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Articolo 1146 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Successione nel possesso. Accessione del possesso

Dispositivo dell'art. 1146 Codice civile

Il possesso continua nell'erede con effetto dall'apertura della successione.

Il successore a titolo particolare può unire al proprio possesso quello del suo autore per goderne gli effetti (1).

Note

(1) Chi succede a titolo particolare può avere intenzione di unire il suo possesso a quello del proprio dante causa, al fine di godere degli effetti del possesso in buona fede di questi.

Ratio Legis

La disposizione prevede due casi del tutto specifici.
Il comma primo, dispone, infatti, che, in ipotesi, di successione a titolo universale a causa di morte, il possesso, da parte del defunto, della cosa, prosegue nella persona dell'erede se questi accettata l'eredità, intesa come l'insieme dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo al de cuius, senza che sia necessario, in questo caso, l'impossessamento della cosa medesima.
Il comma secondo prevede, invece, che, in ipotesi di successione a titolo particolare per causa di morte (si pensi al legato) o per atto tra vivi (ad esempio, un contratto di compravendita), il possessore attuale ha la possibilità di unire il possesso del proprio dante causa al proprio, purché si verifichi un reale impossessamento, in presenza, cioè, di tutti gli elementi costitutivi del possesso.

Brocardi

Accessio possessionis
Bonorum possessores sunt qui alicui succedunt
Emptori tempus venditoris ad usucapionem prodest
Heres, ignoratione sua, defuncti vitia non excludit
Possessio defuncti quasi iuncta descendit ad heredem
Possessio testatoris ita heredi procedit, si medio tempore a nullo possessa est
Successio possessionis
Traditio possessionis
Vitia possessionum a maioribus contracta perdurarti, et successorem auctoris sui culpa comitatur

Spiegazione dell'art. 1146 Codice civile

La successione nel possesso e l'accessione del possesso

La norma non richiede un particolare commento: essa riproduce il testo dell'art. 693 codice del 1865, precisando quanto, nel silenzio della legge, la dottrina già ammetteva che il possesso continuasse nell'erede con effetto sin dall'apertura della successione, e ciò a causa dell'efficacia retroattiva dell'accettazione dell’eredità.

Tanto per il nuovo codice come per il vecchio, il possesso dell'autore e quello dell'erede si considerano come un unico possesso, laddove nel caso di successione a titolo particolare si tratta di due possessi ben distinti che il successore ha la facoltà di unire. Perciò, mentre ad es. l'erede è possessore di buona o di mala fede, a seconda che fosse di buona o mala fede il possesso del de cuius, per la congiunzione dei possessi da parte del successore a titolo particolare occorreva che ciascuno di essi avesse i requisiti necessari affinchè si riproducessero quegli effetti giuridici in vista dei quali si voleva utilizzare la congiunzione, e che la sola lacuna consisteva nella durata del possesso, alla quale appunto si ovviava con la congiunzione.

Per di più, mentre, come si è visto, la successio possessionis è possibile anche se di fatto l'erede non abbia avuto possesso nel periodo intermedio tra la delazione e l'accettazione, per la accessio possessionis occorre che i due possessi si susseguano immediatamente senza che interceda il possesso di un terzo.

È infine da rilevare che, per potersi operare l'accessio, il secondo possessore deve essere avente causa del primo, ed i possessi da unire devono corrispondere allo stesso diritto: per cui non sarebbe ad es. possibile l'unione di un possesso a titolo di piena proprietà con un possesso a titolo di usufrutto, e ciò nemmeno allo scopo di valersene con riferimento al diritto minore.


L'art. 460 c.c.

La disposizione non ha nulla a che vedere con quella contenuta nell' art. 460 del c.c., in forza della quale « il chiamato alleredità può esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, anche senza bisogno di materiale apprensione ».

Lo scopo di quest'ultima norma, rileva la Relazione al Re Imperatore, è soltanto quello di consentire al chiamato, nel periodo intermedio tra la delazione e l'acquisto dell’eredità, la tutela possessoria dei beni ereditari vincolata dai presupposti che la legge normalmente richiede: esso pertanto differisce dallo scopo perseguito dalla norma in esame, nella quale si dispone la continuazione di diritto del possesso, ma per l'ipotesi in cui il chiamato abbia già acquistato la qualità di erede.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

538 Per ciò che concerne la successio in possessionem e l'accessio possessionis, l'art. 1146 del c.c. riproduce, con lieve variante,-la formula dell'art. 693 del codice del 1865. Il possesso continua in colui che per effetto dell'accettazione ha acquistato la qua. lità ereditaria: anche se di fatto non ha avuto il possesso nel periodo intermedio tra la delazione e l'accettazione dell'eredità, l'erede, data l'efficacia retroattiva dell'accettazione, continua il possesso con effetto dall'apertura della successione. Il possesso dell'autore e quello dell'erede si considerano come un unico possesso: l'erede è possessore di buona o di mala fede secondo che era di buona o di mala fede il possesso del suo autore. Nel caso invece di successione a titolo particolare si hanno due possessi distinti; salva la facoltà del successore a titolo particolare di congiungere il possesso proprio a quello del suo dante causa per goderne gli effetti.

Massime relative all'art. 1146 Codice civile

Cass. civ. n. 14505/2018

La continuazione del possesso in favore dell'erede opera automaticamente, ai sensi dell'art. 1146, comma 1, c.c., diversamente dalla "accessio possessionis" a vantaggio del successore a titolo particolare di cui all'art. 1146, comma 2, c.c. che, invece, rimette alla volontà dell'acquirente, manifestata anche implicitamente e senza il ricorso a forme sacramentali, la scelta di unire il proprio possesso a quello del dante causa.

Cass. civ. n. 19724/2016

In tema di accessione nel possesso ex art. 1146, comma 2, c.c., affinché operi il trapasso del possesso dall'uno all'altro dei successivi possessori ed il successore a titolo particolare possa unire al proprio quello del dante causa, è necessario che il trasferimento sia giustificato da un titolo astrattamente idoneo al passaggio della proprietà od altro diritto reale sul bene, sicché va esclusa, per difetto di forma del sottostante atto traslativo, l'operatività dell'accessione rispetto al possesso di un terreno incluso tra i beni di una azienda ceduta con contratto verbale in caso di cessione d'azienda.

Cass. civ. n. 15020/2013

Nel sistema tavolare, la mancata intavolazione della servitù comporta l'inefficacia del trasferimento successivo sotto il profilo del difetto di titolarità in capo all'autore, ma tale inefficacia rientra nella fisiologia dell'istituto dell'accessione del possesso, che presuppone un titolo (non idoneo, bensì) solo astrattamente idoneo al trasferimento. Ne consegue che, intavolato l'acquisto della proprietà, si trasferisce per accessione il possesso della servitù attiva, abbia o no già determinato l'acquisto del relativo diritto per usucapione.

Cass. civ. n. 18909/2012

L'accessione del possesso della servitù a favore del successore a titolo particolare della proprietà del fondo dominante, ferma la necessità di un titolo astrattamente idoneo a trasferire quest'ultimo, non richiede, ai sensi dell'art. 1146, comma secondo, c.c., l'espressa menzione della servitù nel titolo di acquisto.

Cass. civ. n. 17491/2012

In caso di morte dell'usuario di un immobile, con conseguente estinzione del diritto d'uso dovuta alla sua intrasferibilità "mortis causa" è inapplicabile, in favore degli eredi che siano subentrati nel godimento del bene, la successione nel possesso, agli effetti dell'art. 1146 c.c..

Cass. civ. n. 22348/2011

Chi intende avvalersi dell'accessione del possesso di cui all'art. 1146, secondo comma, c.c., per unire il proprio possesso a quello del dante causa ai fini dell'usucapione, deve fornire la prova di aver acquisito un titolo astrattamente idoneo (ancorché invalido o proveniente "a non domino") a giustificare la "traditio" del bene oggetto della signoria di fatto, operando detta accessione con riferimento e nei limiti del titolo traslativo e non oltre lo stesso. Ne consegue che il convenuto in azione di regolamento di confini che eccepisca l'intervenuta usucapione invocando l'accessione del possesso, deve fornire la prova dell'avvenuta "traditio" in virtù di un contratto comunque volto a trasferire la proprietà del bene in questione.

Cass. civ. n. 15967/2011

Per effetto di una "fictio iuris", il possesso del "de cuius" si trasferisce agli eredi i quali subentrano nel possesso del bene senza necessità di una materiale apprensione, occorrendo solo la prova della qualità di eredi; detta continuità nel possesso tra il "de cuius" e l'erede consente a quest'ultimo, pur in assenza della materiale apprensione dei beni ereditari, il legittimo esercizio delle azioni possessorie.

Cass. civ. n. 4428/2009

Il compossessore "pro indiviso" di un immobile, che poi consegua il possesso esclusivo di una porzione di esso in esito a divisione, può invocare, ai fini dell'usucapione di tale porzione, anche il precedente compossesso, in virtù della sopravvenuta qualità di successore nel compossesso degli altri condividenti e della possibilità, prevista dall'art. 1146, comma secondo, cod. civ., di accessione del proprio possesso a quello esercitato dai condividenti medesimi.

Cass. civ. n. 20303/2008

Il regime successorio dei masi chiusi si distingue da quello ordinario solo in virtù della tutela dell'indivisibilità dell'unità immobiliare, non escludendo, conseguentemente, che l'assuntore del maso possa cumulare, ai fini dell'usucapione, il possesso esclusivo conseguito per effetto della divisione a quello esercitato di fatto in qualità di compossessore prima della divisione stessa.

Cass. civ. n. 20287/2008

L'accessione del possesso della servitù, ai sensi dell'art. 1146, secondo comma, cod. civ., si verifica, a favore del successore a titolo particolare nella proprietà del fondo dominante, anche in difetto di espressa menzione della servitù nel titolo traslativo della proprietà del fondo dominante e anche in mancanza di un diritto di servitù già costituito a favore del dante causa.

Nelle province in cui vige il sistema tavolare, il principio dell'accessione del possesso, disciplinato dall'art. 1146 cod. civ., non opera in caso di omissione dell'intavolazione del diritto acquistato, per atto tra vivi, dal successore a titolo particolare, mentre, nel caso in cui l'accessione del possesso riguardi un diritto di servitù, non solo non occorre l'espressa menzione, nel titolo di trasferimento dell'avente causa, dell'esistenza della servitù, ma non è neanche necessaria l'intavolazione del diritto del dante causa, essendo un elemento tipico dell'accessione l'inefficacia o l'inidoneità dell'atto formale di cessione.

Cass. civ. n. 11131/2006

Nell'ipotesi di alienazione di un immobile realizzato in violazione delle prescrizioni di cui all'art. 873 c.c., il successore a titolo particolare che invochi l'acquisto per usucapione del diritto (servitù) di mantenerlo a distanza inferiore a quella legale può, in virtù del principio dell'accessione di cui al secondo comma dell'art. 1146 c.c., unire al proprio possesso quello del suo dante causa, giacché in materia di servitù — trattandosi di un diritto di natura reale — occorre fare riferimento al dato obiettivo del rapporto tra i fondi, non assumendo rilievo le persone che la esercitano e coloro che hanno un interesse contrario; d'altra parte, ai fini dell'acquisto per usucapione di una servitù continua (come appunto quella in oggetto), è sufficiente l'esistenza della prescritta durata ventennale di opere visibili e permanenti destinate al suo esercizio.

Cass. civ. n. 18750/2005

In tema di usucapione, colui che — ai fini dell'accessione prevista dall'art. 1146 comma secondo c.c. — intende unire il proprio possesso a quello del dante causa deve fornire la prova di avere acquistato con un titolo astrattamente idoneo al trasferimento (ancorché invalido o proveniente a non domino) il medesimo diritto oggetto del possesso;. pertanto, con riferimento all'usucapione di un diritto reale limitato come quello di servitù, il titolo idoneo non può essere costituito dal contratto di vendita del fondo (preteso) dominante nel quale non sia specificamente menzionata la servitù, atteso che l'accessione nel possesso opera nei soli limiti del titolo traslativo, sicché il trasferimento del fondo dominante può essere sufficiente a trasferire la servitù esclusivamente nel caso in cui questa sia già sussistente a favore del fondo alienato ma non nell'ipotesi in cui sia in corso il possesso ad usucapionem da parte del cedente. (Nella specie, è stato escluso che, in relazione all'acquisto per usucapione di una servitù di veduta, ricorressero le condizioni per l'accessione del possesso invocata dall'acquirente della proprietà del fondo preteso dominante, atteso che nel contratto di compravendita non si faceva alcuna menzione dell'esistenza di un diritto di servitù a favore del fondo medesimo).

Cass. civ. n. 8502/2005

In tema di accessione nel possesso, di cui all'art. 1146, secondo comma, c.c., affinché operi il trapasso del possesso dall'uno all'altro dei successivi possessori e il successore a titolo particolare possa unire al proprio il possesso del dante causa è necessario che il trasferimento trovi la propria giustificazione in un titolo astrattamente idoneo a trasferire la proprietà o altro diritto reale sul bene; ne consegue, stante la tipicità dei negozi traslativi reali, che l'oggetto del trasferimento non può essere costituito dal trasferimento del mero potere di fatto sulla cosa.

Cass. civ. n. 13695/2003

In tema di acquisto del diritto di proprietà o di altro diritto reale per effetto di usucapione, l'accessione al possesso del dante causa, prevista dall'art. 1146 c.c. presuppone l'identità del contenuto e del tipo di possesso esercitato dal successore a titolo particolare. (La S.C., nel cassare la sentenza di appello che aveva riconosciuto l'usucapione della servitù di passaggio a favore delle parti comuni dell'edificio, ha ritenuto che non era stato dai giudici compiuto, ai fini dell'accessione di cui all'art. 1146 c.c., l'accertamento in ordine al contenuto del possesso, posto che dagli elementi desumibili dalla sentenza impugnata andava anzi esclusa la coincidenza fra il possesso esercitato per le esigenze del cantiere durante la realizzazione del fabbricato dall'impresa costruttrice, oltretutto proprietaria all'epoca anche dell'immobile che dovrebbe essere gravato dalla servitù, e quello degli acquirenti delle singole unità immobiliari praticato per l'accesso veicolare alla pubblica via).

Cass. civ. n. 6965/2001

L'erede non convivente del conduttore di immobile adibito ad abitazione non gli succede nella detenzione qualificata e poiché il titolo si estingue con la morte del titolare del rapporto — analogamente al caso di morte del titolare dei diritti di usufrutto, uso o abitazione - quegli è un detentore precario della res locata al de cuius, sì che nei suoi confronti sono esperibili le azioni di rilascio per occupazione senza titolo e di responsabilità extracontrattuale.

Cass. civ. n. 6852/2001

Per effetto di una fictio iuris, il possesso del de cuius si trasferisce agli eredi i quali subentrano nel possesso del bene senza necessità di una materiale apprensione, occorrendo solo la prova della qualità di eredi. Il principio della continuità nel possesso tra il de cuius e l'erede consente a quest'ultimo, pur in assenza della materiale apprensione dei beni ereditari, il legittimo esercizio delle azioni possessorie.

Cass. civ. n. 4630/2001

L'operatività della successione nel possesso (di cui all'art. 1146, primo comma, c.c.) presuppone l'esistenza in capo al de cuius del possesso della res, il quale, secondo la nozione fornitane dall'art. 1140 c.c., si identifica nella manifestazione di un potere di fatto sulla cosa corrispondente all'esercizio di un diritto reale. Ne consegue che ove la successio possessionis sia negata da colui nei cui confronti essa sia fatta valere è onere dell'erede dimostrare l'esistenza in capo al de cuius del suddetto rapporto di fatto con il bene in contestazione. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto inidonee a fornire la necessaria prova del possesso del de cuius le cartelle esattoriali a questo intestate concernenti il pagamento di un tributo immobiliare sul bene in contestazione, sul principale rilievo che tali documenti potevano al più costituire elementi indiziari della situazione possessoria apprezzabili ai fini della positiva valutazione di altre e più qualificanti risultanze probatorie).

Cass. civ. n. 6382/1999

L'accessione del possesso di cui all'art. 1146, secondo comma c.c. opera con riferimento e nei limiti del titolo traslativo e non oltre lo stesso.

Cass. civ. n. 5221/1998

II principio della continuità nel possesso tra il de cuius e l'erede (art. 1146, primo comma, c.c.) consente a quest'ultimo, pur in assenza della materiale apprensione dei beni ereditari, il legittimo esercizio delle azioni possessorie, a fondamento delle quali è sufficiente la dimostrazione, da parte di chi invochi la successio possessionis, dell'esistenza di un titolo, anche invalido, (nella specie, il testamento) astrattamente idoneo al trasferimento dei beni ereditari, con la conseguenza che il giudizio possessorio così instaurato non può essere sospeso in attesa dell'esito del giudizio petitorio nel quale si discuta della validità del testamento.

Cass. civ. n. 9884/1996

Oggetto di un contratto di compravendita può essere solo il trasferimento della proprietà di una cosa o di un altro diritto; con la conseguenza che detto contratto non può avere ad oggetto il trasferimento del possesso di un immobile in sé e per sé (non collegato, cioè, alla cessazione della proprietà dello stesso) e da esso, ove comunque posto in essere dalle parti, non possono derivare gli effetti dell'accessione del possesso di cui all'art. 1146, secondo comma, c.c., in quanto il possesso «unibile» ai sensi di detta norma è esclusivamente quello del precedente titolare del diritto trasferito. L'acquisto della proprietà di un immobile per effetto dell'usucapione, affinché possa esser fatto valere e formare oggetto di un contratto di vendita, deve essere dapprima accertato e dichiarato nei modi di legge.

Cass. civ. n. 4193/1995

Ai fini dell'usucapione ordinaria è inammissibile il cumulo del proprio possesso con la detenzione di colui che, in quanto affittuario dell'immobile, non è autore del trasferimento a titolo particolare della cosa che sarebbe stata usucapita.

Cass. civ. n. 5731/1994

Il coniuge che continua ad abitare la casa di abitazione coniugale in comune proprietà, dopo la morte dell'altro (coniuge), anche per la quota di questo, in forza del diritto di abitazione che è a lui riservato dall'art. 540 c.c., acquista il possesso solo rappresentativo della quota trasferita in proprietà agli eredi del coniuge deceduto i quali, conseguentemente, subentrano egualmente, ai sensi dell'art. 1146 c.c., nel possesso del bene senza necessità di materiale apprensione.

Cass. civ. n. 5623/1989

Il principio della accessione del possesso, ai sensi dell'art. 1146, secondo comma, c.c. secondo cui il successore a titolo particolare può unire il suo possesso a quello del proprio dante causa allo scopo di goderne gli effetti (e perciò, ai fini dell'usucapione), non può operare quando sia stata dichiarata la risoluzione del suo titolo d'acquisto.

Cass. civ. n. 6552/1981

Ai fini del cumulo di due distinti possessi ex art. 1146 c.c., è necessaria la prova, da parte di chi intende valersene, nel caso di successio possessionis, della qualità di erede e, nell'ipotesi di accessio possessionis, di un titolo idoneo in astratto a trasmettere la proprietà od altro diritto reale, anche se invalido.

Cass. civ. n. 3840/1978

In regime tavolare, l'acquirente da chi non è proprietario dell'immobile venduto non può unire il possesso dell'autore del trasferimento al proprio perché, mancando l'intavolazione a favore del dante causa ed avendo l'iscrizione nel libro fondiario valore costitutivo dell'acquisto della proprietà, viene a mancare anche in astratto il titolo idoneo a trasmettere la proprietà o altro diritto reale che importi come conseguenza la sostituzione nel possesso di un soggetto ad un altro.

Cass. civ. n. 1407/1976

Gli istituti della successione e dell'accessione, disciplinati in relazione al possesso dall'art. 1146 c.c., non sono applicabili alla detenzione; invero, costituendo la detenzione di un determinato bene manifestazione di facoltà proprie di un rapporto obbligatorio, una successione sia a titolo universale che particolare può ipotizzarsi solo nel rapporto medesimo, ove la natura di esso lo consenta. (Nella specie, deceduto il comodatario di un immobile adibito ad uso di abitazione, ed immessosi in esso il di lui erede, il giudice del merito qualificava questi successori nella detenzione del de cuius e, in mancanza di un atto di interversio possessionis, ne rigettava la domanda di intervenuta usucapione del bene; la Corte Suprema ha cassato la sentenza, enunciando il principio di cui in massima).

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Consulenze legali
relative all'articolo 1146 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Ing. M. V. chiede
mercoledì 27/03/2019 - Lazio
“Le porzioni immobiliari mia (da 4 anni) e del mio nuovo (da pochi mesi) vicino derivano dalla suddivisione di un'unica proprietà tra più fratelli, che hanno venduto le loro porzioni o l'hanno appena fatto.
Un'area scoperta mattonata (a livello giardino) fu divisa dai precedenti proprietari con un muretto confinario nel quale fu praticato un foro a livello terreno destinato a consentire il deflusso delle acque piovane dalla ora mia parte ("fondo superiore") verso l'altra ("fondo inferiore"). Preciso quindi che l'intera area scoperta mattonata trovasi in leggera pendenza.
Mentre il precedente proprietario aveva continuato a tollerare, dopo il mio subentro, la preesistente situazione, il mio nuovo vicino non è dello stesso parere e pretende che io faccia eseguire, interamente a mio carico ma totalmente entro la sua proprietà, una complessa e costosa opera di convogliamento delle acque piovane a partire dal detto foro nel muretto fino e ben oltre il termine dell'area mattonata, comprendente una vasta fossa di drenaggio in terreno libero (per dire: una piscina per lavarsi le mani).
Gradirei conoscere se la richiesta del vicino debba da me essere accolta, o interamente o forse in parte (50%) e quali possano essere i criteri di delimitazione dal punto di vista tecnico (ma quindi economico) dell'opera di cui potrei essere chiamato a farmi carico, eventualmente in misura parziale.
Se richiesto, produrrò uno schizzo dei luoghi e documentazione fotografica.
Saluti.”
Consulenza legale i 29/03/2019
L’art. 908 del codice civile prevede un generale divieto di servitù di stillicidio.
Tuttavia, come osservato dalla Suprema Corte già dal lontano 1951 (sentenza n. 333): “L'art. 908 c.c., opera solo in mancanza di una volontà negoziale che abbia diversamente regolato tra i proprietari vicini lo scarico delle acque private (nella specie: mediante costituzione di apposita servitù di stillicidio)”. Tale principio è stato sostanzialmente confermato anche nella sentenza della Cassazione n. 7576/2007 secondo cui: “lo stillicidio sia delle acque piovane sia, a maggior ragione, di quelle provenienti dall'esercizio di attività umane (come, ad es., dallo sciorinio di panni stesi mediante sporti sul fondo alieno) può essere legittimamente esercitato soltanto se trovi rispondenza specifica in un titolo costitutivo di servitù "ad hoc" o comunque - ove connesso alla realizzazione di un balcone aggettante sull'area di proprietà del vicino-sia stato esplicitamente previsto tra le facoltà del costituito diritto reale”.

Ciò posto, nella presente vicenda, non sappiamo se il diritto di servitù sia menzionato o meno nel contratto di compravendita e se sia stato trascritto.
Per costante giurisprudenza, infatti, " la servitù volontariamente costituita, per essere opponibile all'avente causa dell'originario proprietario del fondo servente, deve essere stata trascritta o espressamente menzionata nell'atto di trasferimento al terzo del fondo medesimo, rimanendo, altrimenti, vincolante solo tra le parti" (Cass. 18 luglio 2013 n. 17634).
Tale principio, è stato ribadito anche recentemente nell’ordinanza della Cassazione n.8000/2018 secondo cui: “in tema di servitù convenzionali, va affermato il principio di diritto (al quale dovrà, perciò, conformarsi il giudice di rinvio) secondo cui l'indagine sull'opponibilità della servitù ai terzi successivi acquirenti va condotta con esclusivo riguardo al contenuto della nota di trascrizione del contratto che della servitù integra il titolo, sicchè detta opponibilità può essere ritenuta solo quando dalla nota cennata è possibile desumere l'indicazione del fondo dominante e di quello servente, la volontà delle parti di costituire una servitù, nonchè l'oggetto e la portata del diritto, anche, quindi, con riguardo all'eventuale sottoposizione della modifica o dell'estinzione del relativo diritto a termine o condizione, come imposto dall'ultimo comma dell'art. 2659 c.c”.

Pertanto, nella presente vicenda, occorre preliminarmente verificare quanto precede nell’atto notarile.

In mancanza, l’unica residua possibilità potrebbe essere quella di vantare un acquisto per usucapione del diritto di servitù ai sensi del secondo comma dell’art. 1146 c.c.
In base a questo istituto (la cd. “accessione nel possesso”), chi ha acquistato può unire il suo possesso a quello del suo dante causa.
Su tale aspetto, la Suprema Corte ha evidenziato che “chi intende avvalersi dell'accessione del possesso di cui all'art. 1146, secondo comma, cod. civ., per unire il proprio possesso a quello del dante causa ai fini dell'usucapione, deve fornire la prova di aver acquisito un titolo astrattamente idoneo (ancorché invalido o proveniente "a non domino") a giustificare la "traditio" del bene oggetto della signoria di fatto, operando detta accessione con riferimento e nei limiti del titolo traslativo e non oltre lo stesso” (Cass. Ord. 22348/2011).

Alla luce di tutto quanto precede, esaminata la documentazione fotografica trasmessa ed in risposta a quanto richiesto nel quesito possiamo affermare quanto segue.
Per valutare se la richiesta del vicino sia legittima, occorre verificare preliminarmente il contenuto dell’atto di acquisto del bene e se il relativo contratto, contenente l’indicazione del diritto di servitù, sia stato trascritto. In tal caso, sarebbe agevolmente opponibile al vicino.
Se così non fosse, si potrebbe comunque verificare se vi siano i presupposti dell’usucapione ventennale nei termini di cui all’art. 1146 c.c. secondo comma, come sopra specificati.

Se, per ipotesi, entrambe le verifiche dovessero essere negative in Suo sfavore, la richiesta del Suo vicino dovrebbe allora trovare accoglimento altrimenti quest’ultimo potrebbe fare una questione risarcitoria per i danni subiti. In tal caso, il costo per la sistemazione dei luoghi onde evitare lo stillicidio riteniamo non possa essere a carico del vicino.
Tra l’altro, purtroppo, Lei non potrebbe nemmeno invocare l’art. 913 c.c. in quanto questo fa riferimento agli scoli naturali e non a quelli artificiali (ovvero realizzati mediante l’intervento dell’uomo).

Francesco P. chiede
lunedì 14/05/2018 - Calabria
“Salve, in merito alla risposta che avete dato al mio precedente quesito, vorrei nuove delucidazioni:
precedentemente avevo scritto che la prassi di passare nella mia proprietà va avanti da "decenni", è vero, ma tuttavia gli attuali proprietari passano nella mia proprietà soltanto dal 2005 perchè prima quel terreno era di altre persone e quindi erano altri a passare (comunque questo penso che non cambi nulla).
Poi va precisato che dovendo loro passare in un giardino per raggiungere la loro proprietà potrebbero passare solamente a piedi e non con autoveicoli o mezzi meccanici ma passano ugualmente col trattore per arare il campo sporcando inevitabilmente di terra il mio viale e lesionando il cemento del viale stesso che non è fatto per resistere al peso di un trattore.
Un altro danno che subisco è che essendo il loro terreno in posizione più alta rispetto al piano del mio giardino (praticamente è ad un terrazzamento immediatamente sopra la mia proprietà), non essendoci muri a separare le due proprietà ma una semplice rete metallica e non effettuando loro alcuna manutenzione alla zona subito dietro la rete ogni volta che piove forte del fango arriva nel mio giardino e c'è anche il rischio concreto che prima o poi si verifichi una frana ma loro non vogliono saperne di risolvere definitivamente questo problema realizzando un muro che divida le due proprietà, ovviamente io sarei disposto a dividere le spese di costruzione.
In fine vorrei aggiungere che questo terreno confinante con la mia proprietà su un altro lato confina con un giardino comunale aperto al pubblico, li attualmente non c'è un accesso che potrebbero utilizzare ma potrebbe essere facilmente realizzato anche senza ausilio di mezzi meccanici e con pochissima spesa, se si realizzasse un accesso da quel lato non potrebbero passare con i mezzi ma del resto non potrebbero nemmeno nella mia proprietà stando alla legge, non sarebbe più logico realizzare un accesso pedonale in un giardino pubblico piuttosto che passare in una proprietà privata con inevitabili disagi?”
Consulenza legale i 21/05/2018
Riguardo alla prima delle questioni poste, inerente la durata dell’esercizio di fatto della servitù di passaggio, l’art. 1146 del c.c. prevede due istituti che consentono di unire il proprio possesso a quello del proprio dante causa e precedente possessore. Si tratta dei seguenti:
  • successione nel possesso (art. 1146 c.c., comma 1): in caso di successione a titolo universale mortis causa, il possesso continua nell'erede con effetto dall'apertura della successione;
  • accessione del possesso (art. 1146 c.c., comma 2): in caso di successione a titolo particolare per atto tra vivi (es. contratto) o per causa di morte (es. legato), il successore a titolo particolare può unire al proprio possesso quello del suo autore per goderne gli effetti. Dunque l’accessione del possesso non opera automaticamente, ma costituisce una facoltà del successore a titolo particolare. Secondo la giurisprudenza (tra le altre Cass. Civ. VI, 22348/2011), essa presuppone sia la prova dell’esistenza di un titolo astrattamente idoneo (ancorché invalido o proveniente "a non domino", cioè da chi non è proprietario) a giustificare la "traditio", cioè la consegna, del bene, sia la prova dell'avvenuta "traditio" in virtù di un contratto comunque volto a trasferire la proprietà del bene in questione.
Chiaramente, per verificare la sussistenza, in concreto, dell’una o dell’altra ipotesi di “continuazione” del possesso nell’acquirente a titolo universale o particolare, occorrerebbe conoscere le circostanze del caso in esame (durata del possesso dei precedenti possessori, titolo in base al quale è avvenuto il trasferimento, ecc.).

Rispetto, invece, alle modalità di esercizio del passaggio, l’art. 1065 del c.c. stabilisce che chi ha un diritto di servitù non può usarne se non a norma del suo titolo o del suo possesso.
Principio di carattere residuale (applicabile cioè solo quando non sia possibile stabilire il contenuto della servitù in base al titolo o al possesso), è, invece, quello secondo cui, in caso di dubbio circa l'estensione e le modalità di esercizio, la servitù deve ritenersi costituita in modo da soddisfare il bisogno del fondo dominante col minor aggravio del fondo servente (c.d. criterio del "minimo mezzo").
Nel nostro caso, però, si pone più che altro una questione di possesso della servitù, poiché non è stata (ancora) accertata l’esistenza di un “diritto” al passaggio su fondo altrui.
Pertanto non dovrà farsi riferimento all’art. 1065 c.c. ma, semmai, al successivo art. 1066 del c.c., in base al quale, nelle questioni di possesso delle servitù, si ha riguardo alla pratica dell'anno antecedente (se si tratta di servitù esercitate a intervalli maggiori di un anno, si ha riguardo alla pratica dell'ultimo godimento).
Anche in questo caso, tuttavia, per fornire una risposta realmente adeguata al caso concreto occorrerebbe conoscere le caratteristiche e le modalità del passaggio così come esercitato nel corso degli anni.

La terza problematica sollevata, riguardante la caduta di fango dal fondo vicino, è evidentemente questione ulteriore e diversa rispetto a quella dell’esercizio di fatto della servitù. In ogni caso si tratta di una situazione che potrebbe legittimare (soprattutto laddove vi fosse effettivamente un rischio di frana come riferito nel quesito odierno) il ricorso alla denuncia di danno temuto prevista dall’art. 1172 del c.c.
In base a tale ultima norma il proprietario, il titolare di altro diritto reale di godimento o il possessore, il quale ha ragione di temere che da qualsiasi edificio, albero o altra cosa sovrasti pericolo di un danno grave e prossimo alla cosa che forma l'oggetto del suo diritto o del suo possesso, può denunziare il fatto all'autorità giudiziaria e ottenere, secondo le circostanze, che si provveda per ovviare al pericolo.
Si tratta di un’azione di natura cautelare in cui l’attore dovrà dimostrare non solo l’esistenza di un fumus boni iuris, ossia la probabile esistenza del diritto che si vuole tutelare, ma anche del periculum in mora, cioè del possibile danno in cui si potrebbe incorrere in caso di ritardo. La valutazione circa la sussistenza dei relativi presupposti, come al solito, non può prescindere da una conoscenza dettagliata delle circostanze del caso concreto.

Infine, riguardo all’ultima delle questioni esposte nel quesito, in merito alla possibilità o meno di “spostare” la servitù, l’art. 1068 del c.c. prevede che il proprietario del fondo servente non può trasferire l'esercizio della servitù in luogo diverso da quello nel quale è stata stabilita originariamente.
Tuttavia, se l'originario esercizio è divenuto più gravoso per il fondo servente, o se impedisce di fare lavori, riparazioni o miglioramenti, il proprietario del fondo servente può offrire al proprietario dell'altro fondo un luogo egualmente comodo per l'esercizio dei suoi diritti, e questi non può rifiutarlo.
Anche in questo caso occorre ripetere che ogni decisione riguardante la praticabilità della soluzione prospettata (passaggio attraverso giardino di proprietà comunale) non può prescindere da una completa conoscenza dello stato dei luoghi e, nell’ipotesi specifica, dall’esame delle problematiche connesse al fatto che si dovrebbe coinvolgere una proprietà pubblica).

Veneranda N. chiede
venerdì 01/12/2017 - Campania
“Nel 1983, Tizio Caio e Sempronio, soci di una s.r.l., occupavano con fabbriche alcuni terreni in disuso ed in proprietà di Ferrovie insediandovi le sedi operative ed amministrative della srl. Nel 1999, i 3 soci cedono la totalità delle loro quote societarie ai sig.ri Alfa e Beta che divengono amministratore e socio e continuano il possesso dei terreni e delle fabbriche. Nel 2002, la s.r.l. viene liquidata ed estinta. Il verbale di liquidazione nulla riferisce in ordine ai terreni e le fabbriche suddette, ma i soci Alfa e Beta continuano a disporne come proprietari indisturbati ( dal 1983) a tutt'oggi.
In tale ipotesi può configurarsi una successione nel possesso ai sensi dell'art. 1146 c.c. primo comma?

Consulenza legale i 06/12/2017
Prima di rispondere alla domanda contenuta nel quesito in ordine alla applicabilità o meno dell’art. 1146 primo comma c.c., facciamo un breve accenno alla questione pregiudiziale relativa alla natura giuridica dei terreni di proprietà di Ferrovie dello Stato SpA.
Come ha osservato il Consiglio di Stato (Cfr. sentenza Cons. St., sez. IV, 14.12.2002, n. 6923) la trasformazione delle Ferrovie dello Stato in ente pubblico economico e la successiva modifica in s.p.a., ad opera della Legge 8.8.1992, n. 359, aveva inciso soltanto sugli aspetti organizzativi senza far venire meno tutta la restante disciplina prevista dalla legge n. 210 del 1985, ivi compreso il regime giuridico dei beni di sua proprietà. Riguardo questi ultimi, essi rientrano nel demanio accidentale se si tratta di beni destinati all'esercizio dell'attività ferroviaria; mentre, si tratta di beni patrimoniali disponibili se non hanno mai avuto destinazione diretta o complementare all'esercizio del servizio ferroviario.
Dalla formulazione del quesito, parrebbe trattarsi di beni patrimoniali disponibili e, pertanto -laddove ne ricorrano i presupposti di legge- suscettibili di usucapione.

Ciò precisato, con riguardo alla applicabilità dell’art. 1146 primo comma c.c. si osserva quanto segue.

Il primo comma del predetto articolo disciplina l’istituto della successione nel possesso secondo cui il possesso dell'immobile si trasferisce agli eredi alla morte del de cuius. Quindi, se questi possedeva un immobile altrui, un eventuale termine per l'usucapione si trasmette ai successori che potranno rivendicare la proprietà sommandovi il proprio tempo di possesso.
La questione principale da affrontare è dunque quella relativa alla possibilità o meno di equiparare la successione dei soci di una società estinta al fenomeno successorio tra persone fisiche.
La risposta parrebbe positiva, ma presenta delle limitazioni. Sul punto, in mancanza di giurisprudenza di legittimità specifica relativa al caso in esame, possiamo fare riferimento alla sentenza n. 18250 del 26 agosto 2014 con cui la Cassazione ha statuito che i diritti ed i beni compresi nel bilancio di liquidazione si trasferiscono ai soci in regime di contitolarità o comunione indivisa; mentre non si trasferiscono ai soci tutti quei diritti che non siano stati compresi nel bilancio di liquidazione.
In particolare, la Suprema Corte ha precisato che i diritti di credito ancora "incerti o illiquidi", la cui inclusione nel bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o stragiudiziale), si intendono rinunciati dalla società.
La Corte non parla espressamente di situazioni di fatto come il possesso ma fa comunque riferimento alle “mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio”, sottolineando che esse non si trasferiscono ai soci qualora intervenga l’estinzione della società.
Sulla base di tale interpretazione giurisprudenziale (che non ci risulta smentita da altre pronunce) possiamo affermare che:
- la successione nel possesso di cui al primo comma dell’art. 1146 c.c. sarebbe in astratto applicabile al caso esposto nel quesito in esame;
- il possesso di un bene potrebbe rientrare in quelle situazioni di fatto qualificabili come “mere pretese azionabili in giudizio” che potrebbero essere suscettibili di trasferimento ai soci al momento della estinzione della società se indicate nel bilancio di liquidazione;
- tuttavia, come specificato nel quesito, tale situazione di fatto non è stata menzionata nel verbale di approvazione del bilancio finale di liquidazione e, pertanto, non può ritenersi sussistente la successione nel possesso dalla società ai singoli soci.


Gerardo C. chiede
sabato 31/10/2015 - Campania
“Buongiorno,
Anno 1980 terremoto in Irpinia a mio padre (deceduto marzo 1992)gli fu assegnato un prefabbricato in legno,posizionato su platea c.a. spessore 80 cm. finiture, civile abitazione,dove tutt'oggi ci vivo,il terreno dove fu posizionato meta è nella proprietà di mio zio, nel 2011 mio zio ha venduto in blocco la sua proprietà senza specificare il suolo occupato,il nuovo proprietario pretende che lasci libero parte del prefabbricato, a questo punto posso far valere la legge Usucapione? Se ho ragione con la legge usucapione, per la manutenzione quanti mt. devo avere d'intorno? per il davanti il passaggio di quanti mt. di larghezza per accedere alla strada? posso asfaltare?
Il nuovo proprietario in quattro anni non ha mai fatto manutenzione agli alberi di caggia (il caggia è un albero che non porta frutti si possono fare solo pali di scarsa qualità) alti oltre 20 mt. dopo le ore 16,00 dalle mie finestre non vedo più la luce del sole e nemmeno il panorama, se guardo alle mia sx. vedo solo alberi, l'ho invitato a tenere un'altezza di circa 10 mt., mi ha risposto che è un diritto acquisito e non li vuole abbassare,cosa devo fare?.
In confine ha costruito un muro alto 180 cm. e 120 cm. Lui mi ha dimostrato il permesso del comune (DIA) ma è di 60 cm. In più, adiacente al muro nel suo lato ha interrato 60 cm di materiale edile ricavato della demolizione di un locale, dalla ristrutturazione dell'altra casa, materiale di tramezze (ha rifatto la copertura e altro).
In confine gli stessi alberi, dall'altro lato c'è un ruscello che fa da confine con un altro proprietario a quanti mt. deve rispettare la distanza, lui dice che è un diritto acquisito e non ci sono distante da rispettare. E' vero del diritto acquisito?
Ringraziando, porgo distinti saluti.”
Consulenza legale i 05/11/2015
Nel caso in esame un terreno è stato occupato con una costruzione (prefabbricato in legno) dal 1980, cioè per oltre 20 anni, senza che si siano verificati episodi di interruzione del possesso, fino ad una richiesta di rilascio effettuata oggi, nel 2015: in altre parole, sembra essersi perfezionata l'usucapione, cioè l'acquisto della proprietà a titolo originario, basato su un possesso continuo, pacifico, non violento e ininterrotto su una cosa per un determinato periodo di tempo.
La disciplina dell'istituto è contenuta negli articoli 1158 e seguenti del codice civile.

In particolare, ci interessa sottolineare che è prevista la possibilità di unire i possessi di diversi possessori che si sono succeduti nel tempo. L'art. 1146 del c.c. stabilisce che "Il possesso continua nell'erede con effetto dall'apertura della successione": pertanto, il possesso del padre, morto nel 1992, continua nel figlio, suo erede. Ciò ci porta a dire che l'occupazione del terreno ai fini dell'usucapione si è protratta per 35 anni (1980-2015), ben oltre il termine ventennale previsto dall'art. 1158.

E' importante ricordare che il possesso ai fini dell'usucapione si interrompe solo con una vera e propria azione giudiziale, quindi risultano irrilevanti eventuali richieste di rilascio del terreno fatte verbalmente o con semplici lettere.

Assunto, quindi, che il terreno è stato usucapito (attenzione! chi ha usucapito deve ottenere una sentenza che accerti il suo acquisto prima di poterlo opporre validamente a terzi), passiamo a rispondere alle altre questioni connesse.

Circa il problema dei metri che il proprietario dell'abitazione deve avere a disposizione intorno e per il passaggio, va sottolineato che l'usucapione riguarda la porzione di terreno effettivamente usata dallo stesso (e dal padre) durante gli anni dal 1980 ad oggi. Quindi, non può stabilirsi a priori, ma si deve vedere, nei fatti, mediante sopralluoghi, dove si è esercitato il possesso: se il proprietario del prefabbricato, ad esempio, ha sempre fatto uso di tre metri intorno alla casa che ha usato come giardino, avrà diritto a rivendicarne la proprietà per usucapione.
Il passaggio può essersi acquisito per usucapione, così come la proprietà del terreno, se per oltre vent'anni il proprietario della casa in legno è passato sul terreno dello zio: questa è certamente una ipotesi molto probabile nel caso di specie. Anche qui andranno verificati i fatti, per poter contestare l'esistenza dell'usucapione al nuovo proprietario.
Non si dimentichi, in ogni caso, che il diritto di passaggio per raggiungere la propria abitazione è sempre garantito dalla legge quando essa può essere raggiunta solo attraverso quel percorso: si parla in tal caso di servitù coattiva di passaggio su "fondo intercluso", che può essere chiesta anche ad un Giudice (art. 1051 del c.c.).
La possibilità di asfaltare esiste sul terreno usucapito, perché divenuto di proprietà esclusiva: se c'è solo una servitù di passaggio, la giurisprudenza ritiene che non esiste un diritto della persona che ha il passaggio di asfaltare, se ciò non è disposto dal suo titolo di acquisto o concesso dal proprietario del terreno ove lui passa (v. Cass. civ., 21.1.2015, n. 216).

E', poi, vero che è possibile acquistare il diritto di servitù a mantenere gli alberi vicino al confine piantati ad una distanza inferiore a quella legale (che è di 3 metri per gli alberi ad alto fusto, art. 892 del c.c.): è necessario che l'albero sia stato piantato prima della costruzione del vicino e sia rimasto a distanza inferiore per almeno 20 anni.

Per quanto riguarda la cimatura dei rami, invece, non c'è una regola che imponga un'altezza della chioma: quando essa toglie il panorama al vicino di casa, questo può ottenere che l'altezza dell'albero sia abbassata solo se sia sorta a suo favore una specifica servitù di "panorama", una cosiddetta servitus altius non tollendi. La Cassazione ha affermato che "la c.d. servitù di panorama, consistente nella particolare amenità del fondo dominante per la visuale di cui gode, è una servitus altius non tollendi (sia costruzioni, sia alberi) che, per potersi acquistare per destinazione del padre di famiglia o per usucapione, necessita di opere visibili e permanenti, ulteriori rispetto a quelle che consentono la servitù di veduta, altrimenti questa comporterebbe sempre quella, e specificatamente destinate all'esercizio della servitù invocata (Cass. civ., 27.2.2012 n. 2973). In altre parole, perché il proprietario del prefabbricato possa dire di aver usucapito nel corso degli anni la servitù di panorama, non è sufficiente la presenza delle finestre della casa, ma vi devono essere opere visibili create apposta per godere del paesaggio (ad esempio, una terrazza panoramica sopra la casa, che esista da almeno vent'anni).
Ovviamente, se l'altezza degli alberi crea pericolo all'abitazione del vicino, questi può chiederne la rimozione o cimatura come rimedio contro il pericolo, esperendo l'azione di danno temuto (art. 1172 del c.c.): ma non può agire per motivi di pura amenità, salvo che abbia acquisito la servitù di panorama sopra menzionata.

Infine, in riferimento al problema del muro, la giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato) ha stabilito che il “muro di cinta” di altezza pari a 1,70 metri è soggetto a permesso di costruire, non a DIA (SCIA): tale titolo abilitativo è necessario ogni qual volta l’intervento edilizio determini un’incidenza sull’assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un’apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia (sentenza n. 3408, del 4.7.2014). Quindi, la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della DIA laddove non superi, in concreto, la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia; occorre, invece, il permesso di costruire, ove detti interventi superino tale soglia.
Va verificato se, nel caso di specie, si è oltrepassata la predetta soglia: in quel caso, la DIA non è sufficiente.

Circa il materiale interrato, il vicino può chiederne la rimozione solo se esso presenta un qualche pericolo, ad esempio per il rilascio nel terreno di sostanze tossiche (come l'eternit), poiché un accumulo di materiale non può dirsi "costruzione" ai sensi delle norme del codice civile sulle distanze legali dal confine: per "costruzione"; infatti, si intende un manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza. E' opportuno, però, far valutare la quantità e il tipo di materiale a un esperto, potrebbero esservi i margini per chiederne l'allontamento dal confine, per motivi di sicurezza o salubrità.

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