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Articolo 1033 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Obbligo di dare passaggio alle acque

Dispositivo dell'art. 1033 Codice civile

Il proprietario è tenuto a dare passaggio per i suoi fondi alle acque di ogni specie che si vogliono condurre da parte di chi ha, anche solo temporaneamente, il diritto di utilizzarle per i bisogni della vita o per gli usi agrario industriali [1034 ss.] (1).

Sono esenti da questa servitù le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti.

Note

(1) Il titolare del fondo dominante può portare le acque su un fondo altrui al fine di sopperire ai bisogni della vita, e secondo le necessità imposte dagli usi agrari ovvero dagli usi industriali, sempre che sussistano i presupposti stabiliti dal legislatore (art. 1037 del c.c.).
Egli deve, peraltro, provvedere alla realizzazione del necessario acquedotto, a meno di non accordarsi col proprietario del fondo servente per il passaggio delle acque in uno proprio già in essere (art. 1034 del c.c.).
Se, inoltre, la costruzione dell'acquedotto effettuata dal titolare del fondo dominante richiede l'attraversamento al disopra o al disotto degli acquedotti già presenti nel fondo servente, questi deve farsi carico provvedere alla realizzazione delle opere indispensabili per impedire che tali condutture possano venire compromesse (art. 1035 del c.c.).

Brocardi

Aquaeductus est ius aquam ducendi per fundum alienum
Servitus cloacae immittendae

Spiegazione dell'art. 1033 Codice civile

Contenuto. Distinzione dalla servitù di presa d'acqua

L'acquedotto coattivo importa la facoltà in colui, a cui favore sorge, di far passare le acque per il fondo altrui e costruire e tenere su questo gli impianti necessari per il passaggio dell'acqua (canali, ecc.). Per il proprietario del fondo soggetto, non c’è che un onere consistente in un pati: sopportare il passaggio delle acque, la costruzione e l'esistenza dell'acquedotto.

La servitù di acquedotto coattivo non è da confondere con quella di presa d'acqua. Anche questa, a differenza della pura e semplice servitù di attingere acqua (servitus aquae haustus), può essere esercitata a mezzo di canale o altra opera (art. 1090 del c.c.), ciò nondimeno, si distingue dalla servitù in esame per il diverso contenuto: l'una dà facoltà di prendere l'acqua dal fondo altrui, l'altra di far passare l'acqua per il fondo altrui. Com'è stato osservato, esse possono integrarsi, ciò accade quando il titolare della servitù di acquedotto fa passare acqua che prende, in virtù di servitù di presa d'acqua, da fonte altrui.


Natura giuridica

Dubbia è la natura giuridica dell'acquedotto coattivo. Da un pezzo si è levata qualche voce contro la tesi secondo cui si tratterebbe di una servitù prediale. Per risolvere una cosi importante questione è necessario anticipare l’esame di alcuni punti controversi.

Anzitutto bisogna domandarsi: con la costituzione dell'acquedotto coattivo passa la proprietà del suolo al titolare del diritto di acquedotto ? No, o meglio, non passa la proprietà del suolo laterale, nè quella del suolo sottoposto o sottostante, nè quella del suolo occupato. Infatti, anche se soltanto l’ultima si acquistasse da chi ottiene l'acquedotto coattivo, questo si risolverebbe in una espropriazione di una pars fundi e si avrebbe una proprietà superficiaria, con conseguente diritto di inerenza sul fondo altrui. Ora, di una tale costruzione non sembra esserci traccia nella legge. Non può invochi l'argomento per cui, nel passaggio perpetuo, l’ indennità deve corrispondere al valore del terreno occupato: infatti un tale criterio risponde ad esigenze economiche e pratiche, il pezzo del fondo occupato non è in alcun modo utilizzabile per il proprietario. Pertanto l'acquedotto coattivo dà solo un diritto sul suolo altrui: il fondo rimane altrui, sia per il terreno occupato che per il resto.

Da ciò si è giunti ad una prima deduzione: l'acquedotto coattivo rappresenta il contenuto di un diritto reale su cosa altrui. Ma tale diritto reale è una servitù prediale vera e propria ? La difficoltà sta nel fatto che è dubbia l’ esistenza del fondo dominante. Che sia necessario un fondo dominante si contestava già vecchio codice e si può contestare anche per il nuovo in base alla considerazione che l'uno e l'altro ammettono l'acquedotto a vantaggio « di chi », anche temporaneamente, ha il diritto di utilizzare le acque per la necessità o i bisogni « della vita » (art. 598 codice del 1865, art. 1033 codice attuale).

Quest'ampiezza di terminologia legislativa ha autorizzato le più varie soluzioni: si è detto che non solo il proprietario di un fondo, ma anche l'enfiteuta, l'usufruttuario e il conduttore possono acquistare il diritto di acquedotto coattivo, si è detto che anche per l’ utilità altrui si può chiedere ed ottenere l'acquedotto e, di conseguenza, anche per speculare sull'acqua, vendendola ad altri; si è, alla fine, osservato che per necessità o bisogni della vita si fa riferimento alle utilità personali. A difesa di tale tesi si è posto in risalto il contrasto fra la formulazione della norma in questione « ....da parte di chi.... per i bisogni della vita.... » e quella della disposizione generale (art. 1027 del c.c.) che definisce le servitù prediali, ove si fa menzione di « utilità di un altro fondo ». La conclusione cui si perviene è questa: l'acquedotto coattivo non è sempre una servitù prediale, talvolta è a favore di una persona, come l'usufrutto e l'uso.

Appare preferibile la tesi opposta, per cui l'acquedotto coattivo è sempre una servitù prediale. All'argomento tratto dalla diversità di formulazione della disposizione contenuta nell'art. 1033 rispetto a quella di cui all'art. 1027 (art. 598 e 531 codice del 1865) si oppone il ripetersi continuo, per 1' acquedotto coattivo, del termine servitù: cosi, il titolo del capo II, cosi l'art. 1032, cosi l'art. 1033, comma 2, proprio con riguardo all'acquedotto (« questa servitù»).

Quanto alle altre argomentazioni, è innegabile che qualcuna è esatta nelle premesse, ma va constatato che essa è erronea nelle conseguenze: si può, indubbiamente, ammettere che anche il conduttore possa chiedere l'acquedotto coattivo, ma ciò non legittima la deduzione che, allora, non c’è bisogno di un fondo dominante. La deduzione è un'altra: questa servitù, per la sua funzione, può acquistarsi anche da chi non è proprietario del fondo. Infatti l'acquedotto coattivo rimarrà, anche quando la locazione-conduzione sarà finita, salvo l'obbligo (personale) del proprietario del fondo avvantaggiato di rivalere il colono dell'indennità pagata al proprietario del fondo, su cui ha ottenuto il passaggio della acque.

Invano, poi, si cerca di dimostrare che non è necessario un fondo dominante invocando la tesi che si può chiedere l'acquedotto per utilità altrui e, quindi, per fare oggetto di speculazione l'acqua vendendola ad altre persone: questa tesi è tutta da dimostrare. Essa è ritenuta dai più erronea, e a ragione: basta infatti considerare che la concessione è subordinata all'esistenza di bisogni della vita o usi agrari o industriali, dove sia gli uni che gli altri si devono determinare all'atto della richiesta di concessione.

Alla fine, non è decisivo l'argomento per cui l'acquedotto può ottenersi anche per « bisogni della vita ». Se si trattasse di un diritto con altro oggetto (prendere aria, raccogliere legna o taluni frutti del fondo) sarebbe decisiva la considerazione che ove si ammetta un tale diritto per i soli bisogni della vita, senza che si richieda un fondo, si ha una specie di servitù personale (irregolare). Ma qui si tratta di acquedotto, dato per i bisogni della vita: orbene, per quanti sforzi di fantasia si facciano, non si può immaginare un acquedotto che debba essere utilizzato da una persona come tale, al di fuori di una casa o di un fondo in cui viva. Chi saprebbe immaginare un acquedotto coattivo acquistato da un tale per andare a bere o a lavarsi, come semplice viandante o passeggero?

Un fondo dominante è un presupposto necessario per la stessa natura, per lo stesso contenuto del diritto: « i bisogni di vita » non prescindono da tale presupposto, una volta messi in rapporto con il mezzo con cui devono soddisfarsi (acquedotto). Tutto ciò può spiegare pure perché la legge non parli qui di un « fondo dominante »: del resto la collocazione della norma sotto le servitù in genere e le « ser-vitù coattive » in particolare rendeva inutile la menzione di un fondo dominante, menzione che si sarebbe risolta in una mera ripetizione. Concludendo: « bisogni di vita » sono quelli che si soddisfano in una casa (acqua da bere, acqua pel bagno, per gli usi di cucina, ecc.), sia propria sia tenuta in qualità di enfiteuta, usufruttuario, od anche conduttore.


Estremi. Il diritto dell'acqua

Determiniamo ora il contenuto della norma che impone l'acquedotto fissandone con precisione gli estremi.
Come accennato precedentemente, a carico del fondo servente sorge, quando la servitù è costituita, con la convenzione o la sentenza (art. 1032 del c.c.), un onere consistente in un pati: sopportare, cioè, il passaggio dell'acqua, la costruzione e l'impianto dei canali. Il pati ha, dunque, un duplice oggetto: l'uno e l'altro costituiscono indivisibilmente il contenuto della servitù, con la conseguenza che l'acquedotto coattivo non può pretendersi nè deve subirsi quando manca l'uno o l'altro oggetto.

Dal punto di vista dei soggetti della servitù di acquedotto coattivo, è da precisare che da una parte c’è il proprietario del fondo servente, e anche l'enfiteuta, come si e visto esaminando l' art. 1032 del c.c., può addivenire alla convenzione costitutiva della servitù ma, in tal caso, questa cessa col cessare del diritto di enfiteusi. Quindi chi chiede l'acquedotto fa bene ad ottenere il consenso del concedente. Dall' altra parte, è necessario che chi chiede la servitù abbia il diritto di utilizzare le acque per cui deve attuarsi il passaggio.

Il diritto di servirsi delle acque, lungi dallo scaturire dalla servitù di acquedotto, ne costituisce il presupposto. Esso può spettare al richiedente a qualunque titolo: non è quindi necessario che egli sia proprietario dell'acqua, basta che abbia il diritto di goderne, anche temporaneamente, e cioè in qualità di enfiteuta, pure temporaneo, usufruttuario, anticresista o fittavolo dell'acqua. Nè ha alcun rilievo la breve durata per cui si ha il diritto ad usare dell'acqua, e tanto meno è necessario che il richiedente abbia sull'acqua lo stesso diritto che ha sulla casa o sul terreno a cui l'acqua deve servire: egli può essere proprietario dell'acqua e conduttore del fondo, o viceversa. Il semplice possessore dell'acqua, sia pur animo domini, non può richiedere l'acquedotto: infatti il possessore come tale non ha diritto all'acqua, ma può solo goderne di fatto.

Soluzione opposta si deve, invece, accogliere nei casi in cui il diritto c’è, sia pure ope legis : cosi « il proprietario di un fondo limitato o attraversato da un'acqua non pubblica, che corre naturalmente e sulla quale altri non ha diritto, può, mentre essa trascorre, fame uso per la irrigazione dei suoi terreni e per l'esercizio delle sue industrie.... » (art. 910 del c.c.; art. 543 cod. 1865), cioè ha il diritto di usarne e, quindi, ben può chiedere l'acquedotto. Non si può opporre che egli non è proprietario assoluto dell'acqua perché ciò non è infatti necessario.

Poiché presupposto dell'acquedotto è il diritto all'acqua, non si può chiedere l'acquedotto per un tempo maggiore di quello per cui si ha diritto a disporre dell'acqua, ma per uno minore sì.

Alla fine è da osservare che, come si dirà commentando l’ art. 1037 del c.c., l'onere della prova circa il diritto all'acqua incombe a colui che chiede l'acquedotto: ciò risponde al principio generale sulla ripartizione dell'onere della prova, per cui ciascuno deve provare gli elementi costitutivi, particolari, della sua pretesa o azione.


Varie specie di acque

Le acque per cui è da costituire la servitù di acquedotto possono essere « di ogni specie », ossia sorgive o piovane, correnti o stagnanti, intermittenti o meno, di volume costante o vario, chiare o torbide, fredde o calde, termali, private o demaniali (purché sia stato concesso il diritto a disporne). È indifferente che in una parte dell'anno non scorrano, è necessario che scorrano in corrispondenza all'uso per cui devono servire, cosi ad es. nel periodo dell'irrigazione.


Utilizzazioni delle acque per bisogni della vita o per usi agrari ed industriali

Il fine per cui l'acquedotto coattivo può aver luogo è l'utilizzazione delle acque « per i bisogni della vita o per usi agrari od industriali ». Tale utilizzazione deve essere effettivamente possibile e non solo immaginaria. Non è richiesta la necessità assoluta e neppure quella relativa: basta l’ utilità. Questo è un punto ancor più sicuro nel nuovo codice, che all'espressione adoperata nel vecchio « necessità della vita » (art. 598) ha sostituito l'altra, più comprensiva, « bisogni della vita ». Cosi si deroga al principio, dinanzi illustrato, secondo cui per le servitù coattive si richiede la necessità, sia pur relativa.

Per « bisogni della vita » si intendono tutti gli usi possibili dell'acqua in una casa: bere, lavare, cucinare. Come si è detto poc'anzi, è da escludere un uso che il richiedente voglia fare dell'acqua indipendentemente da ogni abitazione. Inoltre, l'acquedotto può aversi per utilizzare l'acqua per « usi agrari o industriali ». Anche qui sono da ammettere tutti gli usi immaginabili: abbeverare gli animali, irrigare i fondi, fare le colmate, macerare canapa o lino, animare opifici, mulini, stabilimenti chimici o idroterapici.

Si è discusso se si ha servitù di acquedotto per ridurre a stagno — come si pratica in alcuni luoghi — i terreni coltivati, per uno o più anni, al fine di fargli produrre abbondanti raccolte. È preferibile la risposta affermativa, perché per « usi agrari » bisogna intendere tutti i bisogni dell' agricoltura.

Si è, del pari, posto in dubbio che l'acquedotto possa pretendersi per utilizzare l'acqua a fini di abbellimento, ad es., per animare fontane zampillanti. È preferibile la soluzione negativa, salvo che con lo scopo voluttuario non concorra uno utilitario, ad es., rinfrescare l'aria con la fontana zampillante in un luogo torrido, ecc.

Parimenti esclusa è la possibilità di richiedere l'acquedotto ai fini di utilizzare l'acqua non per utilità propria, ma per speculazione, come detto precedentemente.


Fondi oggetto della servitù

La servitù di acquedotto coattivo ha per oggetto « i fondi ». Tutti i fondi sono soggetti alla servitù, pertanto essa può domandarsi a carico di qualunque fondo intermedio. È irrilevante la distanza del fondo da quello in cui è situata la fonte o deve utilizzarsi l'acqua. Sono esclusi sono i fondi demaniali, salva la compatibilità dell'acquedotto con l'uso cui essi sono destinati, ed è ammessa la revocabilità della stessa servitù, benché legale. Per la disposizione di natura eccezionale contenuta nel comma 2 della norma che stiamo esaminando, sono esenti dalla servitù dell'acquedotto coattivo « le case, i cortili, i giardini, e le aie ad esse attinenti ». Si discute se, oltre le case, sono esenti gli edifici in genere: è preferibile la soluzione affermativa.

Quanto ai cortili, ai giardini e alle aie, perché siano esenti, devono essere « attinenti » alle case. Se non sono tali (il che, per i cortili, deve escludersi a priori), sono soggetti all'acquedotto: l’ « attinenza » non significa, però, contiguità, è infatti sufficiente la vicinanza. È indifferente che i giardini, i cortili e le aie siano aperti o chiusi. I parchi e altri recinti, diversi dai giardini e dai cortili, sono soggetti alla servitù.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 1033 Codice civile

Cass. civ. n. 14384/2010

In tema di servitù prediali, la titolarità del diritto di servitù di acquedotto o di scarico sul fondo altrui comporta la proprietà delle opere realizzate per l'esercizio del diritto stesso, soprattutto qualora non risulti diversamente dal titolo e dalla servitù non tragga alcun vantaggio il proprietario dei fondo servente.

Cass. civ. n. 16234/2006

Il titolare del diritto di servitù coattiva di acquedotto, ai sensi dell'art. 1033 c.c., ha diritto di mantenere le opere necessarie al relativo esercizio fin quando sussiste, per il proprio fondo, il requisito della utilitas la quale, nel caso in cui la servitù sia posta a favore di una costruzione, viene meno se si sia accertato che essa è stata eseguita in violazione di un divieto assoluto di edificare.

Cass. civ. n. 8815/2003

La titolarità della servitù attiva di acquedotto postula la proprietà degli impianti e della rete di distribuzione dell'acqua, sicché tale ius in re aliena non è configurabile sulla base dell'utenza del servizio di fornitura idrica.

Cass. civ. n. 3055/1995

L'art. 1033 comma secondo c.c., che esonera le case, i giardini e le aie ad esse attinenti dalla servitù di acquedotto, si riferisce solo alle servitù coattive e non può essere invocato, quindi, per negare una servitù volontaria o, addirittura, la tutela, in sede possessoria, dell'esercizio di fatto del potere corrispondente.

Cass. civ. n. 3625/1981

Il passaggio coattivo di acqua, previsto dall'art. 1033 c.c., ben può essere richiesto in perpetuo — e cioè per un tempo indeterminato — qualora, sulla scorta di una concessione soggetta a rinnovazione tacita ad ogni successiva scadenza, sia incerta, ma presumibilmente non breve, la futura durata della disponibilità dell'acqua; fermo, in tal caso, il principio che, venuta meno siffatta disponibilità, anche il peso per il fondo coattivamente assoggettato debba venire a cessare. Ed è compito del giudice del merito — il cui accertamento è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da congrua motivazione — valutare, in relazione alle peculiari, concrete circostanze, se ricorre il suddetto requisito.

La nozione di «acque d'ogni specie», posta dall'art. 1033 c.c. in tema di servitù di passaggio coattivo, prescinde dal grado di impurità delle acque stesse e dalla presenza di sostanze recate allo stato di sospensione, includendovi anche quelle luride per la presenza di rifiuti, purché questi ultimi non siano di tale entità da far escludere che si tratti di scarico di acqua.

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Consulenze legali
relative all'articolo 1033 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Anonimo chiede
sabato 05/10/2019 - Veneto
“Buongiorno, ho la necessità di sapere,con certezza, se per effetto della Legge del 28 luglio 2016 n. 154 Art.3 la costituzione di servitù di metanodotto è diventata coattiva anche in ambito urbano e se, pertanto, la sentenza n. 11563 del 06.06.2016 della Corte di Cassazione ha perso di efficacia.
I fatti.
Qualche anno addietro i miei confinanti installarono contro la mia volontà e nonostante la mia contrarietà le condotte del gas metano in mio fondo, adducendo di averne diritto senza però portare argomenti o documenti concreti a sostegno della loro affermazione.
Attesa Vostra gentile risposta al fine di decidere eventuali rivalse contro i confinanti.”
Consulenza legale i 11/10/2019
Procediamo con ordine.
Con la sentenza n. 11563 del 06/06/2016, la II Sezione civile della Corte di Cassazione ha statuito che è inammissibile la costituzione coattiva di una servitù di gasdotto atteso il carattere tipico delle servitù coattive e la non estensibilità dell'art. 1033 del c.c., trattandosi di situazioni non assimilabili sotto il profilo strutturale e funzionale per la pericolosità insita nell'attraversamento sotto terra della fornitura di gas, non ricorrente per il trasporto delle acque.
Dunque, con la pronuncia in esame, la Suprema Corte ha ritenuto non applicabile estensivamente l’art. 1033 c.c. (che disciplina appunto la servitù coattiva di acquedotto) all’ipotesi della costituzione di una servitù di metanodotto.


Di pochissimo successiva alla sentenza in questione è l’approvazione dell’art. 3 della legge n. 154/2016 che, appunto, ha introdotto una nuova fattispecie di servitù coattiva.
La norma prevede infatti che “i proprietari di strade private sono tenuti a consentire il passaggio di tubazioni per l'allacciamento alla rete del gas di utenze domestiche o aziendali, compresa l'installazione di contatori, nonché il passaggio di tubazioni per la trasmissione di energia geotermica. Ai fini del rispetto dell'obbligo di cui al presente comma, il sindaco del comune territorialmente competente, su richiesta degli interessati, autorizza l'esecuzione dei lavori di cui al primo periodo, tenendo in debita considerazione la stagionalità delle colture cui sono destinati i terreni agricoli adiacenti le strade private oggetto dei lavori, al fine di impedire o limitare gli eventuali danneggiamenti alle coltivazioni. L'applicazione delle disposizioni di cui al presente comma comporta l'obbligo di ripristino della strada nello stato antecedente il lavoro e l'eventuale risarcimento del danno causato dal medesimo lavoro alle coltivazioni e alle attrezzature di produzione”.
Dunque l’interpretazione dell’art. 1033 c.c., adottata dalla Cassazione con la sentenza sopra citata, deve ritenersi in parte, ed entro dati limiti, superata per effetto dell’entrata in vigore di una norma di legge che prevede espressamente tale nuovo tipo di servitù coattiva.
Attenzione, però: l’obbligo di consentire il passaggio grava sui “proprietari di strade private”; dunque non si parla genericamente di “fondi”, né si fa distinzione tra fondi urbani e rurali.
Inoltre deve trattarsi di “tubazioni per l'allacciamento alla rete del gas di utenze domestiche o aziendali” (tale requisito sembrerebbe sussistere nel caso in esame).
Ma, soprattutto, la previsione di cui all’art. 3 della legge 154/2016 non può avere efficacia retroattiva e si applica alle servitù da costituirsi successivamente alla sua entrata in vigore.
Infatti, ai sensi dell’art. 11 delle preleggi (Disposizioni sulla legge in generale), “la legge non dispone che per l'avvenire: essa non ha effetto retroattivo”.
Pertanto la norma che prevede la servitù coattiva di gasdotto, anche qualora ne ricorrano i presupposti, non può applicarsi a opere realizzate prima della sua entrata in vigore.
Nel quesito non è specificato quando sarebbero state installate le condutture del gas (si parla genericamente di “qualche anno addietro”), né in quale parte del fondo ciò sarebbe avvenuto.
Quindi, per verificare l'effettiva illegittimità delle opere in questione, nonché i mezzi di tutela eventualmente azionabili nell'interesse del proprietario del presunto fondo servente, occorrerebbe conoscere la data, o quanto meno il periodo, in cui è avvenuta l'installazione delle tubazioni.

Giuseppe C. chiede
sabato 05/01/2019 - Marche
“Articolo 1065 Codice civile - Esercizio conforme al titolo o al possesso | Quesito n. 13843
22/07/2015 SEGUITO CONSULENZA SOPRAINDICATA.
Domanda: chi deve richiedere la servitù di passaggio per l'allaccio dell'acqua e conseguente attraversamento di una strada condominiale: il richiedente l'allaccio o il fornitore/gestore monopolista dell'erogazione del servizio. Trattandosi di tubi che mai apparterranno al richiedente ma resteranno nella disponibilità e manutenzione del concedente (almeno fino al contatore di utenza che verrà installato)?
L'allacciamento è indispensabile perchè attiene alla costruzione di un alloggio in area edificabile interclusa cui ho dovuto acquistare servitù di passaggio. Poiché non ho fatto lottizzazioni (é solo una particella residuale resa edificabile dal comune) e gli Enti che forniscono i servizi non hanno provveduto alla pianificazione degli allacci nella zona edificabile(elettrici,acqua,gas etc), dopo una estenuante diatriba col Comune ho ottenuto licenza edilizia di costruzione. Per gli allacci (cui ho già a voi richiesto analoga consulenza in passato) mentre l'ho risolto con l'ENEL (fili aerei) non riesco a risolverla con il Consorzio Idrico. Ecco perchè la richiesta del vs. illustre parere.
Grazie


Consulenza legale i 12/01/2019
La servitù viene definita dall’art. 1027 del c.c. come un peso imposto sopra un fondo per l’utilità di un altro fondo appartenente a un diverso proprietario. Si realizza, in altri termini, con la servitù un rapporto di accessorietà tra due fondi appartenenti a diversi proprietari, in forza del quale su un fondo, detto servente, viene posto un peso che ne limita il godimento da parte del suo proprietario, a favore di un altro fondo, detto dominante, appartenente ad un diverso soggetto.

I soggetti chiamati a costituire una servitù prediale sono in prima battuta i proprietari dei fondi dominante e servente. In assenza di un provvedimento della pubblica amministrazione, che nel caso di specie non pare esista, l’ente che eroga il servizio idrico pubblico non ha alcun potere di intromissione nel rapporto tra i proprietari dei due fondi, il quale è di natura esclusivamente privatistica, e come tale va disciplinato utilizzando le ordinarie norme del codice civile.
È quindi il proprietario del fondo dominante che dovrà attivarsi per costituire la servitù e, una volta costituita, dovrà provvedere a curare l’allacciamento dalla rete idrica pubblica fino al fondo di sua proprietà. Sarà suo onere provvedere alla manutenzione delle opere che garantiscono l’allacciamento, e non certo compito dell’ente concessionario del servizio idrico.

Su questo punto l' art 1069 co.2 del c.c. pone a carico del proprietario del fondo dominante, le spese per la realizzazione delle opere necessarie all’esercizio della servitù, salvo che sia disposto diversamente dalla legge o dal titolo.

La legge prevede diversi modi per costituire una servitù; le modalità maggiormente frequenti e che interessano l’autore del quesito sono essenzialmente due:
- la costituzione per via volontaria
- e la costituzione per via giudiziale.

La costituzione volontaria si realizza nel momento in cui i due proprietari dei fondi, dominante e servente, sottoscrivono un contratto per mezzo del quale costituiscono il diritto di servitù; tale contratto dovrà necessariamente avere la forma del rogito notarile, il quale dovrà poi essere trascritto nei registri immobiliari per far sì che lo stesso divenga efficace anche nei confronti di eventuali futuri acquirenti dei fondi coinvolti. Ovviamente, in base agli accordi presi tra i proprietari dei fondi, la costituzione potrà essere o a titolo gratuito, oppure, molto probabilmente, sarà a titolo oneroso, e il proprietario del fondo dominante dovrà corrispondere a quello del fondo servente una indennità di occupazione.

Colui che ha diritto alla costituzione di una servitù coattiva e non la ottiene in via contrattuale, può agire giudizialmente ai sensi dell’art 2932 del c.c., al fine di ottenerne la costituzione per mezzo di sentenza giudiziaria.
La servitù coattiva può essere richiesta, tra gli altri casi, dal proprietario del fondo intercluso: per fondo intercluso si intende, ai sensi dell’art 1051 del c.c., il fondo che non ha accesso alla pubblica via. Può considerarsi intercluso anche il fondo che per attingere alla rete idrica pubblica, deve necessariamente far passare le tubazioni sulle proprietà dei fondi finitimi.
Nel caso specifico, si dovrebbe costituire a favore del fondo di cui è proprietario l’autore del quesito (fondo dominante,) e a carico della strada condominiale (fondo servente), una servitù di acquedotto, espressamente disciplinata dal codice civile agli artt. 1033 e ss. del c.c.
In particolare, il legislatore impone degli specifici oneri probatori a proprietario del fondo dominante che vuole vedersi giudizialmente riconosciuta, a carico dei fondi limitrofi, una tale servitù.
L’art 1037 del c.c. dispone infatti che il proprietario del fondo dominante dovrà dimostrare:
a) che il richiedente possa disporre dell'acqua;
b) che l'acqua sia sufficiente per l'uso cui si voglia destinare;
c) che il passaggio richiesto sia il più conveniente e il meno pregiudizievole al fondo servente, anche con riguardo ai fondi vicini.

Il diritto a disporre dell’acqua.
Per quanto riguarda tale requisito, è necessario dimostrare che si ha diritto di disporre dell’acqua per tutto il tempo che si gode della servitù. Tale onere probatorio viene assolto andando a dimostrare di essere proprietario del fondo dominante, o di essere titolare di una qualsiasi altro diritto reale o obbligatorio che implica la disponibilità dell’acqua (es. usufrutto, enfiteusi, concessione amministrativa ecc.ecc.).

Sufficienza dell’acqua all’uso.
Tale onere probatorio è in stretta connessione con il requisito della utilità. L’utilità è uno degli elementi che devono sussistere affinché possa costituirsi una servitù. L’ordinamento, infatti, ammette che si possa comprimere il diritto di proprietà del fondo servente, solo se tale compromissione sia giustificata in quanto sia utile a garantire un maggior godimento del fondo dominante. La sufficienza dell’acqua è una specificazione del requisito della utilità nelle servitù di passaggio delle acque; si dimostra di possedere tale requisito indicando l’uso che si vuole fare dell’acqua che passerà sul fondo servente e la sua sufficienza alla finalità per la quale è destinata (es. uso agricolo, industriale o domestico).

Il passaggio deve essere il più conveniente e meno pregiudizievole per il fondo servente, anche con riguardo ai fondi vicini.
Tale requisito impone al proprietario del fondo dominante l’onere di allegare il progetto della servitù di acquedotto e la dimostrazione che la stessa non solo è idonea ad attuare gli interessi del fondo dominante, ma dall’altro non sacrifica eccessivamente il godimento del fondo servente.
La determinazione del luogo ove passeranno le opere necessarie a porre in essere la servitù di passaggio delle acque è uno dei requisiti più delicati imposti dall’ art.1037 del c.c. Tale requisito impone al giudice di valutare la fattispecie concreta e valutare le modalità costruttive che contemperino da un lato la miglior convenienza per il fondo dominante, e dall’altro il minor pregiudizio del fondo servente.
Ovviamente in tale valutazione il giudice dovrà essere affiancato da un perito appositamente nominato.

Il ruolo del perito sarà determinante non solo per la determinazione della migliore modalità costruttiva della servitù, ma anche per stabilire l’indennità di occupazione dovuta dal proprietario del fondo dominante a quello del fondo servente. Tale indennità verrà determinata con i criteri indicati dall’art. 1039 c.c., e verrà liquidata dal giudice in sentenza qualora lo stesso riterrà assolti gli oneri probatori richiesti dall’art. 1038 del c.c. e pertanto emetterà sentenza che costituirà la servitù coattiva di passaggio delle acque.


Anonimo chiede
domenica 21/05/2017 - Campania
“Sono il proprietario di un pozzo, posto all'interno e all'inizio di un cortile in comproprietà. Sul pozzo insisterebbe una servitù prediale a favore dell'altro comproprietario del cortile, nata nel 1984 per mezzo di un atto di divisione e donazione tra eredi, che sarebbe abbondantemente per il non uso. L'unico ad utilizzarlo sono io, a mezzo di pompa sommersa (la mia, l'unica).il pozzo da sempre è dotato di grata di ferro e lucchetti per motivi di sicurezza. Solo recentemente il comproprietario del cortile a mezzo di una comunicazione da parte di un suo avvocato mi ha chiesto di eliminare le barrire che gli impedivano di attingere l'acqua dal pozzo. Gli ho risposto evidenziandogli che tale servitù prediale ai sensi del 1073 c.a. è prescritta. Sottolineo che il comproprietario del cortile non ha mai attinto l'acqua, neanche saltuariamente, ne ho mai ricevuto precedenti comunicazioni a mezzo A/R o atti di citazione/domande giudiziali. Ho testimonianze scritte a sostegno dei fatti. Ho la sensazione che intendano intentare una causa civile.

Questo è l'antefatto.

Quesito:

Il predetto comproprietario, semmai dovesse attingere l'acqua dal mio pozzo, dovrebbe poi istallare delle pompe sommerse nel cortile comune e passare con la relativa tubatura all'interno del cortile comune, attraversarlo tutto (circa 60 mq), per utilizzare l'acqua per innaffiare un suo piccolissimo pezzetto di terreno (meno di 30/40mq), visto che la sua altra unità immobiliare alla quale si accede appunto attraverso il predetto giardino già è servità da acqua potabile.

Gradirei sapere il vostro parere in merito alla possibilità di opporre la esenzione della servitù coattiva di acquedotto ex art. 1033 c.c. trattandosi di un cortile e non di un fondo.”
Consulenza legale i 25/05/2017
La fattispecie che viene descritta impone di affrontare non soltanto il tema della servitù prediale relativa al pozzo, ma anche quello dell’uso della cosa comune.
Infatti il cortile, ove si teme possano farsi attraversare eventuali condutture di acqua, non risulta essere di proprietà esclusiva, bensì in comproprietà, il che impone di prendere in esame non soltanto le norme in materia di servitù, ma anche quelle sulla comunione.

Tra queste, quella che, per il caso che ci interessa, viene subito in rilevo, è la norma contenuta nell’art. 1102 c.c., norma che consente a ciascun partecipante (compropriteario) di servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto.

In forza di tale norma, dunque, qualora se ne presentasse la necessità, l’altro comproprietario del cortile avrebbe tutto il diritto di realizzare una conduttura interrata per portare l’acqua dal pozzo sul quale grava la relativa servitù all’immobile di sua proprietà (nel caso di specie per innaffiare il giardino di pertinenza dell’abitazione).
E’ ovvio, in tale ipotesi, che le opere per la derivazione dell’acqua dovrebbero essere realizzate in modo da far sì che il cortile possa continuare ad essere usato in egual misura e secondo la sua naturale destinazione da tutti i comproprietari.

A ciò si aggiunga che, per effetto del disposto di cui all’art. 1064 c.c., il diritto di servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne, il che legittima ulteriormente il proprietario del fondo dominante a realizzare ogni opera necessaria per prelevare acqua dal pozzo, nel rispetto comunque di quanto stabilito dagli artt. 1067 comma 1 c.c. e 1069 comma 1 c.c.

Per quanto concerne l’argomento dell’esonero dei cortili dall'essere gravati da una servitù di acquedotto, come espresso dal secondo comma dell’art. 1033 c.c., giustamente richiamato nel quesito, deve osservarsi che costituisce principio consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, espresso da ultimo nella sentenza n. 11568 emessa dalla Sezione seconda civile in data 06.06.2016, quello secondo cui tale esonero vale allorché per la costituzione della servitù coattiva di acquedotto non sussista una situazione di interclusione assoluta non altrimenti eliminabile ( in tal senso Cass. n. 9926/2004, nonché Cass. n. 5223/1998; Cass. n. 8426/1995).
In questo caso l’interclusione assoluta deriva dal fatto che, trovandosi il pozzo da cui attingere acqua all’interno del cortile in comproprietà, non vi può essere altra soluzione che attraversare il cortile con le relative tubazioni per portare l’acqua da tale pozzo all’altro immobile costituente il fondo dominante.

Né può avere alcun rilievo la circostanza che il fondo dominante in favore del quale risulta costituita la servitù di presa d’acqua dal pozzo risulti già servito da acqua corrente, trattandosi chiaramente di una servitù di tipo volontaria (ossia volontariamente costituita in atto pubblico a seguito di accordo delle parti) per la quale non si ha estinzione con il cessare di quella "utilitas" di cui parla l’art. 1027 c.c.
Per tale tipo di servitù, infatti, in mancanza di nuove pattuizioni, consacrate in atto scritto, che ne modifichino l’estensione o la sopprimano, l’estinzione potrà verificarsi soltanto per confusione o prescrizione per non uso ventennale (cfr. Cass. N. 9492 del 1994 e Cass. N. 3511 del 2000).

A questo punto, dunque, l’unico argomento di cui potersi avvalere al fine di impedire legittimamente al proprietario del fondo dominante di usare della servitù di presa d’acqua dal pozzo, è quello della prescrizione del relativo diritto per non uso ex art. 1073 c.c., il che correttamente risulta essere stato già opposto nel momento in cui è stato formalmente richiesto di eliminare le grate di ferro che impedivano l’esercizio della servitù.
Da quanto detto nel quesito, sembrano sussistere abbastanza elementi (tra cui le testimonianze) per dar prova della estinzione della servitù per non uso ventennale, tenuto conto che l’atto costitutivo è stato stipulato nel 1984 e che da allora il proprietario del fondo dominante non si è mai servito del pozzo, di cui non possiede neppure le chiavi del lucchetto.

Così, seppure un eventuale sopravvenuto venir meno della utilitas che costituisce il contenuto di una servitù volontaria è idoneo a determinare semplicemente un mero stato di quiescenza del relativo diritto, tale stato di semplice quiescenza potrà continuare a perdurare e sarà opponibile soltanto finchè non venga a maturazione il termine di prescrizione estintiva previsto in tema di "iura in re aliena".

La sola, astratta possibilità di un ripristino futuro del suo concreto esercizio conferisce al titolare del fondo dominante una attuale legittimazione ad agire, ex art. 100 c.p.c., per la tutela del suo diritto, ma ciò fin quando non risulti giudizialmente accertata, su domanda o su eccezione del proprietario del fondo servente, l'intervenuta prescrizione del vantato diritto.

In conclusione, dunque, sussistendo, sulla base della situazione descritta, i presupposti per far dichiarare prescritta la servitù in oggetto, ciò che si può consigliare è di attendere un’ eventuale azione dell’altra parte volta a reclamare il diritto di attingere acqua dal pozzo, a cui poi opporsi facendo valere l’intervenuta prescrizione del diritto.

Si ritiene utile segnalare che, secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione, e precisamente la n. 4157/2015 del 2.03.2015, l’estinzione della servitù per prescrizione si verifica anche in presenza di un uso saltuario; ciò significa che non è necessario dimostrare l’assenza totale di uso, ma basterebbe anche un utilizzo sporadico, avvenuto di tanto in tanto e non in modo continuativo.

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