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Articolo 783

Codice Civile

Donazioni di modico valore

Dispositivo dell'art. 783 Codice Civile

La donazione di modico valore (1) che ha per oggetto beni mobili è valida anche se manca l'atto pubblico [782 c.c.], purché vi sia stata la tradizione (2) [781 c.c.].
La modicità deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni economiche del donante.

Note

(1) Il modico valore si determina in base ad un parametro oggettivo (il valore economico del bene) e ad uno soggettivo (la consistenza del patrimonio del donante).
(2) Per tradizione si intende la consegna della cosa nelle mani del donatario. Risulta in tal modo certa ed inequivocabile la volontà del donante.

Ratio Legis

L'esiguo valore della donazione è inidoneo a recare pregiudizio ai terzi, che quindi non si ritiene opportuno tutelare imponendo il requisito di forma di cui all'articolo precedente. La forma solenne avrebbe, peraltro, un costo sproporzionato rispetto al valore del bene, finendo per disincentivare le donazioni di modico valore.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

376 Un'altra disciplina che è stata profondamente innovata è quella della forma della donazione. Il progetto preliminare aveva ammessa la validità della donazione mobiliare di qualsiasi importo con la semplice tradizione, o, in mancanza di questa, quando ci fosse una scrittura privata contenente la descrizione delle cose e l'indicazione del loro valore. Il progetto definitivo aveva ritenuta pericolosa questa riforma, specie in considerazione della grande importanza del patrimonio mobiliare nell'economia moderna, e pertanto aveva prescritto anche per le donazioni mobiliari l'atto pubblico, riproducendo la norma dell'art. 1070 del codice del 1865, che richiede la descrizione delle cose con l'indicazione del valore. D'altra parte però aveva ammessa la validità della donazione di modico valore, quando fosse fatta per scrittura privata o fosse accompagnata dalla tradizione. La modicità doveva essere stabilita in relazione alle condizioni economiche del donante. Nella redazione del codice sono state perfezionate, sia dal punto di vista sostanziale, sia dal punto di vista formale, le disposizioni del progetto ministeriale, le quali avevano incontrato in via di massima approvazione. E' stata cioè ammessa la validità delle donazioni di modico valore aventi per oggetto cose mobili, quando vi sia stata la tradizione, e ciò in conformità all'indirizzo già affermatosi nella giurisprudenza sotto l'impero del codice del 1865. Non si è riconosciuta, invece, la possibilità di far donazioni con scrittura privata, per non allargare eccessivamente l'ammissibilità dei così detti doni manuali. Ed invero, se si prevedesse la scrittura privata, come mezzo idoneo al compimento dell'atto, si indurrebbe l'interprete a largheggiare nella valutazione della modicità, il che è indubbiamente da evitare. La norma relativa al criterio per la valutazione della modicità è stata emendata secondo alcune proposte in modo che ne risulta che va fatto riferimento innanzi tutto a una valutazione obbiettiva e poi anche alle condizioni economiche del donante. Infine è stata portata una modificazione nella sistemazione della materia, prevedendosi in un primo articolo (art. 782 del c.c.) la forma della donazione e dell'accettazione, e in un articolo successivo (art. 783 del c.c.) la donazione di modica valore, per la quale quella forma non è prescritta.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 7913/2001

Ai fini del riconoscimento del modico valore di una donazione, l'art. 783 c.c. non detta criteri rigidi cui ancorare la relativa valutazione, onde il giudizio in proposito è rimesso all'apprezzamento del giudice di merito la cui valutazione, involgendo un giudizio di fatto, è insindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivata. (Nella specie la Corte ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso il modico valore di una donazione sulla base di un accertamento condotto sia sotto il profilo oggettivo, in relazione al valore del bene oggetto della donazione in sé considerato, sia sotto il profilo soggettivo, in relazione al fatto che la somma donata costituiva la quasi totalità del risparmio del donante).

Cass. n. 11304/1994

La donazione di modico valore (art. 783 c.c.) per la quale non si richiede la forma scritta ad substantiam va accertata alla stregua di due criteri: quello oggettivo, per il quale si tiene conto delle condizioni economiche del donante. Ne consegue che l'atto di liberalità, per essere considerato di modico valore, non deve mai incidere in modo apprezzabile sul patrimonio del donante.

Cass. n. 1260/1994

I doni tra fidanzati non sono equiparabili né alle liberalità in occasione di servizi, né alle donazioni fatte in segno tangibile di speciale riconoscenza per i servizi resi in precedenza dal donatario, né alla liberalità d'uso, ma costituiscono vere e proprie donazioni, come tali soggette ai requisiti di sostanza e di forma previsti dal codice. Peraltro, la modicità del donativo, da apprezzare oggettivamente in relazione alla capacità economica del donante, fa sì che il trasferimento si perfezioni legittimamente, tra soggetti capaci, in base alla mera traditio.

Cass. n. 1873/1989

L'art. 783 c.c., nel disciplinare le donazioni di modico valore, prevede che la modicità dell'oggetto della donazione sia valutata obiettivamente anche in rapporto alle condizioni economiche del donante. A tal fine il giudice deve compiere un'indagine complessa, che, partendo dall'accertamento dei dati analitici essenziali che attengono al valore dell'oggetto in sé ed alla potenzialità economica di chi se ne spoglia, pervenga attraverso il loro contemperamento ad affermare ovvero ad escludere che la liberalità incida in modo apprezzabile sul patrimonio del donante. Detta indagine comporta un apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se congruamente motivato.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 783 del c.c.

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Federica V. chiede
venerdì 12/05/2017 - Friuli-Venezia
“Buonpomeriggio,
mio fratello mi ha restituito del denaro (10.000 euro) per l'aiuto che gli ho dato negli ultimi anni svincolando anticipatamente una polizza assicurativa. In quel periodo lui era in procinto di chiedere la separazione dalla moglie ed era talmente scosso che da lì a poco si è suicidato (2012). La moglie ha ereditato tutto il patrimonio costituito da una villetta del valore di 150.000 (che ha subito venduto) + ha incassato la propria quota di legittima sulla vendita di un immobile dei ns genitori (13.000) + ha ereditato diversi terreni + il denaro sul conto corrente + ha venduto diversi beni del marito per ricavare denaro.
Inoltre, prima del matrimonio lui le aveva donato anche 70.000 euro.
La moglie mi ha fatto causa per la restituzione della somma donatami in quanto ritiene che debba rientrare nel patrimonio ereditario.
A vostro avviso ho il diritto di trattenere quella somma che mi aveva liberamente dato mio fratello per questioni personali? Nel caso di giudizio come sarà la valutazione del giudice?
Si può considerare donazione di modico valore?
Ho parlato solo della moglie ma c'è anche un figlio adottivo minorenne ed uno adottivo maggiorenne (il ricavato dal patrimonio del defunto è stato suddiviso tra loro in quote legittime).
Vi ringrazio anticipatamente”
Consulenza legale i 18/05/2017
L'art. 536 c.c. individua quali persone in cui favore la legge riserva una quota di eredità i seguenti soggetti:
  1. coniuge
  2. figli
  3. ascendenti.

Nel caso di specie risulta che il de cuius sia deceduto lasciando ascendenti, figli e coniuge, il che rende applicabile l’art. 538 c.c., norma la quale prevede che, in presenza di figli, agli ascendenti non viene riservata alcuna quota di eredità, cosicché unici soggetti legittimati ad agire in riduzione potranno essere la moglie ed i figli.

A questo punto, si tratta di individuare qual è la quota che il legislatore riserva a queste due categorie di legittimari qualora vengano alla successione in concorso tra di loro, ed a tal fine trova esplicita applicazione l’art. 542 c.c., il quale dispone che se chi muore lascia il coniuge e più di un figlio, ai figli è complessivamente riservata la metà del patrimonio (da dividere in parti uguali tra loro) ed al coniuge spetta un quarto del patrimonio del defunto.

Tradotto in termini numerici avremo che su un patrimonio di 100, ai figli andranno 50 da dividere in parti uguali, 25 saranno riservati al coniuge e dei restanti 25 il de cuius potrà liberamente disporre.

Il problema che si pone è, dunque, quello di determinare con esattezza la porzione disponibile, ed anche a ciò il legislatore ha pensato di provvedere, disponendo all’art. 556 c.c. che a tale fine occorrerà formare una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti e riunendovi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (secondo il loro valore al tempo dell’apertura della successione); sull'asse così formato si potrà calcolare la quota di cui il defunto poteva disporre.

Nel caso di specie, pertanto, escludendo dalla massa i 70.000 euro che erano stati donati alla moglie prima del matrimonio, i quali non possono in alcun modo considerarsi come facenti parte del patrimonio ereditario, sembra che i restanti beni, confluiti per successione nel patrimonio del coniuge e dei figli superstiti, superino abbondantemente (almeno secondo i valori che ne vengono riferiti) la quota che il legislatore ha voluto riservare ai legittimari, con la conseguenza che quei 10.000 euro che il de cuius aveva consegnato al fratello (qualunque possa essere la ragione di tale traditio, che purtroppo in questo caso risulta difficile dimostrare, in assenza di alcun documento scritto che provi quanto viene riferito), non potranno mai superare la quota di c.d. disponibile, ossia la quota di cui il de cuius poteva liberamente disporre.

Quindi, alla domanda di quale potrebbe essere il convincimento del Giudice in un eventuale giudizio per riduzione della donazione dei 10.000 euro, può rispondersi dicendo che “con molta probabilità” il Giudice adito si pronuncerà contro una riduzione della donazione di cui si discute, rientrando tale somma in quella quota, come sopra definita, di cui il defunto poteva liberamente disporre.

Altro dubbio che giustamente ci si pone è quello della modicità o meno della donazione ricevuta dal fratello, tenuto conto che solo una donazione di modico valore sfugge alla forma vincolata dell’atto pubblico, che la legge richiede a pena di nullità ex art. 782 comma 1 c.c.
Dispone infatti il successivo art. 783 c.c. che la donazione di modico valore, avente per oggetto beni mobili (tale è il denaro) è valida con la semplice consegna (traditio) della res, anche se manca l'atto pubblico.

Ora, come prima accennato, le movimentazioni finanziarie, qualora risultino prive di expressio causae, sono astrattamente riconducibili, oltre che ad una causa solvendi, credendi o di garanzia, anche ad una causa donandi.
In difetto di una prova esplicita in ordine ai primi tre tipi di causa, la consegna di una somma di denaro dovrà per forza di cose ricondursi nell’alveo della donazione o dell’atto di liberalità in genere, il che, in assenza di atto pubblico, rende necessario il riferimento al disposto dell’art. 783 c.c., ed in particolare a quel concetto di modico valore per il quale il secondo comma della stessa norma si limita a stabilire che "la modicità deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni economiche del donante".

Ciò rende necessario analizzare ogni singolo caso, tenendo conto sia di tale criterio sia, ovviamente, dell’entità della donazione.

In generale può dirsi, comunque, che la donazione è di modico valore quando, tenendo conto del suo valore obiettivo in relazione alla capacità economica del donante, si può pervenire ad escludere che essa abbia inciso in modo apprezzabile sul suo patrimonio (così Giannattasio e Cass. 76/1967).

Il Giudice, investito di una simile questione, dunque, per stabilire se un bene sia o meno di modico valore e quindi per decidere se una donazione possa essere effettuata senza le ordinarie formalità (cioè senza atto pubblico notarile e senza la stima del valore del bene oggetto di donazione), deve considerare due elementi:
  1. il valore effettivo del bene che si è voluto donare;
  2. la situazione economica di colui che ha effettuato la donazione.
dovendo considerare ammessa la donazione in forma semplificata se la stessa non ha inciso in maniera rilevante nel patrimonio di colui che ha effettuato la donazione.

Nel nostro caso si può a prima vista ritenere che, a fronte di un patrimonio della consistenza descritta, la datio della somma di 10.000 euro non possa che assumere carattere di modicità.

Va comunque precisato che trattasi ovviamente di un giudizio affidato al libero convincimento del Giudice investito della questione di merito e che, qualora si giunga alla conclusione della non modicità della donazione, non potrà che dichiararsi nulla la stessa e la nullità comporterà un obbligo restitutorio a carico del beneficiario.

Si tenga anche conto che la questione della validità o meno della donazione costituisce un’analisi in ogni caso necessaria in quanto, allorché si venga citati in un giudizio volto alla revocazione della donazione di quella somma per lesione di legittima, la circostanza che il Giudice riconosca che non vi sia stata alcuna lesione del legittimario non autorizza il medesimo Giudice a pretermettere l'analisi dei vizi che si assumono inficiare gli atti negoziali posti in essere dal de cuius.
Ciò in quanto l'assenza del presupposto basilare per valutare la supposta violazione ereditaria (ossia la mancanza di lesione di legittima) non significa che le singole domande di nullità e di simulazione degli atti inter vivos compiuti dal de cuius restino prive di interesse.

Alvise F. chiede
giovedì 22/01/2015 - Abruzzo
“Buongiorno, sono titolare di una attività di commercio di fumetti e libri usati, in genere di modesto valore unitario. In tale attività mi capita di svuotare cantine e magazzini, vecchie biblioteche e cose simili, procurandomi così i beni da rivendere. Mesi fa mi ha chiamato una grossa ditta proponendomi di liberarli da alcuni pallets di vecchi libri che ingombravano i loro magazzini ed erano stati dati loro in deposito 18 anni fa - così mi hanno spiegato - da un'altra ditta poi fallita e non più rivendicati da nessuno. Ho accettato dopo aver dato un'occhiata superficiale ai pallets, che erano ancora incellofanati, e ricoperti di polvere sicuramente annosa, cosa che confermava quanto la ditta mi diceva. I pallets mi sono stati materialmente consegnati a cura della ditta, col camion, presso il mio magazzino, a titolo gratuito, senza nessun esborso da parte mia. Procedendo in seguito all'inventario, ho trovato nei pallets, tra pezzi da buttare e pezzi di modesto valore, alcuni volumi di pregio, che ritengo possano raggiungere quotazioni elevate. Domanda: posso legittimamente metterli in vendita? Il mio quesito nasce dal fatto che io li ho sì acquisiti in buona fede, ma non ho alcun titolo scritto di consegna, e circa il fatto del maturato legittimo possesso da parte della ditta che me li ha ceduti, ho soltanto la loro parola, anche se è la parola di una grossa ditta ed era confermata dallo stato materiale dei beni, che con ogni evidenza si trovavano lì da molti anni. Ultimo particolare: per puro caso, quando mi sono recato a visionare i pallets, avevo con me un parente che potrebbe testimoniare. Grazie e cordiali saluti.”
Consulenza legale i 22/01/2015
Nella vicenda esposta una ditta cede ad un commerciante una grande quantità di libri usati per liberare il proprio magazzino: la cessione avviene a titolo gratuito.
Dobbiamo distinguere due questioni fondamentali: la prima riguarda la titolarità dei pallets di vecchi libri, dato che la ditta non li aveva normalmente acquistati; la seconda concerne il ritrovamento di alcuni beni di valore all'interno della merce ricevuta.

Quanto al prima problema, potrebbe sembrare applicabile l'art. 1153 del c.c. che dice: "Colui al quale sono alienati beni mobili da parte di chi non è proprietario, ne acquista la proprietà mediante il possesso, purché sia in buona fede al momento della consegna e sussista un titolo idoneo al trasferimento della proprietà". In altre parole, chi riceve dei beni mobili da un'altra persona (qui, il commerciante), credendo in buona fede che questi beni appartengano a chi glieli sta cedendo (la ditta), consolida il proprio acquisto se sussiste un titolo idoneo al trasferimento. Purtroppo però nel nostro caso il titolo sembra essere una donazione (v. più avanti un approfondimento su questo punto), e la donazione di beni altrui non è consentita (art. 771 del c.c.).

Quindi, per "validare" con maggior sicurezza l'acquisto del commerciante, sarà necessario riscontrare un titolo di proprietà in capo all'azienda cedente.
Si potrà ricorrere quindi all'art. 1161 del c.c., che disciplina l'usucapione di beni mobili (riteniamo che nel caso di specie non ci si trovi dinnanzi ad una vera universalità di mobili): tale articolo stabilisce che i mobili si acquistano con il possesso continuato per dieci anni, sempre che il possesso sia stato acquistato in buona fede (se il possessore è di mala fede - ma non sembra il nostro caso, visto che all'epoca vi fu un accordo per il deposito - l'usucapione si compie invece con il decorso di venti anni).
La prova del possesso dei libri da parte della grossa ditta si può dare abbastanza semplicemente, provando che, oltre al possesso attuale, vi sia stato possesso in un tempo più remoto (almeno 10 anni prima - è sufficiente qualche testimonianza, magari di dipendenti della ditta): ai sensi dell'art. 1142 del c.c., si presumerà il possesso anche nel tempo intermedio e quindi l'usucapione potrà dirsi perfezionata.

Possiamo dire con una certa tranquillità che l'acquisto di Tizio è sicuro, rispetto all'incerta provenienza dei beni.

Circa il secondo quesito, quello che più sta a cuore al commerciante, va innanzitutto chiarito che la chiave della risposta sta nell'oggetto e nella natura del contratto tra questi e la ditta.
E' bene premettere che le soluzioni possibili in questo caso, mancando un contratto scritto, sono davvero molteplici.
Si potrebbe trattare di una donazione, così come di un contratto atipico a prestazioni corrispettive (io, commerciante, libero te, ditta, dal "problema" di dover smaltire i libri usati, e in cambio tu me li cedi), e così via.

Due sono forse le ipotesi più probabili: la ditta ha ceduto specificamente un complesso di libri usati di infimo valore, in quanto ha ritenuto che le costerebbe di più catalogarli e venderli, oppure darli al macero, che non semplicemente liberarsene senza ulteriori adempimenti (donazione).
Oppure: la ditta cede a titolo gratuito al commerciante "quanto presente" nei loro magazzini, pur di liberarsene, e il commerciante si accolla il rischio di trovarsi con un "pugno di mosche", da dover smaltire, o con qualcosa di valore (contratto).

Mentre nel secondo caso, alla cosa ceduta non è attribuito un valore, nemmeno approssimato, nel primo, è presupposto della donazione che essa abbia ad oggetto beni di un valore inconsistente.
Si sarebbe allora perfezionata una classica donazione di modico valore, ai sensi dell'art. 783 del c.c.: essa, avendo per oggetto beni mobili, è valida anche se manca l'atto pubblico, purché vi sia stata la tradizione (cioè la materiale consegna). La modicità del valore dei beni deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni economiche del donante (nel nostro caso è logico supporre che per la ditta il valore dei libri era irrisorio rispetto al suo patrimonio).
Potendo configurare una donazione di modico valore, il rinvenimento di beni, al contrario, di elevato valore all'interno dei pallets ceduti, potrebbe far venire meno l'aspetto della "modicità" e di conseguenza rendere nulla la donazione in quanto non conclusa per atto pubblico, come richiede la legge.

L'altra opportunità è quella di qualificare l'accordo come contratto, in cui entrambe le parti ricevono un vantaggio (come evidenziato in un esempio poco sopra: l'interesse/vantaggio economico della ditta risiederebbe nell'opportunità di non dover perdere tempo e denaro per smaltire o rivendere i libri).
In particolare, potrebbe ipotizzarsi l'esistenza di un contratto aleatorio: nei contratti aleatori vi è, per definizione, incertezza sui sacrifici che le parti saranno costrette a sopportare.
La giurisprudenza ha specificato che l'incertezza circa l'entità del vantaggio e, correlativamente, della perdita di ciascun contraente all'atto della stipulazione del contratto, nella quale si concretizza l'alea, cioè il rischio del contratto aleatorio, deve essere obiettiva e dipendere dal verificarsi o meno di un evento futuro dedotto quale fonte dell'alea (Cass. civ. SS.UU., n. 10/1993).
Per poter configurare tale tipo di contratto nella fattispecie in esame, si dovrebbe poter provare che le parti abbiano fin dall'inizio messo in conto, in maniera esplicita, che qualsiasi cosa fosse "saltata fuori" da quei pallets sigillati da anni, sarebbe stata attribuita al commerciante, senza riserve: l'evento futuro dedotto come fonte dell'alea sarebbe la redazione dell'inventario da parte del commerciante e la stima di tutti i singoli libri.
Potendo così qualificare il contratto, la ditta cedente nulla potrebbe eccepire al commerciante qualora questo rinvenga tra il materiale pervenutogli qualcosa di un certo valore. Si può paragonare, infatti, tale contratto ad una sorta di "scommessa".

Come già evidenziato, la qualificazione dell'accordo intervenuto tra le due parti, all'apparenza banale, non è operazione semplice.
Chiaramente, il commerciante dovrà cercare di dimostrare la volontà della ditta di cedere i pallets, qualunque fosse il loro contenuto; mentre la ditta avrà interesse a provare che si trattò di donazione, nulla per mancanza di forma.


Si potrebbe pensare di recarsi nuovamente dalla ditta cessionaria e richiederle di formalizzare per iscritto la cessione già avvenuta, motivando la richiesta con ragioni (fiscali) di bolle/magazzino/inventario o simili, stendendo in tal modo un accordo (semplicissimo, fatto di poche righe) a prova di imprevisti.


Umberto chiede
sabato 16/02/2013 - Lombardia
“Donerò € 100.000 a mio figlio, unico erede,chè utilizzerà per l'acquisto della abitazione principale. Mio figlio è cointestatario del mio c/c bancario dal quale verrà prelevato la predetta somma di denaro. A livello fiscale non dovrebbe pagare nulla in quanto beneficerebbe della franchigia al di sotto del 1.ooo.ooo di euro. E' obbligatorio, invece, l'atto pubblico?”
Consulenza legale i 09/03/2013
La donazione della somma di denaro pari ad euro 100.000,00 non rientra nella tipologia delle donazioni di modico valore di beni mobili (o donazioni modali), unica categoria per cui la legge non richiede la forma dell'atto pubblico, essendo questo requisito sostituito dalla consegna della cosa donata dal donante al donatario. Eccezione fatta per le donazioni di modico valore, tutte le altre donazioni devono rivestire la forma dell'atto pubblico a pena di nullità.
Ciò posto, si ritiene opportuno precisare che il caso in esame potrebbe rientrare nelle c.d. donazioni indirette, intese quali attività o atti giuridici che, pur producendo il depauperamento del patrimonio di un soggetto ed il corrispondente arricchimento di quello di un altro (quindi, di fatto, il risultato di una donazione), vengono realizzati ricorrendo ad atti diversi dal vero e proprio contratto di donazione. Infatti, risulta donazione indiretta il procurare l'acquisto di un bene ad un terzo fornendo al terzo il denaro necessario per l'acquisto, come si vorrebbe fare nel caso di specie.
Nel caso delle donazioni indirette, la legge non richiede la forma dell'atto pubblico notarile, ma risulta necessario rispettare la forma richiesta dalla legge per gli atti tramite i quali si realizza l'intento donativo.

Quinto Gianfranco chiede
giovedì 19/04/2012 - Veneto
“Donazione di modico valore:
come deve essere redatto l'atto;
come viene tassata;
è possibile non nominare il donante.
Grazie.”
Consulenza legale i 19/04/2012

Ai sensi dell'[[783]] la donazione di modico valore che ha per oggetto beni mobili è valida anche se manca l'atto pubblico, purchè vi sia la "tradizione". Ciò significa che nelle donazioni di modico valore il requisito della forma dell'atto pubblico viene sostituito dalla trasmissione del possesso dal donante al donatario, attraverso la consegna del bene donato.

Inoltre, la "modicità" deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni economiche del donante, nel senso che la donazione non deve incidere in modo apprezzabile sul suo patrimonio, altrimenti è necessario fare una donazione formale.

Le donazioni di modico valore aventi ad oggetto beni mobili sono escluse da tassazione.


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