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Articolo 2385 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Cessazione degli amministratori

Dispositivo dell'art. 2385 Codice civile

L'amministratore che rinunzia all'ufficio deve darne comunicazione scritta al consiglio d'amministrazione [2380 bis] e al presidente del collegio sindacale [2398]. La rinunzia ha effetto immediato, se rimane in carica la maggioranza del consiglio di amministrazione, o, in caso contrario, dal momento in cui la maggioranza del consiglio si è ricostituita in seguito all'accettazione dei nuovi amministratori.
La cessazione degli amministratori per scadenza del termine [2383] ha effetto dal momento in cui il consiglio di amministrazione è stato ricostituito.
La cessazione degli amministratori dall'ufficio per qualsiasi causa deve essere iscritta entro trenta giorni nel registro delle imprese a cura del collegio sindacale [2188, 2194, 2626].

Ratio Legis

La norma in commento è applicabile, oltre agli amministratori delle società organizzate secondo il modello tradizionale, anche ai componenti del consiglio di gestione nel modello dualistico (2409 undecies) e a quelli del consiglio di amministrazione nel modello monistico (2409 noviesdecies).

Brocardi

Simul stabunt aut simul cadent

Spiegazione dell'art. 2385 Codice civile

La norma in commento riguarda gli amministratori ma può essere applicata anche ai liquidatori.
Il legislatore sancisce il principio della continuità dell'organo gestorio e dispone la prorogatio della funzione amministrativa per il periodo compreso tra il termine naturale del mandato e l'accettazione dell'incarico da parte degli amministratori che seguono. Gli amministratori scaduti conservano i poteri anteriori alla scadenza.
Le dimissioni ("dichiarazione di rinuncia") degli amministratori richiedono la forma scritta. Tale dichiarazione ha natura unilaterale recettizia.
Destinatario delle dimissioni è il presidente del c.d.a. In mancanza del presidente, la rinuncia deve essere indirizzata a ciascun amministratore.
La rinuncia si perfeziona e diviene irrevocabile quando giunge a conoscenza dei destinatari.
La rinuncia può essere non motivata e non obbliga il dimissionario a indennizzare la società.

Continua a sussistere la prassi delle c.d. dimissioni in bianco, cioè quelle che talvolta accompagnano l'accettazione della carica di amministratore. Tale prassi non contravviene alle norme di ordine pubblico e risulta lecita.

Altre cause di cessazione sono:
- la morte dell'amministratore, che rimane soggetta alla disciplina pubblicitaria prevista per le altre cause e non consente la successione nel rapporto gestorio degli eredi;
- l'estinzione della società;
- particolari clausole previste dallo statuto, come la clausola simul stabunt simul cadent (v. 2386);
- la liquidazione.

Non è causa di cessazione degli amministratori il fallimento della società, che anzi richiede il compimento di atti proprio da parte degli amministratori.

La cessazione dalla carica degli amministratori è soggetta a iscrizione nel Registro delle imprese con effetto dichiarativo. A far iscrivere la cessazione è tenuto il collegio sindacale, non i singoli amministratori.

Massime relative all'art. 2385 Codice civile

Cass. n. 21563/2008

I poteri di rappresentanza dell'amministratore di società di capitale cessano per effetto di un valido atto di rinuncia, senza che si renda a tal fine necessaria, salvo specifico patto, la sussistenza di una giusta causa o l'accettazione di quell'atto da parte dei soci. L'art. 2385 cod. civ., infatti, a differenza dell'art. 2383, dettato per l'ipotesi di revoca dell'amministratore, non contempla fra i presupposti della rinuncia l'esistenza di una giusta causa e tale esclusione non prospetta nessuna violazione grave di principi generali, né alcuna ingiustificata carenza di tutela per la società, il cui interesse alla continuità dell'attività gestoria può facilmente essere soddisfatto con l'immediata sostituzione dell'amministratore; sicchè deve escludersi la necessità di far ricorso all'applicazione analogica dell'art. 1720 cod.civ.

Cass. n. 25944/2007

In tema di rimozione delle cause di ineleggibilità alla carica di consigliere regionale da parte di un amministratore con funzioni di rappresentanza di ente o di azienda dipendente dalla Regione, non si applica l'art. 2385 c.c., il quale prescrive la comunicazione delle dimissioni anche al presidente del collegio sindacale, in quanto la norma è dettata per le dimissioni degli amministratori di società di diritto privato e non è perciò riferibile anche all'ipotesi di dimissioni rese da amministratore di un ente pubblico.

Cass. n. 8912/2003

In tema di cessazione degli amministratori di società, il secondo comma dell'art. 2385 c.c. non è norma limitativa delle loro attribuzioni nel periodo di proroga; deve pertanto escludersi che i compiti di gestione di detti amministratori siano circoscritti, in tale periodo, agli atti di ordinaria amministrazione.

Cass. n. 8612/1997

Il principio di diritto secondo il quale al componente del consiglio di amministrazione di una società va riconosciuta la facoltà di permanenza in carica, nonostante la scadenza del suo mandato, fino a quando non siano stati sostituiti tutti gli altri componenti del consiglio medesimo non è rinvenibile in alcuna delle norme stabilite dall'ordinamento in tema di società e, in particolare, né nell'art. 2385, secondo comma c.c. (che ha soltanto lo scopo di assicurare la contestualità tra cessazione e sostituzione, ma non consente di far permanere in carica il precedente amministratore, nonostante la sua sostituzione), né nel successivo art. 2386 (che disciplina la sola ipotesi della sostituzione degli amministratori di nomina assembleare, nel caso che alcuni di essi vengano a mancare nel corso del mandato e, cioè, anteriormente alla cessazione naturale del loro incarico), costituendo, per converso, la clausola simul stabunt, simul cadunt una evidente deroga, in subiecta materia, alle disposizioni legislative, la liceità della quale si riconnette direttamente al principio della libertà di manifestazione della autonomia privata che non contrasti con norme imperative, ma la cui validità risulta inderogabilmente condizionata alla esistenza di una esplicita previsione statutaria.

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Quesiti degli utenti
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Giovanni D. chiede
domenica 24/09/2017 - Lazio
“Buongiorno.
Sono consigliere di una Srl e intendo rassegnare le dimissioni soltanto da consigliere mantenendo le quote. Le mie dimissioni non comprometterebbero l'attuale Cda in qunto possiedo il 10% della Srl , mentre gli altri tre soci ne detengono il 90%.
Quali azioni devo intraprendere?
Rimanere in possesso delle quote crea un conflitto di interessi considerando che andrei a lavorare in una società che opera nello stesso settore?
Grazie”
Consulenza legale i 03/10/2017
Prima di rispondere al quesito posto, si ritiene utile precisare che l’incarico a cui si vuole rinunciare è quello di consigliere di un Consiglio di amministrazione di una società a responsabilità limitata, organo amministrativo di tipo collegiale della società.

Per fare ciò non occorre ordinariamente intraprendere alcuna particolare azione, in quanto l’amministratore di una società a responsabilità limitata non è vincolato da un contratto di lavoro e può, in qualsiasi momento, rinunciare al proprio incarico.

Il riferimento normativo si rinviene nell’art. 2385 c.c., rubricato proprio “Cessazione degli amministratori”.

Dal testo di tale norma si ricava che la volontà di rinunciare va manifestata con una formale lettera di dimissioni, la quale può esser fatta pervenire alla società in qualsiasi momento, anche qualora si fosse investiti della carica di amministratore non a tempo indeterminato, bensì con un termine fisso di scadenza (in tal caso ciò che si richiede è una adeguata motivazione).

Ovviamente il rispetto del comune principio di buona fede, così come l’esigenza di evitare richieste risarcitorie da parte dell’azienda, possono imporre al consigliere di amministrazione di mantenere la carica fino alla nomina di un nuovo amministratore in sua sostituzione, o comunque per quel termine che potrà ritenersi congruo per la sua sostituzione.
A tal fine si reputa sufficiente indicare nella lettera di dimissioni il termine dal quale la comunicazione dovrà ritenersi valida ed efficace, dichiarandosi che fino a tale data si rimarrà in carica per l’espletamento della normale amministrazione.

Nel caso come quello in esame, in cui l’organo amministrativo risulta composto da un consiglio di amministrazione, la suddetta lettera di dimissioni andrà notificata al Consiglio di amministrazione, il quale sarà così posto in condizione di convocare l’assemblea dei soci oppure nominare un nuovo amministratore, a seconda di quanto previsto dallo statuto sociale.

Ricevuta tale formale comunicazione, l’assemblea dei soci, e/o il consiglio di amministrazione, a seconda dei casi, potrà:
  1. accettare le dimissioni, con la conseguenza che l’amministratore potrà considerarsi immediatamente libero da ogni obbligo. Una volta accettate le dimissioni, si dovranno restituire tutti i documenti ed i beni pertinenti alla società in proprio possesso, redigendo di ciò apposito verbale per conservarne la prova.
  2. accettare le dimissioni, ma contestualmente deliberare un differente termine di decorrenza della loro efficacia, richiedendosi all’amministratore uscente di rimanere in carica fino a tale data.
  3. se infine la società non dovesse preoccuparsi di disporre la nomina di un nuovo amministratore in tempi ragionevoli, e la rinuncia dovesse far venir meno la maggioranza del Consiglio di amministrazione, con conseguente sua impossibilità di funzionamento, si renderà necessario fare istanza al Tribunale per la nomina di un amministratore giudiziale, che possa sostituire l’amministratore dimissionario (ovviamente trattasi di una ipotesi che presuppone già dei problemi all’interno del gruppo dei soci o gestionali dell’azienda).

Relativamente al secondo quesito, ossia quello di un eventuale conflitto di interessi che potrebbe insorgere per lo svolgimento di attività lavorativa presso altra società operante nello stesso settore di quella in cui si mantiene la qualità di socio, va detto che al riguardo non sussiste alcun ostacolo giuridico.
Infatti, in tal senso può chiaramente argomentarsi dal contenuto dell’art. 2390 c.c., norma che pone un divieto di concorrenza soltanto per coloro che rivestono la qualifica di amministratori di una società di capitali e che a loro volta contestualmente:
  1. assumano la qualità di soci illimitatamente responsabili in società concorrenti
  2. esercitino un'attività concorrente per conto proprio o di terzi
  3. rivestano la posizione di amministratori o direttori generali in società concorrenti.
L’ipotesi che ci interessa, dunque, sarebbe quella prevista sub lettera b), ossia di svolgimento di una attività concorrente per conto di terzi (l’altra società), ma in questo caso non si ricade nel divieto poiché si rivestirebbe la semplice qualità di socio in una delle società e quella di lavoratore nell’altra.
Ovviamente, quanto sopra detto deve anche trovare conferma nello statuto societario, il quale potrebbe dettare una diversa disciplina e richiedere, ad esempio, anche per tale ipotesi, la preventiva autorizzazione da parte dell’assemblea.

Si sottolinea infine che, sempre in forza della norma sopra richiamata, le conseguenze della violazione di tale divieto sono la revoca dall’ufficio di amministratore ed una responsabilità per eventuali danni, di cui comunque dovrà essere fornita adeguata prova.

Testi per approfondire questo articolo

  • Le società per azioni. Codice civile e norme complementari

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    Collana: Le fonti del diritto italiano
    Data di pubblicazione: maggio 2016
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    I commenti tengono conto dei copiosi interventi normativi operati sia a livello europeo sia dal legislatore nazionale (in particolare le novelle più recenti sul salvataggio delle imprese, anche bancarie, in crisi, e in materia di bilancio), nonché delle ultime novità giurisprudenziali - con un'attenzione peculiare agli orientamenti delle Sezioni Unite della Cassazione, come ad esempio in tema di falso in bilancio -, fornendo al professionista e allo studioso uno strumento... (continua)