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Articolo 595

Codice Penale

Diffamazione

Dispositivo dell'art. 595 Codice Penale

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente (1), comunicando con più persone (2), offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro.
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato (3), la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro.
Se l'offesa è recata col mezzo della stampa [57-58bis] o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (4), ovvero in atto pubblico [2699], la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro.
Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio [342], le pene sono aumentate (5) (6).

Note

(1) Rispetto all'ingiuria ex art. 594, tale disposizione persegue la condotta dell'offendere rivolta verso persone non presenti, ovvero non solo assenti fisicamente, ma anche non in grado di percepire l'offesa.

(2) Il requisito della comunicazione tra più persone si considera integrato anche qualora questa avvenga in tempi diversi (si pensi al cd. passaparola).

(3) La dottrina si è diversamente espressa in merito al fatto determinato, dovendo per alcuni essere determinato nelle sue specificazioni di tempo, spazio e modalità così da essere irripetibile (teoria dell'irripetibilità), mentre altri propendono per considerare bastevole che non sia un fatto vago (teoria della concretezza).

(4) La nozione di "stampa" ex art. 1 della l. 8 febbraio 1948, n. 47 è identificata in tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione, cui si deve aggiungere qualsiasi altro mezzo di pubblicità realizzata utilizzando un qualunque strumento destinato ad un numero indeterminato di persone (si pensi ad esempio ai discorsi in luogo pubblico). Si ricordi che la l. 47/1978 prevede all'art. 13 un'aggravante nell'ipotesi di diffamazione a mezzo stampa consistente nell'attribuzione di un fatto determinato.

(5) Tale aggravante richiede implicitamente l'assenza dei soggetti elencati, diversamente si integrerebbe il reato ex art. 342.

(6) Vi si applicano le esimenti ex artt. 596, 598 e 599.

Ratio Legis

La disposizione trova il proprio fondamento nella necessità di garantire la cosiddetta reputazione dell'individuo, ovvero l'onore inteso in senso soggettivo quale considerazione che il mondo esterno ha del soggetto stesso.

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Quesiti degli utenti
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27/06/2015 Friuli-Venezia
Marcello chiede

Quesito penale. Dopo la sentenza 2007 del magistrato della Corte dei Conti inerente ad una causa di servizio ho sentito una mia collega di lavoro affermare di essersi messa in contatto con il capo dell'ufficio del personale della questura che si occupa della mia pratica e di essere in questo modo venuta a conoscenza del contenuto dei miei fascicoli,certificazione medica,presunte indagini svolte,presunti risultati,presunte intenzioni del personale del ministero,che ha diffuso in fabbrica ai miei colleghi di lavoro sostenendo di stare dicendo la verità, innescando discussioni a non finire. Da anni continua con petulante accanimento, provocandomi ad alta voce, ha sostenere che il capo dell'ufficio del personale della questura avrebbe promesso alla sua famiglia che si rivolgerà alla magistratura alternando il si al nò, per le più svariate ragioni. Indipendentemente dal fatto che dica o meno la verità, la verità solo dove gli và bene a lei, supponendo abbia diffuso in fabbrica per sette anni solo la verità, i reali risultati delle indagini svolte e le intenzioni reali del responsabile della pratica.Per quali reati ,se commessi, la potrei denunciare?

Consulenza giuridica i 30/06/2015

Nel caso di specie si possono ipotizzare diverse fattispecie delittuose.
Il reato di diffamazione (art. 595 del c.p.) scatta quando un soggetto, comunicando con più persone, offende la reputazione di un terzo assente.
Se l’offesa riguarda l'onore o il decoro di una persona presente si ha ingiuria (art. 594 del c.p.).
La violazione della privacy, invece, è punita dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. All'art. 1 si afferma che “Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”.
L’art. 167 descrive la vera e propria fattispecie di reato: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento dei dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell’articolo 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi”. Il reato è perseguibile a querela della persona offesa.

La collega di lavoro sembra aver commesso tutti i reati sopra indicati.
Da un lato, le dicerie negative sul conto del compagno di lavoro appaiono lesive dell’onore e della reputazione di quest'ultimo: il fatto che esse vengano diffuse tra i colleghi anche in assenza del diretto interessato sembra configurare pacificamente la punibilità a titolo di diffamazione.
Non può essere invocato da parte della collega il fatto che la notizia diffusa sia vera: si tratta di una scriminante solo per il delitto di diffamazione a mezzo stampa, che viene escluso quando risulta prevalente il diritto di cronaca del giornalista (si reputa in tal caso che la notizia pubblicata debba essere vera; che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale; che l'informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obiettività).
Inoltre, anche se di fondo venisse raccontato un fatto reale, le modalità e i tempi della sua comunicazione risultano comunque lesivi della reputazione della persona offesa.

Oltre alla diffamazione, può aversi ingiuria nel caso di offesa rivolta direttamente alla persona di cui si lede l'onore, se si sono verificati degli episodi.

I delitti di ingiuria e diffamazione sono perseguibile a querela della persona offesa (art. 597 del c.p.); la proposizione della querela deve avvenire entro tre mesi, che decorrono dal giorno in cui si ha avuto notizia del fatto che costituisce reato (di regola, dal momento dell'offesa).

E' consigliabile rivolgersi ad un penalista che possa valutare con attenzione tutti i fatti e redigere la querela per conto della parte offesa, così da spiegare nel modo più corretto all'autorità pubblica quali sono le circostanze da cui emerge la commissione dei reati sopra ipotizzati.


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