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Articolo 535 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 10/06/2019]

Possessore di beni ereditari

Dispositivo dell'art. 535 Codice civile

Le disposizioni in materia di possesso si applicano anche al possessore di beni ereditari, per quanto riguarda la restituzione dei frutti, le spese, i miglioramenti e le addizioni(1) [1148 ss. c.c.].

Il possessore in buona fede, che ha alienato pure in buona fede una cosa dell'eredità [1153, 1260 c.c.], è solo obbligato a restituire all'erede il prezzo o il corrispettivo ricevuto. Se il prezzo o il corrispettivo è ancora dovuto, l'erede subentra nel diritto di conseguirlo [2038](2) [1203 n.5, 2038 c.c.].

È possessore in buona fede colui che ha acquistato il possesso dei beni ereditari, ritenendo per errore di essere erede. La buona fede non giova se l'errore dipende da colpa grave [1147 c.c.].

Note

(1) Benchè non espressamente richiamata, si applica anche la norma di cui all'art. 1152 del c.c. che consente al possessore di buona fede di ritenere il bene fino a che non gli siano state corrisposte le indennità dovute.
(2) L'erede apparente in buona fede (sia rispetto alla sua qualità di erede che rispetto all'alienazione) è tenuto a restituire al vero erede il prezzo o il corrispettivo ricevuto. Se non ancora corrisposto, l'erede vero subentra nel diritto di conseguirlo.
Ove, invece, l'erede sia in male fede (quando, cioè, sappia di non essere l'erede) o l'alienazione sia avvenuta a titolo gratuito, l'erede vero può pretendere da quello apparente il valore del bene.
I medesimi criteri si applicano anche qualora l'erede apparente abbia acquisto beni con il denaro dell'eredità: se l'acquisto è avvenuto in buona fede all'erede vero spetta il bene acquistato, se avvenuto in male fede l'erede apparente deve restituire il denaro.

Ratio Legis

La norma tutela maggiormente l'erede apparente che sia in buona fede rispetto a quello in mala fede. Il primo, in caso di alienazione dei beni ereditari, è tenuto a restituire il prezzo ricevuto quale corrispettivo, il secondo deve invece deve corrispondere al vero erede il valore del bene.

Spiegazione dell'art. 535 Codice civile

Riconosciuta all’attore la qualità d'erede, a lui dovranno essere restituite tutte le cose ereditarie: i beni con i loro incrementi, i frutti, il prezzo di quelli alienati. Ma questo principio subisce due eccezioni: l'una per l'usucapione che il possessore delle cose ereditarie (singolarmente e non nel loro complesso considerate) o di alcuni beni abbia compiuto in suo favore; l'altra - esplicitamente regolata dal codice - in dipendenza della buona o mala fede del possessore.

Al possessore che sia chiamato a restituire le cose ereditarie, spetta, tanto se versa in buona fede quanto se è in mala fede, il diritto ad essere rimborsato delle spese necessarie integralmente e di quelle utili nella somma minore tra lo speso ed il migliorato (art. 1150 c.c.); solo nel primo caso, a garanzia di tale diritto può ritenere le cose, purché i miglioramenti siano stati fatti, sussistano realmente, vengano domandati nel giudizio di petizione ed una prova della loro sussistenza sia stata comunque fornita; delle spese voluttuarie non spetta alcun rimborso ma può venir esercitato lo ius tollendi sempre che non ne sia danneggiata la cosa.

Chi va ritenuto possessore di buona fede? L'attuale codice, al terzo comma dell’articolo in esame, ha precisato che possessore di buona fede è colui che ha acquistato il possesso di beni ereditari ritenendosi erede per errore, escludendo però i casi di colpa grave.

L'articolo in esame pone l'ipotesi che il possessore abbia, in buona fede, alienato una cosa dell'eredità: in tal caso egli è tenuto a restituirne all’erede il prezzo o il corrispettivo ma, se questi sono ancora dovuti, l'erede subentra nel diritto di conseguirli. La legge parla di alienazione e di prezzo, ma è ovvio che il principio dell’art. 535 non deve essere limitato solo all’ipotesi della vendita, poiché va esteso ad ogni alienazione onerosa; inoltre, per invocare, ai fini della responsabilità, lo stesso art. 535, è necessario che l’alienazione sia stata fatta in buona fede: è necessario, cioè, che la buona fede sussista ancora nel momento in cui si compie l'alienazione e non basta la buona fede iniziale.

Ma se il possessore non conserva più il prezzo delle cose alienate, se, cioè, lo ha consumato, oppure se, invece che a titolo oneroso, ha alienato beni a titolo gratuito, quali saranno i limiti della sua responsabilità? Il codice non ipotizza siffatti casi, i quali, perciò, devono essere considerati e decisi alla stregua dei principi generali in materia di possesso di buona fede.
Non così il diritto romano, che aveva disciplinato l’istituto della petitio ed anche i suoi effetti: per l’ipotesi in esame il senato-consulto Giovenziano aveva ritenuto requisito per la restituzione da parte del possessore di buona fede l’estremo dell’arricchimento; costui, cioè, era obbligato a restituire all’erede vero le cose alienate a titolo gratuito o il prezzo di quelle alienate a titolo oneroso, consumato, solo se ed in quantum locupletior factus esset. Per il nostro diritto si deve ritenere che, verificandosi le ipotesi in esame, il possessore di buona fede nulla sia tenuto a restituire all'erede vero, poiché re sua abuli putavit: siffatto principiò è confermato dall’art. 2037 c.c. ove si stabilisce - in tema di restituzione dell’indebito, ma la regola può essere applicata con efficacia più generale - che chi ha indebitamente ricevuto una cosa deve restituirla in natura se sussiste, mentre qualora non esista più o sia deteriorata, se egli l'ha ricevuta in mala fede (sapendo, cioè, che non gli era dovuta) deve restituirne il valore, quantunque sia deteriorata o distrutta per caso fortuito; se, invece, l'ha ricevuta in buona fede, non è tenuto a restituirla che sino alla concorrenza di ciò che è stato rivolto a suo profitto.
Discende dagli stessi principi generali in materia di possesso di buona fede che il possessore non è tenuto a rispondere, verso l’erede vero, del perimento delle cose ereditarie.

Gli effetti sin qui considerati nei riguardi del possessore di buona fede non si verificano tutti per il possessore di mala fede. Questi deve restituire i frutti senza distinguere tra i percepti, gli extantes ed i percipiendi (cioè quelli che non ha raccolto ma che avrebbe potuto raccogliere se avesse usato la dovuta diligenza); risponde dei deterioramenti verificatisi per caso fortuito a meno che non provi che la cosa sarebbe perita egualmente presso l’erede; ed infine, se ha alienato beni dell’eredità, è tenuto non solo a restituire il prezzo ricevuto, ma a rimborsare l’erede del valore della cosa, che può coincidere con quello, ma può essere anche superiore.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

260 A differenza del precedente testo, nel quale gli effetti del possesso dei beni ereditarii erano fissati parte con una disposizione circa la restituzione dei frutti, che ripeteva analoga norma dettata in materia di possesso, e parte con un rinvio alle disposizioni sul possesso (artt. 80 e 81), mi sono limitato nel nuovo testo ad un rinvio generale alle disposizioni sul possesso, mantenendo qui soltanto la norma relativa alle ipotesi di alienazione in buona fede di cose dell'eredità e quella che definisce il possessore in buona fede di beni ereditari. Ho poi integrato la definizione in modo da coordinare la norma con l'art. 1147 del c.c., aggiungendo una disposizione che esclude la buona fede se l'errore circa la qualità di erede dipende da colpa grave. Ho così sistemato la materia in un solo articolo (art. 535 del c.c.).

Massime relative all'art. 535 Codice civile

Cass. civ. n. 640/2014

L'art. 535, primo comma, cod. civ., che rinvia alle disposizioni sul possesso in ordine a restituzione dei frutti, spese, miglioramenti e addizioni, si riferisce al possessore di beni ereditari convenuto in petizione di eredità ex art. 533 cod. civ., mentre è estraneo allo scioglimento della comunione ereditaria; esso non si applica, quindi, al condividente che, avendo goduto il bene comune in via esclusiva senza titolo giustificativo, è tenuto alla corresponsione dei frutti civili agli altri condividenti, quale ristoro della privazione del godimento "pro quota".

Cass. civ. n. 5091/2010

Il principio della presunzione di buona fede di cui all'art. 1147 c.c. ha portata generale e non limitata all'istituto del possesso in relazione al quale è enunciato; pertanto, poiché l'art. 535 c.c. stabilisce che le disposizioni in materia di possesso si applichino anche al possessore dei beni ereditari, chi agisce, con l'azione di petizione, per la rivendicazione dei beni ereditari - eventualmente previo annullamento del testamento in base al quale è stato chiamato all'eredità il possessore di buona fede - non può pretendere da quest'ultimo il risarcimento dei danni, ma soltanto i frutti indebitamente percepiti, nei limiti fissati dall'art. 1148 c.c.

Cass. civ. n. 837/1986

Al possessore di beni ereditari, al quale si applicano le disposizioni in materia di possesso concernenti la restituzione dei frutti, le spese, i miglioramenti e le addizioni, non può essere riconosciuto anche il diritto di ritenzione nei confronti dell'attore in petizione di eredità, perché tale diritto, che attua un'eccezionale forma di autotutela, è insuscettibile di applicazione analogica a casi non contemplati dalla legge.

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