborazione professionale, affidamento di appalti o cottimi fiduciari per forniture di beni o servizi o per l'esecuzione di lavori e, comunque, ogni decisione di carattere, anche parzialmente, discrezionale e non vincolato per legge. In mancanza della dichiarazione del dipendente o nel caso di attività per cui l'Amministrazione giudichi significativi gli interessi economici, l'autorizzazione non può essere rilasciata e il dipendente non può accettare l'incarico [[ů]]”.
Perché un’attività possa essere autorizzata è necessario che sia caratterizzata da temporaneità e occasionalità. Sono, quindi, autorizzabili le attività esercitate sporadicamente ed occasionalmente, anche se eseguite periodicamente e retribuite, qualora l’aspetto quantitativo e per la mancanza di abitualità, non diano luogo ad interferenze con l’impiego.
Per il dovere di esclusività, vi è un’incompatibilità assoluta per i dipendenti pubblici con contratto a tempo pieno o a part-time superiore al 50%, dal momento che questi non hanno il tempo necessario per svolgere il doppio lavoro senza compromettere l’efficienza dell’impiego pubblico.
L’attività non deve, inoltre, essere in conflitto con gli interessi dell’amministrazione e con il principio del buon andamento della pubblica amministrazione. Inoltre, non deve pregiudicare il regolare svolgimento del servizio del pubblico dipendente. L’attività deve, quindi, essere svolta al di fuori dell’orario di servizio.
Sono invece attività incompatibili:
  • l’esercizio di attività commerciale, industriale o di tipo professionale che non prevedono uno specifico albo;
  • l’impiego alle dipendenze di privati;
  • l’incarico in società costituite a fini di lucro, tranne che si tratti di cariche in società od enti per i quali la nomina è riservata allo Stato.
Sono invece, pienamente compatibili con il lavoro pubblico, anche per i dipendenti a tempo pieno o con orario superiore al 50%, tra l’altro, le attività che sono esplicitazioni dei diritti e libertà costituzionalmente garantiti, quali la partecipazione ad associazioni sportive, culturali, religiose, di opinione ecc.
Pertanto, nel caso di specie, l’attività di Pastore di una Chiesa evangelica, in sé e per sé considerata, è pienamente compatibile con l’assunzione come poliziotto della Digos, trattandosi di partecipazione ad un’associazione religiosa.
L’incompatibilità, piuttosto, si ravviserebbe nel caso in cui la Chiesa evangelica fosse costituita in forma di società avente scopo di lucro e il pastore/poliziotto fosse retribuito per il suo incarico di rappresentante.
In ogni caso, si potrebbe ravvisare un conflitto di interessi del dipendente pubblico che chiede come rappresentante di una chiesa evangelica un permesso per costruire al Comune.
Tuttavia, nel caso di specie, da un lato, la decisione del Comune sul permesso non coinvolgerebbe l’ufficio di appartenenza del dipendente (DIGOS), dall’altro bisognerebbe dimostrare un interesse economico significativo della Chiesa Evangelica nell’ottenimento del permesso.

Tanto chiarito a proposito della prospettata incompatibilità, per quanto concerne il secondo aspetto del quesito si rileva quanto segue.
La Legge n. 222/1985, per quanto qui ci occupa, stabilisce le condizioni e le procedure per il riconoscimento della personalità giuridica agli enti costituiti o approvati dall’autorità ecclesiastica.
Quando il procedimento va a buon fine, tali enti acquistano la particolare denominazione di “enti ecclesiastici civilmente riconosciuti” e sono tenuti ad iscriversi nel registro delle persone giuridiche, nel quale devono essere pubblicate anche le norme di funzionamento ed i poteri degli organi di rappresentanza.
L’art. 16, L. n. 222/1985, richiamato nel quesito dà la definizione di “attività di religione e di culto” rilevante ai fini della predetta legge, includendo tutte le attività dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana.
La norma, però, non ha lo scopo di imporre limitazioni alle istituzioni religiose rispetto all’oggetto della loro attività, posto che una tale interpretazione sarebbe difficilmente conciliabile con i principi costituzionali di cui all’art. 20 Cost., ma semplicemente serve ad identificare siano le attività rilevanti ai fini del riconoscimento ex L. n. 222/1985.
Gli enti ecclesiastici non riconosciuti, comunque, non possono avvalersi dello speciale regime (anche fiscale) riservato a quelli riconosciuti, ma rimangono soggetti di diritto per l’ordinamento statuale e sono disciplinati dalle norme di diritto comune (Cassazione civile, sez. I, 04 giugno 2018, n. 14247).
Peraltro, la L. 116/1995, recante “Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l'Unione Cristiana Evangelica Battista d'Italia (UCEBI)”, riconosce la qualità di enti ecclesiastici alle Chiese costituite in ente nell’ordinamento battista, nonché alle istituzioni costituite in ente nell'ordinamento battista, con sede in Italia, che abbiano fine di culto, solo o congiunto con quelli di istruzione o assistenza (art. 11).
In conclusione, la richiesta di rilascio da parte di un pastore di una Chiesa Evangelica del titolo edilizio per la costruzione di un edificio destinato al culto religioso, a casa-famiglia e a Residenza Sanitaria Assistita sembra compatibile con i fini considerati nelle norme in materia di enti ecclesiastici.

Tanto premesso, l’art. 11, D.P.R. n. 380/2001, attribuisce la legittimazione a chiedere il permesso di costruire al proprietario e a chiunque abbia titolo per richiederlo.
L’espressione è piuttosto ampia e comprende, per costante giurisprudenza, tutti i soggetti che vantino la legittima disponibilità dell'area, in base ad una relazione qualificata con il bene di natura reale o anche solo obbligatoria che accordi al richiedente la potestà edificatoria (ex multis, Consiglio di Stato, sez. VI, 22 settembre 2014, n. 4776; T.A.R. Salerno, sez. II, 08 ottobre 2018, n. 1388; T.A.R. Genova, sez. I, 25 febbraio 2015, n. 228).
In forza di tale principio, è stato ad esempio annullato un permesso di costruire ottenuto da un parroco in relazione a un immobile del quale non era proprietario, ma soltanto possessore precario in taluni periodi dell'anno (Consiglio di Stato, sez. V, 28 maggio 2001, n. 2882).
In tal caso però, il motivo dell’illegittimità non risiedeva nella qualità di rappresentante di un ente ecclesiastico, bensì nell’assenza della suddetta relazione qualificata con l’immobile.
Pertanto, il Pastore della Chiesa Evangelica di cui al quesito è legittimato a richiedere il permesso di costruire ex art. 11, D.P.R. n. 380/2001, a patto che possa vantare -in proprio o quale rappresentante dell’Ente ecclesiastico- una legittima disponibilità dell’area sulla quale insiste il fabbricato interessato dall'intervento edilizio.

Giorgio G. chiede
mercoledý 13/03/2019 - Piemonte
“Sono un Chirurgo Generale, Toracico e Vascolare, Professore Associato di Chirurgia Generale presso l'Università di ...omissis... in pensione dal 2007, che svolge attività Medico-Legale - soprattutto di Parte - iscritto all'Albo dei CT del Tribunale di ...omissis... dal 1988 e mi trovo sempre in grande "imbarazzo" quando vengono nominati dei CTU operanti e quindi dipendenti in ASL/Ospedali della Regione ...omissis... in "Vertenze" che riguardano Medici o Strutture afferenti alla Regione ...omissis.... Ritengo che non possano essere "imparziali" in quanto dipendenti - quindi "a libro paga" - di chi dovrebbe poi liquidare il danno (da malasanità), e quindi non "terzi" ed in pieno "conflitto di interesse".
Potete darmi un Vs parere con qualche riferimento giurisprudenziale ? (Sentenze di Tribunali o di Cassazione)
Resto in attesa.”
Consulenza legale i 19/03/2019
La questione posta attiene a soggetti (i medici) che rivestono la qualifica di dipendenti pubblici, il che comporta che il primo riferimento normativo da prendere in esame sarà il Testo unico sul pubblico impiego, ossia il D.lgs. 165/2001.

Di tale impianto normativo la norma che qui più ci interessa è l’art. 53, rubricato “Incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi”, il quale ai commi 7, 8 e 9 stabilisce un divieto generale per i dipendenti pubblici di assumere incarichi retribuiti senza alcuna preventiva autorizzazione da parte dell’amministrazione di appartenenza, proibendo nel contempo alle altre amministrazioni, enti pubblici e privati di conferire incarichi a chi è già dipendente di altra amministrazione se non risulti munito di tale preventiva autorizzazione.

La necessità di questa autorizzazione nasce dal fatto che con essa si mira a consentire all’amministrazione di appartenenza di verificare l’insussistenza in capo al dipendente di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi, ossia proprio ciò di cui qui si dubita.

Letta la norma in questi termini, dunque, sembrerebbe potersene dedurre che il medico, dipendente pubblico di azienda ospedaliera, iscritto all’Albo dei CTU presso un Tribunale, possa trovarsi in conflitto di interessi allorché sia chiamato ad espletare l’attività di consulenza in una causa che riguardi la struttura ospedaliera da cui dipende o un collega della medesima struttura, con la conseguenza che l’Amministrazione di appartenenza dovrebbe, in simili circostanze, non autorizzarlo a svolgere l’attività di CTU.
Il diniego di autorizzazione sarebbe così un ottimo strumento preventivo per evitare l’insorgere di quelle situazioni di potenziale conflitto di interesse di cui qui ci si lamenta.

Non la pensa così, tuttavia, la giurisprudenza amministrativa che si rinviene proprio su tale materia.
Infatti, il Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi in ordine alla legittimità di un Regolamento emesso da una azienda ospedaliera, in forza del quale era stato consentito al personale da essa dipendente l’iscrizione agli albi dei Tribunali in qualità di CTU e/o di perito senza necessità di una preventiva autorizzazione da parte della stessa amministrazione, con sentenza della Sezione VI n. 3513 emessa in data 17.07.2017, ha sancito che l’attività di CTU sia ricollegabile non ad un rapporto contrattuale di qualche genere, ma all’adempimento di una funzione pubblica nell’interesse dell’amministrazione della giustizia, per cui sarebbe illegittimo e potenzialmente lesivo dell’indipendenza della magistratura, ammettere l’iscrizione nel relativo albo, salvo poi subordinare l’effettivo esercizio dell’attività ad una autorizzazione da rilasciare caso per caso.

Secondo il Consiglio di Stato, dunque, non può profilarsi alcuna situazione di conflitto di interesse tra l’attività di medico dipendente e quella di CTU, dovendosi la seconda attività considerare svolta nell’interesse esclusivo dell’amministrazione della giustizia, ossia per una fine che trascende da un ulteriore e diverso rapporto contrattuale con altra pubblica amministrazione.

Si fa infatti osservare che:
  1. sotto il profilo soggettivo, tali incarichi vengono direttamente conferiti dall’Autorità giudiziaria (giudice o P.M., ex art. 221 del c.p.p., art. 233 del c.p.p.., art. 191 del c.p.c. e art. 19 del codice proc. amministrativo), ossia da un soggetto a cui non si può attribuire quella qualifica di pubblica amministrazione, ente pubblico economico ovvero privato che l’art. 53 citato richiede;
  2. sotto il profilo oggettivo, l’incarico di CTU non costituisce oggetto di un contratto di prestazione d’opera professionale o di altro tipo, ma esercizio di una vera e propria funzione pubblica, che si adempie a fini di giustizia.
A quest’ultimo proposito il Consiglio di Stato richiama le sentenze della Corte di Cassazione, Sezione Seconda, n. 7905 del 06.08.1990 e n. 4424 del 01.02.2017.

A confermare la correttezza del percorso argomentativo seguito dal Consiglio di Stato soccorre poi il disposto dell’art. 63 del c.p.c., il quale pone in capo al consulente che abbia deciso di iscriversi al relativo albo l’obbligo, se richiesto, di prestare il suo ufficio, avendo perfino il legislatore deciso di qualificare come reato la condotta di chi, nominato all’ufficio, ne ottenga con mezzi fraudolenti l’esenzione (così art. 366 del c.p.).

Qualora poi dovessero presentarsi situazioni di incompatibilità o di conflitto di interessi come quelle prospettate nel quesito, lo stesso legislatore prevede allo stesso art. 63 c.p.c. due strumenti processuali in grado di farvi fronte, ossia quello della astensione (la cui sussistenza viene rimessa alla valutazione del Giudice) ovvero quella ricusazione (attribuita al potere delle parti in causa e per gli stessi motivi previsti dall’art. 51 del c.p.c. per decidere della ricusazione di un giudice).

Quindi, come può chiaramente evincersi da quanto detto fin qui, la nomina di un CTU nei casi di cui ci si duole non incontra ostacoli né sotto il profilo pubblicistico del rapporto di lavoro che lega il medico all’azienda ospedaliera né sotto il profilo di un eventuale conflitto di interessi con le parti in causa, del quale il legislatore sembra essersi in ogni caso preoccupato.

Roberto D. chiede
sabato 17/02/2018 - Estero
“Buongiorno,
Sono attualmente docente a tempo indeterminato presso un'università francese. A seguito di un concorso da ricercatore a tempo indeterminato in Italia, mi è stato offerto un posto per tre anni che, per ragioni varie, mi potrebbe interessare. Contestualmente, vorrei mettermi in aspettativa non retribuita in Francia in attesa di vedere che cosa l'ateneo italiano potrà propormi allo scadere dei tre anni. La legislazione francese permette esplicitamente una tale combinazione. Purtroppo, non riesco a trovare informazioni relative alle disposizioni italiane in materia. Una costruzione aspettativa francese + contratto a tempo determinato in Italia sarebbe consentita?
Grazie fin da ora per la vostra consulenza.
Cordiali saluti.”
Consulenza legale i 23/02/2018
La Legge 22 dicembre 2011 n. 240 (Riforma Gelmini) ha innovato il regime delle incompatibilità dei professori e dei ricercatori universitari sia a tempo pieno che a tempo definito, liberalizzando da una parte alcune attività che prima erano soggette ad autorizzazione dell'Amministrazione di appartenenza e, dall'altra sottoponendo ad una autorizzazione da parte del Rettore altre tipologie di attività, in riferimento all’assenza di conflitto di interessi con l’Università di appartenenza nonché a condizione che le attività medesime non rappresentino detrimento alle attività didattiche, scientifiche e gestionali affidate ai richiedenti.
In particolare, l’art. 6 della suddetta legge, al comma 9, statuisce che la posizione di professore e ricercatore è incompatibile con l’esercizio del commercio e dell’industria e, limitatamente ai professori e ricercatori a tempo pieno, con l’esercizio di attività libero-professionale.
Il successivo comma 10 prevede, invece, che i professori a tempo pieno, possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, e conseguentemente senza la necessità di acquisire un’autorizzazione preventiva:
a) attività di valutazione e referaggio;
b) lezioni e seminari di carattere occasionale;
c) attività di collaborazione scientifica e di consulenza;
d) attività di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale;
e) attività pubblicistiche ed editoriali.

Il comma 12, infine, prevede la possibilità che i professori e i ricercatori a tempo definito svolgano attività libero-professionali e di lavoro autonomo anche continuative, purché non determino situazioni di conflitto di interesse rispetto all’ateneo di appartenenza disponendo anche che gli stessi possono svolgere attività didattica e di ricerca presso università o enti di ricerca esteri, previa autorizzazione del Rettore, che valuta la compatibilità con l’adempimento degli obblighi istituzionali.


Caterina M. chiede
giovedý 29/12/2016 - Lombardia
“Salve, non mi è chiaro dalle varie sentenze se un dipendente pubblico che svolge laboratori artistici/attività artistiche al di fuori dell'orario di lavoro, per mansioni appunto compatibili con quelle del lavoro da dipendente pubblico del Ministero della Giustizia, può emettere la ricevuta per prestazione occasionale senza ritenuta per i privati e con ritenuta d'acconto per gli enti con marca da bollo da 2€ se supera un certo importo, dichiarandola poi nei redditi diversi del proprio 730? Sono già in possesso dell'autorizzazione della Amministrazione per cui lavoro full-time, chiesta però nel 2014. Come devo modificare la richiesta di tale autorizzazione per adeguarmi al JobAct? Essendo attività artistiche per cui percepisco comunque un compenso, come posso fare per non incorrere in problemi fiscali.Ringrazio anticipatamente per la risposta. Saluti”
Consulenza legale i 11/01/2017
Va per prima cosa data risposta ad una delle ultime domande poste nel quesito: l’entrata in vigore del Job Act ha modificato, è vero, il regime delle prestazioni lavorative occasionali, ma non ha inciso minimamente sulla disciplina relativa al doppio lavoro dei pubblici dipendenti. Conseguentemente, non sarà necessario apportare alcuna modifica di forma alla “vecchia” richiesta di autorizzazione periodicamente inoltrata all’ente pubblico datore di lavoro.

Per quanto riguarda, invece, la questione principale, è opportuna una panoramica sulla citata disciplina che regola la possibilità del dipendente pubblico di svolgere un’ulteriore attività lavorativa retribuita al di fuori del proprio orario di lavoro.
Il dipendente pubblico ha, infatti, un dovere di esclusività nell’esercizio della prestazione lavorativa nei confronti dell’amministrazione di appartenenza, che deriva direttamente dalla Costituzione (art. 98). Il dovere di esclusività del pubblico funzionario risponde inoltre ai principi di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa di cui all’art. 97 della Costituzione.
Proprio perché previsto a livello costituzionale, tale dovere non può essere derogato né dalle parti né dai contratti collettivi, ma può essere regolato dal solo legislatore.

La norma di riferimento principale in materia è l’art. 53 del D.Lgs n. 106 del 2001 ("Testo unico sul pubblico impiego"), sulla “incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi”.
Tale disposizione, al primo comma, richiama espressamente il principio generale in materia di incompatibilità e di cumulo di incarichi ed impieghi di cui all’art. 60 del D.P.R. 10/1/1957 n. 3, secondo il quale: “l’impiegato non può esercitare il commercio, l’industria né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro”.
Tali incarichi, connotati dai caratteri della abitualità e professionalità, costituiscono incompatibilità di tipo assoluto, ovvero che non subiscono eccezione alcuna: per attività svolta con “professionalità” si intende lo svolgimento di una professione in maniera continua e non occasionale, anche qualora la stessa sia svolta in maniera esclusiva.

Dopo aver sancito le attività incompatibili assolute, l’art. 53 del citato Testo Unico prevede una importante deroga per il personale il cui rapporto di lavoro sia a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento di quella a tempo pieno, oltre che per i docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali.

Un ulteriore tipo di incompatibilità all’esercizio di un’attività lavorativa secondaria è la presenza di un conflitto di interessi fra lo svolgimento della prestazione lavorativa presso l’amministrazione e l’attività ulteriore: a prescindere dalla consistenza dell’orario lavorativo, infatti, tutti gli incarichi che anche solo in via meramente potenziale potrebbero interferire con l’attività ordinaria del pubblico dipendente, con riguardo alle modalità, al tempo, alla durata o al ruolo professionalmente ricoperto sono da considerarsi vietati e, quindi, non autorizzabili.

Con il D.P.R. n. 62 del 16/04/2013 (Regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a norma dell’articolo 54 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165), poi, è stato introdotto l’obbligo per il dipendente pubblico di comunicare tempestivamente all’amministrazione di appartenenza la propria adesione ad associazioni o organizzazioni i cui ambiti di interesse possono interferire con lo svolgimento dell’attività lavorativa, a prescindere dal contenuto riservato o meno.

L’articolo 53 del D. Lgs.n. 165/2001, infine, elenca alcune attività retribuite che il pubblico dipendente può esercitare senza previa autorizzazione. Fra queste ultime vi rientrano: la collaborazione con giornali, riviste, enciclopedie e simili; l’utilizzazione economica da parte dell’autore o inventore di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali; la partecipazione a convegni e seminari; gli incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate; gli incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo; gli incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita; le attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione.

Come si vede, il dovere di esclusività non è stato interpretato in senso inderogabile dal legislatore, essendo presenti nell’ordinamento eccezioni alla sua operatività.
Al pubblico dipendente viene, infatti, concessa dalla legge la possibilità di esercitare un’attività secondaria, solamente che per poterla esercitare egli deve ottenere l’autorizzazione disciplinata dal comma 10 dell’articolo 53 del D. Lgs. 165/2001. In particolare, l’autorizzazione è volta a verificare se l’incarico possa ingenerare, anche solo in via potenziale, una situazione di conflittualità con le funzioni pubbliche svolte, nonché la compatibilità del nuovo impegno con i carichi di lavoro del dipendente e della struttura di appartenenza, la occasionalità o saltuarietà della prestazione.
A seguito del rilascio dell’autorizzazione il pubblico dipendente può quindi esercitare liberamente l’attività secondaria purché non interferisca con i doveri dell’ufficio a cui è preposto.

Per tornare al quesito, in conclusione, non è propriamente corretto affermare che il pubblico dipendente non possa svolgere prestazioni occasionali: a prescindere, infatti, dall’ipotesi del part time cui si è accennato sopra (che consente di svolgere liberamente attività lavorativa extra), egli potrà farlo se:
- la prestazione in questione sia di natura realmente occasionale e non continuativa;
- si tratti di attività che per l’oggetto o altra ragione non vada a determinare un conflitto di interessi rispetto alle funzioni svolte dal lavoratore per l’amministrazione pubblica o comunque, in ogni caso, che sia compatibile con le medesime;
- ottenga un’autorizzazione preventiva in tal senso da parte dell’amministrazione.

Qualora nulla osti allo svolgimento dell’attività extra, i redditi percepiti per quest’ultima andranno senz’altro dichiarati nel modello fiscale, sotto la sezione “redditi diversi”. Per quest’ultimo aspetto, in ogni caso, si consiglia sempre di rivolgersi ad un commercialista.

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