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Articolo 913

Codice Civile

Scolo delle acque

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Dispositivo dell'art. 913 Codice Civile


Il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo (1). Il proprietario del fondo inferiore non può impedire questo scolo, né il proprietario del fondo superiore può renderlo più gravoso. Se per opere di sistemazione agraria dell'uno o dell'altro fondo si rende necessaria una modificazione del deflusso naturale delle acque, è dovuta un'indennitàal proprietario del fondo a cui la modificazione stessa ha recato pregiudizio.

Note

(1) L'articolo non si riferisce solo alla pioggia ma a tutte le acque non inquinate, naturalmente fluenti, cioè che scorrono a causa della natura morfologica del terreno.
Rientrano nella categoria, ad esempio, le acque prodotte dallo scioglimento delle nevi.


Ratio Legis


La norma disciplina un limite legale della proprietà, posto nell'interesse privato [v. 832]. Molto interessante la disciplina dettata dal comma 3, che permette modifiche al deflusso naturale delle acque per raggiungere un'adeguata sistemazione agraria: si intravede ancora in questo caso un legislatore particolarmente attento nei confronti di una attività che all'epoca del codice era una delle spine dorsali della nostra economia. Da osservare che il principio della modificabilità del deflusso delle acque è previsto anche nell'articolo successivo.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 13097/2011

L'art. 913 c.c. pone a carico dei proprietari, sia del fondo superiore che del fondo inferiore, un obbligo di non fare, vietando ad essi ogni alterazione che abbia per effetto quello di rendere più gravoso ovvero di ostacolare il naturale deflusso delle acque a valle.

Cass. n. 2566/2007

Pur essendo vero che il proprietario del fondo sovrastante non può rendere più gravoso per il proprietario del fondo inferiore il deflusso delle acque che, dal terreno superiore, scolano verso quello sottostante e pur potendosi ritenere che questo principio, dettato dall'art. 913 c.c., è da considerarsi applicabile anche ai rapporti tra i Comuni confinanti, escludendosi, così, la legittimità di opere, quali le strade pubbliche, eseguite nei territori posti a maggiore quota, in tutti quei casi in cui queste, siccome prive di impianti di smaltimento delle acque piovane, accrescano la quantità e la velocità del deflusso delle acque stesse verso i suoli posti a minore quota, tuttavia tale regola riguarda solo il rapporto tra i proprietari dei due territori, che possono — come detto — identificarsi anche con due enti pubblici. Viceversa, questo principio non si estende al rapporto tra il Comune ed i suoi abitanti, verso i quali l'Amministrazione è, comunque, tenuta all'osservanza del divieto del neminem laedere che di per sé implica l'obbligo di adottare, nella costruzione delle strade pubbliche, gli accorgimenti e i ripari necessari per evitare che, dalla strada, le acque che nella medesima si raccolgono o che sulla stessa sono convogliate, legalmente o illegalmente, senza opposizione del Comune proprietario, possano defluire in modo anomalo nei fondi confinanti, così impedendo di arrecare loro un danno ingiusto.

Cass. n. 8067/2005

In tema di scolo delle acque, l'art. 913 c.c., imponendo il divieto di compiere le alterazioni dello stato dei luoghi che possano comportare una sensibile modifica del deflusso delle acque, prevede un nesso causale fra l'opera dell'uomo e l'aggravamento della servitú; pertanto, qualora siano state disposte dal Comune modifiche dell'assetto urbanistico, occorre verificare se le opere realizzate dal proprietario del fondo superiore per convogliare direttamente le acque sul fondo inferiore non siano state determinate dall'operato dell'amministrazione. (Nella specie, era stato accertato che, a seguito delle modifiche dell'assetto urbanistico, le acque venivano direttamente convogliate sul fondo inferiore non soltanto attraverso la griglia apposta dal proprietario del fondo dominante ma anche tramite la strada e la canalizzazione delle acque realizzate dal Comune; la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, rilevando che non era stato compiuto l'accertamento in ordine all'incidenza causale dell'operato dell'amministrazione nell'aggravamento della servitú di scolo).

Cass. n. 13301/2002

La soggezione del proprietario del fondo inferiore a ricevere le acque reflue provenienti dal fondo superiore, stabilita dall'art. 913 c.c., riguarda una limitazione legale della proprietà, non una servitù prediale.

L'art. 913 c.c., in tema di scolo delle acque, ponendo a carico del proprietario sia del fondo inferiore che superiore l'obbligo di non alterare la configurazione naturale del terreno, non vieta tutte le possibili modificazioni incidenti sul deflusso naturale delle acque, ma soltanto quelle che alterino apprezzabilmente tale deflusso, rendendo più gravosa la condizione dell'uno o dell'altro fondo. Sicché si tratta di accertamento di fatto che, se adeguatamente motivato sotto il profilo logico e giuridico, non è censurabile in sede di legittimità.

Cass. n. 14179/2001

In tema di scolo delle acque, la regola del l'art. 913 c.c. trova applicazione, previa la verifica delle ulteriori circostanze di fatto, solamente in caso di aggravamento della situazione anteriore.

Cass. n. 10039/2000

L'art. 913 c.c. impone al proprietario del fondo superiore l'obbligo negativo consistente nel divieto di ogni manufatto che modifichi il deflusso naturale delle acque e correlativamente legittima il proprietario e il titolare di altri diritti sul fondo inferiore ad agire per il ripristino dello stato naturale del luoghi. L'esecuzione di manufatti che rendano più gravoso il naturale scolo delle acque non legittima il proprietario del fondo inferiore al risarcimento per tutti i danni, anche imprevedibili e lontani nel tempo, che comunque obiettivamente si possano collegare alla modifica vietata.

Cass. n. 7934/1997

La norma di cui all'ultimo comma dell'art. 913 c.c. ammette solo eccezionalmente, in relazione ad opere di sistemazione o trasformazione agraria, la possibilità di modificare il deflusso delle acque previa corresponsione di una mera indennità al proprietario del fondo finitimo (derogando all'ipotesi generale che obbliga l'autore delle modifiche alla riduzione in pristino o alla esecuzione di opere eliminative), ma non presuppone che, ogni qualvolta dette opere debbano esser compiute, la modificazione dello scolo possa venir realizzata senza alcun limite, poiché l'interesse del fondo superiore a potenziare la propria produttività va senza meno conciliato con il contrapposto interesse del fondo inferiore a non veder ridotta la propria, con la conseguenza che, ove la modifica dello scolo abbia provocato un assoggettamento ben più gravoso del fondo inferiore, rispetto a quello preesistente (dovuto all'originario dislivello tra i fondi ed al naturale deflusso delle acque), le modifiche (quantunque necessarie per lavori di sistemazione o trasformazione agraria) assumono indubitabili connotati di illiceità (ponendosi contro il generale divieto dell'art. 913 c.c. di rendere più gravoso lo scolo), e non consentono all'autore la semplice corresponsione dell'indennizzo, obbligandolo, per converso, a restituire l'acqua al suo naturale deflusso mediante l'esecuzione di opere che neutralizzino l'aggravamento, ripristinando nella originaria quantità ed intensità lo scolo naturale.

Cass. n. 1928/1997

In tema di scolo delle acque, l'art. 913 c.c., nell'imporre al fondo inferiore di ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo, impone ai proprietari dei rispettivi fondi un obbligo di non fare, il cui contenuto risponde al divieto di modificare il normale deflusso delle acque; tale divieto, tuttavia, non riguarda ogni alterazione prodotta dall'uomo, ma solo quelle che comportano una sensibile modifica del decorso delle acque. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso la responsabilità del proprietario del fondo sito «a valle» per le opere di elevazione del livello del proprio terreno, avendo accertato, in fatto, che l'interruzione del flusso dell'acqua era stata determinata esclusivamente dalle opere compiute dal proprietario del fondo sito «a monte», il quale aveva portato il livello del proprio terreno 25 metri più in basso della quota dell'alveo di un preesistente fosso).

Cass. n. 1428/1984

In tema di scolo delle acque, la regola dell'art. 913 c.c. — per il quale il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che scolano dal fondo più elevato — trova applicazione soltanto allorché il deflusso avviene «naturalmente», mentre, qualora sia intervenuta l'opera dell'uomo (nella specie, con la costruzione di un vialetto), è necessario stabilire se essa abbia aggravato, quanto a scolo delle acque, la situazione del fondo inferiore quale era precedentemente all'opera stessa, tenendo altresì conto al servizio di quale fondo detta opera sia stata costruita (nella specie il vialetto era al servizio del fondo inferiore).

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Quesito n. 10018/2014 venerdì 28 marzo 2014

F. MAURIZIO chiede

Sono proprietario di un immobile residenziale sito su un fondo sottostante al fondo del mio vicino. Il mio fondo, come previsto anche nell'art.913 C.C., riceve ovviamente le acque che scolano naturalmente, ma non solo: il vicino raccoglie le acque reflue piovane del suo tetto in una cisterna interrata. Quando questa è colma, le acque in eccesso ivi convogliate, fuoriescono da un tubo"occultato" nel terreno ed orientato verso il confine con il mio fondo. In tal modo le acque si accumulano presso il muretto di contenimento che divide le proprietà, lo scavalcano (pregidicandone la stabilità) e scorrono concentrate e copiose sul mio fondo. Ricevo quindi delle acque convogliate. E' giusto? Come posso tutelarmi? Quali azioni legali sono possibili?
In qualche modo può essere interessato anche il Comune di residenza che ha concesso le autorizzazioni per lo costruzione dell'immobile del vicino ma probabilmente non relative alla cisterna?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10018/2014 [risposta a pagamento]

Come correttamente indicato nel quesito, ai sensi dell'art. 913 c.c. il proprietario del fondo inferiore è tenuto a ricevere le acque che scolano dal fondo più elevato. La norma, però, è molto chiara nello stabilire che deve trattarsi di acque che scolino naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo. Inoltre, è sancito che il proprietario del fondo superiore non possa rendere lo scolo più gravoso.
Nel caso di specie, esistendo una cisterna (opera umana) che provoca lo scarico delle acque su fondo altrui, affinché tale scarico sia consentito, deve esistere una apposita servitù. L'art. 913 del c.c., infatti, secondo la dottrina e giurisprudenza dominante, prevede una limitazione legale della proprietà, non una servitù prediale (Cass. 13301/2002).
La servitù di scarico di acque piovane potrebbe essere stata costituita per contratto o per usucapione: la prima ipotesi risulta esclusa nel caso in esame, in base a quanto riferito; la seconda fattispecie non può realizzarsi in quanto la servitù non è goduta mediante opere visibili (si parla di servitù non apparente, non usucapibile per legge, art. 1061 del c.c.).

Pertanto, escluso che il proprietario del fondo superiore goda di una servitù di scarico, si deve guardare all'art. 908 del c.c., il quale stabilisce che il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque piovane scolino sul suo terreno e non può farle cadere nel fondo del vicino.

Sulla base della normativa richiamata, è possibile sostenere che lo scarico delle acque meteoriche proveniente dal convogliamento delle stesse mediante una cisterna (ed un tubo "nascosto" che conduce al fondo confinante, che rafforza l'idea della mala fede del vicino) sia illegittimo.

Se il vicino non pone rimedio alla situazione spontaneamente, sarà possibile esperire una azione di manutenzione (art. 1170 del c.c.), volta alla cessazione della turbativa del possesso di un immobile: tale azione, però, può essere intrapresa solo entro l'anno dall'inizio della turbativa.
In alternativa, ai sensi dell'art. 1172 del c.c., il proprietario del fondo inferiore potrebbe agire con azione di danno temuto, in quanto ha ragione di temere che da cosa (la cisterna) presente sul fondo vicino possa derivare pericolo di un danno grave e prossimo all'oggetto del suo diritto. L'autorità giudiziaria dovrà dare i corretti provvedimenti per ovviare al pericolo, disponendo, in caso, idonea garanzia per i danni eventuali.
Se le due azioni sopra indicate non fossero esperibili (per decadenza o per altre ragioni), si potrà sempre chiedere al giudice competente l'emissione di un provvedimento cautelare d'urgenza ex art. 700 del c.p.c., con domanda di inibitoria del comportamento illecito del vicino. Con questo tipo di azione cautelare si mira a bloccare l'attività dannosa, ma un eventuale risarcimento del danno dovrà essere richiesto in un separato giudizio ordinario. Nel caso di specie, poiché vi sono danni al muretto di separazione delle proprietà, si consiglia di chiedere un previo accertamento tecnico (art. 696 del c.p.c.) ai fini di "fotografare" la situazione di fatto in una perizia ottenuta nel contraddittorio tra le parti. Se l'accertamento preventivo è chiesto a fini conciliativi (art. 696 bis del c.c.) non è neppure necessario dimostrare il carattere di urgenza della verifica tecnica.

Quesito n. 8993/2013 martedì 29 ottobre 2013

riccardo f. chiede

Ho un problema di infiltrazioni d'acqua nel mio immobile e precisamente nella cantina. L'acqua in questione filtra dal terreno proveniente da un cantina di un immobile prospicente la mia casa.
Faccio presente che lo stesso immobile in questione ha una canalizzazione dell'acqua piovana alquanto approssimativa visto che la stessa filtra nella cantina attraverso una condotta per poi defluire anche nella mia cantina. Faccio altresì presente che la cantina del dirimpettaio ha una distanza dal mio immobile di appena 3 metri e che fra la mia casa e quella del dirimpettaio passa un vicolo comunale; ho sentito il comune ma mi ha risposto che la questione è di carattere tra privati. Vorrei sapere se il mio dirimpettaio è tenuto a sistemare i pluviali affinché l'acqua possa essere canalizzata nelle sedi opportune. Grazie, distinti saluti.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 8993/2013 [risposta a pagamento]

Dalla descrizione dei luoghi riportata nel quesito si evince che sembra esistere il diritto del proprietario della cantina soggetta ad infiltrazioni a chiedere al vicino di deviare opportunamente la canalizzazione dell'acqua piovana affinché questa non penetri nella sua proprietà.
Nel caso di specie non sembra configurarsi l'ipotesi di cui all'art. 913 del c.c., in base al quale il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo, poiché i due fondi non sono posti su livelli diversi.
Piuttosto, sembra operare l'art. 908 del c.c., che vieta al proprietario di un immobile di costruire i tetti in maniera che le acque piovane cadano sul fondo del vicino. Nonostante l'utilizzo del solo termine "tetti", la giurisprudenza ha generalmente inteso che è vietato far confluire acque meteoriche sul terreno del vicino anche da una falda sporgente, da un tubo buttafuori o da un pluviale discendente. Si reputa nel caso di specie irrilevante che l'acqua piovana di fatto passi anche attraverso la cantina del vicino, dato che l'effetto è pur sempre quello di uno stillicidio vietato.
Pertanto, è possibile chiedere al dirimpettario di deviare opportunamente i pluviali affinché l'acqua piovana non debba più passare attraverso la sua cantina e da lì nella cantina del danneggiato. Qualora egli non dovesse ottemperare alla richiesta in via bonaria, sarà opportuno presentare un ricorso ai sensi dell'art. 1172 del c.c. con il quale si denuncia la situazione di danno con potenziale aggravamento dello stesso e si chiede al giudice di provvedere per ovviare al pericolo.
Quanto sopra detto non vale nel caso in cui sia possibile provare l'esistenza di una servitù di stillicidio, che nel caso di specie si presume non sia stata concordata dalle parti. Residua solamente l'ipotesi di una eventuale usucapione della servitù nel corso degli anni, che però deve essere dimostrata dal proprietario del fondo dominante (v. Cass. n. 8527/1996: "Colui che agisce in confessoria servitutis ha l'onere di fornire la prova dell'esistenza di tale diritto — presumendosi il fondo preteso servente libero da pesi e limitazioni — mediante uno dei modi di costituzione o di acquisto (artt. 1058 e ss. c.c.) non essendo all'uopo sufficiente la mera esistenza di opere visibili e permanenti, non costituendo l'esistenza di siffatti elementi un autonomo modo di acquisto della servita, ma solo il presupposto dell'acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia").

Tag: scolo delle acque, stillicidio

Quesito n. 7978/2013 lunedì 29 aprile 2013

Fausto chiede

Spett. Redazione,
sono proprietario di una casa in montagna i cui terreni sono costeggiati da un piccolo canale che raccoglie le acque di scolo provenienti dai terreni a monte (si tratta di una zona molto ricca di falde acquifere) e che si disperdono liberamente su un sottostante terreno abbandonato confinante con la mia proprietà, formando una sorta di piccola palude. La scorsa estate, durante i lavori di bonifica del terreno di mia proprietà, a seguito di un lieve rialzamento dello stesso, le acque che dal piccolo canale sboccano nell'acquitrino in questione hanno preso a scorrere ANCHE (e non esclusivamente) sulla linea di confine del terreno, trovando un percorso più agevole. Ciò ha provocato le proteste di un vicino che possiede una casa a valle il quale sostiene che l'acqua del canale a monte e dell'acquitrino, che usa per irrigare l'orto, sono INTERAMENTE di sua proprietà.
Preciso che:
l'acqua, prima che svolgessi i lavori di risanamento del mio terreno, si spandeva liberamente sul terreno attiguo formando una sorta di palude e nessuno aveva mai svolto opere di manutenzione per convogliarle in una data direzione;
che, anche dopo i lavori da me svolti, l'acqua continua ad arrivare in abbondanza al pozzetto dove viene imbrigliata per essere convogliata alla sottostante casa del vicino che protesta;
che il terreno confinante con il mio, sul quale l'acqua si disperde e sul quale è costruito il pozzetto di raccolta, NON è di proprietà del vicino che sostiene di avere diritti sull'intero canale.
Desidero sapere se le rivendicazioni del vicino possono avere un fondamento ed eventualmente come potrei procedere per tutelarmi.
Distinti saluti

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7978/2013 [risposta a pagamento]

Nel caso di specie, il proprietario del fondo a valle sembra reputarsi titolare di una c.d. servitù di scolo, che consiste nel diritto di assicurarsi il defluvio delle acque che provengono da un fondo altrui (art. 1094 del c.c. ss.). Si tratta di una servitù attiva, per effetto della quale il titolare del fondo servente è privato della possibilità di deviare il corso degli scoli e potrà utilizzare le acque di cui dispone secondo quanto previsto dall'art. 1096 del c.c..
L'esercizio della servitù attiva di scoli presuppone l'esistenza, sul fondo servente (quindi sul fondo superiore), di opere destinate a raccogliere gli scoli e a farli pervenire nel fondo dominante (art. 1095 del c.c.: "Nella servitù attiva degli scoli il termine per l'usucapione comincia a decorrere dal giorno in cui il proprietario del fondo dominante ha fatto sul fondo servente opere visibili e permanenti destinate a raccogliere e condurre i detti scoli a vantaggio del proprio fondo").
Se non esistono tali opere e le acque defluiscono naturalmente, senza previa raccolta e senza che sul fondo servente esistano cavi o canali di scolo o altre opere funzionalmente destinate all'esercizio della servitù, la servitù non sarà più apparente (e quindi usucapibile), bensì negativa e non apparente, come tale non usucapibile: in questo caso, il proprietario del fondo servente è tenuto solamente a non ostacolare o deviare il deflusso delle acque dal proprio fondo.
V'è da precisare che, ai fini della configurabilità della servitù, deve trattarsi in ogni caso di acque precedentemente utilizzate nel fondo superiore.
Non sembrano ravvisabili nel caso di specie i presupposti per l'esistenza di una servitù di scolo. Il vicino non potrà far valere un eventuale acquisto della servitù a titolo originario per usucapione ventennale, mancando le opere destinate a raccogliere e condurre gli scoli a vantaggio del fondo dominante (dovrà provare un titolo negoziale, che nella specie non sembra esistere); né il fondo superiore fa uso di tali acque, che si limitano a scorrere su di un canale che costeggia il terreno.
Il fatto che i fondi non siano materialmente confinanti, invece, non costituisce un ostacolo alla servitù, in quanto la contiguità dei fondi in materia di servitù prediali va intesa nel senso che tra essi possa esistere una relazione di servizio.
L'art. 913 del c.c., invece, secondo la dottrina e giurisprudenza dominante, prevede una limitazione legale della proprietà, non una servitù prediale (Cass. 13301/2002), in base alla quale il proprietario del fondo inferiore è tenuto a ricevere le acque reflue provenienti dal fondo superiore. Il contenuto della norma, che impone a carico dei rispettivi proprietari dei fondi un obbligo di non fare, è volto al sostanziale mantenimento della situazione naturale dei fondi. Questa norma non sembra applicabile nel caso di specie, atteso che il vicino sostiene di avere un diritto all'utilizzo delle acque e non un obbligo di riceverle.

Tag: servitù di scolo, usucapione servitù

Quesito n. 7509/2013 mercoledì 6 febbraio 2013

Giuseppe chiede

Nel mio terreno vi è una vasca: una volta riempita, lo scolo attraversa la mia proprietà e raggiunge la vasca del vicino. Il canale di scolo è stato costruito da miei antenati, principalmente per irrigare il terreno sottostante di mia proprietà, e poi per lo scolo.
Domanda: il fondo dominante, oltre il diritto di scolo che nessuno gli nega, ha il diritto di entrare nel mio terreno il qualsiasi momento per controllare il sopracitato canale? Grazie.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7509/2013 [risposta a pagamento]

Nel caso di specie il proprietario del fondo confinante è titolare di una servitù di scolo, che consiste nel diritto di assicurarsi il defluvio delle acque che provengono da un fondo altrui (art. 1094 del c.c. ss.). Si tratta, quindi, di una servitù attiva, per effetto della quale il titolare del fondo servente è privato della possibilità di deviare il corso degli scoli e potrà utilizzare le acque di cui dispone secondo quanto previsto dall'art. 1096 del c.c..

L'ingresso nel fondo servente da parte del proprietario del fondo dominante è giustificabile solo laddove egli debba svolgere lavori di manutenzione o di riparazione sulle opere destinate a raccogliere gli scoli.

I lavori di manutenzione/riparazione, tuttavia, possono essere svolti sul presupposto che il cavo di raccolta degli scoli presente sul fondo servente sia stato costruito dal titolare della servitù attiva: in tal senso, la legge prevede una presunzione di paternità dell'opera in capo al proprietario del fondo dominante, ove quest'ultimo lo spurghi regolarmente e curi la manutenzione delle sponde. Diversamente, non potrebbe essergli consentito di eseguire sul fondo altrui lavori manutentivi a scadenza ripetitiva (che implicano numerosi e continui accessi alla proprietà altrui), se tali lavori non fossero strettamente funzionali all'esercizio di una servitù a favore del proprio fondo (v. Azzaro, Scoli e avanzi d'acqua, in Digesto civ., XVIII, Torino, 1998, 185).

La presunzione di paternità viene meno se esiste un titolo che dispone diversamente o se vi è un segno o una prova contraria che il cavo non appartiene al vicino, ma al titolare del fondo servente. Il caso di specie sembra rientrare in quest'ultima ipotesi, in quanto il canale di scolo è stato costruito dai titolari del fondo servente (seppure in epoca risalente) e non da quello del fondo dominante.

La prova del titolo (con cui si dimostri che il canale di scolo venne costruito dagli antenati del proprietario del fondo servente), può essere data mediante un qualsiasi atto, come un contratto o un testamento. I "segni", invece, possono consistere in un'epigrafe o un caposaldo, o in qualsiasi altro segno che possa rendere nulla la presunzione (il superamento della quale è rimesso al prudente apprezzamento del giudice del merito).

E' poi la legge stessa a prevedere che la presunzione non operi se il proprietario del fondo servente abbia costruito o mantenga opere (idrauliche) sul suo terreno: in altre parole, in tale situazione si ritiene dimostrato che il cavo presente sul suo fondo abbia una funzione diversa da quella di raccogliere e convogliare gli scoli in favore del proprietario del fondo inferiore. Ciò che avviene nel caso di specie, in cui lo scolo è utilizzato principalmente per l'irrigazione del campo da esso attraversato.

Pertanto, è possibile sostenere che, essendo il canale di scolo stato costruito dal proprietario del fondo servente e visto che egli svolge presumibilmente tutte le opere di manutenzione e riparazione (in quanto egli stesso lo utilizza per il proprio terreno), il vicino - cioè il titolare della servitù - non abbia diritto di accedere in ogni momento al fondo altrui, in quanto non dovrebbe svolgervi alcuna attività strettamente connessa al suo diritto reale.

Tag: Ampliamento servitù, scolo di acque

Quesito n. 7131/2012 domenica 25 novembre 2012

calogero chiede

Vorrei porre un quesito: ricevo acqua piovana dal fondo di terreno situato sopra al mio, giustamente parlando di acqua piovana devo lasciarla scorrere naturalmente. Il mio vicino che si trova nella mia stessa situazione, invece di lasciar scorrere l'acqua naturalmente, effettua dei solchi con la zappa e la invia tutta nel mio terreno, non solo: effettua dei solchi anche nel mio di terreno, in modo da farla confluire e defluire tutta dal mio terreno, cosa devo fare? grazie

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7131/2012 [risposta gratuita]

Ai sensi dell'art. 913 del c.c. il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo. Il proprietario del fondo inferiore non può impedire questo scolo, nè il proprietario del fondo superiore può renderlo più gravoso.

Tale norma impone una limitazione legale al diritto di proprietà di colui che essendo proprietario del fondo inferiore deve ricevere le acque reflue provenienti dal fondo superiore. Tuttavia, è bene precisare che è fatto divieto di compiere alterazioni dello stato dei luoghi che possano comportare una sensibile modifica del deflusso delle acque, rendendo più gravosa la condizione dell'uno o dell'altro fondo. Solo in caso di necessaria modificazione del deflusso naturale delle acque è prevista un'indennità al proprietario del fondo a cui la modificazione stessa ha recato pregiudizio.

Nel caso descritto dal quesito risulta che i soggetti che devono sopportare la limitazione del proprio diritto di proprietà ricevendo le acque reflue siano due. Entrambi quindi devono sopportare tale "peso" senza poter modificare lo stato di fatto dei terreni. Pertanto, sarà possibile sicuramente chiedere il risarcimento di tutti i danni ricollegabili al comportamento scorretto oltre che vietato dalla legge tenuto dal vicino, che, alla pari, avrebbe dovuto sopportare lo scolo delle acque reflue senza modificare arbitrariamente lo stato dei luoghi. Inoltre, in via d'urgenza, è possibile il ricorso ad un provvedimento d'urgenza ex art. 700 del c.p.c. al fine di ottenere la cessazione delle azioni lesive perpetrate dal vicino.

Tag: scolo delle acque, azione di risarcimento danni fatto illecito, provvedimento d'urgenza

Quesito n. 4982/2012 giovedì 16 febbraio 2012

sonia chiede

Tra la mia abitazione e il terreno del mio vicino vi è un muro che segna un confine...Per natura la mia abitazione si trova in pendenza verso il terreno del vicino e per evitare che si raccolga troppa acqua,nel muro sono stati integrati dei tubi che deviano l'acqua dal mio giardino al terreno confinante(da sottolineare che l'acqua non finisce su pavimenti o entrate di abitazioni;inoltre l'acqua non reca alcun danno cadendo da un metro sul terreno che viene utilizzato come parcheggio,non può considerarsi ne aiuola ne prato).La deviazione tramite i tubi esiste da più di 50 anni,ma il vicino lo ha notato adesso e dice di potermi denunciare(in più lui usufruisce del terreno solo d'estate,venendo in villegiatura).Vorrei sapere se ho torto e,se cosi fosse,come posso rimediare per evitare eventuali problemi.Grazie.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 4982/2012 [risposta gratuita]

L'art. 913 del c.c., in tema di scolo delle acque, ponendo a carico del proprietario sia del fondo inferiore che del fondo superiore l'obbligo di non alterare la configurazione naturale del terreno, non vieta tutte le possibili modificazioni incidenti sul deflusso naturale delle acque, ma soltanto quelle che alterino apprezzabilmente tale deflusso, rendendo più gravosa la condizione dell'uno o dell'altro fondo. In tema di scolo delle acque, quindi, la regola dell'articolo in commento - per il quale il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque dal fondo più elevato - trova applicazione soltanto allorchè il deflusso avvenga "naturalmente". Qualora, invece, sia intervenuta l'opera dell'uomo, è necessario stabilire se essa abbia aggravato la situazione del fondo inferiore quale era precedentemente all'opera stessa, tenendo altresì conto al sevizio di quale fondo detta opera sia stata costruita.

L'esecuzione di manufatti che rendano più gravoso il naturale scolo delle acque non legittima il proprietario del fondo inferiore al risarcimento per tutti i danni, anche imprevedibili e lontani nel tempo, che comunque obiettivamente si possono collegare alla modifica.

Nel caso di specie (se si è bene intesa la situazione delle opere svolte e dello stato dei luoghi), sulla scorta di quanto riferito, praticare dei fori di drenaggio nel muro che separa il proprio immobile da altra proprietà, al fine di prevenire fenomeni di ristagno e umidità, potrebbe essere considerata un'opera "abusiva" in quanto potrebbe aver peggiorato la condizione del fondo servente e, quindi, aver integrato la violazione di cui all'art. 913 c.c. (in tema si veda anche Cass. Civ. 2010/21320).

Tag: scolo delle acque

Quesito n. 2738/2011 venerdì 11 marzo 2011

Chiara chiede

E' considerato stillicidio anche quello causato da panni stesi ?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 2738/2011 [risposta gratuita]

Poiché, ai sensi dell’art. 908 del c.c. e dell’art. 913 del c.c., salvo diverse ed espresse previsioni convenzionali, il fondo inferiore non può essere assoggettato allo scolo delle acque di qualsiasi genere, diverse da quelle che defluiscono dal fondo superiore secondo l'assetto naturale dei luoghi, lo stillicidio sia delle acque piovane sia, a maggior ragione, di quelle provenienti dall'esercizio di attività umane (come, ad es., dallo scorinio di panni stesi mediante sporti sul fondo alieno) può essere legittimamente esercitato soltanto se trovi rispondenza specifica in un titolo costitutivo di servitù "ad hoc" o comunque - ove connesso alla realizzazione di un balcone aggettante sull'area di proprietà del vicino - sia stato esplicitamente previsto tra le facoltà del costituito diritto reale. Infatti, l'apertura di un balcone non può che integrare una servitù avente un duplice oggetto (la parziale occupazione dello spazio aereo sovrastante il fondo del vicino, in deroga alle facoltà dominicali di cui all'art. 840 del c.c. comma 2, e il diritto di veduta e di affaccio in deroga alle distanze prescritte dall'art. 905 del c.c.ma non anche le diverse facoltà esercitate in deroga a uno dei principi informatori della proprietà fondiaria dei quali gli artt. 908 e 913 c.c. sono espressione. Così si è chiaramente pronunciata la Corte di Cassazione con sentenza n. 7576 del 28.3.2007.

Quesito n. 1195/2010 mercoledì 6 ottobre 2010

VALERIA MARIA GIOVANNA chiede

il mio vicino ha costruito un opera sul suo fondo dalla quale sono derivati e derivano ingenti infiltrazioni d'acqua che penetrano nella mia abitazione.
quali rimedi?

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 1195/2010 [risposta gratuita]

Va preliminarmente accertato se la costruzione realizzata dal vicino sia stata fatta rispettando le norme sulle distanze tra gli edifici.

Quesito n. 19/2010 mercoledì 24 febbraio 2010

antonio chiede

Il mio fondo è inferiore, ma il mio vicino che è al fondo superiore ha operato nell'anno 2000 una ristrutturazione di una casa ed ha cementificato abbondandemente il proprio giardino aumentando di fatto lo scolo delle acque verso il fondo inferiore. Cosa posso fare per impedire ciò, visto che lo scolo è stato reso più gravoso e che va a riempire un pozzo nero, facendo fuoriuscire i liquami sia sul fondo superiore che su quello inferiore?
Grazie.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 19/2010 [risposta gratuita]

Il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo. Il proprietario del fondo inferiore non può impedire questo scolo, né il proprietario del fondo superiore può renderlo più gravoso. Secondo un consolidato ed unanime orientamento dottrinario e giurisprudenziale, la soggezione del proprietario del fondo inferiore a ricevere le acque reflue provenienti dal fondo superiore, stabilita dall’art. 913 del c.c. riguarda una limitazione legale della proprietà. Tuttavia è fatto divieto di compiere alterazioni dello stato dei luoghi che possano comportare una sensibile modifica del deflusso delle acque, rendendo più gravosa la condizione dell'uno o dell'altro fondo. Solo in caso di modificazione necessaria (quindi, eccezionalmente, in relazione ad opere di sistemazione o trasformazione agraria), è dovuta una mera indennità al proprietario del fondo a cui la modificazione stessa ha recato pregiudizio. Diversamente, il proprietario del fondo inferiore è legittimato ad agire per il ripristino dello stato naturale dei luoghi (se è operazione di facile attuazione e non eccessivamente onerosa) o all’esecuzione di opere eliminative (attuazione di un sistema alternativo per consentire lo scolo e il deflusso delle acque), purché esista un nesso causale fra l'opera dell'uomo e l'aggravamento dello stato di soggezione naturale del fondo inferiore nei riguardi di quello superiore. Il proprietario del fondo inferiore, in questo caso, può anche chiedere il risarcimento per quei danni immediatamente percepibili che obiettivamente si possono collegare alla modifica vietata. In via d’urgenza, è possibile il ricorso ad un provvedimento ex art. 700 del c.p.c.

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Testi per approfondire questo articolo

Il danno da immissioni

Collana: Il diritto italiano nella giurisprudenza
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Categorie: Immissioni

L’Opera, una delle prime della nuova collana “Diritto italiano nella giurisprudenza” diretta dal Prof. Paolo Cendon e appartenente alla sezione “Responsabilità Civile”, approfondisce la disciplina della responsabilità civile legata al danno da immissioni.

Attraverso un commento di taglio pratico rivolto esclusivamente al professionista, il volume analizza in particolare la disciplina del danno ambientale come previsto dal codice civile e... (continua)

Fra individuo e collettività. La proprietà nel secolo XXI

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Tra gli argomenti trattati: la trasformazione del diritto di proprietà; privato e comune: due settori entrambi in crescita?; alla ricerca di un nuovo equilibrio; proposte de lege ferenda.

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A cinquant'anni dalla sua pubblicazione nello Yale Law Journal, il saggio di Charles A. Reich costituisce ancora un importante termine di confronto per chi si avvicina al tema affascinante e intricato della proprietà. Tra i testi più citati nella letteratura giuridica americana dal dopoguerra ad oggi, "La nuova proprietà" è una suggestiva ipotesi dottrinaria che unisce in sé l'esigenza di una ricostruzione storica, l'interesse per la società... (continua)

Dell'usucapione. Artt. 1158-1167

Editore: Giuffrè
Collana: Il codice civile. Commentario
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Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata e i beni comuni

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Beni, patrimoni, forme societarie, corpo, ingegno, identità, privacy possono essere tutte declinazioni del concetto di proprietà, intesa in senso materiale o immateriale. Questo volume, ormai classico, presenta gli studi di Stefano Rodotà sulla proprietà privata e sui modi in cui è stata disciplinata come fulcro dei sistemi giuridici moderni. La nuova edizione accoglie una approfondita riflessione sui "beni comuni", una delle più recenti battaglie... (continua)

Prova e danno melle immissioni. Dalla fattispecie alla tutela giudiziaria

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Categorie: Immissioni

L'opera esamina gli elementi strutturali della fattispecie prevista dall'art. 844 c.c. ed espone i problemi che gli operatori possono incontrare nella concreta difesa giudiziale dalle immissioni ritenute intollerabili, sia quanto ai contenuti della domanda da avanzare, sia quanto alla attività probatoria da svolgere.

Particolare attenzione è dedicata alla identificazione del danno, nelle sue molteplici articolazioni, e quindi sia nei riguardi del bene di... (continua)

Delle distanze nelle costruzioni. Artt. 873-899

Editore: Giuffrè
Collana: Il codice civile. Commentario
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Gli ultimi commentari sistematici alla disciplina delle distanze legali risalgono a vari decenni orsono. Nel frattempo la giurisprudenza ha approfondito i problemi connessi a tale disciplina. L'attuale commentario, oltre a tenere conto delle posizioni dottrinali in materia, esamina approfonditamente tali orientamenti giurisprudenziali. Una particolare attenzione è stata prestata agli effetti che sul regime delle distanze legali nelle costruzioni hanno determinato la c.d. legge ponte... (continua)

L'usucapione. Manuale teorico-pratico. Con CD-ROM

Collana: Serie L. Professionale
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L'usucapione è un istituto che presenta molti spunti significativi sia dal punto di vista sostanziale per gli effetti che, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, ad essa si ricollegano (acquisto della proprietà o di altri diritti reali di godimento), sia dal punto di vista processuale (es. la prova dell'usucapione agevola la prova, altrimenti "diabolica", della proprietà da parte di chi agisce in rivendicazione). Questo manuale si propone, pertanto, di offrire... (continua)

Archivio Scialoja-Bolla (2013)

Editore: Giuffrè
Collana: Annali di studi sulla proprietà collett.
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La tutela multilivello del diritto di proprietà. Profili strutturali e funzionali nella vicenda della occupazione acquisitiva

Editore: Giappichelli
Data di pubblicazione: ottobre 2013
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Categorie: Proprietà

Il dibattito sulla diversa disciplina della proprietà in ambito interno ed europeo trova un punto privilegiato di osservazione e di verifica nella figura giuridica della occupazione acquisitiva, che sembra in grado di far emergere i diversi modelli giuridici in competizione ed i sottostanti interessi in conflitto che caratterizzano le situazioni proprietarie. L'attenzione è, dunque, rivolta - utilizzando lo strumentario del giurista civilista - ad uno specifico settore:... (continua)