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Articolo 150 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Separazione personale

Dispositivo dell'art. 150 Codice civile

È ammessa la separazione personale dei coniugi [ 155, 156, 156bis, 191, 297, 548, 585; 70, 706 ss. c.p.c.].

La separazione può essere giudiziale [151] o consensuale [158] [232, 234; 708 c.p.c.].

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale [706 c.p.c.] o la omologazione di quella consensuale [711 c.p.c.] spetta esclusivamente ai coniugi.

Ratio Legis

La separazione consiste nella legale sospensione dei doveri reciproci dei coniugi (così Bianca), intendendosi compresi quelli di collaborazione, di coabitazione e di contribuzione, mentre permangono quelli di assistenza e rispetto reciproco.
Ulteriore effetto, in ambito patrimoniale, è la cessazione della comunione legale tra coniugi.

Spiegazione dell'art. 150 Codice civile

La separazione personale qui descritta, cosiddetta legale, prevede due forme: la separazione giudiziale, pronunciata dal tribunale su istanza di uno o entrambi i coniugi, qualora vi sia disaccordo sulle condizioni regolanti i rapporti patrimoniali, ed ancor prima i rapporti con i figli. La separazione consensuale invece presuppone l'accordo tra i coniugi, che prevedono e regolamentano le condizioni di separazione, che dovranno comunque essere omologate dal tribunale (onde non configurare una semplice separazione di fatto, che non ha valore legale e non sviluppa gli effetti giuridici della s. legale, sebbene rilevi quale impedimento all'adozione speciale).
Il diritto di chiedere la separazione non può essere, quindi, esercitato mediante un rappresentante: ad esempio non potrà essere presentata dal tutore in nome dell'interdetto (art. 414 del c.c.). Potrà ovviamente essere proposta da un procuratore speciale, all'uopo nominato ed officiato.
Il diritto de quo, inoltre, è un diritto indisponibile, pertanto subisce i limiti probatori della confessione (art. 2730 del c.c.) e del giuramento (di cui all'art. 2736 del c.c.): tali mezzi di prova sono sottratti in sede giudiziale. Vige inoltre l'inammissibilità di condizioni apponibili alla richiesta (si pensi all'impegno - che risulterebbe illegittimo - a non richiedere l'addebito nei confronti dell'altro coniuge).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 150 Codice civile

Cass. civ. n. 2944/1997

La morte di uno dei coniugi determina, ai sensi dell'art. 149 c.c., lo scioglimento del matrimonio e, pertanto, la cessazione della materia del contendere del giudizio di separazione personale, anche se sopravvenuta in pendenza del procedimento di cassazione e comporta la cassazione senza rinvio delle sentenze di primo e secondo grado.

Cass. civ. n. 364/1996

Nel giudizio di separazione, che ha ad oggetto l'accertamento della sussistenza dei presupposti dell'autorizzazione a cessare la convivenza coniugale e la determinazione degli effetti che da tale cessazione derivano nei rapporti personali e patrimoniali tra i coniugi e con i figli, la qualità di parte spetta esclusivamente ai coniugi e non può essere riconosciuta ai parenti di questi, neppure al limitato fine di meglio tutelare gli interessi dei figli minori; ai parenti, infatti, la legge espressamente riconosce soltanto la legittimazione a sollecitare, in diversa sede, il controllo giudiziario sull'esercizio della potestà dei genitori (art. 336 c.c.) al fine di conseguire la tutela degli oggettivi interessi dei minori.

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Consulenze legali
relative all'articolo 150 Codice civile

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R. R. chiede
giovedì 04/04/2019 - Lombardia
“Buon giorno , ho 58 anni sposato da 25 anni, con due figli maggiorenni studenti universitari.
Mia figlia negli ultimi 6 mesi causa infezione ha subito 15 trasfusioni di sangue e due prelievi di midollo osseo, Mia madre 92 anni che vive nel suo appartamento al piano sotto il mio è finita su sedia a rotelle causa caduta, è comunque assistita da sua badante anche se qualcosina dobbiamo fare pure noi.
Mia moglie dalla sera alla mattina , nel vero senso della parola, alla sera ha detto che la casa non la sentiva più sua e per lei il matrimonio era finito, e la mattina seguente ha preso una valigia ed è tornata da suo padre. Mia moglie non ha un reddito fisso, esegue consulenze e seminari di floriterapia, se nè andata a 10 giorni dall'operazione programmata di mia figlia presso l'ospedale , non andando neanche alle visite preoperatorie, presentandosi solo il giorno dell'operazione forse per ..... Ultimamente mi ha fatto pervenire lettera da Avvocato in cui manifesta volontà di separazione.
Premetto che il giorno seguente alla sua uscita da casa io ho presentato Denuncia presso i Carabinieri per abbandono volontario tetto coniugale e soprattutto mancanza di assistenza materiale e morale.
negli ultimi periodi rifiutava anche il contatto ed i rapporti sessuali con scuse " ho mal di testa, piccole perdite, non ho voglia, .."
Ora sono riuscito a coinvolgerla a venire ad un percorso di coppia con psicoterapeuta per vedere se vi è la possibilità di salvare il matrimonio ma la partenza è stata alquanto brusca.
Lei continua a dirmi che in caso di separazione a me converrebbe una consensuale ma io non sono dello stesso parere, io non me ne sono andato da casa e non ho invitato nessuno ad andarsene, anzi il contrario, i figli pure l'hanno invitata nello stesso modo e sono restati nella casa familiare. Casa che è intestata a me. In più messaggia seguenti alla sua uscita mi ha scritto che è uscita non perchè non mi ama più ma perchè non ce la faceva più per salute e stanchezza. A parte la domanda se esci per salute .... i sintomi ? un certificato ? poi tutti quelli che stanno male ....devono per forza separarsi ?
Per ultimo ..... è uscita il giovedi ed il venerdì era al supermercato con suo padre a fare la spesa e nel pomeriggio a fare shopping in centro città, incontrata da amici comuni pronti a testimoniare.
Sia io che i miei figli siamo ora seguiti da una psicologa perchè l'abbandono così improvviso da parte della moglie/madre l'abbiamo sinceramente vissuto male, mio figlio tutto quello che gli ricorda la mamma o l'ha regalato oppure l'ha buttato. Con sommo mia dispiacere in quanto più volte ho detto ai figli che la mamma resta sempre la mamma.
Come mi dovrei comportare ? Consensuale o giudiziale ? Pregi e difetti ? Rischi ?
Grazie per Vostra cortese risposta.”
Consulenza legale i 10/04/2019
La separazione tra i coniugi può essere, ai sensi degli artt. 150 ss. c.c., consensuale o giudiziale.
La separazione consensuale (art. 158 del c.c.) è quella che si verifica sulla base dell’accordo dei coniugi, i quali decidono concordemente di porre fine alla convivenza matrimoniale. Tale accordo, per essere produttivo di effetti, deve essere omologato dal Tribunale.
La separazione giudiziale (art. 151 del c.c.), invece, viene chiesta da uno dei coniugi nei confronti dell’altro. Essa presuppone il verificarsi di “fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole”.
Tali fatti possono anche essere indipendenti dalla volontà di uno o entrambi i coniugi; tuttavia, nella separazione giudiziale esiste anche la possibilità per il giudice di pronunciare (quando ne abbia fatto richiesta uno dei coniugi) l’addebito della separazione.
Con la pronuncia di addebito, in sostanza, si dichiara che la rottura dell’unità coniugale è stata causata dal comportamento di uno dei coniugi, per avere quest’ultimo violato uno o più doveri nascenti dal matrimonio.
Infatti, com’è noto, il matrimonio fa sorgere in capo ai coniugi una serie di diritti e doveri reciproci, che sono ovviamente gli stessi per il marito e per la moglie.
Tali diritti-doveri sono elencati dall’art. 143 del c.c.; si tratta dell'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia, alla coabitazione, alla contribuzione ai bisogni della famiglia (parametrata in relazione alle rispettive sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo).
Stando a quanto riferito nel quesito, la moglie sembra effettivamente aver trasgredito ai doveri nascenti dal matrimonio e sanciti dall’art. 143 c.c.
In particolare, il comportamento contrario agli obblighi coniugali consisterebbe, nel nostro caso, non solo e non tanto nella violazione del dovere di coabitazione - concretizzatasi nel c.d. abbandono del tetto coniugale - quanto, soprattutto, nel far mancare la necessaria assistenza morale e materiale, da prestarsi in favore sia della figlia gravemente ammalata, sia dell’altro figlio, sia dello stesso coniuge,
Anche il rifiuto di avere rapporti sessuali può, in presenza di alcuni presupposti, costituire causa di addebito della separazione (naturalmente si tratta di questione assai delicata, che va esaminata caso per caso).
Sembrerebbero dunque sussistere tutti i presupposti per domandare la separazione giudiziale con contestuale richiesta di addebito alla moglie.
Attenzione, però: non va dimenticato che la violazione dei doveri coniugali, anche quando provata, non determina automaticamente l’addebito della separazione, ma occorre altresì dimostrare che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio sia stato, esso stesso, causa della crisi coniugale (e non conseguenza).
Il relativo onere della prova, naturalmente, secondo le regole generali (art. 2697 del c.c.), è a carico del coniuge che chiede l’addebito nei confronti dell’altro.
Non potrà, invece, farsi luogo alla pronuncia di addebito qualora risulti che la rottura del rapporto coniugale era già in atto, e non sia stata quindi determinata dalla condotta di uno dei coniugi.
Nella pratica non è sempre facile dimostrare l’esistenza dei presupposti per l’addebito, dal momento che, spesso, anche comportamenti di per sé biasimevoli del coniuge (quali l’abbandono della casa coniugale, o l’infedeltà, ad esempio) possono innestarsi in una crisi già in atto e non essere la causa bensì la conseguenza di quest’ultima.
Proprio alla luce di tali considerazioni, si invita a valutare attentamente la scelta tra separazione giudiziale con richiesta di addebito e separazione consensuale.
Da un lato, infatti, vi è la comprensibile volontà di vedere riconosciuta in un provvedimento del giudice la “colpa” dell’altro coniuge: inoltre, la pronuncia di addebito comporta anche conseguenze pratiche tutt’altro che trascurabili, dal momento che il coniuge cui è stata addebitata la separazione non ha diritto all’assegno di mantenimento (art. 156 del c.c.) e perde altresì i diritti successori connessi alla qualità di coniuge (si vedano gli artt. 548 e 585 del c.c.).
Tuttavia, occorre tenere presente che la separazione giudiziale può essere un procedimento lungo e “doloroso”, e che la prova dell’addebito può non rivelarsi agevole.
Rimane sempre, infatti, quella che viene definita “alea” del giudizio, ossia il rischio insito in ogni processo e legato all’incertezza del suo esito. Esito che dipende da vari fattori, quali le difficoltà nel provare le proprie tesi o il fatto che la decisione è rimessa al libero apprezzamento del giudice il quale potrebbe valutare determinate circostanze in maniera diversa da quella sperata dalla parte.
A fronte di ciò la separazione consensuale permette di porre legalmente fine alla convivenza matrimoniale in tempi più brevi, con minori costi e con un risultato “predeterminato” perché contenuto nell’accordo sostanzialmente deciso dalle parti (il Tribunale infatti ne valuterà la congruità limitatamente ai profili riguardanti i figli minori o non autosufficienti).
A ciò si aggiunga anche che, oggi, è possibile giungere ad una separazione consensuale senza entrare in un’aula di tribunale, mediante l’istituto della negoziazione assistita, applicabile anche in materia familiare, e previsto dal D.L. N. 132/2014, conv. in L. n. 162/2014).
Nel nostro caso entrambe le vie (consensuale e giudiziale) presentano rispettivi pregi e difetti ed è difficile fornire una risposta di tipo generale, proprio perché ogni caso è a sé.
Il consiglio, pertanto, è quello di rivolgersi ad un legale che si occupi di diritto di famiglia, il quale, esaminati i fatti, gli eventuali documenti e anche le possibilità di prova, potrà “guidare” l’interessato nella scelta della strada da seguire (scelta che rimane, in ultima analisi, assolutamente personale).

Luigi M. chiede
martedì 18/08/2015 - Lazio
“Si è conclusa da poco la separazione giudiziale tra me e mia moglie. Abbiamo due figli maggiorenni, uno era minorenne quando iniziò il processo.
La sentenza di separazione giudiziale ha previsto che devo pagare l'assegno di mantenimento a uno solo dei figli, pari ad € 700,00 mensili, oltre istat, A FAR DATA DALLA PRESENTE SENTENZA, etc. etc.
La mia domanda è: poiché io sono obbligato a versare 700,00€ mensili entro il 5 di ogni mese a favore di mio figlio maggiorenne a far data dalla presente sentenza, il mio obbligo di versamento decorre dal 21/05/2015 o dalla data di deposito in cancelleria del 27/07/2015, che tra l'altro, coincide anche con la data di pubblicazione della sentenza?
Perché se il mio obbligo iniziasse a decorrere dal 21/05/2015' dovrei fare un certo conteggio per il calcolo del l'assegno di mantenimento a suo favore in quanto io già dal mese di maggio fino a tutto luglio gli ho versato i 400,00€ mensili, così come disposto nella prima udienza presidenziale del 26/03/2013; se invece l'obbligo decorresse dal 27/07/2015 già dal 05/08/2015 avrei dovuto versargli solo € 700,00 e quindi sarei a tutt'oggi anche in ritardo.
Inoltre la data di decorrenza del mio obbligo se fosse relativa al 21/05/2015 prenderei in considerazione anche le somme già versate a favore della mia ex e dell'altro figlio, sempre maggiorenne, pari ad € 800,00 mensili - così suddivise 400,00 a favore della mia ex e 400,00 a favore di mio figlio, a far data dal 05/05/2015 fino al 31/07/2015, ciò determinerebbe un saldo a mio favore pur tenendo conto dei 700,00€ mensili che dovrei versare a fav. dell'altro figlio per lo stesso lasso di tempo.

Inoltre chiedo, nella sentenza il collegio decide: "deve inoltre, essere disposta la revoca del l'assegnazione della casa coniugale, non chiesta da alcuno, di proprietà della moglie".
Alla fine della sentenza viene scritto: "il collegio, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza rigettata o dichiarata inammissibile, così provvede:
revoca l'assegnazione della casa coniugale, l'assegno di mantenimento alla moglie e al figlio ...". ( tutto scritto manualmente )
La mia domanda è:
Il collegio precisa per ben due (2) volte la revoca del l'assegnazione della casa coniugale alla mia ex moglie, ma NON precisa MAI in favore di chi viene assegnata la relativa casa famigliare; infatti se la mia ex moglie, come vorrebbe farmi capire, non volesse rilasciarmela per il mio godimento e volessi obbligarla tramite l'atto di PRECETTO o QUERELA per violazione di domicilio, la mia richiesta potrebbe essere rigettata dal giudice, in quanto l'assegnazione della casa in questione non è stata mai precisata in sentenza e in mio favore? O eventualmente dovrei chiedere tramite un mio legale la modifica della sentenza al giudice per meglio farlo precisare nominativamente?
Nel caso che l'assegnazione della casa coniugale fosse stata disposta a mio favore, e' preferibile spedire una lettera Raccom. con ricevuta di ritorno alla mia ex, intimandole di lasciare l'abitazione coniugale a far data dal......per consentirmi di abitarla? In caso affermativo, entro quanti giorni devo spedirgliela dalla data della sentenza? Se non la preavviso formalmente con lettera, posso correre il rischio di perdere il diritto al l'abitazione della casa famigliare già acquisito?”
Consulenza legale i 26/08/2015
Il quesito riguarda due problemi distinti: la decorrenza del pagamento del mantenimento al figlio; l'assegnazione della casa coniugale.

Per quanto concerne il primo problema, va osservato che, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la decorrenza dell’assegno di mantenimento in favore dei figli va fatta risalire di regola alla data della domanda.
Nel caso di specie, tuttavia, la sentenza specifica che l'importo di euro 700,00 va corrisposto "a far data dalla presente sentenza".
Gli effetti giuridici di una sentenza si producono verso l'esterno di norma quando la stessa viene pubblicata. L'art. 133 del c.p.c. stabilisce che la sentenza è "resa pubblica" mediante deposito nella cancelleria del giudice che l'ha pronunciata: da tale momento, la sentenza acquista esistenza come atto giuridico e diventa immodificabile ed irrevocabile da parte del giudice che l'ha pronunciata.

Fino a quando la sentenza non sia esternata, cioè resa pubblica, essa ha solo rilevanza interna e il giudice ben potrebbe rivederla o rimaneggiarla. Inoltre, solo al momento della sua pubblicazione, la sentenza assume una connotazione giuridica autonoma, tanto che essa viene numerata solo una volta depositata.
Ne consegue che appare assolutamente coerente ai principi processualistici ritenere che la decorrenza dell'assegno di mantenimento al figlio di euro 700,00 debba collocarsi al momento della pubblicazione della sentenza e non in quello precedente, cioè la data in cui è stata scritta materialmente la sentenza.

In riferimento al secondo quesito, va precisato che l'assegnazione della casa coniugale con provvedimento del giudice contempla quali presupposti la presenza di figli minori o maggiorenni non economicamente indipendenti, in quanto la finalità dell'istituto è tutelare l'esclusivo interesse morale o materiale della prole alla conservazione della comunità domestica.
La tesi prevalente in dottrina e giurisprudenza inquadra la posizione del coniuge assegnatario nell'ambito dei diritti personali di godimento, con alcuni caratteri di atipicità. In parole povere, quindi, il giudice può costituire con un suo provvedimento un diritto personale di godere della casa coniugale, e allo stesso modo può revocare quel diritto: sia l'assegnazione che la revoca vanno indicati espressamente nella sentenza, e sono di regola conseguenti ad una specifica domanda di assegnazione da parte del coniuge.

Nel caso di specie, in sede presidenziale venne prevista l'assegnazione della casa coniugale alla moglie, che l'aveva chiesta: in sentenza, invece, il diritto viene espressamente revocato dal collegio.
Ne consegue che ora nessuno dei due coniugi ha un diritto di assegnazione della casa.
L'immobile torna, quindi, nella piena disponibilità del suo proprietario, che, stando ai dati esposti nel quesito e nella sentenza, è la moglie. Pertanto, il marito non può vantare sull'immobile alcun diritto in base alla sentenza di separazione.

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