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Articolo 169 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Alienazione dei beni del fondo

Dispositivo dell'art. 169 Codice civile

(1) Se non è stato espressamente consentito nell'atto di costituzione, non si possono alienare, ipotecare, dare in pegno o comunque vincolare beni del fondo patrimoniale se non con il consenso di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con l'autorizzazione concessa dal giudice (2) [disp. att. 32], con provvedimento emesso in camera di consiglio [737 ss. c.p.c. ], nei soli casi di necessità od utilità evidente (3).

Note

(1) L'articolo è stato così sostituito dall'art. 51 della L. 19 maggio 1975 n. 151.
(2) Competente sarà il tribunale del luogo di residenza del minore, ex art. 38 disp. att..
(3) Ai sensi del combinato disposto degli artt. 169 e 170 c.c., nonché dei principi costituzionali in tema di famiglia, i beni costituiti nel fondo non potranno essere distolti dalla loro destinazione ai bisogni familiari, o costituire oggetto di ipoteca ad opera di terzi; nel caso però in cui i coniugi, anche disgiuntamente, abbiano assunto obbligazioni nell'interesse della famiglia, e vi sia poi inadempimento delle stesse, il creditore ben potrà iscrivervi ipoteca, stante la funzione di garanzia correlata.

Ratio Legis

La ratio della norma è l'esigenza di porre al riparo l'integrità del patrimonio familiare rispetto agli atti che non ricoprano tale fine, in particolare qualora vi siano figli minori.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

113 Non è stata accolta la proposta di istituire in ogni comune un registro anagrafico pubblico per l'annotazione della costituzione del vincolo di inalienabilità sui beni. Si sarebbe creato in tal modo un sistema ingombrante e poco pratico, che avrebbe costituito un'inutile duplicazione della trascrizione.
114 Per evitare che i terzi si astengano dal costituire un patrimonio familiare, nel timore che i beni vadano ai creditori, era stato proposto di limitare la norma del terzo comma dell'art. 228 del progetto, di modo che l'inalienabilità non fosse opponibile ai creditori del coniuge che avesse costituito il patrimonio, escludendosi il caso del terzo che avesse voluto fare un atto di liberalità.
Per venire incontro a tale proposta si dichiara opponibile ai creditori del coniuge l'inalienabilità del patrimonio familiare costituito da un terzo (art. 169 del c.c., ultimo comma).
In ordine allo stesso articolo, è stato suggerito di non esonerare il patrimonio familiare dal rispondere per le obbligazioni da delitto o quasi delitto del costituente, con il temperamento peraltro che i beni del patrimonio debbano rispondere solo in via sussidiaria, e cioè in mancanza di beni propri di colui che è stato dichiarato responsabile del danno da risarcire.
Non si è accolto questo criterio, perché non è sembrato conveniente ridurre troppo il vincolo dell'inalienabilità del patrimonio familiare.

Massime relative all'art. 169 Codice civile

Cass. civ. n. 6167/2002

L'ordinanza con la quale il giudice di merito (nella specie, tribunale ordinario) dichiari la propria incompetenza a conoscere di un'istanza introduttiva di un procedimento unilaterale di volontaria giurisdizione (nella specie, richiesta di autorizzazione al compimento di atti di disposizione su beni costituiti in fondo patrimoniale per i bisogni di una famiglia composta, tra gli altri, da figli minori), indicando, nel contempo, come competente altra autorità giudiziaria (nella specie, tribunale dei minorenni) è legittimamente impugnabile con l'istanza di regolamento di cui all'art. 42 c.p.c., trattandosi di provvedimento che statuisce irretrattabilmente sulla competenza ed assume, per l'effetto sia pur ai soli, limitati fini de quibus natura di sentenza.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6167 del 27 aprile 2002)

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 169 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Karim H. chiede
mercoledì 11/11/2015 - Lazio
“Nell'anno 2011 una coppia di coniugi costituisce un fondo patrimoniale, ai sensi dell'art. 167 c.c., composto da un appartamento di proprietà di uno soltanto dei coniugi, destinando questo fondo patrimoniale a far fronte ai bisogni della propria famiglia di cui fa già parte un figlio nato nel 2010 e al quale successivamente si sono aggiunti altri due figli.
I coniugi convengono espressamente che l'amministrazione del fondo patrimoniale è regolata dall'art. 180 c.c. e che il bene potrà essere venduto con il solo consenso di entrambi i coniugi, senza bisogno di autorizzazione giudiziale alcuna.
Ora l'appartamento è stato messo in vendita. La mia domanda è la seguente: l'eventuale acquirente dell'appartamento che costituisce il fondo patrimoniale in che misura è garantito da quanto dispone in materia l'art. 169 c.c.? A me sembra che questo articolo si presti ad una interpretazione della giurisprudenza che pone come prevalenti gli interessi dei figli minori e quindi sentenzia che:
A. il bene non può essere venduto
B. può essere venduto solo con sentenza del giudice.
Chiedo il Vostro parere al riguardo.

Secondo quesito, in riferimento al quesito sull'art. 169 c.c., relativo alla possibilità di vendita di beni vincolati ad un fondo patrimoniale: vista la situazione sopra descritta, è possibile, per chi ha sottoscritto una proposta irrevocabile di acquisto nell'ignoranza del vincolo di cui sopra, recedere per giusta causa con diritto alla restituzione della caparra anticipata? Il venditore, nell'accettare la proposta di acquisto, dichiarava l'assenza di "iscrizioni e/o trascrizioni pregiudizievoli, oneri reali, vincoli e gravami di qualsiasi specie, privilegi anche fiscali ed ipoteche, ad eccezione di nulla" e solo successivamente ha informato il proponente all'acquisto dell'esistenza del fondo patrimoniale. Vorrei il Vostro parere anche su
questo aspetto della questione.”
Consulenza legale i 16/11/2015
Il quesito è molto interessante e il tema posto è stato affrontato sia dalla giurisprudenza che dalla dottrina.
La domanda, in altri termini, è la seguente: l'art. 169 c.c. impone in ogni caso che, in presenza di figli minori, la vendita dei beni costituiti in fondo patrimoniale debba essere autorizzata dal giudice, oppure l'atto di costituzione consente di "aggirare" l'obbligo di questa autorizzazione?

Posto che, qualora l'atto costitutivo taccia, ai fini dell'alienazione è necessario il consenso di entrambi i coniugi ed altresì l'autorizzazione del giudice (concessa solo nei casi di necessità o utilità evidente) quando vi siano figli minorenni, è opinione maggioritaria della giurisprudenza di merito e di consistente parte della dottrina che tali presupposti possano essere superati da un atto costitutivo che espressamente escluda la necessità di autorizzazione giudiziale, anche in presenza di minori.
In tal senso leggiamo la sentenza del Tribunale di Milano, 29.4.2010: "In materia di fondo patrimoniale, la clausola contenuta nell'atto costitutivo alla cui stregua i coniugi convengono che i beni appartenenti al fondo stesso potranno essere alienati, ipotecati o comunque vincolati sulla base del loro mero consenso, pur in presenza di figli minori, rende superflua ogni autorizzazione giudiziale" (v. anche Trib. Verona, 30.5.2000).
Questo orientamento dà enorme importanza al dato letterale della norma e all'inciso 'Se non è stato espressamente consentito nell'atto di costituzione', che - in effetti - appare come locuzione piuttosto chiara.
Anche sul piano storico questo orientamento appare fondato, in quanto la norma in esame ha riformato il sistema precedente, improntato ad un'ottica di sostanziale immobilità del patrimonio familiare, in base al quale l'alienazione del beni era sempre soggetta all’autorizzazione giudiziale, anche in assenza di figli minori. E' apparsa, quindi, intenzione del legislatore quella di rendere più flessibile il meccanismo previgente in sintonia con la mutata struttura dell’istituto.

Di recente, la Corte di Cassazione, decidendo in merito al diverso caso della possibilità di scioglimento del fondo patrimoniale in base al solo consenso dei coniugi (questione controversa perché la legge non è esplicita sul punto) ha indirettamente ammesso, operando un parallelo con l'art. 169 c.c., che in caso di alienazione di beni del fondo la legge prevede invece la derogabilità della norma relativa all'autorizzazione del giudice in presenza di minori (cfr. Cass. civ., 8.8.2014, n. 17811: "L'ipotesi della alienazione dei beni del fondo patrimoniale va tenuta distinta rispetto alla cessazione dello stesso che ne determina l'estinzione [...] In presenza di figli minori, va ravvisata in capo a questi ultimi una posizione giuridica tutelata in ordine agli atti di disposizione del fondo" ... "Deve essere riconosciuta l’astratta configurabilità di uno specifico interesse dei figli ad interloquire sulle opzioni operative effettuate dai titolari del diritto di proprietà dei beni facenti parte del fondo, atteso che per i componenti del nucleo familiare non è irrilevante la consistenza del patrimonio istituzionalmente destinato all'esclusivo soddisfacimento dei relativi bisogni. Non incide infine sulla detta conclusione né la natura gratuita del conferimento né la facoltà, espressamente riconosciuta ai coniugi dal legislatore, di derogare convenzionalmente alla previsione del divieto di alienazione dei beni del fondo, disposta in via generale (art. 169 c.c., comma 1)").

Tornando al caso in esame, pertanto, se l'atto costitutivo del fondo ha espressamente previsto, anche in presenza di figli minori, la non necessità dell'autorizzazione giudiziale, si ritiene che tale clausola possa derogare alla regola generale che, invece, tale autorizzazione richiede.

In relazione alla seconda domanda proposta - anche ammesso che l'alienazione dell'immobile debba previamente essere sottoposta all'autorizzazione giudiziale - nell'espressione utilizzata ("iscrizioni e/o trascrizioni pregiudizievoli, oneri reali, vincoli e gravami di qualsiasi specie, privilegi anche fiscali ed ipoteche, ad eccezione di nulla") si ravvisa la possibilità di ricomprendervi un vincolo derivante dall'appartenenza dell'immobile al fondo patrimoniale.
Più precisamente, ci sembra che il promittente venditore abbia assunto l'obbligazione di trasmettere al promissario acquirente un bene libero da qualsiasi vincolo o gravame, con ciò assumendo l'obbligo di ottenere ogni necessaria autorizzazione al fine di poter validamente alienare l'immobile.
Ci troviamo sul piano dell'adempimento del contratto: se il venditore non sarà in grado di eseguire le obbligazioni assunte, compresa quella di essere autorizzato alla vendita dal giudice, egli diventerà gravemente inadempiente e il contratto preliminare potrà essere risolto ai sensi dell'art. 1453 del c.c. (per un caso simile, vedi Corte d'appello di Catania, 3 maggio 2007).

Non ci sembra applicabile al caso di specie, invece, l'art. 1482 del c.c., che prevede la possibilità di sospendere il pagamento del prezzo ed ottenere anche la risoluzione del contratto (se trascorso un certo termine fissato dal giudice il bene non è liberato), perché la norma trova applicazione per le sole garanzie reali (pegno e ipoteca) e vincoli derivanti da pignoramenti o sequestri, non dichiarati dal venditore al compratore.

Su altro piano, potremmo ravvisare una scorrettezza e un difetto nell'obbligo di comportarsi secondo buona fede (artt. 1175 e 1337 c.c.) durante le trattative per la conclusione del contratto preliminare. La circostanza di aver taciuto la presenza del vincolo derivante dal fondo patrimoniale - dal momento che esso è potenzialmente un ostacolo all'alienzione, qualora non si ottenga l'autorizzazione giudiziale alla vendita - può assumere rilievo come omissione del dovere precontrattuale di informazione della controparte. Il rimedio previsto è il risarcimento del danno, in particolare del cosiddetto "interesse negativo", che comprende le spese inutilmente sostenute in relazione alle trattative e le eventuali perdite (documentabili) sofferte per non aver potuto usufruire di altre vantaggiose occasioni. Poiché, però, nel nostro caso il contratto preliminare è già stato concluso, tale risarcimento del danno potrà ottenersi nell'ambito del più generale risarcimento dovuto in caso di risoluzione del contratto per inadempimento.

Non ci appare invocabile, invece, allo stato attuale, un recesso per giusta causa con restituzione del doppio della caparra, perché l'inadempimento richiesto ai fini di attivare questo rimedio è lo stesso domandato per ottenere la risoluzione (adempimento di non scarsa importanza, v. art. 1455 del c.c.). Quando e se il promittente venditore non risulterà in grado di vendere l'immobile per la carenza dell'autorizzazione giudiziale, venendo meno alle obbligazioni contrattualmente assunte, allora il promissario acquirente potrà, a sua scelta, decidere di recedere dal contratto ai sensi dell'art. 1385 del c.c. oppure di chiedere la risoluzione del preliminare.

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