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Articolo 51

Codice Penale

Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere

Dispositivo dell'art. 51 Codice Penale

L'esercizio di un diritto (1) o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo (2) della pubblica autorità, esclude la punibilità [55].
Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell'Autorità, del reato risponde sempre il pubblico ufficiale che ha dato l'ordine.
Risponde del reato altresì chi ha eseguito l'ordine, salvo che, per errore di fatto, abbia ritenuto di obbedire ad un ordine legittimo (3).
Non è punibile chi esegue l'ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell'ordine (4) (5).

Note

(1) La scriminante dell'esercizio del dovere, per la sua esistenza necessata il ricorrere di alcuni presupposti. In primo luogo l'esistenza di un diritto, da intendersi, secondo la dottrina prevalente, in senso ampio ovvero come ogni potere giuridico di agire (diritto soggettivo, potestativo, potestà o facoltà giuridica), eccetto gli interessi legittimi e i c.d. interessi semplici. Altri autori invece ritengano che debba trattarsi di un vero e proprio diritto soggettivo privato, tutelato dalla norma in modo diretto ed individuale. Poi tale diritto deve trovare la propria fonte del diritto scriminante in una legge in senso stretto, un regolamento, un atto amministrativo, un provvedimento giurisdizionale, un contratto di diritto privato, la consuetudine, una fonte comunitaria. Successivamente il diritto deve essere esercitato dal suo titolare o dal suo rappresentante, al quale si estenderà la scriminante in esame, qualora si tratti di diritto non personale (titolarità). Affinchè possa poi essere esclusa la punibilità del fatto commesso, la stessa norma che riconosce il diritto deve consentire, almeno implicitamente, di poterlo esercitare mediante quella determinata azione che di regola costituisce reato. Si tratta dei cd limiti all'esercizio del diritto, che possono essere intrinseci,se desumibili dalla ratio e dal contenuto astratto della norma da cui promana il diritto (si pensi al potere di distruggere la cosa propria incontra come limiti intrinseci quelli fissati dall'art. 423, comma 2, secondo cui è punito chi incendia la cosa propria se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica), oppure estrinseci, se si possono ricavare dal complesso dell'ordinamento giuridico, compreso quello penale, in quanto volti alla salvaguardia di diritti o interessi che risultano avere valore uguale o maggiore di quello da esercitarsi, sulla base di un giudizio di bilanciamento. Si ricordi poi che per i diritti previsti da leggi ordinarie, i limiti si desumono dalla fonte e dal complesso delle altre leggi contenute nell'intero ordinamento, mentre per quelli costituzionalmente garantiti, sono considerati limiti solo quelli tendenti al soddisfacimento di altri interessi costituzionali di rango equivalente.
Per chiarire, come casi rilevanti di esercizio del diritto, si ricordano ad esempio il diritto di cronaca giornalistica (il diritto di narrare, attraverso parole o fotografie, i fatti che avvengono), garantito dall'art. 21 Cost. Nell'esercizio di tale diritto, possono figurarsi situazioni che offendono l'onore e la reputazione di una persona (anch'essi beni costituzionalmente tutelati (v. artt. 2 e 3 Cost.), presupposti del reato di diffamazione (v. 595), tuttavia qui interviene la scriminante,a patto che vengano rispettati determinati limiti ricavabili dall'ordinamento ( tradizionalmente si richiede che la notizia pubblicata sia vera, che esista un interesse pubblico alla sua divulgazione e che l'informazione sia esposta in maniera obiettiva, con un linguaggio necessariamente corretto e di per sé non offensivo). Si ha poi il diritto di sciopero (astensione collettiva e concordata dei dipendenti dall'attività lavorativa per il perseguimento di un fine comune di natura contrattuale, politico-economico o di solidarietà), costituzionalmente garantito dall'art. 40 Cost. e limitato dall'ordinamento. Deve infatti presentare le caratteristiche dell'astensione collettiva dal lavoro, del perseguimento di interessi economici, professionali e politici dei lavoratori e dello svolgimento pacifico della manifestazione. A questi limiti interni se ne aggiungono altri cd esterni, cioè derivanti dalla necessità di coordinare il riconoscimento del diritto di sciopero con gli altri valori costituzionali, tra cui vi sono i diritti inerenti alla vita e alla integrità psico-fisica dell'individuo (si pensi allo sciopero nei servizi pubblici essenziali), i diritti relativi alla libertà del singolo dipendente, non aderente allo sciopero, di raggiungere il posto di lavoro e di svolgere il lavoro.

(2) La norma si riferisce anche alla scriminante dell'adempimento del dovere,il quale può essere imposto da una norma giuridica oppure da un ordine cd legittimo, la cui legittimità sia formale che sostanziale (salvo il caso di cui al comma 4 dell'articolo in esame) il subordinato ha il diritto e il dovere di sindacare.
Trova copertura sotto la scriminante in esame, l'ipotesi in cui il soggetto agente, su ordine impartito dal suo superiore gerarchico, abbia partecipato all'altrui attività criminosa per farla fallire e farne arrestare gli autori, essendosi limitato ad una attività di controllo e di osservazione dell'altrui attività illecita, senza alcuna possibilità di dare poi effettiva esecuzione al reato. Il legislatore ha poi previsto delle autonome figure di scriminanti in materia di acquisto di stupefacenti (artt. 97-98 d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309), in materia di acquisto di materiale pornografico (art. 14, l. 3 agosto 1998, n. 269) e in materia di delitti commessi con finalità di terrorismo (art. 4, D.L. 18 ottobre 2001, n. 374, convertito in l. 15 dicembre 2001, n. 438).

(3) Si pensi, ad esempio, al caso del soldato, che, credendo che sussista ancora lo stato di assedio in una città, obbedisce all'ordine di sparare contro alcuni passanti. Qui non l'errore sul fatto esclude il dolo (v. 47).

(4) La norma si riferisce ai soggetti coinvolti in rapporti di subordinazione di natura militare o assimilati (es.: agenti di polizia, pompieri etc.), basati sull'obbligo all' obbedienza. L'insindacabilità, però, è solo sostanziale mai formale, di conseguenza il subordinato potrà verificare: la forma dell'ordine; l'attinenza dell'ordine al servizio; la competenza dell'autorità ordinante. Nell'ipotesi di manifesta criminosità dell'ordine (il caso dell'ufficiale di polizia, ubriaco o impazzito che ordina di sparare su una pacifica folla), avrà il diritto-dovere di opporre un rifiuto.

(5) Si rimanda alla disciplina speciale degli art. 66, l. 1 aprile 1981, n. 12, per l'ordinamento della P.S., e art. 12 quater, d.l. 8 giugno 1992, n. 306 convertito con modifiche nella l. 7 agosto 1992, n. 356 per i provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa.

Ratio Legis

La norma disciplina congiuntamente le due scriminanti, in quanto accomunate dalla medesima ratio, ovvero il principio di non contraddizione, secondo cui l'ordinamento non può da un lato riconoscere al soggetto la possibilità di agire in un certo modo e dall'altro sanzionare tale suo comportamento. La differenza si situa poi nel fatto che l'esercizio del diritto presuppone un potere di agire riconosciuto dalla legge, mentre l'adempimento del dovere si riferisce a un obbligo e non a una scelta di agire, presupponendo che il comportamento sia ammesso dalla legge in quanto imposto al soggetto.

Qui iure suo utitur neminem laedit

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 38130/2013

Non è applicabile la scriminante di cui all'art. 51 cod. pen. nei confronti di colui che, pur essendo in stato di ebbrezza alcolica, ha eseguito l'ordine di mettersi in marcia impartito da un agente di polizia che non si era reso conto che il soggetto non era nelle condizioni psicofisiche per guidare. (In motivazione, la Corte ha evidenziato che l'ordine impartito non poteva considerarsi legittimo, perché emesso senza che esistessero le condizioni di fatto, e come tale non avrebbe dovuto essere eseguito dall'autista che conosceva la sua condizione di alterazione psico-fisica).

Cass. n. 19797/2005

In tema di circolazione stradale, il conducente del veicolo impegnato in servizio urgente di istituto se può derogare — qualora usi congiuntamente i segnalatori di allarme acustici e luminosi — alle regole sulla circolazione, non è tuttavia esonerato dall'adozione delle precauzioni necessarie per rapporto alle condizioni del traffico e della strada, così da non determinare ingiustificati pericoli per i terzi. (La Corte ha ritenuto nella fattispecie colpevole di omicidio colposo il conducente di un autoveicolo militare che, non avendo adeguato la velocità del mezzo alle cattive condizioni della strada, aveva causato la morte di un commilitone trasportato).

Cass. n. 11634/2000

Il riconoscimento della sussistenza dell'esimente dell'adempimento del dovere, nell'ipotesi di un cittadino che collabori ad un operazione di polizia nella veste di “agente provocatore”, è subordinato all'accertamento che egli non travalichi, nella propria condotta, i limiti di un'attività di mero controllo, osservazione e contenimento della condotta criminosa altrui. (Nella fattispecie, relativa ad operazione antidroga compiuta con l'aiuto di un privato, e dunque fuori dal caso previsto dall'art. 97 D.P.R. n. 309 del 1990, la Corte ha ritenuto che l'agente provocatore, oltrepassando i limiti nel principio definiti, abbia svolto un'opera di istigazione al reato, e che pertanto, dovendo egli essere escusso nel corso dette indagini preliminari successive, avrebbe dovuto essere sentito, sin dall'inizio, in qualità di indagato, con la conseguenza dell'inutilizzabilità delle dichiarazioni da lui rese in qualità di testimone nei confronti dei terzi).

Cass. n. 9299/1995

L'attività di un agente di polizia che — in esecuzione dell'ordine di servizio ricevuto di inserirsi in un individuato traffico illecito di sostanze stupefacenti, al fine di assicurarne le prove e individuarne i partecipanti — contatti i venditori, simuli di voler acquistare una quantità di droga e si rechi sul posto convenuto per la consegna di essa — pur in ipotesi di inapplicabilità dell'art. 97, D.P.R. n. 309/1990 per carenza dei requisiti soggettivi ivi previsti — non può ritenersi estranea all'ambito dell'art. 51 c.p., ossia all'adempimento di un dovere di polizia giudiziaria, in quanto finalizzata alla ricerca delle prove, alla individuazione dei responsabili e al contenimento di una illecita attività, nota alla polizia e in corso di svolgimento. Ne consegue che non sussiste incompatibilità con l'ufficio di testimone del predetto agente di polizia, il quale in virtù della causa di giustificazione prevista dall'art. 51 c.p., non ha mai assunto la posizione di indagato di reato connesso o collegato.

Cass. n. 6425/1994

In materia di stupefacenti, fuori dalla rigorosa e dettagliata normativa espressamente disciplinata dall'art. 97 del D.P.R. n. 309/1990 al fine di controllare un'attività delicatissima e soggetta ad alto rischio di inquinamento, non è consentito alcun margine interpretativo per introdurre scriminanti o cause di non punibilità per i privati collaboratori della polizia giudiziaria. Ne consegue che, fuori dalla ipotesi di cui all'art. 97 citato, il cosiddetto agente provocatore, anche se appartenente alla polizia giudiziaria, non è punibile ex art. 51 c.p. soltanto se il suo intervento è indiretto e marginale nell'ideazione ed esecuzione del fatto, se cioè il suo intervento costituisce prevalentemente attività di controllo, di osservazione e di contenimento dell'altrui illecita condotta. Egli è invece punibile, a titolo di concorso nel reato, se la sua condotta si inserisce con rilevanza causale rispetto al fatto commesso dal provocato, nel senso che l'evento delittuoso che si produce è riferibile anche alla condotta dell'agente provocatore.

Fuori dalle ipotesi disciplinate dall'art. 97 del D.P.R. n. 309/1990, l'attività del cosiddetto agente provocatore che, d'accordo con la polizia giudiziaria, propone ad uno spacciatore e realizza la compravendita di droga al fine di farlo arrestare, è del tutto fuori dalla sfera di operatività dell'art. 51 c.p., ossia dell'adempimento di un dovere di polizia giudiziaria. Non può farsi discendere dall'obbligo della polizia giudiziaria di ricercare le prove dei reati e di assicurare i colpevoli alla giustizia l'esclusione, ex art. 51 c.p., della responsabilità del cosiddetto agente provocatore di polizia giudiziaria, giacché è adempimento di un dovere (art. 219 c.p.p. del 1930 e art. 55 c.p.p.) perseguire i reati commessi, non già di suscitare azioni criminose al fine di arrestarne gli autori.

Cass. n. 15371/1990

Non integra la causa di giustificazione prevista dall'art. 51 c.p. l'ordine impartito dal dirigente di una casa privata di ricovero per anziani, neanche sotto il profilo dell'esimente putativa.

Cass. n. 2218/1990

In tema di cause di giustificazione, è esclusa la responsabilità penale dell'agente provocatore funzionario di polizia giudiziaria, qualora possa ravvisarsi nel suo operato l'adempimento di un dovere, in relazione alla norma contenuta nell'art. 219 c.p.p., che fa obbligo alla polizia di assicurare le prove dei reati e di ricercarne i colpevoli. Qualora si tratti di un privato, che operi come agente provocatore, è necessario, per l'esclusione della punibilità, che il suo intervento sia giustificato da un ordine della pubblica autorità, sicché possa, per questa via, trovare applicazione la scriminante di cui all'art. 51 c.p. Ne consegue che tale scriminante non opera quando il proposito criminoso sia suscitato e determinato dal provocatore unicamente a fine di vendetta o di lucro ovvero nella prospettiva di fruizione di un premio. (Fattispecie in cui taluno, al fine di vendicarsi per torti ricevuti, aveva richiesto la fornitura di una partita di droga informandosi circa l'itinerario che il corriere avrebbe seguito, sì da avvertire organi di polizia giudiziaria prospettando un intervento d'intercettazione. La Corte ha escluso che il provocatore potesse andare esente da pena, esprimendo il principio sopra massimato).

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