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Articolo 1062 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Destinazione del padre di famiglia

Dispositivo dell'art. 1062 Codice civile

La destinazione del padre di famiglia ha luogo quando consta, mediante qualunque genere di prova, che due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e che questi ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù (1).

Se i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa si intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati [1072].

Note

(1) Perché si abbia una servitù per destinazione del padre di famiglia è necessario che i due fondi siano oggettivamente subordinati o al servizio l'uno all'altro; inoltre, tale circostanza deve permanere quando venga meno la titolarità di essi facente capo allo stesso proprietario. Vi devono poi essere opere visibili e permanenti che palesino il rapporto di asservimento e devono mancare disposizioni sulla servitù.

Ratio Legis

Tale disposizione prevede il caso in cui due fondi, in un primo tempo di titolarità di uno stesso proprietario, siano separati, e a causa della presenza di opere visibili e permanenti ne derivi il vincolo oggettivo di un fondo nei confronti dell'altro. Essa, riferibile alle sole servitù apparenti ai sensi dell'art. 1061 del c.c., non implica la contiguità materiale dei fondi tra i quali si viene a creare il diritto di servitù.

Brocardi

Destinatio patris familiae
Res ita stent ut stant

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

506 Quanto alla destinazione del padre di famiglia, la nozione che di quest'ultimo modo di acquisto dà l'art. 1062 del c.c. non differisce da quella che ne davano gli articoli 632 e 633 del codice del 1865, fusi ora in un unico articolo. Il requisito dell'apparenza è insito nella stessa nozione di questo modo d'acquisto.

Massime relative all'art. 1062 Codice civile

Cass. civ. n. 4214/2014

In tema di servitù costituita per destinazione del padre di famiglia, non si richiede, ai fini dell'opponibilità del diritto ai successivi acquirenti del fondo servente, la permanenza del requisito della visibilità delle opere destinate all'esercizio della servitù, necessario per il sorgere del diritto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4214 del 21 febbraio 2014)

Cass. civ. n. 1269/2013

Ai fini della costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia (nella specie, servitù di smaltimento delle acque), è necessaria la sussistenza dell'opera di asservimento, visibile e permanente, nel momento dell'alienazione dei fondi da parte dell'unico originario proprietario, essendo irrilevante, viceversa, che l'opera stessa (nella specie, l'impianto fognario) non fosse in regola con le prescrizioni di legge.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1269 del 18 gennaio 2013)

Cass. civ. n. 13534/2011

La "disposizione relativa alla servitù" la quale, ai sensi dell'art. 1062, secondo comma, c.c. impedisce lo stabilirsi della servitù nonostante lo stato di fatto preesistente, non è desumibile da "facta concludentia", ma deve rinvenirsi o in una clausola in cui si conviene espressamente di volere escludere il sorgere della servitù corrispondente alla situazione di fatto esistente tra i due fondi e determinata dal comportamento del comune proprietario, o in una qualsiasi clausola il cui contenuto sia incompatibile con la volontà di lasciare integra e immutata la situazione di fatto che, in forza della legge, determinerebbe il sorgere della corrispondente servitù, convertendosi in una situazione di diritto o in una regolamentazione negoziale da cui si desume che le parti abbiano voluto costituire la servitù (che in tal modo nasce in base a titolo e non per destinazione del padre di famiglia). Ne consegue che non è oggettivamente incompatibile con l'effetto naturale di costituzione di una servitù di passaggio per destinazione del padre di famiglia la clausola con cui le parti del contratto - il quale determini la scissione dell'originario dominio unico in due proprietà distinte, l'una in situazione di asservimento rispetto all'altra - prevedano un diritto personale di parcheggio, non trasmissibile "mortis causa", né cedibile a terzi e commisurato temporalmente alla vita dell'acquirente, da esercitarsi su di una strada rimasta in proprietà del venditore.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13534 del 20 giugno 2011)

Cass. civ. n. 3389/2009

L'«actio negatoria servitutis» non è esercitabile dal proprietario quando, pur verificandosi una molestia o turbamento del possesso o godimento del bene, la turbativa non si sostanzi in una pretesa di diritto sulla cosa, in tal caso essendo apprestati altri rimedi di carattere essenzialmente personale. Per altro verso, non è precluso a colui che abbia ottenuto, con sentenza passata in giudicato, declaratoria di inesistenza sul suo fondo di una servitù di passaggio, di agire in giudizio per far cessare il comportamento del proprietario dell'altrui fondo che ne abbia continuato l'esercizio nonostante il giudicato sfavorevole.
La costituzione di servitù di passaggio per destinazione del padre di famiglia, che è fattispecie non negoziale, postula, ai sensi dell'art. 1062 cod. civ., l'esistenza di segni ed opere visibili e permanenti, costituenti indice non equivoco ed obiettivo del peso imposto al fondo servente, nonché l'originaria appartenenza dei due fondi ad un unico proprietario prima dell'acquisto di uno di essi da parte di altro soggetto e il perdurare di tale situazione fino alla separazione della originaria unica proprietà, sempre che non risulti una manifestazione di volontà contraria all'atto del negozio con cui si attua detta separazione, che determina l'automatica conversione dello stato di fatto in quello di diritto; ne consegue che non può ritenersi sufficiente, al riguardo, l'esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3389 del 11 febbraio 2009)

Cass. civ. n. 21087/2006

In tema di servitù, la costituzione per destinazione del padre di famiglia postula la presenza di opere di natura permanente, direttamente destinate all'esercizio della servitù, atte a rivelare in maniera non equivoca, per la loro struttura e funzione, l'esistenza del peso gravante sul fondo servente. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, al fine della costituzione di una servitù di passaggio, aveva negato il carattere di opera apparente al varco esistente nel muro di confine tra due fabbricati).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 21087 del 28 settembre 2006)

Cass. civ. n. 24849/2005

In tema di servitù prediali, la costituzione per destinazione del padre di famiglia, che si determina non in virtù di una manifestazione di volontà negoziale ma per la presenza di opere visibili e permanenti destinate all'esercizio della servitù e che siano rivelatrici dell'esistenza del peso gravante sul fondo servente, richiede il concorso di più elementi costitutivi di una complessa fattispecie, e cioè: a) l'esistenza di due o più fondi appartenenti allo stesso proprietario tra cui, con opere visibili, si sia costituito un rapporto obiettivo di servizio tale da manifestare l'esistenza di una servitù se i due fondi o le due parti del fondo appartenessero a distinti proprietari; b) la separazione dei due fondi o delle due parti del fondo per effetto di una atto di alienazione volontario. Pertanto, in presenza di tali elementi e in mancanza, all'atto dell'alienazione, di una volontà contraria, la servitù si intende stabilita ope legis e a titolo originario.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 24849 del 25 novembre 2005)

Cass. civ. n. 11348/2004

Essenziale per la costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia è che, all'atto della cessazione dell'appartenenza di due fondi ad un unico proprietario le opere destinate al servizio di uno all'altro siano stabili, sì da eluderne la precarietà, ed apparenti, in modo da rendere certi e manifesti a chiunque — e perciò anche all'acquirente del fondo gravato — il contenuto e le modalità di esercizio del corrispondente diritto. (Nella specie la Corte ha confermato la sentenza impugnata che, nell'escludere la costituzione della servitù di passaggio per destinazione del padre di famiglia, aveva accertato che — al momento in cui l'originario unico proprietario aveva donato l'edificio dividendolo tra i quattro figli, non sussisteva il collegamento fra ciascuno dei quattro accessi di cui — secondo il progetto presentato per ottenere la licenza edilizia — era dotato il fabbricato — all'epoca della donazione non ancora completato — e le singole proprietà donate).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 11348 del 17 giugno 2004)

Cass. civ. n. 14693/2002

In materia di diritti reali di godimento, pur potendo il requisito della utilitas consistere, al fine della ricorrenza di una servitù prediale, in una destinazione del fondo servente a mera comodità od amenità del fondo dominante ovvero a soddisfacimento di bisogni sporadici del medesimo, la presenza di una porta o di una porta-finestra non è inequivoca al fine di dimostrare una servitù di passaggio, ben potendo essa adempiere anche alla diversa funzione di fornire aria e luce all'immobile.
La costituzione di una servitù prediale per destinazione del padre di famiglia ai sensi dell'art. 1062 c.c. postula che le opere permanenti destinate al suo esercizio predisposte dall'unico proprietario preesistano al momento in cui il fondo viene diviso fra più proprietari. Deve escludersi pertanto l'anzidetta costituzione quando risulti che le opere assuntivamente destinate all'esercizio quando risulti che le opere assuntivamente destinate all'esercizio della servitù siano state realizzate dopo che il fondo, inizialmente unico, è stato diviso tra più proprietari.

La costituzione di una servitù prediale per destinazione del padre di famiglia ai sensi dell'art. 1062 c.c. postula che le opere permanenti destinate al suo esercizio predisposte dall'unico proprietario preesistano al momento in cui il fondo viene diviso fra più proprietari. Deve escludersi pertanto l'anzidetta costituzione quando risulti che le opere assuntivamente destinate all'esercizio quando risulti che le opere assuntivamente destinate all'esercizio della servitù siano state realizzate dopo che il fondo, inizialmente unico, è stato diviso tra più proprietari.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 14693 del 16 ottobre 2002)

Cass. civ. n. 7476/2001

Qualora un unico fondo pervenga in successione a due eredi, per quote indivise, e poi da questi ultimi in sede di divisione, sia frazionato in porzioni distinte, la situazione di assoggettamento di fatto dell'una all'altra porzione non può determinare la costituzione di servitù prediale per destinazione del padre di famiglia (art. 1062 c.c.), con riferimento al momento della successione, tenuto conto che la cessazione dell'appartenenza dell'immobile ad un unico proprietario si è verificata solo posteriormente, con la divisione della comunione ereditaria.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7476 del 4 giugno 2001)

Cass. civ. n. 5699/2001

La costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia, ha come presupposto che due fondi o due parti del medesimo fondo, appartenenti in origine ad un proprietario unico o a più proprietari in comunione, siano stati posti da lui stesso o da loro stessi in una situazione oggettiva di subordinazione o di servizio l'uno rispetto all'altro, atta ad integrare, di fatto, il contenuto di una servitù prediale e che abbiano mantenuto inalterata tale situazione nel cessare di appartenere allo stesso soggetto. Fino a quando, però, i due fondi o le due parti del fondo, posti appunto in una situazione oggettiva di subordinazione o di servizio corrispondente de facto al contenuto proprio di una servitù, continuano ad appartenere allo stesso proprietario o a più proprietari in comunione, la servitù non può sorgere, ostandovi il principio nemini res sua servit.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5699 del 18 aprile 2001)

Cass. civ. n. 1720/2000

La disposizione idonea ad impedire, ai sensi dell'art. 1062, secondo comma, c.c., l'acquisto della servitù per destinazione del padre di famiglia deve provenire dal proprietario del fondo diviso, anche se non è richiesta la contestualità con la divisione del fondo stesso, potendo detta disposizione essere utilmente posta in essere anche in un momento anteriore. La manifestazione di volontà contraria alla nascita del detto diritto reale può essere legittimamente effettuata, altresì, dal curatore fallimentare nell'esercizio dei diritti del proprietario fallito, in occasione della vendita per parti divise dell'immobile unitariamente acquisito all'attivo fallimentare, ma non dai futuri acquirenti dei singoli lotti, i quali non hanno alcun titolo per impedire il sorgere della servitù corrispondente alla situazione di fatto esistente tra i due fondi.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1720 del 16 febbraio 2000)

Cass. civ. n. 5120/1998

Non è riconoscibile la costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia se le opere e la situazione dei luoghi per il suo esercizio non esistevano al tempo dell'appartenenza ad un unico proprietario del fondo, ma sono esecutive del titolo che ha dato origine al frazionamento.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5120 del 22 maggio 1998)

Cass. civ. n. 1381/1998

Perché possa dirsi sorta una servitù per destinazione del padre di famiglia (ai fini del cui sorgere, ove si tratti di servitù di passaggio, è priva di rilevanza ostativa la non interclusione del fondo dominante) non è richiesto che quando i fondi abbiano cessato di appartenere ad un unico proprietario questi abbia espressa la volontà di tener fermo lo stato di fatto dal quale risulti l'esistenza della servitù, essendo sufficiente che egli non abbia, neppure implicitamente, disposto in alcun modo al riguardo.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1381 del 11 febbraio 1998)

Cass. civ. n. 7221/1997

La costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia presuppone che due fondi o due parti del medesimo fondo appartenenti ad un proprietario unico siano stati da lui stesso posti in una situazione oggettiva di subordinazione o di servizio che corrisponda al contenuto proprio di una servitù e che tale situazione sia stata lasciata inalterata quando i due fondi cessarono di appartenere al medesimo proprietario; mentre ad impedire la costituzione del diritto di servitù è necessario che nell'atto con cui si prevede la separazione sia contenuta una manifestazione di volontà contraria alla nascita del diritto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7221 del 6 agosto 1997)

Cass. civ. n. 277/1997

Essenziale per la costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia è che, all'atto della cessazione dell'appartenenza di due fondi ad un unico proprietario, le opere destinate al servizio di uno all'altro siano stabili, sì da escluderne la precarietà, e apparenti, in modo da render certi e manifesti a chiunque — e perciò anche l'acquirente nel fondo gravato — il contenuto e le modalità di esercizio del corrispondente diritto di asservimento.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 277 del 14 gennaio 1997)

Cass. civ. n. 592/1996

La servitù per destinazione del padre di famiglia si intende stabilita, ope legis, per il solo fatto che, all'epoca della separazione dei fondi o del frazionamento dell'unico fondo, lo stato dei luoghi sia stato posto o lasciato, per opere e segni manifesti ed univoci, in una situazione di subordinazione o di servizio che integri di fatto il contenuto proprio di una servitù, indipendentemente da qualsiasi volontà, tacita o presunta, dell'unico originario proprietario nel determinarla o mantenerla in vita. Ne consegue che il requisito della subordinazione va ricercato non nell'intenzione (negoziale) di detto proprietario, bensì nella natura dell'opera oggettivamente considerata, in quanto nel suo uso normale determini il permanente assoggettamento del fondo vicino all'onere proprio della servitù.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 592 del 26 gennaio 1996)

Cass. civ. n. 3116/1995

Perché la servitù risulti costituita per destinazione dell'unico proprietario dei due fondi non è sufficiente che, nel momento in cui entrambi cessano di appartenere solo a lui, nulla sia disposto sulla sorte del rapporto di servizio che egli abbia in precedenza stabilito tra di loro, ma è necessario — tra le altre condizioni — che risulti accertato l'effettivo, pregresso rapporto di soggezione in cui uno dei fondi sia stato posto nei confronti dell'altro, si da trarne utilità e da riprodurre, in via di fatto, il rapporto corrispondente al contenuto di una servitù. Al silenzio dell'atto sulla sorte del rapporto di servizio è attribuito lo specifico significato di mantenere ferma la situazione di fatto a condizione che un tale rapporto tra i fondi sussista e risulti provato.

La «disposizione relativa alla servitù» la quale, ai sensi dell'art. 1062, secondo comma, c.c. impedisce lo stabilirsi della servitù nonostante lo stato di fatto preesistente, non è desumibile da fatta concludentia, ma deve rinvenirsi o in una clausola in cui si conviene espressamente di volere escludere il sorgere della servitù corrispondente alla situazione di fatto esistente tra i due fondi e determinata dal comportamento del comune proprietario, o in una qualsiasi clausola il cui contenuto sia incompatibile con la volontà di lasciare integra e immutata la situazione di fatto che in forza della legge determinerebbe il sorgere della corrispondente servitù, convertendosi in una situazione di diritto, o in una regolamentazione negoziale da cui si desume che le parti abbiano voluto costituire la servitù (che in tal modo nasce in base a titolo e non per destinazione del padre di famiglia).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3116 del 17 marzo 1995)

Cass. civ. n. 196/1995

La costituzione del diritto di servitù prediale per destinazione del padre di famiglia non si verifica quando la separazione di due fondi sia operata da chi è proprietario esclusivo di uno solo di essi e comproprietario dell'altro tondo, mancando in tale ipotesi il requisito di appartenenza di entrambi i fondi al medesimo proprietario.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 196 del 5 gennaio 1995)

Cass. civ. n. 124/1995

A norma dell'art. 1062 c.c. la costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia è impedita dalla contraria manifestazione di volontà del proprietario dei due fondi che è utilmente posta in essere, oltre che nello stesso negozio con cui è attuato il frazionamento del fondo originario, anche in un atto anteriore, purché questo si trovi col negozio o col fatto di separazione in una relazione tale da far escludere che, successivamente alla disposizione stessa, l'iter formativo della fattispecie legale di cui all'art. 1062 c.c.; già interrotto, abbia potuto utilmente ricominciare ed essere portato a compimento. L'accertamento di tale volontà preclusiva della servitù è riservato al giudice di merito ed è, perciò, insindacabile in sede di legittimità se congruamente e correttamente motivato.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 124 del 4 gennaio 1995)

Cass. civ. n. 11207/1993

In tema di costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia, la disposizione del comma secondo dell'art. 1062 c.c., nel richiedere l'assenza di una disposizione relativa alla servitù all'atto della separazione dei fondi appartenenti allo stesso proprietario non va intesa nel senso restrittivo che una qualsiasi clausola relativa alla servitù sia sufficiente a rendere inoperante la sua costituzione per destinazione del padre di famiglia, ma nel senso di una qualsiasi clausola il cui contenuto sia incompatibile con la volontà di lasciare integra e immutata la situazione di fatto che in forza di legge determina il sorgere della corrispondente servitù, convertendo la situazione di fatto in una situazione di diritto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 11207 del 13 novembre 1993)

Cass. civ. n. 10165/1993

Il presupposto della obiettiva situazione di asservimento di un fondo, richiesto dall'art. 1062 c.c. per la costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia, deve essere accertato attraverso la ricostruzione dei luoghi esistenti nel momento in cui, per effetto della alienazione di uno o di entrambi, i due fondi hanno cessato di appartenere al medesimo proprietario.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10165 del 14 ottobre 1993)

Cass. civ. n. 5714/1991

Ai fini della costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia non è necessario che il proprietario abbia posseduto direttamente i due fondi, né che la loro condizione per cui sorge il peso per uno di essi e il vantaggio per l'altro sia stata posta in essere dallo stesso proprietario, occorrendo solo che il terzo abbia posseduto per lui, che le opere non gli siano state ignote, e che egli non si sia opposto alla loro esecuzione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5714 del 21 maggio 1991)

Cass. civ. n. 7655/1990

In tema di costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia, il requisito della esistenza di opere visibili e permanenti va verificato con riferimento al momento della separazione dei fondi, non rilevando le modificazioni successive incidenti negativamente su tale situazione di fatto ai fini dell'acquisto del diritto o della sua opponibilità a chi sia subentrato nella proprietà del fondo servente.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7655 del 30 luglio 1990)

Cass. civ. n. 7068/1988

La costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia ha luogo anche se la relazione di asservimento esista tra due porzioni dello stesso immobile — e non soltanto tra due fondi — allorché queste cessino di appartenere allo stesso proprietario, sempre che venga accertata la sussistenza di elementi che denotino l'esistenza, al momento della separazione delle porzioni del fondo, di «uno stato di fatto» — posto in essere dall'unico proprietario — di asservimento dell'una rispetto all'altra, e cioè l'esistenza di opere visibili e permanenti, destinate all'esercizio della servitù su una porzione del fondo ed a vantaggio dell'altra successivamente separata dalla prima.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7068 del 27 dicembre 1988)

Cass. civ. n. 1853/1986

In tema di costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia, la locuzione «stesso proprietario che abbia posseduto i fondi attualmente divisi», contenuta nell'art. 1062 c.c., va riferita tanto all'ipotesi di proprietario singolo quanto a quella di più proprietari in comunione fra loro, dato che, sia nell'uno che nell'altro caso, si configura l'estremo essenziale dell'unicità del diritto dominicale sui fondi collegati dal rapporto di fatto di subordinazione che dà poi luogo con la separazione giuridica dei fondi stessi, alla costituzione della servitù.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1853 del 18 marzo 1986)

Cass. civ. n. 4515/1985

La costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia, ai sensi dell'art. 1062 c.c., ha quale fondamentale condizione che l'unico proprietario dei due fondi, poi divisi, abbia lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù e, pertanto, non può configurarsi allorquando l'attuale situazione di fatto sia difforme da quella lasciata da detto proprietario, per la diversità dell'utilitas conseguente alla diversa funzione del manufatto (nella specie, fosso per la raccolta di acque luride e rifiuti organici), che, originariamente destinato a servire un fondo rustico e ad agevolare la cura e l'allevamento del bestiame, sia stato successivamente adibito al soddisfacimento di esigenze abitative del fondo divenuto urbano.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4515 del 23 agosto 1985)

Cass. civ. n. 3509/1981

Per aversi la costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia occorre: a) che i due fondi appartenenti ad unico proprietario siano stati posti in una situazione di obiettiva subordinazione o assoggettamento integrante il contenuto di una servitù prediale; b) che tale situazione perduri al momento dell'alienazione del fondo posto in condizione di subordinazione; c) che la servitù risulti in modo non equivoco da segni ed opere idonei a dimostrarlo. L'accertamento di quest'ultimo requisito va effettuato attraverso la ricostruzione storica della situazione dei luoghi al momento dell'alienazione ove tale situazione sia stata successivamente mutata dagli acquirenti.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3509 del 28 maggio 1981)

Cass. civ. n. 4956/1978

La disposizione con la quale si provveda a dichiarare l'inesistenza di qualsiasi servitù tra due fondi nel momento in cui essi cessano di appartenere al medesimo proprietario, onde escluderne la costituzione per destinazione del padre di famiglia, può provenire solo dal proprietario, che sia anche possessorie del fondi al momento della loro separazione, ovvero dal soggetto che lo abbia surrogato, anche per legge, nella pienezza della sua situazione soggettiva; tale non può ritenersi il giudice dell'esecuzione forzata, il quale non ha il potere di alterare la situazione dei beni sottoposti ad esecuzione, costituendo o escludendo servitù sugli immobili stessi. La disposizione contraria alla costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia nel momento in cui i due fondi cessano di essere posseduti dal medesimo proprietario è una manifestazione di volontà, rivolta alla modificazione della pratica in atto e sorretta, perciò, dalla consapevolezza della precedente situazione dei luoghi. Tale intento non può essere perciò ravvisato in un atto avente contenuto meramente ricognitivo, il quale sia destinato ad assumere rilevanza ed efficacia dopo la separazione dei due fondi. (Nella specie tale atto era stato ravvisato nel bando di vendita emesso dal giudice dell'esecuzione forzata, il quale, nel disporre che i due fondi fossero venduti separatamente, aveva qualificato uno di essi come «intercluso», limitandosi a dare atto che, dopo la separazione dei fondi, non esisteva alcuna servitù di passaggio a favore di detto fondo e a carico dell'altro).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4956 del 30 ottobre 1978)

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Quesiti degli utenti
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Ilaria O. chiede
giovedì 24/05/2018 - Lombardia
“Buongiorno,

ho un problema legale legato al condominio.
Si tratta di una ala di condominio di 4 piani che un tempo apparteneva tutto ad una unica famiglia (mia madre), composto da 4 appartamenti e connesso con un'altra ala di condominio di 6 piani

Poi da più di 10 anni due degli appartamenti sono stati venduti ad altri.

Il problema riguarda l'autoclave che portava acqua ai 4 appartamenti. Questa autoclave era posizionata all'interno di una nostra cantina (quindi nella nostra proprietà) (Gli appartamenti dell'altra ala del condominio hanno un'autoclave diversa)

Un tecnico, probabilmente della società che gestisce l'acquedotto, in seguito a dei lavori forse sul contatore ( anch'esso inserito nella nostra proprietà anche se serviva tutti e 4 gli appartamenti) ha tolto l'autoclave asserendo che non serviva più. Mia zia, presente al momento dei lavori poichè ha aperto la cantina per poterli far eseguire, non ha obiettato niente .

L'autoclave è stata così tolta e lasciata nell'area comune delle cantine per un certo periodo di tempo.

Successivamente mia zia ha chiamato la discarica per farla buttar via , convinta che l'autoclave fosse nostra poichè in origine tutti gli appartamenti erano nostri.

Ora i condomini (quello del 3° piano in particolare) ci accusano di furto dell'autoclave che sostengono esser stata del condominio e pretendono che paghiamo una autoclave nuova.

Vorrei sapere se possono effettivamente avanzare questa pretesa considerando che:

- l'amministratore del condominio non ha più la fattura di acquisto dell'autoclave

- un tempo anche il contatore era intestato alla mia famiglia e dovevamo andare a chiedere i soldi dell'acqua agli altri 2 condomini. Solo successivamente è stata modificata l'intestazione del contatore da noi al condominio ma non si sa in che anno
- nessuno ha la certezza di quando sia stata rimossa l'autoclave e da chi (tecnico dell'acquedotto o tecnico venuto per sistemare la pompa?)

- purtroppo la società che gestisce l'acqua è cambiata e quindi non è possibile risalire ai lavori che hanno eseguito. In teoria non potrebbero eseguire lavori su componenti successivi al contatore

- l'unico dato che ci ha fornito la società dell'acqua è che gli ultimi lavori eseguiti sul contatore risalgono al 2011, quando probabilmente hanno rimosso l'autoclave anche se non si ha la certezza

- non c'è nessuno scritto che ci affida la custodia dell'autoclave

- non si sa quando e da chi è stata comprata l'autoclave (certamente da più di 10 anni)

- l'acqua c'è e arriva bene fino all'ultimo piano (ancora nostro). Tutto questo disguido nasce dal fatto che l'inquilino del 3° piano dice di avere poca acqua ma l'inquilino precedente non aveva problemi

- l'eventuale incauta custodia dovrebbe essere prescritta visto che è da più di 10 anni che l'autoclave è stata comprata

Fermo restando che comunque sia mia zia ha agito in buona fede e comunque non c'era presente nessuno oltre a lei quando è stata rimossa l'autoclave, purtroppo non ha chiamato l'amministratore quando è stata tolta e l'amministratore del condominio non ha mai chiesto di venire a vedere l'autoclave


Vi sarei grata se poteste darmi un consiglio di come procedere , se hanno ragione di voler l'autoclave nuova



Consulenza legale i 29/05/2018
Per offrire una risposta soddisfacente al quesito posto è innanzitutto opportuno domandarsi se l’autoclave potesse considerarsi un bene condominiale, e se la sua rimozione abbia effettivamente comportato un danno agli impianti del palazzo, per poi chiedersi se il comportamento tenuto dalla zia della lettrice integri effettivamente il reato di furto.
Ci dice il quesito che inizialmente gli appartamenti ricompresi nell’ala del palazzo in cui sono avvenuti gli avvenimenti narrati, appartenevano in origine ad un unico proprietario, per poi due di essi essere venduti ad estranei. Nel momento in cui è avvenuta la vendita a terzi in quell’area del palazzo si è posto in essere un condominio ai sensi della normativa del codice civile.

Nel momento in cui il condominio è sorto, l’autoclave, originariamente di proprietà dell’unico proprietario degli appartamenti, ha assunto natura di bene comune condominiale, in quanto, analizzando quanto riportato nel quesito, riteniamo che si sia costituita per destinazione del padre di famiglia ex art. 1062 del c.c., un diritto di servitù condominiale gravante sulla cantina dell’originario unico proprietario dell’area condominiale, a favore delle altre unità abitative. L’ autoclave è divenuto, appunto, il mezzo meccanico attraverso la quale veniva esercitata detta servitù.
La servitù viene definita dall’art. 1027 del c.c. come un peso imposto sopra un fondo per l’utilità di un altro fondo appartenente a un diverso proprietario. Si realizza, in altri termini, con tale diritto reale un rapporto di accessorietà tra due fondi appartenenti a diversi proprietari, in forza del quale su un fondo, detto servente, viene posto un peso che ne limita il godimento da parte del suo proprietario, a favore di un altro fondo, detto dominante, appartenente ad un diverso soggetto. Nel caso di specie il peso è rappresentato proprio dal fatto che l’autoclave era installata in una cantina in proprietà esclusiva ad un condomino; l’utilità, invece, è rappresentata dal vantaggio che traevano gli abitanti degli appartamenti del piano superiore dalla attività di pompaggio dell’acqua esercitato dal marchingegno.

Tra i vari modi in cui si possono costituire le servitù, viene in rilievo qui quello denominato "destinazione del padre di famiglia" ex art. 1062 del c.c.
Si ha la destinazione del padre di famiglia quando su due fondi, inizialmente appartenenti al medesimo proprietario, vengono poste in essere delle opere che di per sé costituirebbero una servitù andando a limitare il godimento di un fondo per il vantaggio di un altro. Il fatto, tuttavia, che vi sia un unico proprietario, impedisce che si possa costituire tra di essi una servitù; nel momento in cui, però, uno dei due fondi viene venduto ad un altro soggetto, ecco che la servitù si costituisce automaticamente, nei termini in cui le opere sono state realizzate dall’originario e allora unico proprietario.

Nel caso sottoposto al nostro esame l’originario e unico proprietario aveva installato dentro la propria cantina una autoclave, al fine di garantire alle unità abitative di sua proprietà dei piani più alti un corretto apporto di acqua. Nel momento in cui dette unità abitative vengono alienate a terzi, oltre a costituirsi il condominio nell’
edificio, si costituisce anche, per destinazione del padre di famiglia, una servitù condominiale a carico della cantina dove si trova l'autoclave e a favore delle altre unità abitative vendute; ciò ha comportato che l’autoclave sia divenuto da bene in proprietà esclusiva, bene condominiale ai sensi dell’art. 1117 del c.c.
Proprio per il fatto che vi è stata questa “trasformazione” della autoclave in bene comune condominiale, ogni lavoro sulla stessa, compresa la sua rimozione, doveva essere decisa dalla assemblea, ed in particolare dai condomini abitanti nell’area del palazzo in cui la stessa era installata. Motivo per cui riteniamo che, seppur fatto in buona fede, il gesto compiuto dalla zia dell'autrice del quesito, in assenza di una apposita delibera assembleare che autorizzasse la rimozione dell’autoclave, sia stato illegittimo, in quanto è andato a ledere i diritti degli altri condomini.

Quindi, nel caso in cui i condomini che si ritengono danneggiati adissero l’autorità giudiziaria al fine di vedersi ristorare dei danni causati dalla rimozione della autoclave, chi ha permesso detta rimozione potrebbe andare incontro ad una condanna. Solo però se emergesse dalla istruttoria processuale che la rimozione dell’autoclave abbia effettivamente danneggiato l’impianto idraulico dell’ala del palazzo, e vi fosse la necessità, a causa della rimozione dell’ impianto di pompaggio, di installarne uno nuovo. Ovviamente questo danno dovrebbe essere dimostrato attraverso una perizia tecnica effettuata da un esperto nominato dal giudice.

Dal punto di vista del diritto penale, non si ritiene che la condotta tenuta possa astrattamente configurare il reato di furto ex art624 del c.p. o del depenalizzato furto di cosa comune ex art. 627 c.p. Entrambe tali fattispecie, infatti, presuppongono che la condotta di sottrazione della cosa che caratterizza entrambi i citati reati ricadano su un bene mobile che non era nella disponibilità di chi compie il furto. Nel caso di specie, essendo l’autoclave installata all’interno della cantina, essa si trovava già nella disponibilità di chi viene accusato di tale reato.

Tuttalpiù, si potrebbe ipotizzare un reato di appropriazione indebita ex art. 646 c.p., che si realizza quando: “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso…” A differenza del furto, infatti, l’appropriazione indebita, presuppone che il soggetto che pone in essere la condotta delittuosa abbia già il possesso e la disponibilità della cosa su cui la condotta ricade; condotta che consiste, appunto, nel far propria la cosa altrui di cui il reo abbia già il possesso e la disponibilità.

Tuttavia, anche questa ipotesi di reato parrebbe, sulla base di quanto riferito, priva di fondamento, in quanto la condotta tenuta non integrerebbe una appropriazione nel senso voluto dalla norma incriminatrice. L’ autoclave, infatti, dopo la sua rimozione, lungi dall’essere utilizzata per le finalità personali, è stata lasciata per giorni in stato di abbandono nelle aree comuni del palazzo. Non si ravvisa, inoltre, un altro elemento dell’art. 646 c.p: la finalità di realizzare per sé o per altri un ingiusto profitto. Chi ha acconsentito alla rimozione della autoclave credeva, al contrario, di migliorare l’impianto idraulico condominiale, e l’autoclave usata non è stata dallo stesso rivenduta per realizzare un profitto, ma buttata in una discarica.

Vanda P. chiede
mercoledì 17/08/2016 - Friuli-Venezia
“Io e la mia unica sorella abbiamo ereditato dai nostri genitori una casa. A mia sorella il piano terra ed a me il primo piano. La casa era servita, tutta, da un'unico servizio idrico, con l'unico contatore posizionato sul terreno diventato di proprieta' di mia sorella. A suo tempo avevamo fatto un atto notarile per stabilire le esatte proprieta' tra le due eredi all'orquando l'usufrutto di mia madre (sopravissuta a mio padre) si sarebbe unito alla nuda proprieta' di ciascuna di noi. Con detto atto notarile, tra l'atro, io mi impegnavo, nel caso di vendita della mia proprieta', a portare le utenze nuove nel mio terreno, cosa che ho fatto perche' la mia proprieta' dopo ristrutturazione e' ora gia' in vendita. Riguardo l'utenza idrica ho portato tutte le tubazioni nuove che dal giardino con nuovo contatore vanno in casa, tagliando l'acqua di mia sorella come da atto notarile. La vecchia conduttura d'acqua arrivava al mio appartamento dal muro maestro della cucina e li il tubo e' stato tranciato. La vecchia linea portava acqua fin alla veranda del mio piano sfociando in una fontanella per la presa d'acqua al servizio di una lavatrice. Questa fontanella e' ora intercettata, giustamente, dall'acqua a me intestata ma, prima dei lavori, dalla fontanella della veranda posta al piano superiore scendeva un tubo per portare l'acqua anche al piano inferiore. Ora mia sorella sostiene che le ho tolto una servitu' e che devo fare una linea nuova per ripristinare il servizio. Lei sostiene che devo intercettare il vecchio tubo che portava la sua acqua nel mio appartamento e con una linea nuova e parallela passando dalla cucina fare un foro nel muro maestro, arrivare in veranda, forare soffitto/pavimento e portare giu' il servizio idrico della sua acqua. Tengo a precisare che nell'atto notarile io potevo usare la sua acqua finche' non avessi venduto l'appartamento ma non c'e' scritto che io devo fornire a lei la mia acqua. Quindi considerato che dalla fontanella e di conseguenza dal tubo che scendeva a fornire acqua nella veranda sottostante o era acqua mia o era acqua di mia sorella, perche' dallo stesso tubo non possono passare acque diverse, ho tolto una servitu' a mia sorella come sostiene lei oppure no? Se mia sorella avesse ragione dovrei fare la linea nuova e parallela che mi richiede? Grazie per la risposta.”
Consulenza legale i 23/08/2016
Dalla descrizione dello stato dei luoghi, sembrerebbero in effetti integrati tutti i presupposti di una servitù costituita “per destinazione del padre di famiglia”.
Questa fattispecie è disciplinata dall’art. 1062 del codice civile, che recita: “La destinazione del padre di famiglia ha luogo quando consta, mediante qualunque genere di prova, che due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e che questi ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù.
Se i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario, senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa s'intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati”.
Va preliminarmente e doverosamente chiarito che quando si parla di servitù “prediali” – come quella in commento – si intende far riferimento a servitù costituite sia su terreni che su fabbricati edificati su terreni (come nel caso di specie).

Ciò chiarito, la citata servitù nasce, in pratica, sulla base della semplice esistenza dei presupposti di fatto descritti dalla norma, e ciò indipendentemente dall’intenzione del precedente proprietario di realizzare la servitù stessa.
Può trattarsi di due fondi distinti ma altresì (come nel caso di specie) di due porzioni di un unico fondo (fabbricato).

Ebbene, nella fattispecie in esame, originariamente la casa era servita da un unico impianto e, nello specifico, il tubo che dal giardino portava sino al piano di sopra dell’immobile, passando per il muro maestro, e terminando con la fontanella dii cui si discute, era di fatto a servizio sia del primo piano che del piano terra, essendoci un tubo di collegamento tra la predetta fontanella ed il piano inferiore.
Questo era lo stato di fatto dei luoghi, realizzato (o mantenuto tale) dal precedente titolare (genitori) per l’approvvigionamento idrico di entrambe le altezze del fabbricato.
Pare non possa esserci dubbio, pertanto, sul fatto che quando la proprietà dell’immobile è stata suddivisa tra le figlie, si è determinata una situazione di servitù per cui il piano inferiore ha continuato ad avvantaggiarsi della fontanella di cui al piano superiore.
Trattasi della cosiddetta servitù di “presa d’acqua continua” di cui all’art. 1080 cod. civ., la quale attribuisce al suo titolare il diritto di prelevare o derivare, mediante manufatti e/o opere idriche, l’acqua esistente nel fondo servente per condurla, in una determinata quantità, nel fondo dominante affinché possa essere ivi impiegata per i diversi usi (domestici e non) (Cass. Civ., sez. II, 6 luglio 1995 n. 7475).
E’ significativa per il caso di specie una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione abbastanza recente, che ben chiarisce i concetti sopra espressi: “ (…) I consolidati principi della Corte di legittimità in materia di servitù per destinazione del padre di famiglia sono i seguenti.
Detta servitù si intende stabilita "ope legis" per il fatto che al momento della separazione dei fondi - o del frazionamento dell'unico fondo, come nella specie - lo stato dei luoghi sia stato posto o lasciato per opere o segni manifesti ed inequivoci ed univoci - nel che si concreta l'indispensabile requisito dell'apparenza - in una situazione oggettiva di subordinazione o di servizio, che integri "de facto" il contenuto proprio di una servitù, indipendentemente da qualsiasi volontà, tacita o presunta, dell'unico proprietario nel determinarla o nel mantenerla.
Conseguentemente il requisito della subordinazione deve essere ricercato non già nell'intenzione del proprietario del fondo, bensì nella natura delle opere oggettivamente considerate, in quanto nel loro uso normale determinino il permanente assoggettamento del fondo vicino all'onere proprio della servitù (Cass. 12197 del 1997).
Perciò, in tema di servitù di presa d'acqua, deve ritenersi predicabile, ai sensi dell'art. 1062 c.c., la costituzione per destinazione del padre di famiglia tutte le volte in cui l'originario unico proprietario, imprimendo un'oggettiva situazione di subordinazione o di servizio tra i fondi, abbia collocato in quello servente delle tubazioni per la conduzione dell'acqua che, fuoriuscendo dalla fonte - o dallo sbocco - ed essendo idonee ad irrigare il fondo dominante nel quale confluiscono, siano non soltanto visibili, ma anche stabilmente destinate a soddisfare le esigenze idriche del secondo (Cass. 14654 del 2007).
Il requisito dell'apparenza, indispensabile ai sensi dell'art. 1061 c.c. per l'acquisto della servitù per usucapione, comporta, nell'ipotesi che le opere visibili e permanenti necessarie all'esercizio della servitù stessa ricadano esclusivamente sul fondo servente - come nella specie - al quale servono o possono servire, la presenza di un segno di raccordo, non necessariamente fisico, ma almeno funzionale, delle opere con il fondo dominante in modo che risulti con chiarezza che quelle esistono anche in funzione dell'utilità di questo (Cass. 21597 del 2007). (…)” (Cassazione civile, sez. un., 16 febbraio 2016, n. 2949).
Per rispondere al quesito, dunque, alla luce di quanto chiarito nella citata sentenza, è giuridicamente fondata non solo l’affermazione della sorella circa l’esistenza di una servitù, ma altresì la sua pretesa di continuare ad esercitarla.
Inoltre, le spese per il rispristino dello stato di fatto dei luoghi esistente prima che la proprietaria del piano di sopra tranciasse il tubo di raccordo della sorella, saranno, proprio a motivo di quest’ultimo illegittimo (per se in buona fede) intervento, a carico della sola proprietaria del fondo servente.

Sotto questo profilo, infatti, la giurisprudenza è chiara ed univoca: “Il titolare del fondo dominante deve eseguire a proprie cure e spese le opere necessarie per conservare la servitù, salvo che la situazione dei luoghi sia stata alterata da manomissioni con innovazioni compiute dal proprietario del fondo servente.” (Cassazione civile, sez. II, 08 marzo 1984, n. 1631, per tutte).
Ad avviso di chi scrive, in ogni caso, il tipo di intervento da effettuarsi non dovrà necessariamente essere quello imposto dalla sorella: a tal proposito, si potrà interpellare un tecnico che esamini lo stato dei luoghi e suggerisca il ripristino della situazione precedente con il minor aggravio di spese e di “danno” a carico della proprietà servente. SI noti bene, però, che qualsiasi modifica della servitù (modalità e tempi di esercizio) dovrà sempre, per legge, essere fatta su accordo delle parti.

Da ultimo, si precisa, per correttezza, che per offrire un parere realmente completo sarebbe necessario visionare il contenuto dell’atto notarile al fine di capire quali siano, nello specifico, gli obblighi assunti dalle parti in ordine alla proprietà ed alle modifiche dell’impianto idrico esistente.

GianP. G. chiede
mercoledì 10/06/2015 - Emilia-Romagna
“la mia casa è stata costruita al piano terra, in epoca 1930, poi ampliata nel tempo, con 1 primo piano.
Non so esattamente gli anni dell' ampliamento, perchè io vivo in questa casa dal 1979, e la casa era già come è adesso.
Mi risulta che un Regio Decreto del 1936, escluda le costruzioni, fatte prima di quella data 1936, dal fatto di avere l' obbligo della Agibilità o Abitabilità.
il problema è il seguente : la mia casa, ha l' obbligo di chiedere questa Agibilità, o posso tranquillamente rispondere al Comune, che io sono in regola cosi come sto. senza il certificato di Agibilità?
Se dovessi avere ragione, avrei piacere eventualmente di leggere anche qualche sentenza della Cassazione.”
Consulenza legale i 29/06/2015
Il certificato di ”agibilità” è oggi previsto dall'art. 24 del D.P.R. n. 380/2001. Sono state abrogate le precedenti fonti (Testo Unico delle Leggi Sanitarie, r.d. n. 1265/1934, D.P.R. n. 425/1994), riconducendo ad unum la doppia terminologia abitabilità – agibilità.
I primi due commi dell'articolo recitano:

"1. Il certificato di agibilità attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, valutate secondo quanto dispone la normativa vigente.
2. Il certificato di agibilità viene rilasciato dal dirigente o dal responsabile del competente ufficio comunale con riferimento ai seguenti interventi:
a) nuove costruzioni;
b) ricostruzioni o sopraelevazioni, totali o parziali;
c) interventi sugli edifici esistenti che possano influire sulle condizioni di cui al comma 1
".

Inoltre, è importante ricordare l'art. 40 della legge n. 47 del 1985, il quale dispone che: " [...] Per le opere iniziate anteriormente al 1 settembre 1967, in luogo degli estremi della licenza edilizia può essere prodotta una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, rilasciata dal proprietario o altro avente titolo [...] attestante che l'opera risulti iniziata in data anteriore al [...]".

In relazione ad edifici di vecchia datazione, si devono pertanto distinguere:
a) vecchie costruzioni per le quali non è mai avvenuto alcun intervento edilizio (costruzioni ante e post 1967, mai modificate);
b) vecchie costruzioni per le quali si è compiuto un intervento edilizio di modifica.

Per le costruzioni di cui al punto a), che non abbiano subito al 30 giugno 2003 - data di entrata in vigore della riforma - alcuno degli interventi indicati nelle lettere b) e c) dell'art. 24, secondo comma del D.P.R. 380, il legislatore ha escluso la richiesta del certificato di agibilità.

Nel caso b), il terzo comma dell'art. 24 dice che il soggetto titolare del permesso di costruire o il soggetto che ha presentato la denuncia di inizio attività, o i loro successori o aventi causa, sono tenuti a chiedere il rilascio del certificato di agibilità.
Come si può notare, sono menzionati anche gli "aventi causa", cioè, in altre parole, i soggetti che hanno acquistato la titolarità dell'immobile successivamente, di norma per averlo acquistato dal vecchio proprietario.

La sanzione per la mancata presentazione della domanda di agibilità ha oggi natura solo amministrativa: si tratta di una sanzione pecuniaria da 77 a 464 euro.

Gianpaolo G. chiede
martedì 12/05/2015 - Emilia-Romagna
“Dal lato numeri dispari della strada, c'è una collina, l'acqua piovana che scende dalla collina (fondo superiore) trasborda il fosso lato strada, attraversa la strada e arriva un mare di acqua a casa mia (mi sono allagato casa più volte). Io abito lato numeri pari che è un fondo inferiore. Mi allago perchè sul lato "collina" i proprietari hanno tombinato i fossi con dei tubi (per crearsi dei passaggi carrabili), di diametro troppo piccolo, anche il fosso in questione è troppo piccolo; un proprietario addirittura ha chiuso il fosso con una soletta in cemento lunga diversi metri.
Credo che questo stillicidio delle acque non mi spetti. Come posso fare in base a quale legge (ordinanza del Giudice, del Sindaco?), posso imporre ai proprietari di tombinare i passaggi carrabili con tubi più grandi, e fare allargare il fosso? e far togliere la soletta in cemento. O posso fare intervenire il Comune, la Protezione Civile o quant'altro?”
Consulenza legale i 20/05/2015
Come sancito dall'art. 913 del c.c., il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo: il proprietario del fondo inferiore non può impedire questo scolo.

Tuttavia, l'articolo specifica un divieto molto importante: il proprietario del fondo superiore non può rendere lo scolo più gravoso.

Pertanto, nel caso esposto, si profila con una certa evidenza il diritto del proprietario del fondo inferiore a pretendere che il vicino non mantenga in essere opere che aggravino la discesa dell'acqua dalla collina.

Quali le soluzioni dal punto di vista processuale?
L'azione per impedire l'aggravamento della soggezione allo scolo delle acque dal fondo superiore compete al proprietario del fondo inferiore, al fine di ottenere la rimozione delle opere realizzate sul fondo altrui e il ripristino della situazione precedente.

La Cassazione ha in più occasioni affrontato questo tema. Con sentenza n. 10039 del 2000
ha sancito che "L'art. 913 c.c. impone al proprietario del fondo superiore l'obbligo negativo consistente nel divieto di ogni manufatto che modifichi il deflusso naturale delle acque e correlativamente legittima il proprietario e il titolare di altri diritti sul fondo inferiore ad agire per il ripristino dello stato naturale del luoghi".
Ha, inoltre, specificato che non sono vietate tutte le possibili modificazioni incidenti sul deflusso naturale delle acque, ma "soltanto quelle che alterino apprezzabilmente tale deflusso, rendendo più gravosa la condizione dell'uno o dell'altro fondo" (Cass. civ., n. 13301/2002): un aggravamento molto sensibile del deflusso delle acque sembra essersi verificato nel caso in esame.

Quanto alla natura dell'azione in commento, secondo la giurisprudenza di legittimità si tratterebbe di actio negatoria servitutis, che è l'azione avente ad oggetto l'accertamento giudiziale dell'inesistenza dei diritti affermati da altri sul bene che è oggetto del diritto dell'attore o la cessazione di turbative o molestie che altri arrechi al suo diritto (art. 949 del c.c.). In particolare, la sentenza della Corte di Cassazione del 17.2.1981, n. 959, ha statuito che "L'azione per l'osservanza della limitazione legale della proprietà prevista dall'art. 913 c.c. per lo scolo delle acque [...] si sostanzia in un'actio negatoria di servitù di scolo".
L'azione può essere proposta in qualsiasi momento (è imprescrittibile) davanti al giudice ordinario (Tribunale del luogo dove è posto l'immobile, art. 21 c.p.c.): vanno convenuti in giudizio tutti i proprietari del terreno superiore, in quanto si ritiene che si versi in una ipotesi di litisconsorzio necessario.

Si consideri anche la possibilità di intentare una più rapida azione di tutela immediata contro il pericolo di allagamento, quale la denuncia di nuova opera, da cui si abbia ragione di temere possa derivare un grave danno (art. 1171 del c.c.. Attenzione però, l'azione può esperirsi solo entro un anno dal compimento dell'opera di tombinatura. Oppure si può fare ricorso alla denuncia di danno temuto, con cui si chiede al giudice di provvedere urgentemente ad ovviare il pericolo che incombe su una propria cosa, che deriva da un edificio o qualsiasi altra cosa posta su un fondo altrui.

Da un punto di vista amministrativo, si dovrà accertare la proprietà dei fossi tombinati e l'esistenza delle relative autorizzazioni alla tombinatura, previste solitamente dai Regolamenti edilizi comunali (ci si può rivolgere al preposto tecnico comunale per ottenere le informazioni riguardanti il proprio Comune). Di norma, sono previste delle sanzioni amministrative in caso di violazione del Regolamento.

Gianpaolo G. chiede
sabato 02/05/2015 - Emilia-Romagna
“ho acquistato una casa in campagna, negli anni 80. l'accesso alla mia casa sia pedonale che con auto è sempre avvenuto tramite una stradina vicinale comunale. nel 2011 il comune decide di declassare la stradina con affissione ad opponendum, nessuno si è opposto. dunque la stradina è diventata privata, metà ciascuno metà mia, metà del mio vicino.
domanda: può il mio vicino chiedere di separare la stradina in 2 parti,i o in quel caso non potrei più entrare in casa mia, non ho acquisito una sorta di servitù di passaggio in tutti questi anni?”
Consulenza legale i 12/05/2015
La vicenda prospettata sembra configurare un tipico caso di costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia, ai sensi dell'art. 1062 del c.c.
La norma dice "La destinazione del padre di famiglia ha luogo quando consta, mediante qualunque genere di prova, che due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e che questi ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù. Se i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa si intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati".

In altre parole, quando si ha un fondo unico, di proprietà di un soggetto, e tale fondo venga poi diviso tra diversi soggetti, se esisteva una situazione tale da cui si poteva evincere l'esistenza di una servitù, questa servitù rimane anche dopo la divisione dell'immobile.
La destinazione del padre di famiglia è un modo di acquisto della servitù a titolo derivativo, che ha fonte in un mero fatto giuridico: la divisione del fondo.

La legge specifica, inoltre, che per aversi tale modalità di nascita della servitù, deve trattarsi di servitù "apparente" (art. 1061 del c.c.): ciò significa che devono esistere sul fondo opere inequivocabilmente strumentali all'esercizio della servitù.
L'art. 1062, in particolare, parla di "cose poste o lasciate" in uno "stato dal quale risulta la servitù": il legislatore si riferisce proprio alle opere visibili e permanenti, rivelatrici dell'esistenza di un peso a carico del fondo in funzione dell'utilità dell'altro, la cui esistenza consente di qualificare una servitù come apparente.
Affinché sia acquistata la servitù, è necessario che tali opere esistano già quando i due fondi cessano di appartenere al medesimo proprietario.

Nel caso di specie, ci sembra che tutti i requisiti di legge siano presenti:
- il fondo, cioè la strada comunale, apparteneva ad unico proprietario (il comune);
- nel 2011 la strada è stata suddivisa tra due diversi proprietari;
- è sempre esistita la strada che consente l'accesso alle abitazione dei due vicini di casa.
Quindi, ci sembra che possa dirsi sorta la servitù di passaggio a favore di entrambi i proprietari: nessuno dei due può impedire all'altro di esercitarla, con le modalità espletate da sempre.

Anche la giurisprudenza appare di questo avviso. Ad esempio, con sentenza del 12.2.2014, n.3219, la Corte di cassazione ha stabilito: "La costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia ha per presupposto che due fondi, appartenenti in origine allo stesso proprietario, siano stati posti dallo stesso in una situazione di subordinazione dell'uno rispetto all'altro idonea a integrare il contenuto di una servitù prediale e che, all'atto della separazione, sia mancata una manifestazione di volontà tale da escludere la preesistente relazione di sottoposizione di un fondo all'altro e risultino segni visibili concretantisi in opere permanenti necessarie per l'esercizio di una servitù e rivelatrici pertanto della sua esistenza; in particolare nel caso di servitù di passaggio, la servitù si intende costituita quando risulti l'esistenza di una o più opere visibili destinate stabilmente all'esercizio del passaggio dall'uno all'altro fondo e non risulti in altro modo manifestata una volontà contraria al mantenimento del passaggio come fin a quel momento esercitato dall'unico proprietario".

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    Data di pubblicazione: dicembre 2012
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    I diritti di uso e di abitazione si rivelano strumenti utili per i privati, nonché per il legislatore e per la giurisprudenza che ne hanno ampliato notevolmente l'ambito di applicazione: si è risposto così non solo a questioni di diritto immobiliare (si pensi al diritto di uso delle aree a parcheggio), ma anche di diritto di famiglia e delle successioni (come nel caso dei diritti di uso e abitazione in capo al coniuge superstite e per alcuni dell'assegnazione della... (continua)