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Articolo 150 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Notificazione per pubblici proclami

Dispositivo dell'art. 150 Codice di procedura civile

Quando la notificazione nei modi ordinari è sommamente difficile per il rilevante numero dei destinatari o per la difficoltà di identificarli tutti, il capo dell'ufficio giudiziario davanti al quale si procede [e, in caso di procedimento davanti al pretore, il presidente del tribunale, nella cui circoscrizione è posta la pretura] (1), può autorizzare, su istanza della parte interessata e sentito il pubblico ministero, la notificazione per pubblici proclami [disp. att. 50] (2).

L'autorizzazione è data con decreto (3) steso in calce all'atto da notificarsi; in esso sono designati, quando occorre, i destinatari ai quali la notificazione deve farsi nelle forme ordinarie e sono indicati i modi che appaiono più opportuni per portare l'atto a conoscenza degli altri interessati (4).

In ogni caso, copia dell'atto è depositata nella casa comunale del luogo in cui ha sede l'ufficio giudiziario davanti al quale si promuove o si svolge il processo, e un estratto di esso è inserito nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica [e nel Foglio degli annunzi legali delle province dove risiedono i destinatari o si presume che risieda la maggior parte di essi](5).

La notificazione si ha per avvenuta quando, eseguito ciò che è prescritto nel presente articolo, l'ufficiale giudiziario deposita una copia dell'atto, con la relazione e i documenti giustificativi dell'attività svolta, nella cancelleria del giudice davanti al quale si procede [disp. att. 51] (6).

Questa forma di notificazione non è ammessa nei procedimenti davanti al giudice di pace (7).

Note

(1) Le parole riportate all'interno delle parentesi quadra sono soppresse ai sensi dell'art. 62, d.lgs. 19-2-1998, n. 51, a decorrere dal 2-6-1999.
(2) La parte che chiede l'autorizzazione a procedere deve presentare un'apposita istanza che assume la forma del ricorso steso in calce all'atto da notificare. Il pubblico ministero stende poi il suo parere di seguito al ricorso.
(3) Il capo dell'ufficio giudiziario giudice può, con decreto, negare l'autorizzazione a procedere a tale forma di notificazione. Tale decreto è privo di carattere decisorio, avendo soltanto carattere strumentale ed ordinatorio; pertanto, non è impugnabile con ricorso per cassazione.
(4) Il legislatore non indica tassativamente le modalità di trasmissione degli atti da notificare ai destinatari, lasciando tale ambito alla discrezionalità del magistrato che, di volta in volta, è tenuto ad indicare il sistema migliore per portare l'atto a conoscenza dei destinatari nonché eventualmente la notifica ordinaria a taluno dei essi.
(5) Ai sensi della L. 24.11.2000, n.340 i Fogli degli Annunci Legali sono aboliti a decorrere dalla data del 9.03.2001. A partire da tale data è sufficiente inserire un estratto dell'atto nella G.U.
(6) La copia dell'atto depositata dall'ufficiale giudiziario nella cancelleria del magistrato procedente viene custodita dal cancelliere per essere poi inserita nel fascicolo d'ufficio.
La notifica per pubblici proclami, infatti, si considera avvenuta con tale deposito in cancelleria
(7) L'originaria espressione «conciliatore» deve intendersi sostituita da quella di «giudice di pace» dall'1-5-1995 ai sensi dell'art. 39 della l. 21-11-1991, n. 374.

Ratio Legis

La ratio di tale norma si riscontra nella necessità di prevedere una forma di notificazione degli atti processuali diversa da quella ordinaria in quanto questa risulterebbe assai complessa, farraginosa e contraria all'economia processuale, visto il rilevante numero dei destinatari o per la difficoltà di individuarli tutti. Il procedimento di notifica si articola in tre fasi:
- deposito di una copia dell'atto presso la casa comunale in cui ha sede l'ufficio giudiziario procedente;
- inserimento di un estratto dell'atto nella Gazzetta Ufficiale (G.U.);
- deposito di un'ulteriore copia dell'atto, della relata di notifica, della copia della G.U. nella cancelleria del giudice procedente.

Brocardi

Citatio edictalis

Massime relative all'art. 150 Codice di procedura civile

Cass. n. 17742/2014

In tema di notificazione per pubblici proclami, qualora il giudice abbia disposto l'affissione di una copia dell'atto nella casa comunale, anziché il deposito previsto dall'art. 150, terzo comma, cod. proc. civ., la notifica effettuata per deposito, senza affissione, è nulla, ma non inesistente, essendo stata pur sempre adempiuta la formalità dalla legge considerata idonea a garantire la conoscenza dell'atto.

Cass. n. 6329/2012

La notificazione per pubblici proclami (nella specie, dell'atto di integrazione del contraddittorio, ai sensi dell'art. 371 bis cod. proc. civ., in un regolamento preventivo di giurisdizione), consistente nella mera pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale di un avviso di sommario contenuto circa la proposizione del ricorso introduttivo, è inesistente, non rispettando le modalità stabilite dall'art. 150 cod. proc. civ.

Cass. n. 27520/2011

La mancanza dei presupposti di fatto in forza dei quali è autorizzata la notificazione per pubblici proclami è sindacabile dal giudice del merito, la cui delibazione non deve arrestarsi alla verifica del compimento delle formalità prescritte dall'art. 150 c.p.c., ma deve spingersi anche a controllare l'effettiva ricorrenza delle condizioni richieste dalla legge per simile notifica; ne consegue, pertanto, che il convenuto contumace in primo grado può denunziare in sede di gravame l'effettiva insussistenza di detti presupposti.

La mancanza delle formalità prescritte dall'art. 150 c.p.c. per la notificazione per pubblici proclami integra non già la nullità della notificazione stessa, bensì la sua inesistenza, come tale rilevabile d'ufficio anche dal giudice dell'impugnazione

Cass. n. 4587/2009

Alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 477 del 2002, il principio generale secondo cui, qualunque sia la modalità di trasmissione, la notifica di un atto processuale, quando debba compiersi entro un determinato termine, si intende perfezionata, dal lato del richiedente, al momento dell'affidamento dell'atto all'ufficiale giudiziario, si applica anche alla notificazione per pubblici proclami. Pertanto, gli effetti della notificazione, rispetto al soggetto istante, devono intendersi rapportati al momento in cui questi abbia consegnato l'atto all'ufficiale giudiziario per le attività e le formalità di cui al terzo e quarto comma dell'art. 150 c.p.c.; diversamente, rispetto al destinatario, la notifica è destinata ad acquisire rilevanza solo in esito al perfezionamento del procedimento notificatorio, che si ha quando - esaurite le formalità del terzo comma, con il deposito di copia dell'atto nella casa comunale e l'inserimento di un estratto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e con le ulteriori formalità disposte dal capo dell'ufficio giudiziario - l'ufficiale giudiziario deposita una copia dell'atto, con la relazione e i documenti giustificativi dell'attività svolta, nella cancelleria del giudice davanti al quale si procede.

Cass. n. 6507/1998

In tema di notificazioni per pubblici proclami (art. 150 c.p.c.), la mancata specificazione delle generalità dei destinatari comporta l'inesistenza dell'atto, e della relativa vocatio in ius (nonché la mancata integrazione del contraddittorio, ex art. 331 c.p.c., in fase di appello) tutte le volte in cui tale tipo di notificazione sia reso necessario da difficoltà dovute all'elevato numero di destinatari (nel qual caso è onere del notificante procedere alla specifica individuazione di ciascuno di essi), ma non anche quando essa sia conseguente a difficoltà nella identificazione stessa di tutti i possibili destinatari, e ciò risulti dal provvedimento di autorizzazione a tale tipo di notifica emanato dalla competente autorità giudiziaria (nella specie, il Presidente della Corte di appello).

Cass. n. 7705/1996

Nel giudizio di appello la notificazione per pubblici proclami, prevista dall'art. 150 c.p.c. per l'ipotesi in cui la notificazione nei modi ordinari si presenti di grande difficoltà per il rilevante numero dei destinatari o per la difficoltà di identificarli tutti, deve essere nuovamente richiesta dalla parte interessata al capo dell'ufficio giudiziario davanti al quale si procede e deve essere da questi autorizzata, ancorché detta forma di notificazione sia stata già richiesta ed autorizzata nel giudizio di primo grado.

Cass. n. 9392/1995

Ai fini della determinazione del maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione di valore del suo credito dal giorno della sua maturazione a quello della sentenza, il giudice deve avvalersi, ai sensi degli artt. 429 c.p.c. e 150 att. dello stesso codice, degli indici Istat, i quali si basano sulla media di rilevazioni effettuate di regola nel corso del periodo di riferimento; poiché, peraltro, al momento della pronuncia l'indice Istat relativo al periodo in cui questa si colloca non esiste (in quanto non ancora elaborato), occorre fare riferimento — per calcolare l'ultima diminuzione di valore della moneta nel periodo compreso fra la data cui è riferibile l'ultimo degli indici suddetti e la data di tale pronuncia — agli indici, pubblicati mensilmente dall'Istat, dei prezzi al consumo delle famiglie di operai ed impiegati, attesa la loro somiglianza, quanto a criteri di elaborazione, a quelli utilizzati per la scala mobile.

Cass. n. 6481/1993

La rivalutazione dei crediti di lavoro, prevista dall'art. 429, terzo comma, c.p.c., deve essere compiuta dal giudice con esclusivo riferimento all'indice dei prezzi calcolato dall'Istat su base nazionale per la scala mobile dei lavoratori dell'industria; tale disposizione è quindi violata ove il giudice provveda alla liquidazione del maggior danno da svalutazione monetaria con il generico riferimento ad una data percentuale media.

Cass. n. 11332/1992

L'omesso riferimento — nella sentenza di condanna al pagamento di spettanze retributive con valutazione ed interessi — agli indici Istat di cui all'art. 150 att. c.p.c. non rileva ai fini della determinazione del credito, giacché per tali voci, comprese ex lege nell'oggetto della domanda, il criterio di computo non può che essere quello oggetto della cennata disposizione, sicché, una volta indicati il credito originario e la sua decorrenza, l'importo dovuto è un semplice calcolo aritmetico.

Cass. n. 4274/1990

Il decreto, con cui il capo dell'ufficio giudiziale procedente neghi l'autorizzazione a procedere alla notificazione per pubblici proclami, ex art. 150 c.p.c., non è impugnabile con ricorso per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento meramente strumentale ed ordinatorio, privo di carattere decisorio, tal che la parte interessata potrà far valere le proprie doglianze in ordine alla ritualità del contraddittorio, ove questa risulti compromessa dalla mancata adozione di quella forma di notificazione, soltanto nei confronti della decisione che conclude il giudizio.

Cass. n. 1427/1989

La rivalutazione monetaria dei crediti di lavoro, prevista dall'art. 429, terzo comma, c.p.c., nel testo introdotto dalla L. n. 533 del 1973, va determinata, con decorrenza dalla data di maturazione dei crediti, esclusivamente alla stregua del criterio stabilito dall'art. 150 delle disposizioni di attuazione, nel testo introdotto dalla stessa legge, e, quindi, con esclusivo riferimento agli indici dei prezzi calcolati dall'Istat per la scala mobile dei lavoratori dell'industria, senza possibilità di ricorso al criterio di valutazione equitativa, che l'art. 432 c.p.c. prevede solo per l'ipotesi di oggettiva impossibilità di determinare la somma dovuta.

Cass. n. 2541/1985

In materia di crediti di lavoro, la liquidazione del danno da svalutazione monetaria ex art. 429, terzo comma, c.p.c. — norma applicabile anche in relazione a rapporti di lavoro cessati prima dell'entrata in vigore della L. n. 533 del 1973 — può essere effettuata secondo il criterio diverso da quello previsto dall'art. 150 att. c.p.c., che impone di far riferimento agli indici trimestrali Istat, soltanto nel caso in cui tali indici manchino o non siano stati elaborati, ferma, peraltro, anche in tale ipotesi, la necessità che il giudice effettui la liquidazione con criteri possibilmente analoghi a quelli stabiliti per l'elaborazione di detti indici.

Cass. n. 2052/1985

La rivalutazione monetaria dei crediti di lavoro, prevista dal terzo comma dell'art. 429 c.p.c., dev'essere determinata, a norma dell'art. 150 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice, in base all'indice dei prezzi calcolato dall'Istat per la scala mobile per i lavoratori dell'industria e, nonostante la trimestralità di tale indice, va riconosciuta, in proporzionale correlazione con il minore periodo di tempo trascorso, anche nel caso in cui il ritardo nel pagamento del credito del lavoratore sia inferiore ai tre mesi, mentre gli interessi legali previsti dallo stesso art. 429 vanno computati sull'importo del credito rivalutato.

Cass. n. 4000/1984

La rivalutazione monetaria dei crediti di lavoro, prevista dal terzo comma dell'art. 429 c.p.c., dev'essere determinata, ai sensi dell'art. 150 att. stesso codice, sulla base dell'indice Istat calcolato al momento dell'approvazione della sentenza in cui la determinazione stessa dev'essere effettuata — anche d'ufficio — dal giudice, mentre attiene alla fase dell'esecuzione la determinazione, in base agli indici maturati fino al giorno dell'effettivo pagamento, della svalutazione verificatasi dopo la sentenza.

Cass. n. 965/1984

Ai fini del calcolo del danno da svalutazione monetaria a norma dell'art. 429, terzo comma, c.p.c., il giudice del merito deve applicare esclusivamente, a termini dell'art. 150 att. stesso codice, l'indice dei prezzi calcolato dall'Istat per la scala mobile per i lavoratori dell'industria, dando adeguato conto dell'analitico calcolo effettuato sulla base dei diversi indici successivi con riferimento alla data di maturazione dei singoli crediti di lavoro accertati, in modo da consentire alle parti il controllo dell'esattezza dei risultati di detto calcolo, e, quindi, non può fissare un unico indice di svalutazione calcolandolo sulla media degli indici Istat successivi, né tanto meno provvedendo in base ad una valutazione forfettaria ed approssimativa.

Cass. n. 7255/1983

Ai fini del calcolo del maggiore danno da diminuzione di valore della moneta ex art. 429 c.p.c., viola l'art. 150 att. c.p.c. il giudice che si limiti ad affermare apoditticamente l'esistenza di una certa svalutazione quantificandola in una determinata percentuale, senza applicare l'indice Istat relativo alla scala mobile per i lavoratori dell'industria, in quanto, in siffatto modo, sostituisce ad un calcolo analitico, in funzione dei parametri trimestrali varianti nel tempo, una non prevista valutazione sintetica, che non consente di evidenziare se e come tale percentuale rappresenti il globale risultato di una corretta applicazione degli indici trimestrali.

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Quesiti degli utenti
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MdM chiede
lunedì 25/05/2015 - Lazio
“Vicino a casa mia c'è un terreno abbandonato incolto e non recintato di circa 1 ettaro. Ho fatto una visura catastale e tale terreno risulta diviso in 84 quote ereditarie appartenenti a 19 eredi nati tra gli anni 30 e 50 alcuni dei quali residenti all'estero e in altre regioni. Io vorrei diventare proprietario di quel terreno per farci un parco per i bambini del quartiere ma credo che trovare un accordo con tutti sia impossibile! Volevo sapere se posso operare occupando e recintando il terreno per acquistarlo successivamente come usucapione. Al riguardo ho letto questa interessante sentenza della cassazione (Cassazione civile, sez. II, 6 agosto 2004, n. 15145) Ai fini dell’usucapione, il possesso del bene può essere acquisito anche a seguito di atto traslativo della proprietà che sia nullo, in quanto, anche dopo l’invalido trasferimento della proprietà, l’accipiens può possedere il bene animo domini, ed anzi, proprio la circostanza che la traditio venga eseguita in virtù di un contratto che, pur invalido, è comunque volto a trasferire la proprietà del bene, costituisce elemento idoneo a far ritenere che il rapporto di fatto instauratosi tra l’accipiens e la res tradita sia sorretto dall’animus rem sibi habendi. POSSO PROCEDERE SIMULANDO UN ATTO TRASCRITTO E OCCUPANDO IL BENE COME SE FOSSI IL LEGITTIMO PROPRIETARIO?
OPPURE MI CONVIENE FARE UNA LETTERA A TUTTI GLI EREDI MANIFESTANDO APERTAMENTE LE MIE INTENZIONI? e dicendo loro che sono disposto a comprarmi le loro quote anche singolarmente ovvero a restituire il terreno nel caso in cui mi venisse richiesto?”
Consulenza legale i 02/06/2015
La soluzione ipotizzata nel quesito non è praticabile.
Certamente è vero quanto affermato circa l'inidoneità di un atto traslativo nullo a trasferire un possesso che possa essere fatto valere per l'usucapione, tuttavia si individua un problema fondamentale: la "simulazione" di un atto di compravendita inesistente (i.e.: mai voluto dalle parti) costituisce reato ai sensi dell'art. 485 del c.p. ("Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, forma, in tutto o in parte, una scrittura privata falsa, o altera una scrittura privata vera, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne faccia uso, con la reclusione da sei mesi a tre anni"). Pertanto, è assolutamente sconsigliabile procedere in tal modo.

Le soluzioni prospettabili sono le seguenti.

1) Iniziare oggi ad occupare il terreno, esercitando un'attività corrispondente a quella di proprietario (es. coltivare il terreno). Ovviamente, l'usucapione si perfezionerebbe solo tra vent'anni, quindi nell'ottica di breve periodo, questa ipotesi non ha funzionalità pratica.

2) Rivolgersi agli eredi, chiedendo se desiderino rinunciare al bene (le quote di ciascuno avrebbero un valore irrisorio): la difficoltà, però, starebbe nell'ottenere il consenso di tutti i comproprietari, perché mancando anche solo una rinuncia, il terreno non potrebbe essere acquisito in via esclusiva.

3) Una soluzione definitiva sarebbe quella di trovare un coerede compiacente, cioè che accolga l'idea di costruire sul terreno abbandonato un parco giochi per bambini, e far iniziare a lui una causa di usucapione dell'intero terreno. Tale causa, dal probabile esito positivo, consentirebbe di effettuare una notifica per pubblici proclami a tutti gli altri comproprietari (art. 150 del c.p.c.) vista la difficoltà di reperire tutti gli indirizzi di residenza.
Una volta che il terreno sia attribuito a un solo proprietario, questi potrà venderlo a terzi o realizzare lui stesso il parco giochi.

La stessa causa potrebbe essere iniziata anche da un terzo non proprietario, ma questi dovrebbe provare la sussistenza degli elementi dell'usucapione, come il corpus possidendi, cioè l'esercizio di una attività corrispondente a quella del dominus: elemento che sembrerebbe mancare in capo al proprietario del terreno confinante.
Risulterebbe, quindi, più semplice che sia uno dei comproprietari ad affermare di aver usucapito le quote degli altri.

Testi per approfondire questo articolo