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Articolo 2275 Codice Civile 2020

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Liquidatori

Dispositivo dell'art. 2275 Codice Civile 2020

Se il contratto non prevede il modo di liquidare(1) il patrimonio sociale e i soci non sono d'accordo nel determinarlo, la liquidazione è fatta da uno o più liquidatori, nominati(2) con il consenso di tutti i soci o, in caso di disaccordo, dal presidente del tribunale [2259, 2309].

I liquidatori possono essere revocati per volontà di tutti i soci e in ogni caso dal tribunale per giusta causa su domanda di uno o più soci [2450].

Note

(1) Il procedimento di liquidazione di una società di persone non è posto dalla legge in via assoluta, esso costituisce una fase facoltativa prevista nell'interesse dei soci, che può essere evitata nel caso in cui gli stessi abbiano previsto una divisione concordata ovvero facendo ricorso al giudice per la definizione dei rapporti.
(2) Possono essere nominati liquidatori sia i soci, sia gli amministratori, sia terzi estranei alla società. Essi, in qualsiasi modo nominati, devono accettare la carica.

Spiegazione dell'art. 2275 Codice Civile 2020

A meno che il contratto sociale non preveda espressamente le modalità tramite il quale procedere alla liquidazione o i soci, in seguito al verificarsi di una causa di scioglimento, non trovino un accordo in merito, la liquidazione è fatta da uno o più liquidatori, i quali però devono essere nominati all'unanimità dai soci. La mancanza dell'unanimità determina infatti la nullità della nomina fatta con la mera maggioranza.
Ad ogni modo, se vi è disaccordo sul punto, la nomina è fatta dal Presidente del Tribunale, su ricorso degli stessi soci, degli amministratori o dei creditori particolari dei singoli soci, avendo questi ultimi un interesse diretto alla liquidazione della società per ottenere la quota assegnata al loro debitore. Non sono legittimati invece i creditori della società, non avendo essi alcun interesse allo scioglimento della società e quindi alla successiva liquidazione.
Con l'accettazione della nomina, i liquidatori prendono il posto degli amministratori e possono essere revocati sempre dai soci solamente nel caso di nomina con atto separato e solo con decisione presa all'unanimità. Per contro, deve sussistere una giusta causa sia nel caso di nomina contenuta nel contratto sociale sia di nomina decisa dal Presidente del Tribunale.
La nomina, la cessazione e la sostituzione dei liquidatori devono essere portate a conoscenza dei terzi con mezzi idonei.

Massime relative all'art. 2275 Codice Civile 2020

Cass. civ. n. 4019/2017

Il decreto di revoca del provvedimento di nomina del liquidatore giudiziale emesso dal presidente del tribunale in sede di volontaria giurisdizione non ha efficacia retroattiva, in quanto è ontologicamente inidoneo ad accertare un'eventuale situazione di invalidità pregressa degli atti compiuti in costanza di un incarico giudizialmente conferito.

Cass. civ. n. 15070/2011

Il decreto emesso dalla corte d'appello, che abbia negato la reclamabilità del decreto del tribunale, avente ad oggetto la nomina del liquidatore di società personale, non è suscettibile di ricorso per cassazione a norma dell'art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento di volontaria giurisdizione che non assume carattere decisorio, neanche quando sussista contrasto sulla causa di scioglimento e vi sia pronuncia sul punto, in quanto il giudice adito (nella prima e nella seconda fase del procedimento), dopo un'indagine sommaria e condotta "incidenter tantum", può nominare i liquidatori sul presupposto che la società sia sciolta, ma non accerta in via definitiva nè l'intervenuto scioglimento nè le cause che lo avrebbero prodotto, tanto che ciascun interessato, purchè legittimato all'azione, può promuovere un giudizio ordinario su dette questioni e, qualora resti provata l'insussistenza della causa di scioglimento, può ottenere la rimozione del decreto e dei suoi effetti. Né tale principio viene meno allorchè il giudice (nella specie la Corte d'appello) si sia pronunciato su di un profilo processuale, atteso che la pronuncia sull'osservanza delle norme che regolano il processo, disciplinando i presupposti, i modi ed i tempi con i quali la domanda può essere portata all'esame del giudice, ha necessariamente la medesima natura dell'atto giurisdizionale cui il processo è preordinato, e non può pertanto avere autonoma valenza di provvedimento decisorio, se di tale carattere detto atto sia privo, stante la strumentalità della problematica processuale e la sua idoneità a costituire oggetto di dibattito soltanto nella sede, e nei limiti, in cui sia aperta o possa essere riaperta la discussione nel merito.

Cass. civ. n. 29776/2008

La messa in liquidazione di una società non determina un mutamento della personalità giuridica della stessa, nè tantomeno la sostituzione di un soggetto di diritto ad un altro, ma semplicemente la modifica dell'oggetto sociale, che, per effetto della liquidazione, è ora diretto alla liquidazione dell'attivo ed alla sua ripartizione tra i soci, previa soddisfazione dei creditori sociali; pertanto, vi è continuità tra la società prima e dopo la messa in liquidazione, sì che gli atti compiuti prima di essa continuano a produrre effetti e ad essere giuridicamente vincolanti nei confronti della società. (Sulla base dell'enunciato principio, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza di merito, la quale - ritenendo esistente un nuovo soggetto giuridico in virtù della messa in liquidazione di una s.n.c. - aveva dichiarato cessata la materia del contendere in ordine all'impugnazione di una delibera assembleare di utilizzo del finanziamento del socio dissenziente a copertura delle perdite e di una delibera di aumento del capitale, nonchè in ordine alla domanda del socio di revoca dell'amministratore e di risarcimento del danno dal medesimo cagionato).

Cass. civ. n. 4377/2007

In tema di legittimazione ad agire, poiché alla stregua dell'articolo 2275 c.c. per le società di fatto è solo facoltativo il procedimento di liquidazione, e di questo, in quanto finalizzato a definire i rapporti con i terzi creditori, non può legittimamente invocarsi l'applicazione quando sopravvengano attività che rimangono oggetto, a seguito del pregresso scioglimento, di mera comunione fra gli ex soci, va riconosciuta a questi ultimi piena legittimazione ad agire per il recupero delle dette attività. (Nella specie, la S.C. ha affermato che l'attore, che aveva fatto specifico riferimento alla società collettiva irregolare, sciolta due anni addietro, quale ex socio e amministratore, era legittimato ad agire nei confronti della convenuta per il recupero del corrispettivo per lavori di falegnameria eseguiti dalla detta società, senza dover ricorrere alla procedura di liquidazione o a imprecisati provvedimenti giurisdizionali).

Cass. civ. n. 61/2003

La nomina del liquidatore di una società di persone (nella specie, società in accomandita semplice) da parte del Presidente del Tribunale, in sede di volontaria giurisdizione, ex art. 2275, c.c., è possibile, allo scopo di supplire all'inattività dell'assemblea, esclusivamente quando tra i soci non sia in contestazione lo scioglimento della società. Pertanto, nel caso in cui sia controverso tra i soci il verificarsi di una causa di scioglimento, la nomina del liquidatore spetta al giudice adito in sede contenziosa, anche se il relativo giudizio sia definito con una pronunzia che dichiari cessata la materia del contendere, a seguito del sopravvenuto passaggio in giudicato della sentenza che, in un separato giudizio, ha dichiarato sciolta la società per insanabile contrasto tra i soci e per l'impossibilità di conseguire l'oggetto sociale.

Cass. civ. n. 16175/2000

Il combinato disposto degli artt. 2252 e 2275 c.c., autorizza, in conformità con i principi generali in materia di società di persone, i soci di tali enti a determinare liberamente le modalità di liquidazione delle società, sia in via preventiva (nell'ambito delle pattuizioni costituenti l'oggetto del contratto sociale), sia in via successiva (mediante accordo tra i soci), atteso che le valutazioni in merito alle procedure di estinzione dei rapporti societari pendenti competono, innanzitutto, a coloro che si rendano interpreti degli interessi dell'ente, evitando, se del caso (ed ove possibile), di imporre l'osservanza di un procedimento formalizzato, eventualmente incongruo rispetto alle esigenze ed alle dimensioni della società a base personale (nelle quali le ragioni dei creditori sono già garantite dal regime di responsabilità illimitata dei soci).

Cass. civ. n. 8670/2000

Anche nella società di persone composta da due soli soci, ove la morte di un socio determini il venir meno della pluralità dei soci, non può riconoscersi un diritto degli eredi del socio defunto a partecipare alla liquidazione della società ed a pretendere una quota di liquidazione, anziché il controvalore in denaro della quota di partecipazione, in quanto lo scioglimento della società costituisce un momento successivo ed eventuale rispetto allo scioglimento del rapporto sociale limitatamente al socio e trova causa non tanto nel venir meno della pluralità dei soci, quanto nel persistere per oltre sei mesi dalla mancanza della pluralità medesima.

Cass. civ. n. 2376/2000

Nelle società di persone (nella specie, società di fatto), il procedimento formale di liquidazione non è imposto dalla legge in modo assoluto, in quanto i soci possono evitarlo decidendo di pervenire alla estinzione dell'ente sociale con altre modalità, ed, eventualmente, con l'intervento di un giudice. L'esistenza di un tale accordo non è esclusa da semplici divergenze nella determinazione dell'entità delle quote, ma solo dal rifiuto — anche implicitamente manifestato — di addivenire alla definizione dei rapporti sociali secondo modalità diverse da quelle proprie del procedimento legale di liquidazione.

Cass. civ. n. 13875/1999

La pendenza del procedimento di liquidazione di una società di persone non determina l'improcedibilità della domanda di liquidazione della quota del socio che abbia esercitato il recesso bensì l'improponibilità della medesima non desumibile dagli articoli 2275 e segg. c.c.

Cass. civ. n. 11361/1999

Così come la dichiarazione di fallimento di una società, se priva la stessa di ogni potere in relazione al suo patrimonio (eccezion fatta per i beni sottratti all'esecuzione concorsuale per disposizione di legge e per i beni sopravvenuti che non siano acquisiti dalla massa), non comporta di per sé alcuna alterazione dell'organizzazione sociale, i cui organi restano in funzione, sia pur con le limitazioni derivanti dall'intervenuta dichiarazione di fallimento, analogamente la chiusura del fallimento fa venir meno lo «spossessamento» della società fallita, con il conseguente riacquisto da parte sua della libera disponibilità dei beni (art. 120 l. fall.) e non comporta invece l'estinzione della società, in coerenza del resto con il principio secondo cui la società non può ritenersi estinta neanche a seguito della sua cancellazione dal registro delle imprese, fin quando sono pendenti rapporti giuridici o contestazioni giudiziarie. (Nella specie la questione era rilevante per stabilire se, in un giudizio diretto a far valere la simulazione di alcuni contratti, era concretamente operativa la necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di società di capitali che era stata parte dei contratti stessi).

Cass. civ. n. 3221/1999

Lo scioglimento di una società non ne produce l'estinzione, ma essa continua ad esistere con la stessa individualità, struttura e organizzazione, sia pure con un restringimento della capacità, derivante dalla modificazione dello scopo che non è più quello dell'esercizio dell'impresa, bensì quello della sua liquidazione, attraverso la definizione dei rapporti di credito e di debito con i terzi. (Fattispecie relativa ad una società in accomandita semplice).

Cass. civ. n. 959/1999

Il socio di una società in accomandita semplice che adduca un sopravvenuto ed essenziale mutamento della attuale realtà societaria rispetto alla situazione iniziale, per avere la società dismesso l'esercizio dell'attività d'impresa ed essere rimasta solo formalmente in vita per l'espletamento di un'attività di mera gestione dei propri beni immobili, fa valere una causa di scioglimento dell'ente e, quindi, al fine di ottenere la divisione degli immobili con attribuzione della quota di sua competenza, non può esperire l'azione all'uopo accordata al comproprietario della cosa comune, dovendo, viceversa, necessariamente avvalersi del procedimento di liquidazione di cui agli artt. 2275 ss. c.c., a meno che egli non alleghi e dimostri la esistenza di un contratto equipollente, sostitutivo della liquidazione, nel quale risultino fissati anche i diritti di ciascun socio sul patrimonio della disciolta società (dopo la definizione dei rapporti pendenti).

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Consulenze legali
relative all'articolo 2275 Codice Civile 2020

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Antonio L. A. chiede
martedì 15/09/2020 - Calabria
“In seguito al diniego di cancellazione, da parte della CCIAA, di una Sas che, senza debiti dichiarati con autocertificazione, non è passata dalla fase della liquidazione, mi sono rivolto al Giudice del Registro in volontaria g., sperando che la domanda fosse accolta. Nell'atto introduttivo oltre a precisare che la chiusura senza liquidazione è contemplata dall'art. 15 dello statuto e la società è priva di P.IVA e C.F. ho fatto riferimento al parere del Ministero Sviluppo Economico del 19/05/2014. Il G. del Registro ha rigettato la domanda con il decreto che allego, al fine di conoscere un Vs parere e di avere suggerimenti per richiedere la revoca dell'ordinanza, da presentare al G. Ordinario del Tribunale di COSENZA, sede dalla CCIAA. Visto i tempi stretti, si chiede una risposta possibilmente sollecita. Grazie”
Consulenza legale i 20/09/2020
La giurisprudenza in materia stabilisce che il procedimento di liquidazione previsto dalla legge, per le società come quella di cui al quesito, è meramente facoltativo, non essendovi alcun obbligo legale in tal senso (cfr. Cass. Civ. n. 8599 del 2003).

Il carattere facoltativo trova il suo fondamento nel regime di responsabilità per tali tipi societari. Infatti, considerata la responsabilità solidale e illimitata dei soci, la liquidazione legale risponde più ad un interesse di questi ultimi che dei creditori sociali, i quali sono comunque tutelati dal patrimonio dei soci medesimi, oltre che della società.

Resta, dunque, possibile, nel caso di dette società, prevedere per i soci di quest’ultima modalità diverse per addivenire alla liquidazione del patrimonio sociale, anche se, come correttamente rilevato dal Tribunale di Cosenza, ciò non significa che una liquidazione del patrimonio sociale possa essere omessa. Infatti, è lo stesso art. 2275 c.c., alla cui lettura si rimanda, a richiamare la necessità comunque della liquidazione, ancorché in modalità che deroghino a quelle previste dalla legge.

Pertanto, coglie nel segno il tribunale laddove evidenzia tale mancato svolgimento della liquidazione da parte dei soci della sas, secondo modalità differenti da quelle normativamente previste.

Lo statuto della sas, all’art. 15, prevedeva sì la possibilità di una liquidazione convenzionale (derogatoria rispetto a quella legale) che passasse attraverso “l’assegnazione in natura dei beni sociali”, laddove non vi fossero state passività nel bilancio della medesima, ma ciò non comporta comunque la possibilità di omettere, legittimamente, una qualche forma di liquidazione del patrimonio, con un preliminare accertamento dell’attivo e del passivo (cfr. Corte di Cassazione, sentenza n. 1468/1981).

Nel caso di specie, sembra che fosse assente, tra la documentazione versata in atti, tale diversa modalità con cui è stata svolta la liquidazione da parte della sas e, dunque, il Tribunale adito ha ritenuto che il diniego all’iscrizione della cancellazione operato dal Registro delle Imprese fosse stato corretto.

Si condivide, inoltre, anche l’ulteriore argomentazione avanzata dal Tribunale, secondo cui, ferma la necessità di una liquidazione convenzionale, anche laddove si ritenesse sufficiente la mera dichiarazione di scioglimento volontaria da parte dei soci della sas, quest’atto avrebbe comunque dovuto essere redatto nella stessa forma dell’atto costitutivo della sas, in conformità del principio della forma a cui le parti hanno ritenuto di voler aderire per redigere un particolare atto: l’atto costitutivo della sas era nella forma di atto notarile e, pertanto, anche l’atto di risoluzione non può che seguire la medesima forma dell’atto che andrebbe a risolvere.

Alla luce delle suesposte considerazioni, il Tribunale di Cosenza ha correttamente rigettato il ricorso presentato.

Serena chiede
venerdì 25/03/2011 - Puglia

“La previsione del legislatore di lasciare all'autonomia dei soci il modo di determinare la liquidazione del patrimonio sociale e quindi di derogare al procedimento di liquidazione previsto dalla legge,è applicabile solo alla società semplice o anche alle snc e sas? O bisogna considerare che per le snc e le sas la liquidazione debba sempre avvenire rispettando il procedimento di liquidazione previsto dalla legge e quindi con necessaria nomina dei liquidatori? Ringrazio in anticipo cordiali saluti.”

Consulenza legale i 25/03/2011

Consolidata giurisprudenza ritiene che l'estinzione di una società di persone (non solo della società semplice) non richieda necessariamente un formale procedimento di liquidazione, verificandosi essa anche per effetto dell'accordo dei soci diretto alla cessazione dell'ente sociale, previa definizione, con libere modalità, dei rapporti ad essi inerenti (Cass. 92/860; Cass. 80/6212, Sez. I) ovvero in conseguenza della richiesta avanzata dai soci stessi, direttamente al giudice, per la definizione dei rispettivi rapporti di credito e debito.
L'art. 2275 del c.c. si ritiene pertanto applicabile sia alla s.n.c. che alla s.a.s.


Testi per approfondire questo articolo