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Articolo 146 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Allontanamento dalla residenza familiare

Dispositivo dell'art. 146 Codice Civile

Il diritto all'assistenza morale e materiale previsto dall'articolo 143 è sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa(1) dalla residenza familiare [144], rifiuta di tornarvi.

La proposizione della domanda di separazione [150 ss.] o di annullamento [117 ss.] o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare(2).

Il giudice può, secondo le circostanze, ordinare il sequestro dei beni(3) del coniuge allontanatosi [179, 215 ss.], nella misura atta a garantire l'adempimento degli obblighi previsti dagli articoli 143, terzo comma, e 147.

Note

(1) La giusta causa di allontanamento consiste nel venir meno della cd. affectio maritalis, nell'aver presentato domanda di separazione, annullamento o scioglimento del matrimonio o di divorzio, o nell'aver causato gravi contrasti, perniciosi per la quiete familiare: in tali casi di impossibilità di prosecuzione della convivenza sarà legittimamente possibile interrompere l'obbligo di coabitazione di cui all'art. 143 del c.c., e la causa non sarà addebitabile nella separazione.
(2) Le ipotesi di cui al comma 2 non sono tassative e possono essere integrate mutuando dalla disciplina dettata in materia di separazione, di cui all'art. 151 ss. c.c..
(3) Controversa è la natura del provvedimento attuabile dal giudice: il rimando è alle norme sul sequestro (670 e ss. c.p.c.), in particolar modo emergerebbe il sequestro conservativo di cui all'art. 671 del c.p.c. e all'art. 2905 del c.c. attuato in via d'urgenza, pur dovendosi registrare richiami alla figura della garanzia reale (in aggiunta alla funzione sanzionatoria) di cui all'art. 2808 del c.c. e relativa ai beni del coniuge obbligato.

Ratio Legis

La disposizione mira a tutelare il fondamentale obbligo di coabitazione di cui all'art. 143 del c.c.,prevedendo che la legittima interruzione della convivenza possa avvenire solo quando venga meno la comunione materiale e spirituale o vi sia in atto una grave frizione tra i coniugi (in giurisprudenza chiamata "ragione di carattere interpersonale"), pregiudizievole per i figli minori.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

104 Nell'art. 146 del c.c., per maggiore esattezza di linguaggio, a differenza del progetto, che parlava di somministrazione di alimenti, è stata fatta menzione di obbligazione al mantenimento della moglie, poiché l'obbligazione del marito, che resta sospesa, è quella del mantenimento, come risulta dall'articolo precedente. Quanto ai doveri dei genitori verso i figli, si precisa che l'educazione e l'istruzione devono essere conformi ai principi della morale e al sentimento nazionale fascista. E per dare maggior risalto alla norma, che stabilisce una direttiva di così alto valore politico, questa è posta in un comma a sè stante, mentre sono collocate in altro articolo le disposizioni sul concorso dei genitori agli oneri per il mantenimento dei figli (art. 148 del c.c.). Alla regola posta nel capoverso dell'art. 147 fanno riferimento le norme in tema di filiazione naturale, di adozione, di tutela e di affiliazione, in quanto essa non costituisce un obbligo inerente al matrimonio, bensì un dovere di ordine generale che incombe a qualunque cittadino a cui sia affidato il compito di provvedere alla educazione e alla istruzione di giovani coscienze.

Massime relative all'art. 146 Codice Civile

Cass. civ. n. 3166/1981

Il coniuge che si allontana dalla residenza familiare perde il diritto al mantenimento, ai sensi dell'art. 146 primo comma c.c., soltanto quando l'allontanamento medesimo sia ingiustificato e persista, con un rifiuto a tornare, nonostante il richiamo dell'altro coniuge, atteso che, ove quest'ultimo si adegui, omettendo di richiamare il coniuge allontanato, si realizza una situazione di separazione di fatto, nella quale restano in vigore gli obblighi di cui all'art. 143 c.c.

Cass. civ. n. 5331/1977

Ai sensi dell'art. 146 secondo comma c.c., nel testo introdotto dall'art. 28 della L. 19 maggio 1975, n. 151 sulla riforma del diritto di famiglia, e di immediata applicabilità nei giudizi in corso al momento dell'entrata in vigore di detta legge, la proposizione della domanda di separazione giudiziale, accompagnata o meno da richiesta di addebitabilità della separazione medesima, così come la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare, o del rifiuto di far cessare un pregresso allontanamento, tanto con riguardo al coniuge che ha iniziato il giudizio, quanto con riguardo al coniuge nei cui confronti il giudizio stesso è promosso.

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Consulenze legali
relative all'articolo 146 Codice Civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Roberto Z. chiede
giovedì 22/03/2018 - Lombardia
“Un marito, per conflittualità con la moglie, si allontana, di comune accordo, dalla casa coniugale.L'immobile della casa coniugale appartiene alla moglie. Dopo 10 mesi egli vorrebbe tornare nella casa coniugale, e riprendere il suo status di marito, mai inficiato da una sentenza.
Può farlo ipso facto, anche contro il volere della moglie?”
Consulenza legale i 30/03/2018
L’art. 143 del c.c. indica, tra i diritti e obblighi reciproci nascenti dal matrimonio, quello della coabitazione.
Ai sensi del successivo art. 146 del c.c., il diritto all'assistenza morale e materiale previsto dall'articolo 143 è sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare, rifiuta di tornarvi. Tra le giuste cause di allontanamento dalla residenza familiare vi sono, per espresso disposto del secondo comma della norma in esame, la proposizione della domanda di separazione, o di annullamento, o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Nel nostro caso, tuttavia, non può parlarsi di allontanamento ingiustificato, in quanto derivante non da una decisione unilaterale del coniuge bensì da un accordo motivato con la “conflittualità” della convivenza.
La presenza di un simile accordo denota una situazione di conclamata intollerabilità della convivenza ed il venir meno di quella comunione materiale e spirituale che costituisce il fondamento del vincolo matrimoniale.
La separazione di fatto che ne è conseguita si è protratta, peraltro, per un periodo di tempo apprezzabile (dieci mesi).
È anche vero, però, che prima dei provvedimenti provvisori ed urgenti emessi nel giudizio di separazione non appare possibile estromettere l’altro coniuge dall’abitazione familiare, e questo anche a prescindere dall’eventuale titolo di proprietà o comunque di godimento dell’immobile, in quanto è l’ordinanza presidenziale ex art. 708 del c.p.c. che autorizza espressamente i coniugi a vivere separati ed attribuisce il diritto di abitazione nella casa coniugale.
Il coniuge che, pur in presenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, impedisca all’altro l’accesso alla casa familiare (la condotta classica consiste nel cambio della serratura della porta d’ingresso) può rendersi pertanto responsabile di un atto illecito sia sotto il profilo civilistico (contro cui è dato reagire ad esempio mediante l’azione di spoglio ex art. 1168 del c.c.) sia sotto il profilo penalistico (violenza privata ex art. 610 del c.p. ).
D’altra parte, anche il coniuge che pretendesse di imporre il proprio rientro “con la forza” potrebbe esporsi ad analoghe responsabilità (specie in considerazione della lunga crisi e del protratto allontanamento, sia pure “consensuale”, dall’abitazione).
Naturalmente una risposta in astratto non è possibile, dovendo il giudice valutare caso per caso la sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi dell’eventuale illecito.
Se l’accordo in ordine all’allontanamento è stato trasfuso in un atto scritto, sarebbe opportuno conoscerne i contenuti.
In ogni caso il consiglio è quello di tentare una soluzione “mediata” della situazione eventualmente mediante il ricorso alla procedura prevista dall’art. 145 del c.c., ai sensi del quale in caso di disaccordo ciascuno dei coniugi può chiedere, senza formalità, l'intervento del giudice. Quest’ultimo, sentite le opinioni espresse dai coniugi e, per quanto opportuno, dai figli conviventi che abbiano compiuto il sedicesimo anno, tenta di raggiungere una soluzione concordata. In alternativa si potrà ricorrere all’istituto della mediazione familiare.

STEFANO G. chiede
domenica 28/11/2010

“Mi dicono che l'abbandono del tetto coniugale è stato abolito. E' vero?”

Consulenza legale i 01/12/2010

Il reato di abbandono del tetto coniugale non esiste più. Infatti l'abbandono della dimora familiare conseguente ad una condotta ingiuriosa e/o pressante dell'altro coniuge tale da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza non costituisce alcun illecito.
Oggi l'abbandono del tetto coniugale, ex art. 570 del c.p., si riferisce all'allontanamento ingiustificato di un coniuge dalla casa familiare.
Dal punto di vista civilistico, l'art. 146 del c.c. parla infatti di allontanamento senza giusta causa.
La giusta causa viene ricollegata a fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all'educazione della prole, pur non escludendosi che possano rilevare anche fatti di importanza minore, secondo il prudente apprezzamento del giudice.


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