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Articolo 11 Preleggi

Efficacia della legge nel tempo

Dispositivo dell'art. 11 Preleggi

La legge non dispone che per l'avvenire: essa non ha effetto retroattivo(1)(2).
I contratti collettivi di lavoro possono stabilire per la loro efficacia una data anteriore alla pubblicazione, purché non preceda quella della stipulazione.

Note

(1) Tale principio, in quanto privo di rango costituzionale, può essere discrezionalmente derogato dal legislatore ordinario. Pertanto il legislatore può ritenere opportuno estendere gli effetti di una legge anche al passato (es.: aumenti di stipendio con decorrenza retrodatata); sono retroattive le leggi penali più favorevoli al reo (art. 2 c.p.); sono retroattive le leggi di interpretazione autentica, ossia le leggi che il legislatore emana per chiarire il significato di norme preesistenti.
(2) Il principio di irretroattività, derogabile da parte del legislatore ordinario, è, invece, vincolante per il legislatore regionale, perché esso è tenuto al rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico, tra i quali rientra sicuramente quello in esame. Anche per i regolamenti [v. 3] e per le fonti gerarchicamente subordinate alla legge, il principio di irretroattività ha valore tassativo ed inderogabile.

Ratio Legis

Il principio di irretroattività è per il legislatore statale meramente direttivo ed ammette deroghe, sia pure in presenza di adeguate ragioni giustificatrici. Esso rappresenta un criterio interpretativo per gli applicatori della norma: la retroattività deve essere sancita espressamente dal legislatore o comunque, ricavarsi in maniera non equivoca dalla formulazione della norma; nel dubbio, la legge dovrà considerarsi irretroattiva. In generale può affermarsi il principio che solo le norme favorevoli per i destinatari possono avere efficacia retroattiva.

Brocardi

Ius novum
Ius superveniens
Leges posteriores ad priores pertineant, nisi contrariae sint
Quod postremum populus iussisset, id ius ratumque esset

Spiegazione dell'art. 11 Preleggi

L'art. 11 riproduce testualmente l'art. #2# del codice abrogato. La Commissione reale, per rendere la disposizione della norma più conforme alla realtà e tenendo conto dei moltissimi casi in cui si ha la retroattività della legge, aveva proposto che si dicesse: "La legge, di regola, non dispone che per l'avvenire, ecc."
Il progetto definitivo non accolse l'emendamento, notando che la modificazione turbava, senza una concreta utilità, la formula tradizionale della disposizione vigente.
"La regola - osserva la relazione ministeriale - non è che un canone di interpretazione, cosicché è di per sé evidente che la retroattività può in singoli casi essere disposta dalla legge stessa. D'altra parte, l'inciso predetto - inserito nella proposizione iniziale dell'articolo e non anche nella successiva, che è esplicativa della prima - turberebbe l'equilibrio della disposizione, non senza il pericolo di imprevedibili critiche da parte degli interpreti, trattandosi di materia fra le più disputate."
Data, dunque, la completa uniformità della disposizione con quella corrispondente del vecchio codice, è ancora possibile consultare la dottrina costituitasi intorno a questa e i relativi lavori illustrativi. La materia "fra le più disputate", come dice il Ministro, è restata tale.
Come si insegna comunemente, la legge è limitata nello spazio e nel tempo. Tale disposizione considera la legge relativamente al tempo.
Si affaccia così il problema della irretroattività della legge, che ha tanto affaticato la dottrina italiana e quella straniera.
Secondo l'art. 11 vi sarebbe una regola generale, quella della non retroattività, e come eccezione la retroattività.
Tuttavia, è stato giustamente osservato che la irretroattività e la retroattività sono due regole egualmente concorrenti, giacché se non c'è dubbio che, per principio generale, assicurata la protezione statale alla condotta umana svoltasi in conformità di una norma giuridica in un dato momento, il titolare del diritto protetto deve poter contare sulla inalterata applicazione di detta norma al suo diritto; è del pari un principio generale che vi sono istituti e rapporti giuridici, nei quali il conflitto tra interessi privati e interessi pubblici non può essere risolto senza far prevalere i superiori criteri di ragione pubblica alle subordinate esigenze delle situazioni giuridiche private. Tuttavia l'osservazione, anziché risolvere, aggrava il problema, poiché diventa allora necessario precisare come i due principi, coesistendo, possano armonizzarsi. Per risolvere la questione, non ci si può affrancare dall'ambito della casistica.
La dottrina ha cercato di superare le difficoltà mediante il principio del diritto quesito o acquistato il quale, dovuto al Lassalle, fu perfezionato dal Gabba. Secondo questo scrittore il diritto quesito sarebbe quello che deriva da un fatto, idoneo a produrlo, in virtù della legge del tempo in cui il fatto venne compiuto, e che è entrato a far parte del patrimonio di una persona, sebbene l'occasione di farlo valere si presenti soltanto sotto la nuova legge.
Se si tratta, invece, di facoltà o di aspettativa, si applica la legge nuova. In tal caso, invero, non ricorrono situazioni legittimamente consolidate sotto il vecchio regime, ma semplici interessi che attendono la loro realizzazione, la quale si effettua più tardi, col mutato ordinamento. La non retroattività, dunque, concernerebbe soltanto i diritti quesiti. Questi, poi, non si avrebbero che nel campo del diritto privato e, più precisamente, in quello del diritto patrimoniale.
Questa è una logica conseguenza del principio esposto, ma genera inconvenienti. I maggiori si osservano quando la dottrina si applica alla legge regolatrice della capacità della persona. Così chi ha raggiunto la maggiore età col compimento del diciottesimo anno, dovrebbe ridiventare minore se una nuova legge fissasse la maggiore età a venticinque anni, giacché non avrebbe in tal caso un diritto patrimoniale quesito; e chi ha fatto testamento a diciotto anni, come la legge vigente gli consente, si vedrebbe invalidato il testamento, se la nuova legge elevasse a vent'anni la capacità testamentaria attiva. Questi risultati ed altri analoghi, che sono stati posti in evidenza dagli scrittori, fanno dubitare della bontà della dottrina, sebbene gli autori li giustifichino con sottili ragionamenti.
Ad essa, perciò, si vorrebbe sostituire quella del fatto compiuto, che così si può riassumere: la massima "la legge non ha forza retroattiva" significa che il giudice non può applicarla a fatti passati, conoscendone le conseguenze già avverate o togliendone l'efficacia o attribuendone una diversa alle conseguenze nuove in base alla valutazione del fatto passato (o compiuto).
Lo stesso concetto è espresso in forma più palese, osservando che la nuova legge non è applicabile se, per regolare le conseguenze che si manifestano sotto il suo impero, occorre risalire al fatto compiuto sotto il regime dell'antica, e valutarlo alla stregua dell'attuale; la nuova legge è, invece, applicabile quando le conseguenze del fatto compiuto sotto l'antica legge, che si svolgono sotto il nuovo regime, possono essere considerate per sé stesse, in modo che il fatto compiuto (il passato) non venga ad essere regolato neppure indirettamente dall'attuale.
In tal guisa chi ha acquistato la maggiore età sotto la legge previgente, conserva tale suo stato anche sotto la nuova, che elevasse i limiti della maggiore età; e i negozi giuridici sotto l'antica legge avranno piena efficacia anche sotto la nuova; ma se questa chieda una diversa età per determinati atti, che si debbano compiere sotto il suo impero, la nuova legge deve essere osservata. Egualmente il testamento fatto sotto l'impero di una legge abrogata, che ne riconosceva la capacità al disponente, resta valido anche sotto la nuova, che richiedesse una diversa età per la capacità testamentaria; ma se la morte avviene sotto l'impero di una nuova legge, bisogna prendere questa in considerazione per giudicare della validità delle disposizioni testamentarie.
Vi sono, peraltro, leggi costantemente retroattive o iperretroattive, le quali, per loro natura, non conoscono le frontiere del fatto compiuto o del diritto quesito ed estendono la loro efficacia su tutto il settore della loro attività.
Tali sono :
a) le leggi di diritto pubblico o di ordine pubblico. Riconosciute certe situazioni giuridiche contrarie ai nuovi principi, che disciplinano la vita della collettività, non è tollerabile il permanere delle stesse, se anche l'atto o il negozio giuridico fu compiuto sotto il regime permissivo dell'antica legge.
Qui entra in conflitto l'ordine pubblico col diritto privato, e non è dubbio il sacrificio del secondo. Allora il giudice valuta nuovamente il fatto compiuto, in base alla nuova legge. Perciò si afferma che in materia di diritto pubblico non vi sono diritti quesiti;
b) le leggi interpretative. Si tratta dell'interpretazione autentica della legge. Se il legislatore riconosce alla legge in vigore un significato che non era fatto palese dalla sua dizione letterale o che era dubbio, è evidente che la legge resta quella che era, e che essa ha l'efficacia che avrebbe dovuto avere fin dall'inizio della sua applicazione.
La legge interpretativa ha, dunque, effetto retroattivo; ma si tratta di una pseudo-retroattività, perché non sostituisce in realtà un regime nuovo rispetto all'antico. In effetti, essa non agisce sulle controversie che sono state esaurite con sentenza passata in giudicato, o con transazione, che ha il valore di giudicato fra le parti, quando l'una e l'altra hanno accolto, per quel determinato affare, una interpretazione della legge diversa da quella che il legislatore ha dato più tardi;
c) le leggi penali. Queste, però, possono considerarsi comprese nella prima categoria come leggi di ordine pubblico. La loro efficacia è caratterizzata dal fatto che se le nuove non riconoscono come reati determinate azioni o se diminuiscono le pene per determinati reati, esse agiscono per il passato e si applicano anche ai fatti commessi sotto il regime della legge abrogata, benché abbia già avuto luogo il giudizio, e salvo che vi sia stata sentenza irrevocabile. Quando, invece, la nuova legge colpisce fatti che l'antica non puniva o commina una pena più grave, benché legge di ordine pubblico, non si applica ai fatti commessi sotto 1'impero dell'antica legge.

Va fatta eccezione per le leggi temporanee o eccezionali, e nei casi di decadenza e di mancata ratifica di un decreto legge o di un decreto legge convertito in legge con emendamenti.

La materia, benché disciplinata dagli accennati principi resta, tuttavia, dubbiosa, pur dovendo riconoscere che maggiori sono le difficoltà nel formulare una dottrina della retroattività delle leggi, che nell'applicarne i principi nella pratica giudiziaria.
Ciò dipende anche dal fatto che il legislatore ordinariamente è solito disciplinare il passaggio dal vecchio al nuovo regime mediante disposizioni transitorie, con le quali vengono regolate le maggiori questioni. Le dette disposizioni talvolta rendono non applicabile al passato la legge nuova, che per sé stessa avrebbe tale efficacia e lascia disciplinare ancora con l'antica rapporti giuridici, le cui conseguenze si effettuano sotto il nuovo regime.
Ragioni politiche o di equità suggeriscono di alterare il sistema generale dell'efficacia della legge nel tempo.
Si ha in tal modo il fenomeno della sopravvivenza del diritto abolito, detto anche ultra-attività.

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Consulenze legali
relative all'articolo 11 Preleggi

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Rocco I. B. chiede
martedì 16/10/2018 - Lombardia
“Nella servitù di elettrodotto quando si scrive "leggi vigenti in materia" si fa riferimento alle leggi vigenti all'epoca della sottoscrizione del relativo contratto (volontario) oppure anche alle leggi in futuro sopravvenienti; vale a dire vigente vale solo per ora o anche per dopo nell'ambito della stessa materia? Non si ravvisa al gravamento di servitù?
Si tratta di servitù di elettrodotto secondo cc e Rd 1933 che è chiamata al rispetto delle maggiori distanze richieste dalle leggi 2001/2003 sui campi magnetici.”
Consulenza legale i 23/10/2018
Quando la norma (art. 1056 c.c.) stabilisce che ogni proprietario gravato da servitù di elettrodotto deve assicurare il passaggio delle condutture elettriche “in conformità alle leggi in materia” vuole specificare:
- che il titolare del diritto di servitù dovrà esercitarlo in conformità alla legge, con ciò intendendo qualunque legge, anche tutte quelle sopravvenute cioè successive al contratto, che disciplinino il passaggio sui fondi privati degli impianti;
- che il proprietario gravato dalla servitù sarà costretto ad accettare il passaggio delle condutture elettriche solo se tale passaggio sia effettuato nel rispetto della legge, con ciò intendendo qualunque legge vigente in materia.


Ciò premesso, la nuova normativa relativa ai campi magnetici ed alle distanze che questi possono e debbono rispettare determina non un aggravio della servitù ma un problema che va inquadrato giuridicamente in tutt’altro modo e che con l’esercizio della servitù non ha nulla a che vedere, se non marginalmente.

Chiariamo, innanzitutto, di seguito, il concetto di aggravamento della servitù.
La disciplina generale sull’esercizio delle servitù (art. 1067 c.c.) stabilisce che il proprietario del fondo dominante (in questo caso, delle conduttore elettriche) non può fare innovazioni che rendano più gravosa la condizione del fondo servente. Ebbene, per “innovazioni” si intende non solo la realizzazione di opere materiali ma altresì un qualsiasi atto posto in essere per modificare la condizione del fondo dominante.
Tali atti sono illegittimi qualora non siano compatibili con i contenuti e con i modi di esercizio della servitù stabiliti nel titolo (il contratto, in questo caso), ovvero quando determinino un mutamento sostanziale del contenuto della servitù tale da imporre al fondo servente un sacrificio ulteriore e diverso rispetto a quello originariamente contemplato; le innovazioni sono vietate, insomma, quando intensificano il peso gravante sul fondo così da rendere maggiore il sacrificio imposto al fondo servente rispetto a quello originariamente previsto.

Le innovazioni vietate conferiscono al titolare del fondo servente il diritto di convenire in giudizio la controparte per chiedere la condanna alla riduzione in pristino e il risarcimento del danno.


Ebbene, nel caso in esame non c’è alcun aggravamento di servitù nel senso sopra precisato: la servitù continua, infatti, ad essere esercitata con le medesime modalità e non sono state né realizzate opere aggiuntive e/o diverse né posti in essere comportamenti che hanno comportato, per il fondo che subisce il passaggio dell’elettrodotto, pesi diversi ed ulteriori rispetto al passato.

Ciò che invece l’adeguamento alle nuove normative comporta o ha già comportato (nel quesito non si specifica infatti se gli impianti siano già stati messi a norma o meno) è la lesione del diritto soggettivo alla salute, che – in quanto diritto costituzionalmente tutelato – dovrà prevalere rispetto ad altri diritti, benché esercitati, si noti bene, in conformità alla legge.
Se anche quindi, tornando al quesito, la servitù venisse esercitata in conformità alle autorizzazioni amministrative già rilasciate (o di nuovo rilascio) e nel rispetto della legge (anche quella sui campi magnetici) potrebbe verificarsi comunque una lesione del diritto alla salute, che andrà accertata e risarcita (ovviamente avanti al Giudice ordinario).

Si riportano, sul punto, ampi stralci di una sentenza di Cassazione del 2000 (Cassazione civile, Sezione III, 27 luglio 2000, n. 9893), che ben si adatta al caso di specie e chiarisce la questione. Si trattava di persona preoccupata per la salute sua e dei familiari a fronte del passaggio coattivo di elettrodotto – regolarmente autorizzato con decreto ministeriale - vicino alla sua proprietà.

L’Enel (che in quel caso era la controparte) sosteneva che la linea elettrica di cui erano stati autorizzati costruzione ed esercizio rientrava in un piano adottato “a conclusione di un procedimento in cui l'ente, insieme con le altre numerose amministrazioni interessate dal passaggio della linea, aveva ricercato una soluzione di tracciato che contemperasse le esigenze della pubblica utilità dell'opera con gli interferenti interessi pubblici e privati, sì che il percorso prescelto poteva essere considerato il più idoneo.”
L’ente “Sosteneva poi che fosse da escludersi una concreta situazione di pericolo per la salute, così dell'attore come in generale delle popolazioni interessate dal passaggio della linea elettrica, perché, del resto in conformità di precisa disposizione contenuta al riguardo nel decreto ministeriale di autorizzazione, l'esercizio ne sarebbe avvenuto nel rispetto delle norme contenute nel DPCM 23 aprile 1992, che, nell'ordinamento italiano, rappresenta l'unica fonte da cui risultano stabilite le soglie di sicurezza”.

In buona sostanza, Enel riteneva che, essendo l’impianto realizzato dietro apposita autorizzazione pubblica e nel rispetto della normativa in materia di sicurezza degli impianti, non poteva sussistere una concreta situazione di pericolo. Inoltre, specificava che “siccome l'elettrodotto non è ancora entrato in funzione, non si può accertare se, quando lo sarà, da esso si genererà una situazione di pericolo per la salute.”

L'attore “temendo che l'esercizio dell'elettrodotto, per la distanza tra la linea elettrica e la sua abitazione, dia luogo ad un'esposizione al campo elettromagnetico generato dal passaggio dell'energia, capace di creare pregiudizio per la sua salute, oltre che per la salute del suo nucleo familiare, ha proposto una domanda per far accertare che, alla distanza indicata, l'esposizione al campo elettromagnetico è fonte di pericolo per la salute. Ha chiesto che a tale accertamento facciano seguito provvedimenti del giudice, di inibitoria alla messa in esercizio dell'elettrodotto e di condanna al risarcimento del danno

La Corte ha statuito che “Il diritto alla salute, posto a base della domanda, è infatti un diritto fondamentale dell'individuo, che l'art. 32 Cost. protegge direttamente (…) Se ne trae, logicamente, la conclusione, che siano da considerare prive di efficacia giuridica le determinazioni contenute nei provvedimenti della pubblica amministrazione, per la parte in cui possano risultare lesive della conservazione dello stato di salute, anche quando i provvedimenti adottati costituiscano in sè manifestazione di un potere ad altri fini previsto dalla legge (Sez. Un. 6 ottobre 1979 n. 5172).
Ciò significa, riferendosi al caso in esame, che il provvedimento di autorizzazione all'impianto e messa in esercizio della nuova linea elettrica ed il conseguente provvedimento di imposizione della servitù di elettrodotto, producono effetti ablativi in rapporto al diritto reale di proprietà, perché il proprietario, oltre a dover tollerare la presenza od il passaggio sul suo fondo degli impianti di cui consta l'elettrodotto, è impedito dall'eseguire sul fondo costruzioni od in genere dallo svolgere attività che possano determinare l'insorgere di situazioni di pericolo.
Ciò non significa, per contro, che il provvedimento di autorizzazione all'impianto e messa in esercizio della linea elettrica ed il conseguente provvedimento di imposizione della servitù possano produrre l'effetto giuridico che, come risultato della prefigurata utilizzazione della linea per la trasmissione dell'energia alla potenza prevista, debba essere subìto dalle persone che hanno diritto di godere dell'immobile un pregiudizio del loro stato di salute.”
Prosegue, poi, la Corte specificando che “Contrariamente a quanto ha affermato la corte d'appello, non è necessario che il danno si sia verificato, perché il titolare del diritto possa reagire contro la condotta altrui, se essa si manifesta in atti suscettibili di provocarlo. (…) E perciò può essere chiesto al giudice di inibire all'amministrazione il comportamento costituito dal porre in esercizio un impianto che, iniziando a funzionare con le modalità previste, è accertato possa determinare una situazione di messa in pericolo della salute”.
L'inibitoria, d'altro canto, può tradurre in comando un accertamento dal quale risulti in quali condizioni e con quali accorgimenti l'opera può essere posta in esercizio ed il pericolo per la salute può essere evitato.”

Ancora “L'ordinamento non manca di una disciplina specifica circa i limiti massimi di esposizione ai campi elettrici e magnetici generati dagli elettrodotti: essa è stata dettata con il D.P.C.M. 23 aprile 1992, emanato in base all'art. 4, secondo comma, della L. 23 dicembre 1978, n. 833.
Dato il presupposto che è alla loro base, e data la natura di normazione secondaria che è loro propria, discipline di questo tipo hanno il valore di impedire che possa essere tenuta una condotta che vi contrasti.
Non hanno quello di rendere per sè lecita la condotta che vi si uniformi.
(…) E perciò rientra nei poteri del giudice ordinario, in un processo iniziato sulla base di una domanda quale quella proposta dall'attore, accertare se, sulla base delle conoscenze scientifiche acquisite nel momento in cui si tratta di decidere sulla domanda, avuto riguardo anche alla situazione del caso concreto, vi sia pericolo per la conservazione dello stato di salute nella esposizione al fattore inquinante di cui si tratta, ancorché tale esposizione si determini nel rispetto dei limiti massimi stabiliti dalla disciplina di rango secondario vigente al momento della decisione.

Sergio C. chiede
venerdì 16/12/2016 - Emilia-Romagna
“Nell'aprile 1994 intentavo causa per risarcimento danni ad una Società di cui ero agente e che aveva risolto anticipatamente il contratto appellandosi a clausola risolutiva espressa.Dopo ben 10 anni,nel 2004,il Tribunale mi dava ragione condannando controparte ad un ingente risarcimento. Quest'ultima proponeva appello che mi vedeva soccombente con sentenza del settembre 2008.Nel 2009 proponevo ricorso per Cassazione che veniva accolto con sentenza depositata nell'aprile 2015 e che rinviava la trattazione della causa a nuova sezione della C.A. .Nel frattempo controparte ha cessato l'attività e si è posta in liquidazione,senza risorse,divenendo sostanzialmente inattaccabile.Ho pertanto rinunciato alla riassunzione della causa ed ho raccolto la documentazione per proporre richiesta di risarcimento per l'irragionevole durata del processo.Mi si comunica,però,che la revisione della legge prevede che tutti i ricorsi sprovvisti di documentazione atti a dimostrare di avere adottato i rimedi preventivi,elemento questo innovativo della legge,secondo l'orientamento di quella C.A. verranno respinti. Mi chiedo come sia possibile che una legge possa avere valore retroattivo.All'epoca erano in vigore un codice di procedura civile che tali rimedi non prevedeva o,addirittura,avrebbero potuto pregiudicare il buon esito della causa e l'avvocato non poteva sapere che 22 anni dopo avrebbero costituito una preclusione ad ottenere diritti futuri.Mi sembra pazzesco.Vi chiedo un parere circa l'opportunità di procedere nella causa o vedere ancora una volta calpestati i miei diritti.
Grazie e cordiali saluti.”
Consulenza legale i 21/12/2016
Purtroppo la “Legge Pinto”, n. 89 del 24/3/2001, è stata ancora una volta modificata dai commi 777, 781 e 782 dell’art. 1 della legge di stabilità n. 208 del 28.12.2015, che hanno reso ancora più difficile ricorrere per ottenere un indennizzo per irragionevole durata del processo.

La citata legge n. 208/2015, che è entrata in vigore il 1/1/2016, introduce una disciplina transitoria secondo cui nei processi che alla data del 31 ottobre 2016 eccedano i termini ragionevoli ovvero siano stati assunti in decisione non è necessario esperire i “rimedi preventivi”, introdotti con la normativa in commento, ai fini dell’ammissibilità della domanda di equa riparazione.

Invece, in assenza di una specifica disposizione ed applicando i principi generali in materia di successione delle leggi nel tempo, si può sicuramente ritenere che tutte le altre modifiche si applichino ai procedimenti ex legge Pinto instaurati dopo l’entrata in vigore della legge di stabilità del 2016 (quindi, dopo il primo gennaio 2016).

Per tornare quindi al caso di specie: se la parte ha rinunciato alla riassunzione del processo successivamente alla pronuncia della Cassazione, significa che quest’ultimo non è più pendente e si è quindi definitivamente concluso nel 2015.
Pertanto, non rientra nei casi di cui alla disciplina transitoria sopra richiamati (processi che stanno durando troppo o che siano in decisione al 31/10/2016).
Dovendo depositare oggi (fine 2016) il ricorso ex legge Pinto, si rientrerà dunque a tutti gli effetti nella nuova disciplina e si dovrà tenere conto del previo esperimento dei “rimedi preventivi” di cui alla norma (che però, si dice nel quesito, non sono stati utilizzati, anche se in buona fede, nell’ignoranza delle successive modifiche normative).

Non si tratta in definitiva di un caso, come erroneamente ritenuto nel quesito, di legge propriamente “retroattiva” negli effetti: infatti, le nuove disposizioni si applicano – a rigore – solo per i “nuovi” ricorsi Pinto.
Ma è purtroppo altrettanto vero che le modifiche normative vanno ad incidere comunque “sul passato”, nel senso che in effetti quanto non è stato fatto nelle precedenti fasi di giudizio avrà come (senz’altro ingiusta, ma è la legge) conseguenza l’impossibilità di procedere oltre per ottenere tutela.

Carmelo I. chiede
sabato 26/11/2016 - Sicilia
“Desidero un vostro responso sul seguente quesito: il primo codice di giustizia contabile dichiara che le norme contenute nella parte II ai titoli II,III,IV,V si applicano anche ai giudizi in corso. Un giudizio in cui è pendente il Ricorso per Cassazione è in corso e quindi si applicano le norme di recente applicazione, pertanto la Cassazione può cassare con rinvio secondo quale strumento processuale o può applicare direttamente e quindi se del caso Cassare senza rinvio?”
Consulenza legale i 30/11/2016
Il c.d. codice della giustizia contabile è stato approvato con il d.lgs. 26/8/2016 n. 174.
All’art. 1 si afferma che “la Corte dei conti ha giurisdizione nei giudizi di conto, di responsabilità amministrativa per danno all’erario e negli altri giudizi in materia di contabilità pubblica. Sono devoluti alla giurisdizione della Corte dei conti i giudizi in materia pensionistica, i giudizi aventi per oggetto l’irrogazione di sanzioni pecuniarie e gli altri giudizi nelle materie specificate dalla legge. La giurisdizione della Corte dei conti è esercitata dai giudici contabili secondo le norme del presente codice”.
Tale codice è entrato in vigore a pieno regime il 7 ottobre scorso e quindi si applicherà per tutti quei giudizi instaurati in epoca successiva rispetto a tale data.

Per ciò che concerne gli organi della giustizia contabile, la Corte di Cassazione risulta essere presente ma solo per le questioni inerenti la giurisdizione (ai sensi dell’art. 207: “le decisioni della Corte dei conti in grado d’appello o in unico grado, e quelle di cui all’articolo 144 (sentenza inappellabile pronunciata nei giudizi di resa di conto), possono essere impugnate innanzi alla Corte di cassazione, ai sensi degli articoli 362 c.p.c. e 111, ottavo comma, della Costituzione, per i soli motivi inerenti alla giurisdizione”).
Ai sensi dell’art. 13, “la giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, e non hanno rilevanza rispetto ad essa i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo”. Tale articolo risulta essere l’esatta trasposizione dell’art. 5 c.p.c. c.p.c., il quale afferma che giurisdizione e competenza sono determinate con riguardo alla legge in vigore al momento della proposizione della domanda stessa.

Passando al caso di specie, lei afferma che esiste un giudizio pendente dinanzi alla Corte di Cassazione – in buona sostanza, all’ultimo grado della giustizia ordinaria.
Non parrebbe dunque possibile un’applicazione del codice della giustizia contabile, in quanto sono state modificate le norme procedurali e non quelle sostanziali e la legge non dispone che per l'avvenire. Inoltre, il giudizio di Cassazione risulta invece essere possibile solo per motivi inerenti alla giurisdizione e pertanto il nuovo codice non troverà applicazione per ricorsi proposti per motivi diversi rispetto a quello specificamente indicato.

ATTILIO G. chiede
domenica 10/03/2013 - Sicilia
“Salve, sono dottore commercialista, ho svolto nell'anno 2011 e precisamente da ottobre a dicembre attività professionale quale rilevazione in p.doppia dei fatti amministrativi inerenti alla gestione di una società a responsabilità limitata, avente atti vita per oltre € 1.500.000 e volume affari di € 350.000. Ho emesso parcella il 30 novembre 2011, non pagata, e in data 4 febbraio 2013 ho presentato richiesta parere all' ordine applicando applicando tariffa ordine anno 2011. E' corretto? Oppure avrei dovuto applicare quella inerente all'accordo professionista cliente?”
Consulenza legale i 18/03/2013
L'art. 2233 del c.c. sancisce che il compenso del professionista intellettuale, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell'associazione professionale a cui il professionista appartiene.
La regola generale fissata dal codice civile attribuisce valore dominante alla volontà delle parti: anche la giurisprudenza interpreta la norma ritenendo che la pattuizione delle parti risulti preminente su ogni altro criterio di liquidazione, compreso quello delle tariffe professionali o degli usi (v. Cass. 6732/2000).
Pertanto, esistendo un accordo tra il cliente ed il professionista, sarà questo ad essere fatto valere in sede di richiesta del pagamento della prestazione intellettuale.
Dal punto di vista processuale, il contratto concluso col cliente è stato riconosciuto quale documento che, in quanto avente le caratteristiche richieste dall’art. 633 n. 1 c.p.c., è sufficiente all’emissione dell’ingiunzione in forma provvisoriamente esecutiva ex art. 642, comma 2, c.p.c. (Tribunale Varese, sez. I civile, decreto 11.10.2012).
L’art. 9, comma 1, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1 (abrogativo delle tariffe professionali) convertito con modificazioni nella L. 24 marzo 2012, n. 27, e il successivo comma 5, hanno disposto l’abrogazione delle disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1. Di conseguenza, risulterebbe l'implicita abrogazione anche dell'art. 2233, comma primo, c.c., nella parte in cui prevede l’acquisizione del parere del Consiglio dell’Ordine e l’art. 636 del c.p.c. laddove chiede che il ricorso sia accompagnato dalla parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale.
Sembra quindi potersi affermare che, in presenza di un accordo scritto tra il cliente e il professionista, quest'ultimo possa esperire il procedimento monitorio senza la previa richiesta del parere dell'associazione professionale.

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