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Articolo 2203 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Preposizione institoria

Dispositivo dell'art. 2203 Codice civile

È institore (1) colui che è preposto dal titolare all'esercizio di un'impresa commerciale [425, 2195, 2196, n. 5].

La preposizione può essere limitata all'esercizio di una sede secondaria o di un ramo particolare dell'impresa [2197, 2205].

Se sono preposti più institori, questi possono agire disgiuntamente, salvo che nella procura sia diversamente disposto [1716], 2257].

Note

(1) L'institore di regola è un lavoratore subordinato, eccezionalmente può essere anche un lavoratore autonomo.

Ratio Legis

La preposizione institoria si caratterizza per l'ampiezza dei poteri rappresentativi dell'institore, tali da renderlo una sorta di alter ego dell'imprenditore, il quale, per libera volontà, delega tutti i poteri all'institore.

Spiegazione dell'art. 2203 Codice civile

Gli articoli da 2203 a 2213 dettano la disciplina del potere di rappresentanza dei c.d. ausiliari subordinati dell'imprenditore commerciale, da distinguersi dagli ausiliari autonomi (es: agenti, mediatori).

Le figure di ausiliari subordinati sono:
  1. l'institore;
  2. il procuratore;
  3. il commesso.
Sono tutte dotate di un potere di rappresentanza commisurato alla posizione che rivestono nell'organizzazione dell'impresa.

L'institore è il dipendente posto a capo dell'impresa o di una sua parte (sede secondaria o ramo) tale da costituire un'unità da un punto di vista organico. L'institore può essere denominato in molti modi, ad esempio direttore generale, rappresentante generale ecc.
La figura dell'institore si caratterizza essenzialmente per l'incarico gestionale che riguarda non il compimento di atti specifici, ma la gestione dell'impresa o di una sede secondaria o di un ramo, quindi l'esercizio di un'attività attribuitogli.
In ogni caso la preposizione institoria non può comportare la rinuncia ad ogni potere di gestione da parte del titolare.

L'institore deve dipendere unicamente dall'imprenditore e non può, pertanto, dipendere da persone che a loro volta dipendono dall'imprenditore.

La norma fa riferimento al ramo d'impresa che va identificato con un settore dell'attività dell'impresa con autonomia gestionale.
Non è ammissibile la nomina di un institore da parte di un piccolo imprenditore.

L'institore può essere soltanto una persona fisica e deve avere capacità di agire.

Secondo l'opinione prevalente in dottrina, fra imprenditore e institore sussiste un rapporto di lavoro subordinato (FERRARA-CORSI), qualificando l'institore come ausiliario subordinato dell'imprenditore.
Secondo una contraria opinione, prevalente in giurisprudenza, la preposizione institoria non presuppone necessariamente tale rapporto e può collegarsi anche ad un rapporto di lavoro autonomo.

Hanno normalmente la qualità di institori direttori di filiale o succursali bancarie.

Secondo l'opinione prevalente, la preposizione institoria non richiede l'adozione di forme solenni e il potere di rappresentanza dell'institore deriva ex lege dall'atto stesso della preposizione e non da un atto autonomo di emissione di una procura che, pur venendo di solito comunque rilasciata, è però necessaria solo per apporre eventuali limitazioni al potere predetto.
Di conseguenza non si ritiene necessario l'atto scritto per la preposizione institoria e la sussistenza di tale preposizione può essere provata con ogni mezzo comprese le presunzioni.

Massime relative all'art. 2203 Codice civile

Cass. civ. n. 16532/2016

La qualità di institore è da porre in correlazione con la preposizione, operata dall'imprenditore, all'esercizio dell'impresa commerciale, indipendentemente dall'inquadramento professionale del preposto dal punto di vista della carriera, dal conferimento di procura o comunque dall'utilizzo di forme solenni, sicché il preposto ad una sede secondaria dell'impresa (nella specie, la succursale di una banca) è per ciò stesso institore, salva prova contraria, acquisendone automaticamente i relativi poteri rappresentativi e divenendo, pertanto, destinatario della notificazione di atti processuali indirizzati al preponente.

Cass. civ. n. 3022/2003

La preposizione institoria non richiede l'adozione di forme solenni, né la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra l'institore e l'imprenditore. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, a fronte di una procura generale rilasciata da un imprenditore al proprio figlio per motivi di salute, aveva ritenuto realizzata non una preposizione institoria bensì una forma di trasferimento dell'impresa ed aveva perciò dichiarato nullo per vizio di forma il licenziamento intimato oralmente dal procuratore e per iscritto dall'imprenditore, ritenendo che quest'ultimo, col trasferimento, avesse perso il poter di direzione dell'impresa).

Cass. civ. n. 9131/1997

Determinati ausiliari dell'imprenditore, e precisamente gli institori, i procuratori e i commessi, sono investiti in quanto tali, indipendentemente da uno specifico conferimento di procura, di Un potere di rappresentanza commisurato, quanto alla sua ampiezza, alle mansioni loro affidate dall'imprenditore, salvo il potere di quest'ultimo di limitare (ma non escludere) detta sfera rappresentativa, con le modalità e con gli effetti, per quanto riguarda gli institori e i procuratori, di cui agli artt. 2206, 2207 e 2209 c.c. Ne consegue che deve ritenersi organico il rapporto alla base dei poteri del procuratore dell'imprenditore e quest'ultimo, se viene prodotta in giudizio contro di lui una scrittura privata sottoscritta a nome dell'impresa da un suo procuratore, ha il potere di disconoscerne in giudizio la sottoscrizione a norma dell'art. 214 c.p.c.

Cass. civ. n. 2020/1993

La preposizione institoria, essendo caratterizzata dall'ampiezza dei poteri rappresentativi che fanno dell'institore lo alter ego dell'imprenditore, postula la volontà di quest'ultimo di delegare al preposto poteri di gestione del tutto coincidenti con i propri, e, pertanto, mentre è insita, a norma dell'art. 2203 c.c., nella preposizione ad una sede o ad un ramo dell'attività dell'impresa, non è di per sé evincibile dalla preposizione a singoli uffici (nella specie: ufficio-vendite), ancorché dotati di una certa autonomia operativa nell'ambito dell'organizzazione imprenditoriale.

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Andrea B. chiede
venerdì 05/01/2018 - Sardegna
“Buongiorno,
Vorremmo capire quali e se ci sono dei margini per poter conferire l'amministrazione generale della società o parziale ad un socio che non è facente del consiglio di amministrazione. In caso affermatico come verrebbe retribuita questa figura, come avverrebbe tale conferimento? Non si tratterebbe di una procura?
Abbiamo la necessità di avere un amministratore, non di fatto, non facente parte del consiglio con poteri stabiliti in statuto per 5 anni legati ad un business plan.
Preciso che la società è una s.r.l.
Ringraziando anticipatamente porgo Distinti saluti”
Consulenza legale i 09/01/2018
Leggendo le norme dettate dal codice civile in materia di s.r.l., ci si può rendere conto del fatto che l’ultima riforma del diritto societario ha connotato la s.r.l. di un particolare carattere personalistico, tanto che qualcuno ha anche scritto che la s.r.l. è diventata quasi una società di persone a responsabilità limitata.

Questo carattere personalistico lo ritroviamo soprattutto in quella norma che consente all’atto costitutivo di distribuire le competenze gestorie tra i soci e l’organo amministrativo, tendendosi a legittimare clausole statutarie che prevedano un diretto coinvolgimento dei soci nelle decisioni amministrative.
In particolare, l’art. 2475 c.c. lascia all’autonomia contrattuale ampia libertà di scelta sia per quanto concerne l’individuazione delle persone cui l’amministrazione medesima può essere affidata sia con riferimento al metodo secondo il quale dovranno agire.

A questo riguardo si ritiene interessante evidenziare quanto stabilito al comma 3 dell’art. 2468, il quale consente addirittura che l’atto costitutivo possa prevedere “l'attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l'amministrazione della società”.
Dunque, l’amministrazione della società può essere, in tutto o in parte, materia sottratta sia all’organo amministrativo che ai soci nel loro complesso e attribuita solamente ad alcuni di essi.
Non è, del resto, un caso, come fa notare A. Busani, che la normativa in tema di S.r.l. non riproponga l’espressione che il legislatore della riforma ha invece dedicato alla Spa, secondo cui “la gestione dell’impresa spetta esclusivamente agli amministratori …” (art. 2380 bis, comma 1, C.C.).

Fatta questa necessaria premessa, vediamo attraverso quale istituto giuridico può realizzarsi l’obiettivo che ci interessa, tenendo pur sempre presente che occorre prestare massima attenzione nel non violare il rapporto fiduciario esistente fra assemblea e amministratori, eludendo le norme inderogabili che stabiliscono le competenze esclusive dell'organo amministrativo e le relative responsabilità, con la creazione di figure fittizie di amministratori, destinati a costituire uno schermo nei confronti degli amministratori effettivi.

E’ naturale intanto che l’imprenditore (e come tale si intende anche l’impresa esercitata in forma societaria) abbia normalmente bisogno, nello svolgimento della sua attività, della collaborazione di altre persone: parliamo, per essi, di ausiliari o collaboratori dell’imprenditore.
Particolare importanza rivestono quegli ausiliari muniti anche di potere di rappresentanza, cioè del potere di sostituirsi all’imprenditore nel compimento di atti giuridici, con conseguente produzione degli effetti giuridici in capo a quest’ultimo.

I collaboratori dell’imprenditore muniti del potere di rappresentanza si distinguono, a loro volta, in rappresentanti generali e rappresentanti particolari.
I primi, che sono quelli che ci interessano, hanno il potere di compiere tutti gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa, con eccezione di quelli espressamente esclusi dalla legge o dalla procura; sono tali gli institori ed i procuratori.
Ed è proprio della figura dell’institore che si ritiene ci si possa avvalere per raggiungere l’obiettivo desiderato; egli costituisce una sorta di rappresentante generale dell’imprenditore, preposto da quest’ultimo all’esercizio dell’intera impresa commerciale o di un ramo particolare o di una sede secondaria di essa (nel quesito si prospetta di voler conferire l’amministrazione generale o parziale della società).

Il negozio giuridico con il quale il consiglio di amministrazione potrà nominare l’institore prende il nome di preposizione o procura institoria; per effetto di tale negozio, l’institore assumerà un ampio potere di gestione e rappresentanza, che si estenderà per legge a tutti gli atti di esercizio dell’impresa a cui è preposto, con eccezione di quelli espressamente esclusi dalla procura (art. 2204 c.c.).
A titolo puramente esemplificativo può dirsi che l’institore avrà il potere di acquistare materie prime, assumere e licenziare operai, sottoscrivere cambiali in nome dell’imprenditore, vendere prodotti finiti, e così via.

Rientra nei suoi poteri anche la rappresentanza processuale del preponente (il Consiglio di amministrazione), potendo dunque anche stare in giudizio in nome della società per le obbligazioni dipendenti da atti compiuti nell’esercizio dell’impresa a cui è preposto.
Al solo fine di tutelare i terzi, la legge dispone che la procura institoria debba essere iscritta nel registro delle imprese, e ciò qualora l’imprenditore (sempre il Consiglio di Amministrazione nel nostro caso) voglia limitare i poteri del suo rappresentante; in mancanza di iscrizione, la rappresentanza si reputa generale.
In questo modo si può peraltro soddisfare l’ulteriore obiettivo desiderato, ossia evitare la creazione della figura di un amministratore di fatto.

Quanto alle responsabilità assunte dall’institore, la legge dispone che questi è personalmente responsabile nei casi in cui viene stipulato un atto pertinente all’esercizio dell’impresa senza consentire al terzo di accertare se ha agito per conto proprio o per conto del preponente (art. 2208 c.c.), mentre la sua responsabilità non sussiste in presenza di circostanze (si fa l’esempio anche del semplice uso di carta intestata al preponente) che consentano al terzo di comprendere che l’institore ha agito per conto dell’imprenditore, il quale sarà perciò il solo ad essere obbligato nei confronti del terzo (tale previsione consente di non incappare nel divieto di creare, in frode alla legge, figure fittizie di amministratori).

Per quanto concerne il profilo retributivo dell’institore, va detto che si tratta di figura normalmente legata all’azienda da rapporto di lavoro subordinato; parte autorevole della dottrina e della giurisprudenza ritiene ammissibile anche un rapporto di lavoro autonomo, mentre altra parte della dottrina considera possibile avvalersi di una collaborazione a progetto.

Trattandosi poi di rappresentanza che ha natura volontaria, sarà sicuramente possibile fissare la sua durata in cinque anni e predeterminare il suo contenuto nel raggiungimento di un determinato business plan, potendo perfino configurarsi il mancato raggiungimento di tale risultato quale condizione per la revoca anticipata della preposizione institoria (si consiglia di allegare il documento di pianificazione allo stesso contratto di preposizione institoria, così da conferirgli natura di parte integrante dello stesso).

Infine, e per concludere, si ritiene opportuno accennare sinteticamente al problema che potrebbe porsi circa l’ammissibilità di un socio che rivesta anche la figura di lavoratore dipendente della società; al riguardo va precisato che, affinché possa validamente instaurarsi un rapporto di lavoro subordinato tra società e socio, è necessaria la sussistenza della c.d. etero-direzione, ossia la sua dipendenza assoluta da un soggetto diverso (nel nostro caso il soggetto diverso potrà chiaramente identificarsi nel consiglio di amministrazione).

In conseguenza di ciò, risulta evidente che un amministratore unico di una società non potrà mai essere allo stesso tempo anche dipendente della stessa (in quanto non soggetto al potere di direzione e di controllo della società), così come è impensabile configurare un socio lavoratore dipendente nel caso in cui partecipi al capitale sociale in misura tale da assicuragli la maggioranza o nel caso in cui possegga una quota rilevante in grado di condizionare palesemente le deliberazioni assembleari.

Testi per approfondire questo articolo