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Articolo 1375

Codice Civile

Esecuzione di buona fede

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Dispositivo dell'art. 1375 Codice Civile

Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede (1).

Note

(1) Fonte primaria d'integrazione del contratto [v. 1374], la buona fede è una regola di condotta che concorre a determinare il comportamento dovuto dalle parti nell'esecuzione del contratto. L'obbligo della buona fede impone a ciascuna parte un comportamento leale e corretto in relazione alle concrete circostanze di attuazione del contratto e si sostanzia nei doveri di avviso, informazione, solidarietà e protezione (nei confronti della persona e dei beni della controparte). L'obbligo di buona fede è stato riscontrato, ad esempio, con riguardo all'esigenza di collaborazione del creditore necessaria al fine di consentire l'adempimento al debitore. La violazione del principio di buona fede dà luogo a responsabilità contrattuale [v. 1218].


Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

63Nel capoverso del citato art. 73 è riprodotto, in termini più generali, il principio dell'art. 1124 cod. civ., in base quale i contratti debbono essere eseguiti di buona fede.
L'affermazione di questo dovere si completa, allo scopo di determinare il grado e la misura del contegno attivo che il debitore deve tenere, con il principio che il debitore deve, nell'adempimento dell'obbligazione, usare la diligenza di un buon padre di famiglia.
Detta regola non era stata assunta dalla Commissione reale in termini così generali perché, ad avviso della stessa, se si escludono i cas menzionati dalla legge (custodia e mandato), la intensità del dovere del debitore deve essere determinata alla stregua dalla regola secondo cui egli non è esente da responsabilità se non quando provi che l'inadempimento o il ritardo provengono da causa estranea a lui non imputabile.
Il sistema adottato dalla Commissione reale è quello del codice Napoleone (art. 1137); e questo ritorno a posizione superate dal codice del 1865 poteva segnare un regresso, tanto più che la giurisprudenza francese estendeva già il ristretto principio dell'art. 1137 ad ogni genere di obbligazione. Vero è, solo che, mentre in certe obbligazioni (come, ad esempio, quella di custodia) il richiamo alla diligenza importa addirittura la determinazione concreta del contenuto dell'obbligo, invece in altre obbligazioni, in cui il contenuto specifico è già predeterminato, la diligenza richiesta. è solo un criterio per valutare il contegno del debitore. Ma questo diverso rilievo, che può avere il richiamo della diligenza nell'adempimento, non esclude affatto la possibilità di una formulazione generale.
Né mi pare, poi, che tale formulazione contrasti con il fatto che il debitore è esente dalla sole conseguenze del fortuito. La regola generale suddetta integra, anzi, la norma che pone la esenzione dal solo fortuito. Infatti, di vero casum non si potrà più parlare quando risulti che non fu osservata la dovuta misura di diligenza; sorge, allora, l'imputabilità dell'evento che impedì o ritardò l'esecuzione dell'obbligazione.

219Nell'art. 240 si richiama il principio di buona fede che deve dominare l'esecuzione del contratto, non per una inutile ripetizione dell'art. 73 capoverso, ma per affermare che di buona fede deve anche essere esercitato il diritto.
Dell'art. 1123 cod. civ. non viene riprodotto (art. 241) il primo comma che attribuisce al contratto la forza di legge fra le parti, perché la formula è apparsa ridondante, e in fondo non necessaria per esprimere il principio della assoluta obbligatorietà del contratto.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 13208/2010

In tema di contratti, il principio della buo­na fede oggettiva, cioè della reciproca lealtà di condotta, deve presiedere all'esecuzione del con­tratto, così come alla sua formazione ed alla sua interpretazione e, in definitiva, accompagnarlo in ogni sua fase; pertanto, l'apprezzamento della slealtà del comportamento della parte che invochi la risoluzione del contratto per inadempimento si ripercuote sulla valutazione della gravità dell'ina­dempimento stesso, nel caso in cui tale soggetto abusi del suo diritto potendo comunque realizzare il suo interesse senza ricorrere al mezzo estremo dell'ablazione del vincolo. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impu­gnata, che aveva dichiarato risolto per morosità un contratto di locazione, senza tener conto che il locatore avrebbe potuto compensare il suo cre­dito con il maggior debito esistente nei confronti del conduttore).

Cass. n. 25047/2009

I principi di buona fede e correttezza sono previsti dal codice civile, come tali, in riferimento alla fase dello svolgimento delle trattative con­trattuali (art. 1337), a quella dell'interpretazione del contratto (art. 1366) ed a quella della sua ese­cuzione (art. 1375), sicché la violazione dell'ob­bligo di attenervisi, sebbene possa esser fonte di responsabilità risarcitoria, non inficia però il con­tenuto del contratto con il quale le parti abbiano composto i rispettivi interessi, nel senso che, ove non venga in rilievo una causa di nullità o di an­nullabilità del contratto medesimo specificamen­te stabilita dal legislatore, tali vizi invalidanti non sono invocabili a fronte della inadeguatezza delle clausole pattuite a garantire l'equilibrio delle pre­stazioni o le aspettative economiche di uno dei contraenti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, una volta esclusa la sussistenza della violazione dei principi di buona fede e correttezza nella fase delle trattative con­trattuali, aveva poi ritenuto di per sé non confe­rente l'evocazione dei medesimi principi rispetto alla pattuizione della condizione risolutiva del contratto preliminare di compravendita di un terreno in caso di mancata approvazione del piano di lottizzazione entro un certo termine, con l'obbligo di restituzione del solo prezzo anticipatamente corrisposto, maggiorato degli interessi a partire da una data determinata).

Cass. n. 20106/2009

I princìpi di correttezza e buona fede nel­l'esecuzione e nell'interpretazione dei contratti, di cui agli artt. 1175, 1366 e 1375 c.c., rilevano sia sul piano dell'individuazione degli obblighi contrattuali, sia su quello del bilanciamento dei contrapposti interessi delle parti. Sotto il primo profilo, essi impongono alle parti di adempiere obblighi anche non espressamente previsti dal contratto o dalla legge, ove ciò sia necessario per preservare gli interessi della controparte; sotto il secondo profilo, consentono al giudice di inter­venire anche in senso modificativo o integrativo sul contenuto del contratto, qualora ciò sia neces­sario per garantire l'equo contemperamento degli interessi delle parti e prevenire o reprimere l'abu­so del diritto.

Si ha abuso del diritto quando il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustifi­cato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà furono attribuiti. Ricorrendo tali presupposti, è consentito al giudice di merito sindacare e di­chiarare inefficaci gli atti compiuti in violazione del divieto di abuso del diritto, oppure condan­nare colui il quale ha abusato del proprio diritto al risarcimento del danno in favore della controparte contrattuale, a prescindere dall'esistenza di una specifica volontà di nuocere, senza che ciò costituisca una ingerenza nelle scelte economiche dell'individuo o dell'imprenditore, giacché ciò che è censurato in tal caso non è l'atto di autonomia negoziale, ma l'abuso di esso (in applicazione di tale principio, è stata cassata la decisione di meri­to la quale aveva ritenuto insindacabile la decisio­ne del concedente di recedere ad nutum dal con­tratto di concessione di vendita, sul presupposto che tale diritto gli era espressamente riconosciuto dal contratto).

Cass. n. 9924/2009

Il comportamento - interpretato alla luce dei principi di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. - del contraente titolare di una situazione creditoria o potestativa, che per lungo tempo trascuri di esercitarla e generi così un affidamento della controparte nell'abbandono della relativa pretesa, è idoneo come tale (essendo irrilevante qualificarlo come rinuncia tacita ovve­ro oggettivamente contrastante con gli anzidetti principi) a determinare la perdita della medesima situazione soggettiva. (Nella specie, i lavoratori, abbandonato il posto di lavoro e conseguita la pensione, non avevano offerto le prestazioni lavo­rative per oltre tre anni successivi alla pronuncia della Corte costituzionale n. 226 del 1990, dalla quale derivava la fondatezza della loro pretesa relativa alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino al limite del sessantacinquesimo anno di età o del raggiungimento della contribuzione previ­denziale massima; la S.C., nell'affermare il princi­pio su esteso, ha cassato la sentenza impugnata, che, nell'accogliere la domanda di trattenimento in servizio proposta dagli anzidetti lavoratori sol­tanto nel 1993, non aveva considerato l'incidenza del descritto comportamento sulla persistenza del loro diritto a proseguire il rapporto di lavoro).

Cass. sez. un. n. 28056/2008

Il principio di correttezza e buona fede il quale, secondo la Relazione ministeriale al co­dice civile, «richiama nella sfera del creditore la considerazione dell'interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all'interesse del creditore» deve essere inteso in senso ogget­tivo ed enuncia un dovere di solidarietà, fondato sull'art. 2 della Costituzione, che, operando come un criterio di reciprocità, esplica la sua rilevanza nell'imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preser­vare gli interessi dell'altra, a prescindere dall'esi­stenza di specifici obblighi contrattuali odi quanto espressamente stabilito da singole norme di legge, sicché dalla violazione di tale regola di comporta­mento può discendere, anche di per sé, un danno risarcibile. (Nella specie, è stata confermata la sentenza di merito che aveva condannato il Consi­glio Nazionale delle Ricerche CNR al pagamento, in favore di un proprio dipendente, della somma corrispondente agli interessi maturati sulle quote annualmente accantonate di trattamento di fine rapporto a causa degli investimenti delle stesse in buoni postali fruttiferi, secondo quanto previsto dal d.P.C.m. 8 giugno 1946, effettuati tardivamen­te rispetto alle scadenze fissate da delibere della Giunta amministrativa dello stesso CNR).

Cass. n. 3462/2007

L'obbligo di buona fede oggettiva o cor­rettezza costituisce un autonomo dovere giuridico, espressione di un generale principio di solidarietà sociale, applicabile in ambito con­trattuale ed extracontrattuale, che impone di mantenere, nei rapporti della vita di relazione, un comportamento leale (specificantesi in obbli­ghi di informazione e di avviso) nonché volto alla salvaguardia dell'utilità altrui, nei limiti dell'ap­prezzabile sacrificio (Nell'affermare il suindicato principio la S.C., con riferimento a contratto di trasporto marittimo di persone ha ritenuto viola­to l'obbligo di buona fede oggettiva o correttezza dal comportamento del vettore professionale il quale, nell'impossibilità di affrontare il viaggio di ritorno per le avverse condizioni metereologiche, aveva mancato di accordarsi con altro vettore «pur di non pagare qualche soldo in più rispetto al costo del biglietto pagato dai passeggeri», non consentendo conseguentemente ai medesimi di rientrare in serata sul continente e di evitare il pernottamento di fortuna nel luogo di destina­zione, privo di alberghi).

Cass. n. 24274/2006

In tema di rapporti contrattuali di durata, l'esercizio di diritti potestativi attribuiti dalla legge o dal contratto ad una delle parti produce immediatamente la modificazione della sfera giuridica dell'altra parte, senza che sia configura­bile, neppure in base al principio di correttezza e buona fede, un obbligo di preavviso, in difetto di limitazioni in tal senso previste dalla fonte attributiva del potere. (Nella specie, relativa ad una pattuizione, intervenuta nel caso dello svol­gimento di un rapporto di agenzia, che aveva comportato l'affidamento all'agente dell'incarico aggiuntivo di supervisore dell'attività di altri agenti, riservando alla proponente la titolarità del potere sia di conferimento sia di revoca del detto incarico, la S.C: ha confermato la sentenza di merito che aveva riconosciuto la liceità della revoca immediata dell'incarico stesso, senza che un obbligo di preavviso potesse scaturire dai pre­cetti di correttezza e buona fede).

Cass. n. 13345/2006

In tema di contratti, il principio della buo­na fede oggettiva, cioè della reciproca lealtà: di condotta, deve presiedere all'esecuzione del con­tratto, cosa come alla sua formazione ed alla sua interpretazione e, in definitiva, accompagnarlo in ogni sua fase, sicchè la clausola generale di buona fede e correttezza è operante tanto sul piano dei comportamenti del debitore e del creditore nel­l'ambito del singolo rapporto obbligatorio (art. 1175 c.c.), quanto sul piano del complessivo as­setto di interessi sottostanti all'esecuzione di un contratto (art. 1375 c.c.), concretizzandosi nel dovere di ciascun contraente di cooperare alla realizzazione dell'interesse della controparte e ponendosi come limite di ogni situazione, attiva o passiva, negozialmente attribuita, determinando così integrativamente il contenuto e gli effetti del contratto. La buona fede, pertanto, si atteggia come un impegno od obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei compor­tamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere del neminem laedere senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell'altra parte. (Nella specie, relativa al rilascio di immobile locato e alla detrazione dell'Iva sulle spese legali rimborsate dall'una all'altra parte, la S.C. ha precisato che pur non esistendo, dal punto di vista fiscale, alcun obbligo a carico del conduttore di dedurre quanto pagato a titolo di Iva per prestazioni professionali legali, lo stesso era tenuto a operare la deduzione de qua ex art. 1175 c.c., al fine di non pregiudicare la posizione di controparte ed ha pertanto confermato il ri­getto della domanda di recupero dell'Iva su dette spese avanzata dal conduttore).

Cass. n. 10127/2006

Il semplice fatto di ritardare l'esercizio di un proprio diritto (nel caso di specie, di agire in giudizio per far valere l'inadempimento con­trattuale), se non finalizzato a produrre un danno alla controparte e senza un apprezzabile interesse per il titolare, non dà luogo a una violazione del principio di buona fede nell'esecuzione del con­tratto, qualunque convinzione possa essersi fatta del ritardo il debitore, e non è causa per escludere la tutela giudiziaria, salvo che sia intervenuta un'inequivoca rinuncia tacita al diritto. (La S.C. ha affermato tale principio con riferimento a una fattispecie in cui il creditore aveva chiesto la riso­luzione del contratto in via riconvenzionale dopo due anni dalla scadenza del termine per l'adempi­mento in un giudizio in cui era stato convenuto per il pagamento del corrispettivo della presta­zione adempiuta in ritardo).

Cass. n. 5240/2004

La clausola generale di buona fede nell'ese­cuzione del contratto impone a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a pre­scindere dall'esistenza di specifici obblighi con­trattuali e da quanto espressamente stabilito da singole norme di legge; in virtú di tale principio ciascuna parte è tenuta da un lato ad adeguare il proprio comportamento in modo da salvaguarda­re l'utilità della controparte, e, dall'altro, a tollera­re anche l'inadempimento della controparte che non pregiudichi in modo apprezzabile il proprio interesse. Ad un tale riguardo il semplice ritardo di una parte nell'esercizio di un diritto (nel caso di specie, diritto di agire per far valere l'inadem­pimento della controparte) può dar luogo ad una violazione del principio di buona fede nell'esecu­zione del contratto soltanto se, non rispondendo esso ad alcun interesse del suo titolare, correlato ai limiti e alle finalità del contratto, si traduca in un danno per la controparte.

Cass. n. 15482/2003

In relazione a una pluralità di rapporti con­trattuali tra loro collegati per la realizzazione di un'unica operazione economica — nella specie, la regolamentazione della concorrenza attraverso la creazione di una nuova società rispetto a quella precedente e la previsione, a carico delle parti, dell'obbligo di rifornire detta società in misura predeterminata — la corrispondenza a buona fede dell'esercizio del diritto di recesso, contrat­tualmente stabilito — nella specie, in relazione ad un contratto di fornitura — deve essere valutata nel complessivo contesto dei rapporti intercor­renti tra le parti, onde accertare se detto recesso sia stato o meno esercitato secondo modalità e tempi che non rispondono ad un interesse del ti­tolare meritevole di tutela, ma soltanto allo scopo di arrecare danno all'altra parte, incidendo sulla condotta sostanziale che le parti sono obbligate a tenere per preservare il reciproco interesse al­l'esatto adempimento delle rispettive prestazio­ni.

Cass. n. 15150/2003

Il principio di buona fede contrattuale, san­cito dall'art. 1375 c.c., ha la portata di ampliare (ovvero di restringere) gli obblighi letteralmente assunti con il contratto nei casi, e nella misura in cui, farli valere nel loro tenore letterale con­trasterebbe con detto principio, il quale opera es­senzialmente come un criterio di reciprocità che deve essere osservato vicendevolmente dalle parti del rapporto obbligatorio.

Cass. n. 13131/1997

I principi di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. sono stati codificati dal legislatore come regulae iuris di carattere generale con esclusivo riferimento ai rapporti precontrat­tuali ed all'interpretazione ed esecuzione del ne­gozio, e non anche con riguardo al contenuto del negozio medesimo, nel senso che (eccezion fatta per l'eventualità che la violazione di detti doveri si trovi ad integrare anche una delle specifiche ipotesi previste in tema di nullità o annullabilità dei contratti) i contraenti possono comporre i loro contrapposti interessi concordando del tutto liberamente il predetto contenuto negoziale, sen­za poi potere, proprio in ragione di tale libertà, invocare, a stipulazione avvenuta, l'asserita con­trarietà di una o più delle clausole convenute ai doveri in questione (salvo che nei casi esplicita­mente previsti dal legislatore).

Cass. n. 7987/1990

Nei contratti con prestazioni corrispettive, il contraente che abbia adempiuto la propria pre­stazione non è tenuto, nel caso di inadempimento totale o parziale dell'altro contraente, a svolgere attività per conseguire aliunde la contropresta­zione, dato che gli artt. 1175, 1227 e 1375, pur prevedendo per entrambi i contraenti un dovere di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, sono dettati allo scopo di vietare com­portamenti vessatori ed ostruzionistici, ma non possono essere intesi nel senso di trasferire a carico del creditore le obbligazione specifiche del debitore, o le conseguenze dell'inadempimento a lui imputabile.

Cass. n. 3250/1977

La violazione dei doveri di correttezza e di buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.) ove non siano considerati in forma primaria ed autonoma da una norma — come nell'ipotesi di concorrenza sleale ex art. 2598 n. 3 c.c. — costituisce solo un criterio di qualificazione e di valutazione del comportamento dei contraenti. Pertanto, un comportamento ad essi contrario non può essere reputato illegittimo e, quindi, fonte di responsabi­lità ove al contempo non concreti la violazione di un diritto altrui, già direttamente riconosciuto da una norma giuridica.

Cass. n. 1460/1973

La buona fede, intesa in senso etico, come requisito della condotta, costituisce uno dei cardini della disciplina legale delle obbligazio­ni, e forma oggetto di un vero e proprio dovere giuridico, che viene violato non solo nel caso in cui una delle parti abbia agito con il proposito doloso di recare pregiudizio all'altra, ma anche se il comportamento da essa tenuto non sia sta­to, comunque, improntato alla schiettezza, alla diligente correttezza ed al senso di solidarietà sociale che integrano, appunto, il contenuto della buona fede.

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