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Articolo 844

Codice Civile

Immissioni

Dispositivo dell'art. 844 Codice Civile

Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni (1) derivanti dal fondo (2) del vicino (3), se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.
Nell'applicare questa norma l'autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso (4).

Note

(1) Si ritiene che le immissioni debbano, comunque, essere passibili di essere percepite da una persona con i cinque sensi o, in alternativa, con apparecchi rilevatori. La disposizione disciplina due casi particolari:
- immissioni tollerabili: sono lecite e, quindi, al proprietario del fondo che subisce l'immissione non si deve nulla;
- immissioni intollerabili: bisogna, però, ulteriormente differenziare le immissioni che, pur venendo superata la normale tollerabilità sono lecite ed è dunque stabilito un indennizzo; le immissioni intollerabili illecite, dal momento che prevalgono le ragioni del proprietario.
A favore del danneggiato sussiste, in questa ipotesi una tutela sia di tipo inibitorio che risarcitorio.
(2) La disposizione riguarda le immissioni indirette, le quali giungono al fondo perchè ivi condotte da elementi naturali (vento, ad esempio).
È, viceversa, illecito fare adoperarsi perché l'immissione arrivi in modo diretto sul suolo altrui.
(3) Sono le immissioni che provengono da un fondo vicino, pur non confinante.
(4) Il giudice deve valutare la tollerabilità delle immissioni, tenendo conto del modo in cui esse vengono in essere e degli interventi che ne sono causa. Bisogna, cioè, bilanciare le contrastanti esigenze dei proprietari, anche, se necessario, mutando luoghi od opere: il giudice può, ad esempio, dare ordine di insonorizzare l'ambiente da cui provengono i rumori.

Ratio Legis

Gli autori che si sono dedicati allo studio dell'istituto in esame hanno precisato che il limite da osservare è la tollerabilità dell'attività per i soggetti che la subiscono.
Esso non è stato, peraltro, individuato in modo compiuto dal legislatore, iche se, da un lato, ha inteso tralasciare le ragioni di chi vuole evitare le immissioni, ha voluto, dall'altro, richiamarsi alla «condizione dei luoghi» e, cioè, alle situazioni concrete.
La disposizione disciplina i rapporti tra proprietari vicini, e può, quindi, essere tenuta in conto solo dal proprietario o da chi vive sul fondo.
C'è, anche, chi, al contrario, afferma che l'art. 844 può essere compreso solo alla luce dei valori costituzionali posti a tutela della persona e considerato alla stregua degli strumenti a difesa della salute dei cittadini. La Cassazione ha, tuttavia, distinto l'art. 844, inserito nel codice per proteggere i diritti in materia di proprietà, dall'art. 32 Cost, positivizzato per tutelare il diritto alla salute, con azioni di natura personale, in sintobia con gli artt. 2043 e 2058.
A vantaggio del titolare del fondo danneggiato possono essere esperite due differenti azioni, di cui l'una, di natura reale, è finalizzata all'eliminazione della causa delle immissioni (tutela c.d. inibitoria), l'altra, di natura personale, al ristoro dell'eventuale danno ex art. 2043 (tutela c.d. risarcitoria).
Al fine di far cessare le immissioni intollerabili il titolare può agire anche in conformità al disposto dell'art. 949.
Recentemente è stata riconosciuta la possibilità di ricorrere alla procedura d'urgenza ex art. 700 c.p.c., utilizzabile, in particolare, qualora i diritti che si ritengono lesi dalle immissioni siano quelli relativi alla salute e all'ambiente salubre.

Brocardi

Immissio in alienum

Spiegazione dell'Articolo 844 del Codice Civile

Il problema dei rapporti di vicinato nella nuova legislazione

Il problema dei rapporti di vicinato acquista, con le norme contenute in questo articolo, l'aspetto di un problema particolarmente attinente alla proprietà fondiaria: mentre, in mancanza di qualsiasi norma (come ad esempio sotto la vigenza del codice del 1865), assumeva l'aspetto di un problema di carattere generale, ricollegandosi a quello relativo all'esercizio dei diritti e ai limiti entro i quali tale esercizio deve ritenersi legittimo, specie in concorrenza con l'altrui diritto. Problema assai difficilmente risolvibile.

Non si stenta molto, infatti, a rendersi conto delle difficoltà che implica, senza l'ausilio di norme positive, « la ricerca di un criterio supremo, che, all'infuori e al di sopra di qualsiasi limitazione specifica, venga a stabilire un limite generale all'esercizio della proprietà e in pari tempo un limite generale di tolleranza, che permetta, per così dire, di irradiare fuori dal proprio fondo ».

Quando si parla di limiti, si presuppone l'esistenza di norme positive, qualunque sia l'estensione e il carattere di tali limiti e la natura dell'interesse che si vuole proteggere. Limiti che non si ricollegano a norme determinate è una contraddizione in termini: infatti, in sostanza, gli autori tentavano di generalizzare le regole particolari dettate per le c.d. servitù nascenti dalla legge, per estrarre da quelle il preteso criterio generale, senza tener conto della illegittimità di tale procedimento ermeneutico, in contrasto con l'art. 4 disp. prel.


L'autonomia del divieto delle immissioni rispetto al problema dell'abuso del diritto, del divieto degli atti di emulazione e della colpa aquiliana

L'iniziale, insopprimibile difficoltà logica, spiega pure come si potesse fare ricorso al principio del divieto degli atti emulativi o alle regole riguardanti il quasi delitto civile.

Sotto la vigenza del codice abrogato si incontravano non poche difficoltà ad ammettere l'esistenza del generale divieto di atti emulativi, poichè non pareva legittimo desumerlo dalla teoria dell'abuso del diritto, viziata essa stessa da una intima contraddizione logica e non sorretta da elementi positivi. D'altra parte le disposizioni invocate (art. 544-545, 600-606, 609-610, 612-613, 675, 1723 n. 2 codice del 1865) erano ispirate ad esigenze concrete di natura particolare ed era stato giustamente osservato « che quando si ammettesse che i citati articoli veramente fossero riferibili all'emulazione, non vi sarebbe prova migliore di queste particolareggiate restrizioni esplicite poste dal legislatore per mostrare l'inesistenza di un divieto di massima, e quindi l'ammissibilità generica dell'emulazione ». Nè si pensava che le limitazioni che la stessa dottrina poneva al divieto degli atti emulativi, specie con il richiedere (come fa il codice attuale) l'intenzione di nuocere al vicino e la mancanza di utilità per il proprietario, non consentivano neppure di porre un problema i cui termini vanno molto al di là di quelli entro cui la dottrina conteneva il divieto degli atti di emulazione. Infine non si pensava che l'assunzione di tale divieto come punto di partenza doveva logicamente condurre alla soppressione del problema dei rapporti di vicinato, che, in definitiva, si riduceva a una duplicazione di quello da cui si prendevano le mosse. Tale esigenza, logica e pratica insieme, ha appunto ispirato al nuovo legislatore due distinte ed autonome disposizioni.

Per quanto riguarda poi il ricorso alle norme sulla colpa aquiliana, è facile rilevare che esse, anzichè offrire un criterio per risolvere il problema dei rapporti di vicinato, presuppongono la risoluzione di tale problema. Infatti perchè si possa chiedere il risarcimento del danno occorre che questo sia ingiusto, e cioè che l'atto sia illegittimo; e il problema dei rapporti di vicinato consiste appunto nella determinazione del criterio in base al quale l'atto di esercizio del diritto di proprietà possa considerarsi legittimo, in quanto contenuto nei limiti consentiti dalla legge, ovvero illegittimo, in quanto eccedente tali limiti.


Le varie specie di influenza sul fondo altrui

Bisogna dunque ricorrere ad altri criteri, e infatti, la disposizione che si commenta non offre nessun appiglio alle tesi sopra esposte e criticate.

Per delimitare meglio il campo d'indagine, distinguiamo, sulla scorta di dottrine tradizionali, le varie specie di atti per mezzo dei quali il proprietario di un fondo può influire sulla proprietà altrui. Rispetto alla loro natura, questi atti possono essere temporanei (od episodici) o duraturi (o permanenti); circa il modo dell'influenza possono essere immediati o mediati; circa gli effetti, possono essere sensibili o meno al vicino; quanto all'oggetto, possono toccare direttamente la cosa o le persone del proprietario; quanto alla qualità delle conseguenze possono essere materiali o immateriali.

La prima distinzione è priva di importanza: sia temporaneo o permanente il pregiudizio, se è veramente tale e l'atto è illegittimo, deve essere rimosso. Tutt'al più la natura può influire sulla determinazione del danno e sulle statuizioni accessorie tendenti a rimuoverne le conseguenze ed eventualmente a cautelare per l'avvenire colui che l'ha subito.

La seconda distinzione è invece rilevante, poichè, in base ai principi, le turbative immediate devono ritenersi illegittime. Turbartiva immediata è, infatti, quella che inizia il suo ciclo di influenza e lo compie interamente nella sfera del vicino, mentre è mediata quella che inizia il suo ciclo nella sfera di influenza di un proprietario da cui si estende in quella del vicino. La disposizione in esame si riferisce chiaramente alle turbative mediate: « il proprietario di un fondo non può impedire.... derivanti dal fondo del vicino ».

Anche la terza distinzione ha la sua importanza, poichè, infatti, se il vicino non percepisce neppure gli effetti degli atti compiuti dall'altro proprietario nel proprio fondo, viene meno la base pratica (mancando l'interesse) di ogni discussione. Ma a questo proposito è da tenere presente che turbative percepibili possono essere più o meno gravi, e in questo campo il compito del legislatore e dell'interprete consiste nel dosare gli opposti interessi, di modo da stabilire una equilibrata tutela di entrambi, con prevalenza di quello che di tale tutela è più degno, e la determinazione del limite entro il quale la tutela di entrambi deve essere contenuta.

La terza distinzione potrebbe dare luogo ad una esclusione arbitraria, poichè si potrebbe ritenere tutelabile il vicino solo in relazione alle turbative che toccano la cosa, e non a quelle che riguardano la sua persona. E l'esclusione sarebbe arbitraria poichè il godimento della cosa implica, in fatto, il rapporto della persona con la cosa. E non solo della persona del proprietario, poichè se la cosa viene data in locazione il locatario deve pure goderne, in luogo e in vece del proprietario da cui deriva il suo diritto. Si potrebbe ritenere applicabile il principio per cui, poichè se è vero che si tratta di molestie arrecate da persone che non pretendono di avere diritti sulla cosa locata, non è meno vero che le molestie provengono da persone che ritengono di avere sulla propria cosa diritti che eccedono il limite posto dalla legge, sì da toccare la sfera del diritto del vicino. Si tratta, cioè, di un'attività in cui si esprime l'illegittima imposizione di un limite al diritto altrui.

Naturalmente anche le persone di famiglia o conviventi con il proprietario hanno diritto alla stessa tutela, poichè fa parte pure delle facoltà costituenti il contenuto della proprietà quella di estendere ad altri il godimento della cosa, senza dire che, per le persone di famiglia, l'esercizio di tale facoltà non è libero, ma imposto dalla legge, che stabilisce particolari obblighi a carico di un coniuge rispetto all'altro, e a carico dei genitori rispetto ai figli, nonchè dei figli rispetto ai genitori. D'altro canto la tutela accordata alle persone conviventi con il proprietario è la stessa accordata al proprietario, poichè basterebbe l'interesse di questi affinchè gli atti illegittimi del vicino fossero colpiti. Nè si potrebbe ammettere una tutela intermittente, cioè limitata al tempo in cui il proprietario è materialmente presente nel suo fondo (ciò che ave valore pratico rispetto aglia tti temporanei), perchè bisogna aver riguardo non tanto alle modalità materiali in cui il rapporto si concreta, quanto al rapporto come tale, che non ammette soluzioni di continuià.

L'ultima distinzione riflette un momento che può ritenersi ormai superato anche in dottrina: da tempo, infatti, si parla anche di immissioni immateriali, oltre che materiali, come punto di riferimento della tutela del diritto di proprietà.

La disposizione in esame contiene un elenco esemplificativo, che non pare comprensiva tanto delle immissioni materiali quanto di quelle immateriali. Infatti essa considera le immissioni di fumo e di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo vicino, che sono tutte immissioni materiali.

Rimane dunque irrisolta, anzi risolta negativamente, la questione che aveva dato luogo a un numero rilevante di opinioni: quella relativa alla vicinanza di case di tolleranza. Si capiva all'epoca che non si trattava di quegli atti che sollevavano scandalo e, quindi, come delitti o contravvenzioni cadevano sotto la sanzione delle leggi penali o di polizia, ma anche dal semplice fatto dell'eccezionale, anzi anormale frequentazione del locale. Anche se, sottilizzando, si fossero ritenute queste immissioni materiali, per il fatto che, per essere percepite dal senso della vista, presupponevano la vibrazione dell'etere cosmico, o, comunque, la propagazione della luce, non si poteva certo dire che esse erano per natura simili a quelle espressamente indicate nella legge.

La conseguenza che ne derivava era piuttosto grave: mentre, infatti, sotto la vigenza del codice abrogato la mancanza di una norma apposita poteva consentire una certa libertà di interpretazione, in passato l'esistenza della norma poneva dei limiti che non si potevano superare. Appunto per questo la questione veniva risolta in senso negativo.

Qui tuttavia agli inconvenienti pratici poteva ovviare la Pubblica Amministrazione, sia prendendo minute cautele a tutela della pubblica decenza, sia addirittura assegnando determinate zone su cui tali case siano confinate. Però il privato non aveva tutela diretta: egli aveva solo il diritto di denunciare le eventuali infrazioni, per provocare l'applicazione delle sanzioni penali o amministrative, ma non poteva chiedere il risarcimento di danni o cautele personali.


Impostazione del problema del rapporto di vicinato

Torniamo, per l'esatta impostazione delle questioni, al punto di partenza: il compito fondamentale consiste nella ricerca del limite (reciproco) al diritto di proprietà su fondi vicini. I diritti, dunque, vanno considerati in relazione alle cose cui si riferiscono: trattandosi di fondi contigui, che per semplificare si possono supporre collocati su di un medesimo piano, in teoria sarebbe da ritenere che la sfera d'influenza o limite interno di ciascun diritto sia delimitata dalla figura solida risultante innalzando le perpendicolari, sul piano del suolo, da tutti i punti estremi della figura che di ciascun fondo determina il perimetro. Lungo le varie linee di confine verrebbe così ad innalzarsi uno schermo che dividerebbe la zona di influenza di un proprietario da quello dell'altro, e l'attività legittima di esercizio del diritto da parte di ciascun proprietario dovrebbe fermarsi davanti a questo schermo.

Ma già si è visto in pratica che questo ideale teorico non regge: infatti l'attività che un proprietario esercita nel proprio fondo può estendere la sua influenza al fondo del vicino. Da qui il problema del limite e la proposizione dei diversi criteri per la sua determinazione.

Rimanendo fedeli alla suddetta premessa teorica, si tratta di determinare la zona (necessaria) di influenza o di mancata reattività di un diritto in relazione a certe invasioni (ad esso esterne) provenienti dall'esercizio del diritto di proprietà sul fondo vicino, e reciprocamente la zona legittima di espansione del diritto di proprietà su di un fondo entro la sfera di quello del fondo vicino.


Le varie teorie proposte per la sua soluzione

In astratto può essere indifferente considerare l'uno o l'altro aspetto, perchè essi sono reciproci: in concreto, invece, tale indifferenza non sussiste, tant'è vero che alcuni fanno capo a uno di tali aspetti, altri fanno capo all'altro.

Con riferimento alla tendenza più comune, tale divergenza di punti di vista è facilmente riscontrabile.

Si allude alla c.d. teoria dell'uso normale, secondo la quale ogni proprietario può fare nel suo fondo ciò che è normale per l'uso di quel fondo (non quello che è giusto o utile, si noti bene, ma quello che è normale): se dai fatti che rientrano nella vita normale si produrrà qualche invasione del fondo altrui, questa dovrà essere tollerata (come accade per esempio per il fumo proveniente dal fuoco che si fa per cucinare): ma non vi è questa necessità di tolleranza per gli usi che esorbitano dalla sfera della normalità dell'uso della proprietà.

Fu però osservato che il criterio dell'uso normale è arbitrario e conduce ad applicazioni erronee. Non si capisce, infatti, per quale ragione logica si possa imporre una misura media che può impedire lo sfruttamento più naturale della cosa. E quanto alle applicazioni, come si può qualificare atto normale il tagliare le vene idriche del vicino, con opere nel fondo proprio, pure se esso non si possa reprimere, nè dà diritto a risarcimento dei danni.

La norma in esame procede dal punto di vista opposto e delinea il limite con riferimento alla normale tollerabilità. Il criterio è, in sè, più legittimo, perchè non si traduce nella imposizione di una restrizione su basi statistiche allo sfruttamento della cosa, ma, presupposto questo sfruttamento come libero, tende alla tutela dell'interesse del vicino, in relazione al concreto attuarsi dello sfruttamento stesso.

Il criterio della legge, tuttavia, rimane generico e le sue pratiche applicazioni sono rimesse al prudente arbitrio del magistrato: a restringere la genericità del criterio vale il riferimento alla condizione dei luoghi, ma anche la valutazione del peso da assegnarsi a tale elemento è rimessa al prudente arbitrio del giudice. Per la determinazione del vero significato della norma, è necessario avvertire che con l'espressione condizione dei luoghi si vuole alludere alla condizione materiale piuttosto che a quella sociale, a cui, invece, si fa riferimento alla fine dell'alinea 2.


Il criterio della prevenzione come criterio complementare

Fu pure proposto, sotto la vigenza del codice abrogato, il c.d. criterio della prevenzione, fondato sulla massima prior in tempore potior in iure; ma fu giustamente osservato che, in relazione alla questione che ci occupa, non tanto vale il prima o il poi, quanto il criterio che possa armonizzare le proprietà confinanti. D'altra parte quel principio viene, di solito, applicato alla risoluzione di conflitti tra più diritti reali sulla stessa cosa, non tra due diritti di proprietà su cose differenti. Infine « non è che casualmente vera la sua opportunità pratica ».

Se ne deduce che il criterio della prevenzione non potrebbe essere adottato come criterio generale ed esclusivo, ma ciò non importa necessariamente che esso debba essere del tutto scartato, e non possa, invece, essere utilizzato come criterio complementare. In tal senso, infatti, lo ha adottato il nuovo legislatore, dando al giudice la facoltà di tenere conto della priorità d un determinato uso. Su questa via si era già spinta la giurisprudenza, soprattutto in relazione a certi casi-limite, e a tal proposito è stato autorevolmente rilevato che maggiore dovrebbe infatti essere il rigore nel caso, per esempio, in cui si impiantasse uno stabilimento per la fabbricazione di concimi chimici o altre sostanze simili, e viceversa, più largo dovrebbe essere il trattamento nel caso in cui il reclamante abbia costruito una casa di abitazione in località costituente zona industriale, e perciò ricca di vari stabilimenti.

Ma tra questi casi estremi c'è tutta una gamma ricchissima di situazioni intermedie, sulla quale dovrà esercitarsi il prudente arbitrio del magistrato.


Il prudente arbitrio del giudice

Dalle osservazioni che precedono si rileva che il sistema della uova legge, ispirandosi ad esigenze pratiche e alla necessità di tutelare armonicamente gli interessi in conflitto non ha seguito nessuno dei criteri proposti dalla dottrina, ma ha fissato dei capisaldi, dei punti di orientamento, con riferimento ai vari criteri, e si è affidata al prudente arbitrio e sensibilità del giudice.

Tuttavia non ha mancato di stabilire una direttiva di indole generale. Era stato rilevato, in sostanza, che i più acuti casi di conflitto derivavano dell'espansione dell'attività industriale, le cui esigenze sono soverchianti rispetto a quelle del più comune sfruttamento dei fondi ad uso agricolo o civile. L'importanza sociale dell'attività industriale condusse all'affermazione dei criteri troppo rigidi che presiedevano alla tutela del diritto di proprietà. Questo punto non ha perduto di vista il nuovo legislatore, che ha perciò imposto all'autorità giudiziaria un criterio generale che deve presiedere all'applicazione della norma regolante i rapporti di vicinato. Esso consiste nel contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà.

Il criterio è stato opportunamente generalizzato:non si parla, infatti, solo delle esigenze dell' industria, ma, in genere, delle esigenze della produzione. D'altra parte, nella sua massima generalizzazione il criterio predetto si fonda sulla distinzione tra la proprietà, nel suo aspetto statico, come titolo di godimento, comprensivo anche dei titoli che da essa derivano, e il lato dinamico dello sfruttamento produttivo della cosa. Il problema, dunque, si sposta sul piano dinamico dell'effettivo godimento, sul quale si impone al giudice l'obbligo di dosare le esigenze che presiedono, in atto, all'una o all'altra forma di godimento, e di decdere in base a tali esigenze. Per questa via si fa strada non solo quello che si direbbe elemento sociale di valtazione, ma forse un criterio che potrebbe, almeno in largo senso, dirsi corporativo.

La conferma di tale affermazione si ricava da elementi positivi: anzitutto dall'art. 811 si deduce che i beni in relazione alla loro funzione economica e alle esigenze della produzione nazionale sono sottoposti alla disciplina dell'ordinamento corporativo, ciò che conferma la necessaria dipendenza di tutto ciò che attiene alla produzione dal sistema corporativo. Inoltre, l'organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale (Dich. VII C.d.L.), non può la tutela della produzione, qualunque aspetto sia oer assumere, attuarsi con criteri estranei all'ordinamento corporativo.


La norma generale e le norme speciali concernenti i rapporti di vicinato

Sotto l'impero del codice abrogato, pur mancando una norma generale che regolasse i rapporti del vicinato, e dovendosi perciò ricorrere alle norme speciali, anche per desumere il criterio direttivo generale, si tenevano distinte le situazioni rientranti nello schema della norma generale da quelle regolate da norme particolari.

Tale distinzione va mantenuta a fortiori nel nuovo codice, altrimenti di fronte alle norme specifiche contenute, in massima parte, nelle sezioni VI, VII, VIII e IX del Capo II del presente Libro, non avrebbero più giustificazione le norme contenute nell'articolo in esame. E la distinzione ha una notevole portata pratica: può, infatti, ritenersi ed è stato ritenuto che, quando entrino in applicazione le norme particolari, la rigorosa osservanza di queste metta il proprietario al riparo da ogni azione da parte del vicino. La conferma si deduceva dall'art. 573 ult. capov. del codice abrogato, nel quale si faceva l'ipotesi dell'insufficienza delle distanze prescritte ad evitare il danno e si dava al giudice la facoltà di stabilire distanze maggiori e far eseguire le opere occorrenti a riparare e mantenere riparata la proprietà del vicino. L' art. 889 del c.c. non ha conservato tale facoltà, e costituisce quindi un indice che convalida la tesi enunciata. Tanto più che l'art. 62 del progetto consentiva all'autorità giudiziaria di fissare distanze non solo maggiori, ma anche minori.

Tuttavia, le relazioni tra la norma generale che regola i rapporti di vicinato e le norme speciali devono essere precisate rigorosamente. Non si deve, infatti, ritenere che le norme speciali deroghino in maniera assoluta a quella generale, escludendone la totale applicazione, ma si deve piuttosto ritenere che alla disciplina dettata dalla norma generale sfugga quel particolare aspetto che le norme speciali hanno regolato. Così, ad es., se sono state osservate le distanze imposte dall'art. 889 per l'apertura di fosse, pozzi, cisterne e simili, il proprietario del fondo vicino non potrà avanzare pretese nè per la rimozione delle opere, nè perchè siano stabilite maggiori cautele, nè per ottenere il risarcimento dei danni. Ma, evidentemente, per tutto ciò che non attiene all'apertura di fosse ecc., e alle relative distanze, sarà sempre da applicare la norma generale (o specificamente per altri concreti aspetti, le altre norme speciali).


Contenuto e mezzi della tutela contro le immissioni

Qual'è il contenuto della tutela concessa dalla norma in esame e quali sono i mezzi con i quali essa si esplica?

Quanto al contenuto: sul presupposto del diritto di proprietà del fondo al quale l'influenza degli atti nocivi o intollerabili si estende, spetta la pretesa tendente alla rimozione dell'attività e dell'opera illegittime. Eventualmente l'autorità giudiziaria può stabilire delle cautele, anzichè ordinare la rimozione dell'opera o la cessazione dell'attività. Le cautele possono essere stabilite anche al fine di evitare che l'attività possa essere compiuta in divenire, con le stesse conseguenze nocive o intollerabili per il vicino. La prova dell'illegittimità dell'opera o dell'attività deve essere data dall'autore che ne richiede la rimozione o cessazione non solo per il principio generale che governa la distribuzione dell' onus probandi, ma anche per il fatto che ll'attività del proprietario compiuta nel proprio fondo deve presumersi legittima, sia pure iuris tantum.

Il mezzo di difesa concesso a tal fine è l'azione negatoria, poichè il vicino tende a difendere il suo diritto di proprietà contro il tentativo di aggravarlo con un onere anormale. E che si tratti dell'azione negatoria in senso proprio si deduce dal fatto che, esorbitando dal limite legale, l'atto del proprietario confinante non può considerarsi come atto di esercizio del proprio diritto, esso è, quindi un atto libero, e pu dare luogo all'acquisto di una vera servitù ove ne esistano i presupposti.

Ma il vicino può chiedere anche il risarcimento dei danni: non c'è dubbio che, essendo l'atto dell'altro proprietario illegittimo, il vicino possa chiedere il risarcimento in base alle regole generali della colpa aquiliana, provando s'intende la colpa dell'autore del danno.

In realtà, però, indipendentemente dall'applicazione delle disposizioni sulla colpa aquiliana, la responsabilità del proprietario confinante che ecceda i limiti legali nell'esercizio del diritto di proprietà è di natura oggettiva, perchè non riguarda direttamente ed esclusivamente i rapporti personali tra i vari soggetti, ma mira a proteggere immediatamente il diritto di proprietà, e solo mediatamente, di riflesso, la persona del proprietario o di coloro che da lui derivanti diritti di godimento dalla cosa, o con lui partecipano a tale godimento.

D'altra parte, se si ammette nel vicino la pretesa di far rimuovere l'opera o di far cessare l'attività del proprietario confinante, è assurdo non riconoscergli il diritto al risarcimento del danno già verificatosi, poichè, in sostanza, la prima pretesa mira ad eliminare il danno che potrebbe verificarsi in avvenire. E se non è presupposta la colpa per l'eliminazione del danno futuro, non si capisce perchè essa debba essere presupposta per il risarcimento del danno passato. In sostanza, se il vicino avesse agito subito, o preventivamente (mediante l'azione di danno temuto) avrebbe conseguito la prima tutela, evitando ogni danno; e non si può paragonare a negligenza capace di compensare la responsabilità del proprietario confinante o configurare come una specie di decadenza il ritardo nel proporre l'azione. Questa, nell'uno o nell'altro senso – come rimozione e come risarcimento – tende alla tutela della proprietà, e non può essere colpita da decadenze non previste dalla legge.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

412 Il principio di socialità, da cui l'istituto della proprietà è pervaso, torna a riflettersi sulla disciplina delle immissioni. Per l'art. 844 del c.c. il proprietario del fondo deve sopportare le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino che non superino la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alle condizioni dei luoghi. Il duplice criterio del grado d'intensità delle immissioni e del carattere particolare della zona è coordinato a quello delle esigenze della produzione: si prescrive al giudice di contemperare nell'applicazione della norma le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Un ulteriore criterio è indicato al giudice per agevolare la risoluzione dei delicati conflitti nei rapporti di vicinato, autorizzandolo a tener conto della priorità di un determinato uso.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 17051/2011

Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è mai assoluto, ma relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante, sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (c.d. criterio comparativo), sicché la valutazione ex art. 844 c.c., diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita, da un lato, alla sensibilità dell'uomo medio e, dall'altro, alla situazione locale. Spetta al giudice del merito accertare in concreto gli accorgimenti idonei a ricondurre tali immissioni nell'ambito della normale tollerabilità.

Cass. n. 2319/2011

Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in data 1° marzo 1991, il quale, nel determinare le modalità di rilevamento dei rumori ed i limiti di tollerabilità in materia di immissioni rumorose, al pari dei regolamenti comunali limitativi dell'attività rumorosa, fissa, quale misura da non superare per le zone non industriali, una differenza rispetto al rumore ambientale pari a 3 db in periodo notturno e in 5 db in periodo diurno, persegue finalità di carattere pubblico ed opera nei rapporti tra i privati e la P.A.. Le disposizioni in esso contenute, perciò, non escludono l'applicabilità dell'art. 844 c.c. nei rapporti tra i privati proprietari di fondi vicini.

Cass. n. 5564/2010

In tema di immissioni, l'art. 844, secondo comma, c.c., nella parte in cui prevede la valutazione, da parte del giudice, del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, considerando eventualmente la priorità di un determinato uso, deve essere letto, tenendo conto che il limite della tutela della salute è da ritenersi ormai intrinseco nell'attività di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, dovendo considerarsi prevalente rispetto alle esigenze della produzione il soddisfacimento ad una normale qualità della vita. Ne consegue che le immissioni acustiche determinate da un'attività produttiva che superino i normali limiti di tollerabilità fissati, nel pubblico interesse, da leggi o regolamenti, e da verificarsi in riferimento alle condizioni del fondo che le subisce, sono da reputarsi illecite, sicché il giudice, dovendo riconoscerle come tali, può addivenire ad un contemperamento delle esigenze della produzione soltanto al fine di adottare quei rimedi tecnici che consentano l'esercizio della attività produttiva nel rispetto del diritto dei vicini a non subire immissioni superiori alla normale tollerabilità. (Fattispecie relativa ad immissioni rumorose al di sopra della normale tollerabilità determinate da attività di ristorazione, caratterizzata principalmente dallo svolgimento di banchetti nuziali, con notevole afflusso di persone).

Cass. n. 3438/2010

Il limite di tollerabilità delle immissioni non ha carattere assoluto ma è relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti; spetta, pertanto, al giudice di merito accertare in concreto il superamento della normale tollerabilità e individuare gli accorgimenti idonei a ricondurre le immissioni nell'ambito della stessa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della Corte di merito che aveva ritenuto non tollerabilile immissioni acustiche prodotte dal funzionamento di un'autoclave e di un bruciatore, tenuto conto degli elevati livelli dei valori sonori, accertati strumentalmente, della situazione dei luoghi, trattandosi di edificio ubicato in comune montano, del funzionamento dei detti impianti per molti mesi dell'anno ed anche in ore notturne, della collocazione degli stessi in un locale a stretto contatto con la camera da letto degli attori e della necessità di questi, data la loro avanzata età, di godere di tranquillità e riposo ed aveva, altresì, disposto l'adozione degli accorgimenti suggeriti dal c.t.u.).

Cass. n. 8420/2006

La norma sulla disciplina delle immissioni di cui all'art. 844 c.c., nel prevedere la valutazione, da parte del giudice, del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, tenendo eventualmente conto della priorità di un determinato uso, deve essere interpretata, tenendo conto che il limite della tutela della salute è da considerarsi ormai intrinseco nell'attività di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, sicché è legittima la statuizione del giudice di merito preclusiva del prolungamento di un'attività sostanzialmente nociva alla salute dei vicini del fondo, da considerarsi valore prevalente, in funzione del soddisfacimento del diritto ad una normale qualità della vita, rispetto alle esigenze dell'attività commerciale esercitata nel fondo confinante, nel quale la produzione, ancorché iniziata anteriormente all'edificazione dell'immobile limitrofo, si sia svolta e, poi, protratta senza la predisposizione di apposite misure di cautela idonee ad evitare o limitare l'inquinamento atmosferico. (Nella specie, la S.C., sulla scorta di questo principio, ha confermato l'impugnata sentenza, con la quale il giudice di appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva, interpretando nei suddetti termini l'art. 844 c.c., ordinato l'immediata cessazione di un allevamento di galline, oltre a riconoscere il correlato risarcimento del danno, in quanto detta attività commerciale, ancorché preventivamente iniziata, era proseguita senza che venisse approntato alcun idoneo accorgimento tale da impedire la propagazione di persistenti esalazioni maleodoranti nel fondo limitrofo).

Cass. n. 2166/2006

Qualora sia in discussione la legittimità da parte della Chiesa e degli enti ecclesiastici dell'uso iure privatorum di beni soggetti, ex art. 831 c.c.. alle norme del codice civile — in quanto non diversamente disposto dalle leggi speciali che li riguardano — la Chiesa e le sue istituzioni sono tenute all'osservanza, al pari degli altri soggetti giuridici, delle norme di relazione e quindi alle limitazioni del diritto di proprietà, fra le quali rientrano quelle previste dall'art. 844 c.c. essendo esse inidonee a dare luogo a quelle compressioni della libertà religiosa e delle connesse alte finalità che la norma concordataria di cui all'art. 2 delle legge n. 121 del 1985, in ottemperanza al dettato costituzionale, ha inteso tutelare, non avendo lo Stato rinunciato alla tutela di beni giuridici primari garantiti dalla Costituzione (artt. 42 e 32), quali il dirito di proprietà e quello alla salute. (Nella specie, è stata ritenuta applicabile la disciplina dettata dall'art. 844 c.c. alle immissioni sonore provocate dalle attività sportive praticate nel «campo giochi» di una parrocchia).

In tema di immissioni (nella specie rumori provocati da attività sportive praticate all'aperto), il contemperamento delle esigenze della proprietà con quelle ricreative e sportive, che ai sensi dell'art. 844 c.c. deve essere compiuto anche tenendo conto della condizione dei luoghi, postula la concreta valutazione di ormai diffusi abitudini di vita e comportamenti sociali, nell'ambito dei quali lo svolgimento delle suddette attività, prevalentemente praticate all'aria, è notoriamente più intenso durante le stagioni caratterizzate da un maggior numero di ore di luce e dal clima più favorevole; pertanto, il limite di normale tollerabilità delle immissioni non può essere dal giudice determinato in termini assolutamente avulsi dalla considerazione delle suesposte componenti, trattandosi di elementi intrinsecamente connotanti la liceità delle forme di godimento della proprietà, da valutarsi sullo sfondo del particolare contesto ambientale e sociale nel quale le opposte esigenze assumono rilievo.

Cass. n. 23/2004

Tenuto conto che sono legittime le restrizioni alle facoltà inerenti alla proprietà esclusiva contenute nel regolamento di condominio di natura contrattuale, purché formulate in modo espresso o comunque non equivoco — si da non lasciare alcun margine d'incertezza sul contenuto e la portata delle relative disposizioni — le norme regolamentari possono imporre limitazioni al godimento degli immobili di proprietà esclusiva secondo criteri anche più rigorosi di quelli stabiliti, in tema di immissioni lecite, dall'art. 844 c.c. Ne consegue che in tal caso la liceità o meno dell'immissione deve essere determinata non sulla base della norma civilistica generale ma alla stregua del criterio di valutazione fissato dal regolamento. (Nella specie la Corte ha ritenuto corretta la decisione dei giudici di appello, secondo cui la destinazione di un appartamento a studio medico dentistico non violava la norma del regolamento condominiale di natura contrattuale che vietava l'esercizio negli immobili di proprietà esclusiva di attività rumorose maleodoranti ed antiigieniche, atteso che l'attività espletata non presentava in concreto tali caratteri).

Cass. n. 5697/2001

Per stabilire se le immissioni — nella specie rumori, fumo ed esalazioni provenienti da un opificio di panificazione — che si propagano dall'immobile del vicino su quello altrui superano la normale tollerabilità occorre avere riguardo alla destinazione della zona ove sono situati gli immobili, perché se è prevalentemente abitativa, il contemperamento delle ragioni della proprietà con quelle della produzione deve essere effettuato dando prevalenza alle esigenze personali di vita del proprietario dell'immobile adibito ad abitazione rispetto alle utilità economiche derivanti dall'esercizio di attività produttive o commerciali nell'immobile del vicino.

Cass. n. 4963/2001

Quando l'attività posta in essere da uno dei condomini di un edificio, direttamente o tramite detentore qualificato, è idonea a determinare il turbamento del bene della tranquillità degli altri partecipi, tutelato espressamente da disposizioni contrattuali del regolamento condominiale, non occorre accertare al fine di ritenere l'attività stessa illegittima, se questa costituisca o meno immissione vietata ex art. 844 c.c., in quanto le norme regolamentari di natura contrattuale possono imporre limitazioni al godimento della proprietà esclusiva anche maggiori di quelle stabilite dall'indicata norma generale sulla proprietà fondiaria. Né, peraltro, in detta materia è applicabile la legge 26 ottobre 1995, n. 477, sull'inquinamento acustico, perché detta normativa attiene a rapporti di natura pubblicistica tra la P.A., preposta alla tutela dell'interesse collettivo della salvaguardia della salute in generale, ed i privati esercenti le attività contemplate, prescindendo da qualunque collegamento con la proprietà fondiaria.

Cass. n. 15509/2000

L'art. 844 c.c. impone, nei limiti della normale tollerabilità e dell'eventuale contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, l'obbligo di sopportazione delle propagazioni inevitabili determinate dall'uso delle proprietà attuato nel contesto delle norme generali e speciali che ne disciplinano l'esercizio. Al di fuori di tali limiti, si è in presenza di un'attività illegittima, di fronte alla quale non ha ragion d'essere l'imposizione di un sacrificio all'altrui diritto di proprietà o di godimento e non sono quindi applicabili i criteri dettati dall'art. 844 c.c. ma, venendo in considerazione, in tali ipotesi, unicamente l'illecità, del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientra nello schema generale dell'azione di risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. che può essere proposta anche cumulativamente con l'azione ex art. 844 c.c.

Cass. n. 14353/2000

In tema di immissioni, l'accertamento delle cause che determinano immissioni moleste nel fondo altrui non influisce sul giudizio di tollerabilità delle stesse, da effettuarsi, secondo i criteri all'uopo indicati dall'art. 844 c.c., cui è estraneo il criterio della colpa. Pertanto, una volta accertata l'esistenza della propagazione molesta e stabilito, secondo i criteri dettati dall'art. 844 c.c., il suo grado di tollerabilità, l'individuazione delle cause può servire soltanto per stabilire le eventuali misure da adottare per la sua eliminazione.

Cass. n. 13334/1999

In tema di immissioni in alienum, il criterio del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, posto dall'art. 844, secondo comma, c.c., non implica che nelle zone a prevalente vocazione industriale debbano necessariamente considerarsi lecite e tollerabili, per il solo fatto della destinazione urbanistica data dalla competente pubblica amministrazione all'area interessata dal fenomeno, le immissioni di qualsiasi natura ed entità determinate dall'attività produttiva, ma implica solo che, nella riconosciuta preminenza dell'interesse collettivo, in termini di prodotto e di occupazione, ala prosecuzione dell'attività immissiva, possa essere effettuata una valutazione comparativa degli interessi dedotti in giudizio ai fini della determinazione del contenuto della sanzione da applicare, ciò che si realizza con l'attribuire al giudice, una volta che abbia riconosciuto l'esigenza del mantenimento dell'attività produttiva, il potere di astenersi dall'adozione di misure inibitorie, e di far luogo, invece, a statuizioni che, pur con il sacrificio della piena tutela della proprietà individuale, consentano la prosecuzione dell'attività immissiva dietro pagamento di un congruo indennizzo, sempre che detta attività rimanga nei limiti della normale tollerabilità, configurandosi come dannosa, ma lecita. Ove, invece, tali limiti siano superati, si è in presenza di un'attività illegittima, traducentesi in fatti illeciti generatori di danno risarcibile ex art. 2043 c.c.

Cass. n. 161/1996

In materia di immissioni dannose (nella specie di natura olfattiva) il criterio del preuso cui fa riferimento l'art. 844, comma 2, c.c. ha carattere sussidiario e facoltativo, sicché il giudice del merito nella valutazione della normale tollerabilità delle immissioni, non è tenuto a farvi ricorso quando, in base agli opportuni accertamenti di fatto, e secondo il suo apprezzamento, incensurabile se adeguatamente motivato, ritenga superata la soglia di tollerabilità.

Cass. n. 3090/1993

La disposizione dell'art. 844 c.c., è applicabile anche negli edifici in condomino nell'ipotesi in cui un condomino nel godimento della propria unità immobiliare o delle parti comuni dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini. Nell'applicazione della norma deve aversi riguardo, peraltro, per desumerne il criterio di valutazione della normale tollerabilità delle immissioni, alla peculiarità dei rapporti condominiali e alla destinazione assegnata all'edificio dalle disposizioni urbanistiche o, in mancanza, dai proprietari. In particolare, nel caso in cui il fabbricato non adempia ad una funzione uniforme e le unità immobiliari siano soggette a destinazioni differenti, ad un tempo ad abitazione ed ad esercizio commerciale, il criterio dell'utilità sociale, cui è informato l'art. 844 citato, impone di graduare le esigenze in rapporto alle istanze di natura personale ed economica dei condomini, privilegiando, alla luce dei principi costituzionali (cfr. Cost., artt. 14, 31 e 47) le esigenze personali di vita connesse all'abitazione, rispetto alle utilità meramente economiche inerenti all'esercizio di attività commerciali.

Cass. n. 8271/1990

L'utilizzazione di un fondo per il decollo e l'atterraggio di elicotteri, in relazione ad esigenze individuali del proprietario (comodità e rapidità di spostamenti), integra attività privatistica, ancorché soggetta ad autorizzazione amministrativa. Pertanto, nel rapporto di vicinato, i rumori e le altre immissioni provocate da detta utilizzazione non si sottraggono alle disposizioni di cui all'art. 844 primo comma c.c., di modo che possono essere impedite dal proprietario del fondo limitrofo, ove superino la normale tollerabilità, anche con riguardo alla condizione dei luoghi (nella specie, amena zona collinare, con caratteri residenziali di elevata qualità).

Cass. n. 3675/1989

Ai fini dell'art. 844 c.c. l'intollerabilità delle immissioni (nella specie esalazioni provenienti dalla evaporazione di idrocarburi adoperati per il lavaggio di pezzi meccanici), da valutarsi tenuto conto del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, sussiste anche quando esse, pur non essendo di eccessiva entità, risultino nocive, a causa della loro costanza ed ineliminabilità che le rende insopportabili, al bene primario della salute.

Cass. n. 6534/1985

Ai fini della valutazione della liceità delle immissioni, l'art. 844 c.c. enuncia tre diversi criteri, di cui due obbligatori ed uno facoltativo e sussidiario: i criteri obbligatori sono quelli della normale tollerabilità e del contemperamento delle ragioni della proprietà con le esigenze della produzione, mentre il criterio facoltativo è quello della priorità del'uso.

Cass. n. 4523/1984

In tema di immissioni (nella specie di rumori), le disposizioni dell'art. 844 c.c. trovano applicazione avendo riguardo alla situazione del fondo che le riceve, con la conseguenza che se questo è sito in zona residenziale, la normale tollerabilità deve essere valutata in base ai criteri vigenti in tale zona, in cui le immissioni stesse si propagano, a nulla rilevando la loro normalità riferita al luogo di provenienza (nella specie, zona industriale).

Cass. n. 1115/1982

L'art. 844, secondo comma, c.c., che in materia di immissioni, prevede il contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, si applica in ogni caso in cui vi sia conflitto fra la tutela del diritto di proprietà e le esigenze della produzione, quale che sia il campo in cui questa si esplichi, industriale, agricolo o di altra natura, ed anche se essa concerna, invece di beni, servizi (nella specie: servizio della conservazione di prodotti ortofrutticoli, ai fini della vendita al dettaglio, realizzato da impianti refrigeratori).

Cass. n. 3401/1981

Ai fini della valutazione della liceità o meno delle immissioni, il criterio della priorità dell'uso ha natura secondaria e facoltativa, dovendo il limite della tollerabilità accertarsi tenendo conto, anzitutto, della situazione dei luoghi e della necessità di contemperamento delle esigenze della proprietà con quelle della produzione. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che, in una zona residenziale ma con prevalenti interessi industriali, il limite di tollerabilità dei rumori prodotti da uno stabilimento è, indipendentemente dalla data della sua installazione, inevitabilmente più elevato che in una zona soltanto residenziale. La Corte Suprema ha confermato tale decisione enunciando l'anzidetto principio).

Cass. n. 1364/1978

La disciplina dell'art. 844 c.c. è applicabile unicamente alle immissioni indirette, e cioè alle immissioni prodotte dalla propagazione o dalla ripercussione di un fatto posto in essere nel fondo del vicino, ma non alle immissioni dirette, causate immediatamente nel fondo altrui, né alle altre attività illecite compiute da terzi esclusivamente in quest'ultimo. Conseguentemente non può essere imposta al convenuto la chiusura del fondo destinato ad osteria per evitare i danni derivanti dallo sconfinamento di avventori del fondo vicino, poiché tale fatto non può configurarsi come la propagazione in alienum di un'attività svolta nel fondo, ma è un illecito autonomo, contro il quale non è data altra protezione se non quella offerta dall'art. 2043 c.c.

Cass. n. 111/1975

La priorità dell'uso in tema di immissioni ha carattere oggettivo, in quanto l'uso o la destinazione considerati in rapporto con la loro priorità riguardano i fondi e la produzione industriale nei loro reciproci rapporti, e non i proprietari e gli imprenditori tra quali sia sorta la controversia; essa non è pertanto identificabile con quella esistente al momento dell'acquisto della proprietà o della titolarità d'impresa da parte dei soggetti litiganti. (Nella specie, la C.S. ha ritenuto irrilevante, al fine di valutare la liceità delle immissioni di un impianto cementizio e determinare l'indennità dovuta in ragione delle immissioni dannose a carico di un terreno vicino, l'anteriorità dell'esercizio industriale rispetto alla data di acquisto del terreno stesso da parte dell'attore).

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 844 del c.c.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

11/09/2015 Calabria
Maria C. M. chiede
“Ho un problema di rumore e vibrazioni dovute a ventola di proprieta del vicino, posta su facciata esterna comune, al di sopra della mia finestra e affacciante su strada pubblica. Tramite fonometro personale ho verificato che il livello di immissione notturno eccede le soglie di tollerabilità, tuttavia non posso verificare le vibrazioni. Sono una donna sola in allattamento di un bambino di 4 mesi, vengo risvegliata di notte da un mese, ho cominciato and avere problemi gravi di salute, e, visto l'indifferenza dei vicini, sono stata costretta a lasciare l'abitazione, anche per timori sulla salute del bambino, con gravi danni alla vita familiare. Inoltre ho sviluppato un acufene e iperacusia. Ho fatto richiesta scritta al comune per dei controlli, tuttavia dopo in mese attendo ancora risposta. Sono stata ai carabinieri, ma non ho avuto delucidazioni. Non possiedo all momento un reddito fisso, il giudice di pace mi ha comunicato la necessità di istruire una causa civile e accertamenti tecnici con costi superiori a 1500 euro, che non ritengo di dover sostenere, per diritto alla sicurezza fisica e alla salute. Il comune/altri anti non dovrebbero provvedere ad accertamenti? E' necessaria querela per danno continuato al riposo e alla salute? Solo da un anno vivo in Italia, nel Regno Unito il comune verifica ogni problema su segnalazione gratuitamente ed il vicino in errore entro un mese viene multato per piu di 5000 pounds.”
Consulenza legale i 06/10/2015
Purtroppo le soluzioni che si sarebbero potute prospettare sono state già tutte menzionate nel quesito.
Nella situazione descritta, infatti, solitamente il primo passo da compiere è avvertire il comune, che dovrebbe effettuare una misurazione del rumore, di regola svolta materialmente da tecnici ARPA. Se il tecnico dovesse rilevare un livello di rumore eccedente il limite stabilito dal DPCM del 1997, sussisterebbe in capo al Sindaco un potere di ordinanza, come ufficiale di governo, per obbligare colui che provoca le immissioni a cessare immediatamente le stesse o a ridurne l'entità in modo da rientrare nella normale tollerabilità.

Nel nostro paese, tuttavia, tale intervento del comune è spesso poco sollecito e quasi mai risolutivo, e quindi il cittadino perlopiù deve rivolgersi al giudice di pace per ottenere una sentenza a suo favore. E' certamente vero che l'attore in giudizio deve sostenere inizialmente le spese di avvio del procedimento, ma se egli risulterà avere ragione ne avrà comunque ristoro: questo il meccanismo vigente nell'ordinamento italiano, dove le spese di lite vengono poste a carico della parte soccombente, che deve rimborsare la parte vittoriosa di tutto quanto anticipato per avviare e continuare il processo (contributo unificato, etc., ma anche i compensi del legale). Inoltre, si deve ricordare che la persona indigente (cioè chi possiede un reddito imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.369,24) ha diritto al gratuito patrocinio, cioè ad avere l'assistenza di un avvocato che verrà poi retribuito dallo Stato. A tal proposito, si può sentire il competente Consiglio dell'Ordine degli Avvocati.

Anche la querela è una strada potenzialmente percorribile, poiché si può configurare il reato previsto e punito dall’art. 659 del c.p. (disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone). Tuttavia, va segnalato che secondo una parte della recente giurisprudenza, per aversi contravvenzione i rumori devono arrecare disturbo alla tranquillità di molte persone, non di un solo vicino (v. Cass. pen., sez. I, 11.01.2012, n. 270: "Ne consegue che la contravvenzione in esame non sussiste allorquando i rumori arrechino disturbo, come nel caso di specie, ai soli occupanti di un appartamento, all'interno del quale sono percepiti, e non ad altri soggetti abitanti nel condominio in cui è inserita detta abitazione ovvero nelle zone circostanti; infatti, in tale ipotesi non si produce il disturbo, effettivo o potenziale, della tranquillità di un numero indeterminato di soggetti, ma soltanto di quella di definite persone, sicché un fatto del genere può costituire, se del caso, illecito civile, come tale fonte di risarcimento di danno, ma giammai assurgere a violazione penalmente sanzionabile").

Una soluzione economica e ancora da intraprendere può essere quella di convenire il vicino di casa in sede di conciliazione volontaria (i rapporti di vicinato non rientrano nelle materia obbligatorie, quindi la mediazione può essere intrapresa solo su base volontaria). In questo modo, con costi molto contenuti (il primo incontro è gratuito se la mediazione dà esito negativo), si può invitare la controparte a trovare una soluzione comune e si ottiene anche lo scopo di far capire che vi è intenzione di tutelare i propri diritti e di non "lasciar correre".
Il buon esito della conciliazione dipende certamente dalla volontà delle parti di risolvere il problema - il convenuto può semplicemente rifiutarsi di partecipare -, tuttavia come incentivo vi è il fatto che il giudice, nel successivo giudizio di merito, può prendere provvedimenti nei confronti della parte che ha rifiutato la proposta di conciliazione. Gli organismi di mediazione sul territorio sono molti, è consigliabile sentire in prima battuta il Consiglio dell'ordine territorialmente competente.

01/10/2014 Toscana
David C. chiede
“Vivo in zona IV da un po di tempo si sono insediate due fabbriche vicino a me (meno di 30 metri) . Misurando con un applicazione ho rilevato sul confine 55 Db i rumore è un ronzio di macchinari , colpi di fustellatrici e un soffio di compressore generalmente a cadenze regolari circa 2 minuti i lavori durano mediamente da lunedì a venerdì dalle 8.00 alle 20.00 il sabato dalle 8.00 alle 17.00 e talvolta anche la domenica. Che possibilità ho in una eventuale causa invocando la normale tollerabilità.”
Consulenza legale i 07/10/2014
Il codice civile, all'art. 844, sancisce che il proprietario di un fondo non può impedire i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi. Il codice specifica anche che devono essere tenute in considerazione le esigenze della produzione industriale, che potrebbero essere ritenute prevalenti sulle ragioni della proprietà.
La valutazione del livello di normale tollerabilità del rumore è lasciata al giudice di merito, che potrà liberamente apprezzarne l'eccessività e quindi ordinarne la cessazione.
Tuttavia, anche il giudice ha dei limiti entro i quali operare il suo giudizio. La legge n. 13 del 27.2.2009 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 30 dicembre 2008 n. 208, recante misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente”, all'art. 6-ter (Normale tollerabilità delle immissioni acustiche) stabilisce: "Nell’accertare la normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’articolo 844 del codice civile, sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso".
Le norme principali che disciplinano il settore dell’inquinamento acustico esterno sono contenute nella legge quadro 26 ottobre 1995, n. 447, nel DPCM 1 marzo 1991 e nel successivo DPCM 14 novembre 1997.
La legge quadro sull’inquinamento acustico ha riconosciuto ampi poteri alle regioni e agli enti locali, in particolare ai Comuni, in relazione alla classificazione acustica dei loro territori e al rilascio dei provvedimenti autorizzatori, da esercitare nell’ambito delle funzioni già detenute in materia di governo del territorio.
Il DPCM del 1997 ha disciplinato ulteriormente la materia, così definendo la "classe IV - aree di intensa attività umana": rientrano in questa classe le aree urbane interessate da intenso traffico veicolare, con alta densità di popolazione, con elevata presenza di attività commerciali e uffici, con presenza di attività artigianali; le aree in prossimità di strade di grande comunicazione e di linee ferroviarie; le aree portuali, le aree con limitata presenza di piccole industrie.
Nelle zone IV, i valori limite assoluti di emissione consentiti sono: periodo diurno (06.00-22.00), fino a 65 Db; periodo notturno (22.00-06.00), fino a 55 Db. Vi è chi lamenta che tali limiti siano eccessivi (già a 55DB, infatti, secondo alcuni studiosi, possono sorgere disturbi del sonno), ma purtroppo questi sono i livelli attualmente in vigore.

Nel caso di specie, quindi, il valore rilevato sembrerebbe non violare i limiti dettati dalla normativa. Tuttavia, è consigliabile affidare ad un tecnico specializzato la rilevazione del livello di "rumore", anche in riferimento alla zona in cui è prodotto il rumore, al fine di valutare con esattezza tale livello e verificare anche opportunamente la regolamentazione comunale in materia.
O ci si affida ad un privato, con l'intenzione poi di adire un giudice, oppure si può chiedere al Comune competente una misurazione del rumore, di regola effettuata da tecnici ARPA: se il tecnico dovesse rilevare un livello di rumore eccedente il limite stabilito dal DPCM del 1997, sussisterebbe in capo al Sindaco un potere di ordinanza, come ufficiale di governo, per obbligare colui che provoca le immissioni a cessare immediatamente le stesse o a ridurne l'entità in modo da rientrare nella normale tollerabilità.

11/02/2012 Veneto
Saverio chiede
“Salve.
Cosa è esattamente il "preuso"?”
Consulenza legale i 11/02/2012

Con "preuso" si vuol semplicemente significare, in modo sintetico, quanto espresso nell'ultima parte del corrente articolo laddove recita: "Può tener conto della priorità di un determinato uso"


26/05/2011 Toscana
Simone chiede

“Buongiorno,
abito al piano terra di un condominio e ho il giardino privato sia sulla facciata anteriore che sul retro del palazzo.
all'interno del mio giardino sita nella parte posteriore, ho montato un barbecue in muratura, che dista circa 5 metri dal balcone sovrastante piu vicino.
alcuni condomini hanno lamentato la possibilità di fumo.
la mia domanda è la seguente:
All'interno della mia proprietà ho degli obblighi da respittare in termini di distanza per montare il barbecue?
o sta al buon senso di chi lo usa?
i condomini possono farmi togliere il barbecue?

c'è da considerare che l'uso di questo elemento è molto raro... circa 3 / 4 volte l'anno.

grazie mille.”

Consulenza legale i 26/05/2011

La norma sulle immissioni regola i limiti di godimento del proprio fondo rispetto al fondo del vicino (anche non confinante). Si è ritenuto che l'art. 844 del c.c. sia applicabile anche agli edifici in condominio per i casi in cui un condomino nel godere della propria unità immobiliare dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini. Nell'applicazione della norma deve aversi riguardo al criterio della valutazione della normale tollerabilità delle immissioni da parte di chi deve subirle. E' bene ricordare che una certa tolleranza è sempre necessaria per permettere la vita in società, soprattutto qualora l'attività venga svolta saltuariamente. Parte della dottrina, infatti, prevede che, affinchè si possa parlare delle immissioni di cui all'art. 844 c.c., queste debbano concretarsi in attività lecite svolte con carattere di ripetitività, se non di continuità. Se, come prospettata nel caso di specie, le attività vengono svolte saltuariamente e nei limiti della normale tollerabilità, non vi sono gli estremi affinchè possano essere impedite.


18/05/2011 Abruzzo
ivan chiede
“il nostro vicino che vive ad un piano sotto di me, lamenta dei rumori, a suo dire molesti, dovuti al mio solo vociare con altri amici nelle diverse ore della giornata. Si lamenta sia alle 12 e sia alle 23 richiedendo anche l'intervento delle forze dell'ordine. Cosa posso rispondere? Posso dire che le immissioni sono lecite e non possono essere misurate? grazie”
Consulenza legale i 24/05/2011

Il limite della immissione è dato non dalla normalità del suo esercizio, ma dalla normale tollerabilità, anche in relazione alla specifica situazione ambientale, per chi deve subirla. La tollerabilità è un criterio oggettivo (che cioè prescinde dalle caratteristiche di un determinato soggetto). Si è ritenuto che l'art. 844 del c.c. sia applicabile anche agli edifici in condominio per i casi in cui un condomino nel godere della propria unità immobiliare e delle parti comuni dia luogo ad immissioni moleste o dannose nella proprietà di altri condomini. E' possibile che i condomini, attraverso regolamento condominiale, disciplinino i reciproci rapporti in materia di immissioni, adottando una norma più rigorosa dell'art. 844 c.c.: in tal caso la valutazione della liceità o meno dell'immissione deve essere effettuata alla stregua del criterio di valutazione fissato nel regolamento. Ciò non toglie che una certa tolleranza sia sempre necessaria, perchè altrimenti non sarebbe nemmeno possibile la vita in società. Solo quando sarà superata la normale tollerabilità il giudice potrà ordinare la cessazione della causa della immissione.


20/02/2011 Lombardia
Giuseppe chiede

“Causa disturbi notturni causati dalla messa in funzione di una macchina da lavoro (macchina da cucire professionale) dal condomino soprastante al mio appartamento dalla ore 23,30 fino alle ore mattutine, lo scrivente NON riesce a prendere sonno.
Nonostante i reiterati richiami, il rumore continua.
Che fare ?
In attesa di una Vs. risposta, ringrazio e invio cordiali saluti.”

Consulenza legale i 21/02/2011

Il problema lamentato trova soluzione nella tutela apprestata dall'art. 844 c.c.
Nel caso le immissioni sonore superino il limite della normale tollerabilità è possibile adire l'autorità giudiziaria affinché ordini al molestatore di cessare le immissioni o di ridurle entro i limiti del lecito.


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Testi per approfondire questo articolo

  • Le immissioni
    Acustiche - Gas - Elettromagnetiche - Condominiali - Come tutelarsi sul piano civile, penale, amministrativo

    Pagine: 200
    Data di pubblicazione: giugno 2011
    Prezzo: 30,00 -10% 27,00 €
    Categorie: Immissioni

    Le immissioni - di varia natura ed entità - assumono rilievo soprattutto per quanto riguarda la gestione dell'edificio e dei rapporti di vicinato, non solo sul piano giuridico, ma anche su quello pratico e tecnico.

    Il volume presenta un'ampia casistica, sulla base della giurisprudenza più recente e interessante, delle principali e più frequenti tipologie di immissioni - acustiche, di gas, elettromagnetiche - che possono capitare nelle abitazioni e ne analizza i... (continua)

  • Come tutelarsi nei rapporti di vicinato. Con CD-ROM

    Autore: Cirillo Bruno
    Collana: Legale
    Pagine: 400
    Data di pubblicazione: luglio 2011
    Prezzo: 44,00 -10% 39,60 €
    Categorie: Immissioni

    L’opera, con FORMULARIO e GIURISPRUDENZA, affronta le tematiche che diventano oggetto di litigi tra vicini di casa e che spesso sfociano in azioni giudiziarie per la loro risoluzione.

    I rapporti di vicinato sono i rapporti che intercorrono tra proprietari immobiliari confinanti ed hanno da sempre rappresentato la fonte di innumerevoli controversie (vicinitas est mater discordiarum).

    A tal fine, il legislatore ha dettato norme che prevedono limiti legali, identificati... (continua)

  • L'inquinamento acustico. Regole e procedure per la gestione del rumore. Con CD-ROM

    Editore: EPC libri
    Collana: Ambiente
    Pagine: 463
    Data di pubblicazione: settembre 2011
    Prezzo: 35,00 -10% 31,50 €

    Tutto quello che bisogna sapere per gestire il rumore e rispettare la normativa in vigore contro il cosiddetto inquinamento acustico. Ecco un volume studiato per tecnici competenti, funzionari, giuristi ma anche per il semplice cittadino, che spesso è il primo soggetto a fare i conti con questo problema sempre più diffuso soprattutto nelle grandi città. La normativa, inoltre, coinvolge enti locali e, soprattutto il Comune, chiamandoli a svolgere un ruolo di primissimo... (continua)

  • Il rumore del vicinato nelle controversie giudiziarie

    Data di pubblicazione: dicembre 2012
    Prezzo: 42,00 -10% 37,80 €
    Categorie: Immissioni

    Il libro tratta la controversia giudiziaria per immissioni di rumore nelle abitazioni: quando una persona è talmente disturbata dal rumore del vicino da fargli causa. Il rumore - soprattutto di notte - è prodotto da locali pubblici, impianti condominiali (centrali termiche, condizionatori, ascensori, ecc.), vociare, calpestio e attività industriali, artigianali, sportive, ecc..

    Perché il limite massimo della accettabilità amministrativa del Comune... (continua)

  • Il danno da immissioni

    Collana: Il diritto italiano nella giurisprudenza
    Data di pubblicazione: ottobre 2012
    Prezzo: 75,00 -10% 67,50 €
    Categorie: Immissioni

    L’Opera, una delle prime della nuova collana “Diritto italiano nella giurisprudenza” diretta dal Prof. Paolo Cendon e appartenente alla sezione “Responsabilità Civile”, approfondisce la disciplina della responsabilità civile legata al danno da immissioni.

    Attraverso un commento di taglio pratico rivolto esclusivamente al professionista, il volume analizza in particolare la disciplina del danno ambientale come previsto dal codice civile e... (continua)

  • Il rumore del vicinato

    Pagine: 275
    Data di pubblicazione: luglio 2010
    Prezzo: 34,00 -10% 30,60 €
    Categorie: Immissioni

    Il libro tratta la controversia giudiziaria per immissioni di rumore nelle abitazioni: quando una persona è talmente disturbata dal rumore del vicino da fargli causa.
    Il rumore - soprattutto di notte - è prodotto da locali pubblici, impianti condominiali (centrali termiche, condizionatori, ascensori, ecc.), vociare, calpestio e attività industriali, artigianali, sportive, ecc.
    Perché il limite massimo della accettabilità amministrativa (di... (continua)

  • Il rumore del vicinato.
    Il limite della tollerabilità e la consulenza tecnico-legale

    Collana: Progetto ente locale
    Pagine: 275
    Data di pubblicazione: maggio 2010
    Prezzo: 34,00 -10% 30,60 €
    Categorie: Immissioni

    Il disturbato e il responsabile del rumore, di regola, vivono a distanza l'uno dall'altro di pochi metri: nel rumore del vicinato - provocato da sorgenti sonore sia interne che esterne all'edificio, per via aerea o per via solida o strutturale - le due unità immobiliari sono spesso attigue o una sovrastante all'altra, separate solo da un muro perimetrale o da una soletta. Questo nuovo Manuale approfondisce nei vari aspetti le controversie giudiziarie riguardanti le suddette... (continua)


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