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Articolo 646

Codice Penale

Appropriazione indebita

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Dispositivo dell'art. 646 Codice Penale

Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto (1), si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso (2), è punito, a querela della persona offesa [120], con la reclusione fino a tre anni (3) e con la multa fino a milletrentadue euro (4) (5).
Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario [c.c. 1783-1797], la pena è aumentata (6).
Si procede d'ufficio [c. nav. 1144-1146], se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel numero 11 dell'articolo 61 [649] (7).

Note

(1) L'ingiustizia del profitto ricorre ogniqualvolta la pretesa dell'agente sia priva di tutela giuridica diretta o indiretta.

(2) Un particolare problema circa la configurazione del reato come furto [v. 624] o appropriazione indebita si è posto con riferimento al c.d. possesso sprangato, cioè quello che si costituisce sopra una cosa mobile contenuta in un involucro chiuso. La prevalente giurisprudenza distingue a seconda che l'agente si sia appropriato dell'involucro (il c.d. contenente) o del suo contenuto ritenendo sussistente l'appropriazione indebita nel prima caso, il furto nel secondo, ovvero entrambi i reati qualora l'agente si impossessi sia dell'uno che dell'altro.
La dottrina, invece, propende per l'individuazione, in ogni caso, del reato di appropriazione indebita in base alla considerazione che l'affidamento del contenente comporta anche l'affidamento del contenuto.

(3) Sono applicabili le sanzioni sostitutive previste dagli artt. 53 e segg., l. n. 689/1981.

(4) Importo incrementato a norma dell'art. 113, c. 1, l. n. 689/1981.

(5) È discussa la punibilità della c.d. appropriazione d'uso che ricorre quando la cosa sia utilizzata dall'agente in modo non conforme al titolo del possesso. Si propende per la soluzione negativa in base alla considerazione che mentre il legislatore ha espressamente previsto il furto d'uso [v. 626, n. 1] non ha previsto un'analoga disposizione in tema di appropriazione indebita. Tuttavia, si ritiene sussistente il reato in esame qualora l'uso si traduca in un atto di signoria sulla cosa (ad es. ne determini un logorio che riduca sensibilmente il suo valore economico). È altresì discusso se sia ammissibile l'appropriazione di un'idea (ad esempio, sfruttamento di un'idea altrui per farsi rilasciare il brevetto a proprio nome). La risposta che viene data è per lo più negativa in quanto l'idea, quale bene immateriale, non può considerarsi una «cosa».

(6) Si tratta di una circostanza aggravante la cui ratio va ricercata nella maggiore riprovazione che suscita il fatto di aver approfittato di un possesso derivante da una situazione di necessità.

(7) L'aggravante ha ad oggetto il fatto di reato commesso con abuso di relazioni e di prestazione d'opera. Nella accezione sono da ricomprendersi anche i rapporti di natura similare. Si richiede che all'origine del possesso vi sia un vero e proprio rapporto di prestazione d'opera e che questo sia in corso al momento dell'appropriazione.


Ratio Legis

L'appropriazione indebita si distingue dal reato di furto [v. 624] in ragione della diversa posizione che riveste il soggetto attivo: infatti, nell'ipotesi di cui all'art. 624 l'autore è privo del possesso della cosa e tende ad acquisirlo, nell'ipotesi in esame, invece, l'autore è già nel possesso della cosa, ma si comporta come l'effettivo proprietario di essa pur spettando ad altri il relativo diritto di proprietà. Posto che, come sopra chiarito, in diritto penale si considera possessore il soggetto che acquisisca la disponibilità autonoma della cosa, risponderanno di appropriazione indebita e non di furto, ad esempio, il depositario, il locatario, il comodatario, il mandatario che si approprino del bene oggetto di deposito, di locazione, di comodato e di mandato. Il delitto di appropriazione indebita è stato configurato dalla giurisprudenza in numerose ipotesi verificatesi nell'ambito dell'attività bancaria che, soprattutto in relazione alle tipiche operazioni strettamente inerenti alla normale attività di raccolta del risparmio e di esercizio del credito, non sono più qualificabili come pubblico servizio o pubblica funzione, avendo, invece, natura di attività imprenditoriale privata [v. 358].

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