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Articolo 11 Preleggi

Efficacia della legge nel tempo

Dispositivo dell'art. 11 Preleggi

La legge non dispone che per l'avvenire: essa non ha effetto retroattivo (1) (2).
I contratti collettivi di lavoro possono stabilire per la loro efficacia una data anteriore alla pubblicazione, purché non preceda quella della stipulazione.

Note

(1) Tale principio, in quanto privo di rango costituzionale, può essere discrezionalmente derogato dal legislatore ordinario. Pertanto il legislatore può ritenere opportuno estendere gli effetti di una legge anche al passato (es.: aumenti di stipendio con decorrenza retrodatata); sono retroattive le leggi penali più favorevoli al reo (art. 2 c.p.); sono retroattive le leggi di interpretazione autentica, ossia le leggi che il legislatore emana per chiarire il significato di norme preesistenti.
(2) Il principio di irretroattività, derogabile da parte del legislatore ordinario, è, invece, vincolante per il legislatore regionale, perché esso è tenuto al rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico, tra i quali rientra sicuramente quello in esame. Anche per i regolamenti [v. 3] e per le fonti gerarchicamente subordinate alla legge, il principio di irretroattività ha valore tassativo ed inderogabile.

Ratio Legis

Il principio di irretroattività è per il legislatore statale meramente direttivo ed ammette deroghe, sia pure in presenza di adeguate ragioni giustificatrici. Esso rappresenta un criterio interpretativo per gli applicatori della norma: la retroattività deve essere sancita espressamente dal legislatore o comunque, ricavarsi in maniera non equivoca dalla formulazione della norma; nel dubbio, la legge dovrà considerarsi irretroattiva. In generale può affermarsi il principio che solo le norme favorevoli per i destinatari possono avere efficacia retroattiva.

Brocardi

Ius novum
Ius superveniens
Leges posteriores ad priores pertineant, nisi contrariae sint
Quod postremum populus iussisset, id ius ratumque esset

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 11 Preleggi

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Sergio C. chiede
venerdì 16/12/2016 - Emilia-Romagna
“Nell'aprile 1994 intentavo causa per risarcimento danni ad una Società di cui ero agente e che aveva risolto anticipatamente il contratto appellandosi a clausola risolutiva espressa.Dopo ben 10 anni,nel 2004,il Tribunale mi dava ragione condannando controparte ad un ingente risarcimento. Quest'ultima proponeva appello che mi vedeva soccombente con sentenza del settembre 2008.Nel 2009 proponevo ricorso per Cassazione che veniva accolto con sentenza depositata nell'aprile 2015 e che rinviava la trattazione della causa a nuova sezione della C.A. .Nel frattempo controparte ha cessato l'attività e si è posta in liquidazione,senza risorse,divenendo sostanzialmente inattaccabile.Ho pertanto rinunciato alla riassunzione della causa ed ho raccolto la documentazione per proporre richiesta di risarcimento per l'irragionevole durata del processo.Mi si comunica,però,che la revisione della legge prevede che tutti i ricorsi sprovvisti di documentazione atti a dimostrare di avere adottato i rimedi preventivi,elemento questo innovativo della legge,secondo l'orientamento di quella C.A. verranno respinti. Mi chiedo come sia possibile che una legge possa avere valore retroattivo.All'epoca erano in vigore un codice di procedura civile che tali rimedi non prevedeva o,addirittura,avrebbero potuto pregiudicare il buon esito della causa e l'avvocato non poteva sapere che 22 anni dopo avrebbero costituito una preclusione ad ottenere diritti futuri.Mi sembra pazzesco.Vi chiedo un parere circa l'opportunità di procedere nella causa o vedere ancora una volta calpestati i miei diritti.
Grazie e cordiali saluti.”
Consulenza legale i 21/12/2016
Purtroppo la “Legge Pinto”, n. 89 del 24/3/2001, è stata ancora una volta modificata dai commi 777, 781 e 782 dell’art. 1 della legge di stabilità n. 208 del 28.12.2015, che hanno reso ancora più difficile ricorrere per ottenere un indennizzo per irragionevole durata del processo.

La citata legge n. 208/2015, che è entrata in vigore il 1/1/2016, introduce una disciplina transitoria secondo cui nei processi che alla data del 31 ottobre 2016 eccedano i termini ragionevoli ovvero siano stati assunti in decisione non è necessario esperire i “rimedi preventivi”, introdotti con la normativa in commento, ai fini dell’ammissibilità della domanda di equa riparazione.

Invece, in assenza di una specifica disposizione ed applicando i principi generali in materia di successione delle leggi nel tempo, si può sicuramente ritenere che tutte le altre modifiche si applichino ai procedimenti ex legge Pinto instaurati dopo l’entrata in vigore della legge di stabilità del 2016 (quindi, dopo il primo gennaio 2016).

Per tornare quindi al caso di specie: se la parte ha rinunciato alla riassunzione del processo successivamente alla pronuncia della Cassazione, significa che quest’ultimo non è più pendente e si è quindi definitivamente concluso nel 2015.
Pertanto, non rientra nei casi di cui alla disciplina transitoria sopra richiamati (processi che stanno durando troppo o che siano in decisione al 31/10/2016).
Dovendo depositare oggi (fine 2016) il ricorso ex legge Pinto, si rientrerà dunque a tutti gli effetti nella nuova disciplina e si dovrà tenere conto del previo esperimento dei “rimedi preventivi” di cui alla norma (che però, si dice nel quesito, non sono stati utilizzati, anche se in buona fede, nell’ignoranza delle successive modifiche normative).

Non si tratta in definitiva di un caso, come erroneamente ritenuto nel quesito, di legge propriamente “retroattiva” negli effetti: infatti, le nuove disposizioni si applicano – a rigore – solo per i “nuovi” ricorsi Pinto.
Ma è purtroppo altrettanto vero che le modifiche normative vanno ad incidere comunque “sul passato”, nel senso che in effetti quanto non è stato fatto nelle precedenti fasi di giudizio avrà come (senz’altro ingiusta, ma è la legge) conseguenza l’impossibilità di procedere oltre per ottenere tutela.

Carmelo I. chiede
sabato 26/11/2016 - Sicilia
“Desidero un vostro responso sul seguente quesito: il primo codice di giustizia contabile dichiara che le norme contenute nella parte II ai titoli II,III,IV,V si applicano anche ai giudizi in corso. Un giudizio in cui è pendente il Ricorso per Cassazione è in corso e quindi si applicano le norme di recente applicazione, pertanto la Cassazione può cassare con rinvio secondo quale strumento processuale o può applicare direttamente e quindi se del caso Cassare senza rinvio?”
Consulenza legale i 30/11/2016
Il c.d. codice della giustizia contabile è stato approvato con il d.lgs. 26/8/2016 n. 174.
All’art. 1 si afferma che “la Corte dei conti ha giurisdizione nei giudizi di conto, di responsabilità amministrativa per danno all’erario e negli altri giudizi in materia di contabilità pubblica. Sono devoluti alla giurisdizione della Corte dei conti i giudizi in materia pensionistica, i giudizi aventi per oggetto l’irrogazione di sanzioni pecuniarie e gli altri giudizi nelle materie specificate dalla legge. La giurisdizione della Corte dei conti è esercitata dai giudici contabili secondo le norme del presente codice”.
Tale codice è entrato in vigore a pieno regime il 7 ottobre scorso e quindi si applicherà per tutti quei giudizi instaurati in epoca successiva rispetto a tale data.

Per ciò che concerne gli organi della giustizia contabile, la Corte di Cassazione risulta essere presente ma solo per le questioni inerenti la giurisdizione (ai sensi dell’art. 207: “le decisioni della Corte dei conti in grado d’appello o in unico grado, e quelle di cui all’articolo 144 (sentenza inappellabile pronunciata nei giudizi di resa di conto), possono essere impugnate innanzi alla Corte di cassazione, ai sensi degli articoli 362 c.p.c. e 111, ottavo comma, della Costituzione, per i soli motivi inerenti alla giurisdizione”).
Ai sensi dell’art. 13, “la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, e non hanno rilevanza rispetto ad essa i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo”. Tale articolo risulta essere l’esatta trasposizione dell’art. 5 c.p.c. c.p.c., il quale afferma che giurisdizione e competenza sono determinate con riguardo alla legge in vigore al momento della proposizione della domanda stessa.

Passando al caso di specie, lei afferma che esiste un giudizio pendente dinanzi alla Corte di Cassazione – in buona sostanza, all’ultimo grado della giustizia ordinaria.
Non parrebbe dunque possibile un’applicazione del codice della giustizia contabile, in quanto sono state modificate le norme procedurali e non quelle sostanziali e la legge non dispone che per l'avvenire. Inoltre, il giudizio di Cassazione risulta invece essere possibile solo per motivi inerenti alla giurisdizione e pertanto il nuovo codice non troverà applicazione per ricorsi proposti per motivi diversi rispetto a quello specificamente indicato.

ATTILIO G. chiede
domenica 10/03/2013 - Sicilia
“Salve, sono dottore commercialista, ho svolto nell'anno 2011 e precisamente da ottobre a dicembre attività professionale quale rilevazione in p.doppia dei fatti amministrativi inerenti alla gestione di una società a responsabilità limitata, avente atti vita per oltre € 1.500.000 e volume affari di € 350.000. Ho emesso parcella il 30 novembre 2011, non pagata, e in data 4 febbraio 2013 ho presentato richiesta parere all' ordine applicando applicando tariffa ordine anno 2011. E' corretto? Oppure avrei dovuto applicare quella inerente all'accordo professionista cliente?”
Consulenza legale i 18/03/2013
L'art. 2233 del c.c. sancisce che il compenso del professionista intellettuale, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell'associazione professionale a cui il professionista appartiene.
La regola generale fissata dal codice civile attribuisce valore dominante alla volontà delle parti: anche la giurisprudenza interpreta la norma ritenendo che la pattuizione delle parti risulti preminente su ogni altro criterio di liquidazione, compreso quello delle tariffe professionali o degli usi (v. Cass. 6732/2000).
Pertanto, esistendo un accordo tra il cliente ed il professionista, sarà questo ad essere fatto valere in sede di richiesta del pagamento della prestazione intellettuale.
Dal punto di vista processuale, il contratto concluso col cliente è stato riconosciuto quale documento che, in quanto avente le caratteristiche richieste dall’art. 633 n. 1 c.p.c., è sufficiente all’emissione dell’ingiunzione in forma provvisoriamente esecutiva ex art. 642, comma 2, c.p.c. (Tribunale Varese, sez. I civile, decreto 11.10.2012).
L’art. 9, comma 1, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1 (abrogativo delle tariffe professionali) convertito con modificazioni nella L. 24 marzo 2012, n. 27, e il successivo comma 5, hanno disposto l’abrogazione delle disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1. Di conseguenza, risulterebbe l'implicita abrogazione anche dell'art. 2233, comma primo, c.c., nella parte in cui prevede l’acquisizione del parere del Consiglio dell’Ordine e l’art. 636 del c.p.c. laddove chiede che il ricorso sia accompagnato dalla parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale.
Sembra quindi potersi affermare che, in presenza di un accordo scritto tra il cliente e il professionista, quest'ultimo possa esperire il procedimento monitorio senza la previa richiesta del parere dell'associazione professionale.