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Articolo 157 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n.1398)

Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere

Dispositivo dell'art. 157 Codice penale

(1)La prescrizione estingue il reato (2) decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria.
Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato [56], senza tener conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell'aumento per le circostanze aggravanti, salvo che per le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell'aumento massimo di pena previsto per l'aggravante (3).
Non si applicano le disposizioni dell'articolo 69 e il tempo necessario a prescrivere è determinato a norma del secondo comma.
Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.
Quando per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applica il termine di tre anni.
I termini di cui ai commi che precedono sono raddoppiati per i reati di cui agli articoli 375, terzo comma, 449 e 589, secondo e terzo comma, e 589 bis, nonché per i reati di cui all'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale. I termini di cui ai commi che precedono sono altresì raddoppiati per i delitti di cui al titolo VI-bis del libro secondo, per il reato di cui all'articolo 572 e per i reati di cui alla sezione I del capo III del titolo XII del libro II e di cui agli articoli 609 bis, 609 quater, 609 quinquies e 609 octies, salvo che risulti la sussistenza delle circostanze attenuanti contemplate dal terzo comma dell'articolo 609 bis ovvero dal quarto comma dell'articolo 609 quater (4)(5).
La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall'imputato.
La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell'ergastolo, anche come effetto dell'applicazione di circostanze aggravanti.

Note

(1) La norma in esame è stata fortemente modificata attraverso la legge 5 dicembre 2005, n. 251 (art. 6, comma 1), la cosidetta legge ex Cirielli che ha mutato profonadamente il modo di calcolare la prescrizione. Fino al 2005 infatti la durata della prescrizione veniva calcolata in scaglioni, a seconda della fascia a cui apparteneva la pena massima dell’illecito contestato al reo (fissando, per es., la prescrizione in 10 anni, per i delitti puniti, nel massimo, con la pena della reclusione non inferiore a 5 anni). L'attuale configurazione della norma invece rimanda direttamente alla pena massima,fermo restando i limiti dell soglia minima di 6 anni per i delitti e di 4 per le contravvenzioni.
(2) La prescrizione è quell'istituto il cui effetto è quello di estinguere il reato, ad eccezione dei casi in cui è prevista la pena dell'ergastolo, qualora sia decorso un certo periodo di tempo dalla commissione del reato senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna.
(3) Si ricordi quindi che nel caso di reato circostanziato trova applicazione il criterio previsto dalla disposizione in esame e non le disposizioni generali relative al concorso di circostanze.
(4) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett.c-bis), D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla L. 24 luglio 2008, n. 125, dall’art. 4, comma 1, lett. a), L. 1° ottobre 2012, n. 172, dall’art. 1, comma 6, L. 22 maggio 2015, n. 68, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015 e, successivamente, dall’art. 1, comma 3, lett. a), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8 della medesima L. 41/2016 e, successivamente, dall’art. 1, comma 4, L. 11 luglio 2016, n. 133.
(5) La Corte costituzionale, con sentenza 19-25 maggio 2014, n. 143 (Gazz. Uff. 4 giugno 2014, n. 24 - Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente comma nella parte in cui prevede che i termini di cui ai precedenti commi del presente articolo sono raddoppiati per il reato di incendio colposo (art. 449, in riferimento all'art. 423 c.p.).

Ratio Legis

L'istituto della prescrizione del reato trova la propria ratio nel cosiddetto principio di economia dei sistemi giudiziari, nonchè nell'esigenza di garantire un effettivo diritto di difesa all'imputato. Per quanto attiene al primo aspetto, infatti, il passare del tempo spesso affievolisce l'interesse dello Stato a perseguire reati, di cui di conseguenza è sentita in misura minore l'esigenza di una tutela penale, nel pieno rispetto della concezione rieducativa della pena. Al contempo poi, in linea con quanto previsto in materia di equo processo dall'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, viene considerata rilevante la durata non troppo eccessiva del processo, così che la prescrizione rappresenta lo strumento per evitare abusi da parte el sistema giudiziario.

Massime relative all'art. 157 Codice penale

Cass. n. 12400/2011

È manifestamente infondata, in riferimento all'art. 117 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma terzo, L. n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei nuovi termini di prescrizione, se più brevi, ai processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione.

Cass. n. 43343/2010

In tema di prescrizione, non è consentita l'applicazione simultanea di disposizioni introdotte dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251 e di quelle precedenti, secondo il criterio della maggiore convenienza per l'imputato, occorrendo applicare integralmente l'una o l'altra disciplina. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto applicabili le nuove norme sulla prescrizione, in quanto la sentenza di condanna di primo grado era stata pronunciata dopo l'entrata in vigore della L. n. 251 del 2005).

Cass. n. 26312/2010

La disciplina della prescrizione più favorevole in riferimento ai reati di usura commessi prima dell'entrata in vigore della L. n. 251 del 2005, la quale ha contestualmente modificato i termini di prescrizione dei reati in generale ed ha aumentato la pena detentiva edittale massima per il reato di usura portandola da sei a dieci anni, è quella contenuta nell'indicata novella. (La Corte ha escluso in motivazione che l'applicazione del nuovo più breve termine prescrizionale parametrato alla pregressa più lieve pena si risolva nella indebita creazione di una "tertia lex" ).

Cass. n. 22357/2010

Non è manifestamente infondata, in riferimento all'art. 117 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 10, comma terzo, della legge n. 251 del 2005, nella parte in cui esclude l'applicazione dei nuovi termini di prescrizione, se più brevi, ai processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione.

Cass. n. 48042/2009

In tema di prescrizione dei reati è consentita la simultanea applicazione della disciplina del termine di prescrizione anteriore alla L. 5 dicembre 2005, n. 251, se più favorevole all'imputato, e della disciplina relativa alla durata massima della sospensione del medesimo termine dettata dall'art. 159, comma primo, n. 3 c.p., come modificato dalla legge indicata, qualora all'entrata in vigore di quest'ultima il procedimento non risulti pendente in grado di appello non essendo stata pronunciata la sentenza di condanna di primo grado. (In motivazione la S.C. ha affermato che dal secondo e dal terzo comma dell'art. 10 L. n. 251 del 2005 deve trarsi l'implicazione che il criterio ispiratore della disciplina dell'istituto è quello del "favor rei", come è reso evidente dall'espresso richiamo all'art. 2 c.p.).

Cass. n. 47380/2008

Il reato di omicidio colposo plurimo non è configurabile come reato unico ma come concorso formale di più reati, unificati soltanto "quoad poenam", sicché il termine di prescrizione del reato va computato con riferimento a ciascun evento di morte o di lesioni, dal momento in cui ciascuno di essi si è verificato.

Cass. n. 38558/2008

Il termine di prescrizione applicabile ai reati di guida in stato d'ebbrezza commessi prima dell'entrata in vigore della L. n. 251 del 2005 in relazione a fatti sussumibili nella più favorevole fattispecie incriminatrice di cui all'art. 186, comma secondo, lett. a ), c.s., ora in vigore, è in ogni caso quello previsto dall'art. 157 c.p., nel testo precedente alle modifiche introdotte dalla legge menzionata. (In motivazione la Corte ha precisato che l'applicazione della norma incriminatrice come modificata dal D.L. n. 117 del 2007 comporta anche l'applicazione dei più lunghi termini di prescrizione introdotti per le contravvenzioni punite con la sola pena pecuniaria dalla L. n. 251 del 2005 e dunque determina un risultato meno favorevole per l'imputato ).

Cass. n. 2126/2008

In tema di prescrizione dei reati contravvenzionali non è consentita la simultanea applicazione di disposizioni introdotte dalla L. 5 dicembre 2005 n. 251 (modifiche al c.p. in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi di usura e di prescrizione) e di quelle precedenti, secondo il criterio della maggiore convenienza per l'imputato, occorrendo applicare integralmente l'una o l'altra disciplina in relazione alle previsioni della norma transitoria di cui all'art. 10, comma secondo, della legge citata. (Nella specie, il ricorrente pretendeva di applicare la disciplina previgente, quanto all'applicazione del termine di prescrizione ordinario e quella sopravvenuta quanto al computo dei periodi di sospensione del suo corso).

Cass. n. 41965/2007

In tema di prescrizione del reato, la sentenza della Corte costituzionale n. 393 del 2006 non comporta un'applicazione indistinta della previsione di cui all'art. 6 L. n. 251 del 2005, avendola limitata ai procedimenti pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della legge. (La Corte ha precisato che, con la pronuncia della sentenza, il giudizio di primo grado è definitivamente concluso e che la proposizione dell'atto di appello determina automaticamente la competenza del giudice di appello a conoscere del processo).

Cass. n. 34915/2007

In tema di prescrizione, qualora sia stato contestato un reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di delitti di contrabbando di tabacchi lavorati esteri, punibile ai sensi dell'art. 416 c.p., in quanto costituito da condotta posta in essere anteriormente all'entrata in vigore della L. 19 marzo 2001 n. 92 — introduttiva, con l'art. 1, comma primo, lett. a), della specifica figura di reato di cui all'art. 291 quater D.P.R. 23 gennaio 1973 n. 43 — deve tenersi conto, ai fini dell'individuazione, ai sensi dell'art. 10, comma secondo, L. 5 dicembre 2005 n. 251, di quale sia la disciplina più favorevole, anche del raddoppio dei termini previsto dall'art. 157, comma sesto, c.p., nel testo introdotto dall'art. 6 della cit. Legge n. 251 del 2005, per il caso di delitti compresi tra quelli di cui all'art. 51, commi terzo bis e terzo quater c.p.p., tra i quali è stato inserito il delitto di cui all'art. 291 quater D.P.R. n. 43 del 1973, fermo restando che la pena da assumere a base del computo dev'essere sempre quella, meno grave, prevista dalla norma incriminatrice vigente all'epoca del fatto. (Nella specie, in applicazione di tale principio, è stato ritenuto che fossero quindi più favorevoli i termini di prescrizione previsti dall'art. 157 c.p. nel testo previgente).

Cass. n. 17399/2007

È legittima la decisione con cui il giudice di pace applichi — in ordine al reato di lesioni personali volontarie (art. 582 c.p.) — il termine di prescrizione triennale di cui all'art. 157, comma quinto, c.p. (nel testo novellato dalla L. n. 251 del 2005), considerato che esso ne prevede l'applicabilità per il reato per il quale «la legge stabilisce pene diverse da quelle detentive» e che, ai sensi dell'art. 18 c.p., sono pene detentive l'ergastolo, la reclusione e l'arresto. Ne deriva che le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità (applicabili nella specie) non possono essere considerate pene detentive ai fini dell'applicazione dell'art. 157, comma quinto, c.p., ancorché l'art. 58 D.L.vo n. 274 del 2000 assegni ad esse tale valenza giuridica ad ogni altro effetto di legge, sia pure in contrasto con l'art. 53, comma secondo, del suddetto D.L.vo n. 274, in virtù del quale il condannato alla permanenza domiciliare non è considerato in stato di detenzione.

Cass. n. 6986/2005

Il reato di omesso pagamento della somma applicata a titolo di sanzione sostitutiva, dal giudice in sede di condanna su richiesta dell'imputato (art. 83 legge 24 novembre 1981, n. 689), ha natura omissiva e l'antigiuridicità della condotta permane fino a quando permane l'interesse dello Stato all'adempimento, con la conseguenza che non inizia a decorrere il termine di prescrizione fino a quando non si adempia all'ordine di pagamento.

Cass. n. 49540/2003

In tema d'impedimento del difensore per concomitanza di altro impegno professionale, questi ha l'onere di prospettare, in modo tempestivo e motivato, le ragioni che gli impediscono di presenziare, nonchè di fornire specifica ragione della impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell'art.102 c.p.p., sia nel processo a cui intende partecipare, sia in quello di cui chiede il rinvio; da parte sua il giudice deve valutare accuratamente le deduzioni documentate, bilanciando le esigenze di difesa dell'imputato con quelle dell'amministrazione della giustizia, accertando che l'impedimento non sia funzionale a manovre dilatorie (fattispecie in cui la Corte ha ritenuto motivato il diniego di rinvio dell'udienza per impedimento del difensore, oltre che per insufficiente giustificazione, anche in considerazione del fatto che il difensore aveva ottenuto in precedenza già due rinvii e che si trattava di reato prossimo alla prescrizione).

Cass. n. 47437/2003

In tema di estinzione del reato, la declaratoria di falsità documentale, dovendo essere adeguatamente motivata, va emessa solo se le risultanze processuali siano tali da consentire di affermare che essa sia stata positivamente accertata, sulla base delle norme che regolano l'acquisizione e la valutazione della prova nel processo penale. Essa dunque non può essere fatta meccanicamente conseguire, quale inevitabile effetto della causa estintiva, la cui applicazione nulla sta a significare, né in ordine alla sussistenza del fatto, né in ordine alla colpevolezza dell'imputato. (Fattispecie in tema di prescrizione, nella quale la Suprema Corte ha annullato la statuizione di falsità documentale relativa ad una domanda di condono edilizio con riferimento ad imputati, per i quali era stata applicata, nella fase di merito, la causa estintiva).

Cass. n. 34481/2003

L'ipotesi criminosa prevista dall'art. 368 c.p. (calunnia) si realizza anche quando il reato attribuito all'innocente è estinto per prescrizione al momento della denuncia.

Cass. n. 13992/2001

In materia di inquinamento atmosferico, la fattispecie punita dall'art. 25, sesto comma, del D.P.R. n. 203 del 1988, per l'omessa richiesta di autorizzazione in caso di modificazione o trasferimento dell'impianto producente emissioni, è reato a condotta mista (omissivo-commissiva) i cui effetti permanenti, consistenti nella mancata conoscenza delle caratteristiche dell'impianto e/o della relativa sua ubicazione (c.d. informazione ambientale) da parte dell'autorità amministrativa, cessano o per ottemperanza tardiva dell'agente oppure per la conoscenza che l'amministrazione ne abbia comunque avuto. (Fattispecie in materia di applicazione della prescrizione del reato a seguito di cessazione degli effetti per la sopravvenuta conoscenza da parte della P.A.).

Cass. n. 4383/1999

In tema di assegno bancario, la tesi della emissione del titolo in una data diversa da quella che appare sullo stesso deve essere rigorosamente provata, in quanto, fino a dimostrazione del contrario, avrà vigore la prova derivante dal dato formale e documentale evidenziato dal titolo e dalla disciplina sostanziale del sistema di norme che regola la materia, sistema che, imponendo rigidi requisiti formali e vietando il patto di successivo riempimento, comporta la presunzione semplice della corrispondenza della data apposta sul titolo a quella di compilazione e di effettiva traditio. (Nella fattispecie, il ricorrente aveva eccepito la prescrizione, sostenendo che il titolo era stato emesso prima della data sullo stesso apposta e denunciando che, in sede di appello, si era omessa l'assunzione di prova decisiva sul punto. La Suprema Corte, sulla base dei principi sopra esposti e rilevando che la mancata rinnovazione del dibattimento in secondo grado era da addebitarsi all'inerzia del ricorrente, in ossequio al principio dispositivo che regola il processo accusatorio, ha rigettato il ricorso).

Cass. n. 2522/1998

In materia di malattia professionale eziologicamente connessa a fattori determinanti una evoluzione nel tempo, come nel caso di ipoacusia, il momento consumativo del reato non è quello in cui sarebbe venuto meno il comportamento del responsabile bensì quello dell'insorgenza della malattia prodotta dalle lesioni, sicché ai fini della prescrizione il dies commissi delicti deve essere retrodatato al momento in cui risulti comunque la malattia in fieri, anche se non stabilizzata.

Cass. n. 7739/1997

Al reato di porto di armi improprie senza giustificato motivo, ancorché punito in concreto con la sola ammenda in virtù del riconoscimento dell'attenuante della lieve entità del fatto di cui all'art. 4, terzo comma, L. 18 aprile 1975, n. 110, si applica il termine prescrizionale di tre anni previsto dall'art. 157, primo comma, n. 5 c.p. (In motivazione la Corte ha osservato che dovendosi ritenere la circostanza attenuante in parola di tipo «discrezionale» — per essere meramente facoltativa l'irrogazione della sola pena pecuniaria anche in presenza di un fatto ritenuto lieve — il riconoscimento della sua sussistenza è inidoneo ad influire sulla durata del termine utile per la prescrizione, dato che il reato rimane sempre astrattamente sanzionato anche con la pena detentiva, precludendo così il ricorso al termine di due anni fissato dalla legge per le contravvenzioni punite con la sola ammenda; ed ha altresì precisato che neppure può invocarsi il principio secondo il quale la durata della prescrizione deve essere determinata in relazione al reato ritenuto in sentenza, la cui operatività è esclusa dalla disposizione contenuta nell'ultimo comma dell'art. 157 c.p., in forza della quale «quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva»).

Cass. n. 604/1997

Il reato di cui all'art. 1164 c.n. (inosservanza di provvedimento di demolizione e sgombero di opere abusive), consistendo nell'inosservanza di una disposizione legislativa o regolamentare o di un provvedimento amministrativo, è reato omissivo permanente, la cui permanenza cessa quando il contravventore non è più in grado di ottemperare alla disposizione o al provvedimento. (Nella specie la S.C. ha ritenuto che la permanenza era cessata alla data in cui il sequestro preventivo era stato notificato all'imputato, poiché solo da questa data egli — perdendo anche la disponibilità materiale del bene — era giuridicamente impossibilitato ad ottemperare all'ingiunzione; che, invece, è infondato sostenere che la permanenza sia cessata dopo la scadenza dei trenta giorni stabiliti nell'ingiunzione, oltre i quali l'esecuzione poteva avvenire d'ufficio a spese dell'interessato, poiché la scadenza di questo termine ha solo l'effetto di facultare l'ufficio all'esecuzione diretta e di caricare sul contravventore le eventuali spese ulteriori, ma non espropria il contravventore della possibilità (ora concorrente) di provvedere personalmente, possibilità che invece resta esclusa dopo l'esecuzione di un sequestro sull'opera da demolire).

Cass. n. 275/1990

È costituzionalmente illegittimo, per contrasto con il principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost., l'art. 157 c.p., nella parte in cui non prevede che la prescrizione del reato possa essere rinunciata dall'imputato.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 157 Codice penale

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

FABIOLA N. chiede
venerdì 04/08/2017 - Lazio
“Salve, vorrei sapere una denuncia con relativo sequestro preventivo per art 10 del 388 cp in cui le indagini non proseguono, dunque ferma d' ufficio dal Dicembre 2013, quando si prescrive definitivamente.

grazie
Fabiola”
Consulenza legale i 09/08/2017
L’art. art. 388 del c.p. c.p. punisce varie ipotesi di mancata esecuzione dolosa di provvedimenti del giudice.

Le pene variano da un minimo di due mesi fino a un massimo di tre anni.

Dal quesito pare che la denuncia si stata presentata nel 2013, ma ai fini del corso della prescrizione è necessario stabilire la data di commissione del reato perché è da qui che inizia a correre il tempo necessario a prescrivere il reato.

Il tempo necessario a prescrivere un reato aumenta proporzionalmente alla gravità del reato preso in considerazione, cioè aumenta con l’aumentare della pena edittale prevista per quel determinato reato.

L’art. art. 157 del c.p. c.p., come modificato dalla legge 5.12.2005 n. 215, stabilisce che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto, e a quattro anni se si tratta di contravvenzioni, anche se puniti con la sola pena pecuniaria.

Tutte le ipotesi criminose disciplinate dall’articolo in questione sono delitti, quindi nel caso di specie il termine ordinario di prescrizione è di anni sei.

L’art. art. 160 del c.p. c.p. indica le cause di interruzione della prescrizione (in tali casi il corso della prescrizione si interrompe e comincia a decorrere un nuovo tempo di prescrizione dal giorno dell’interruzione):
- la sentenza di condanna;
- decreto penale di condanna;
- l'ordinanza che applica le misure cautelari personali e quella di convalida del fermo o dell'arresto;
- l'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice;
- l'invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l'interrogatorio;
- il provvedimento del giudice di fissazione dell'udienza in camera di consiglio per la decisione sulla richiesta di archiviazione;
- la richiesta di rinvio a giudizio;
- il decreto di fissazione della udienza preliminare;
- l'ordinanza che dispone il giudizio abbreviato;
- il decreto di fissazione della udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena;
- la presentazione o la citazione per il giudizio direttissimo;
- il decreto che dispone il giudizio immediato;
- il decreto che dispone il giudizio e il decreto di citazione a giudizio.

Ai sensi dell’art. art. 161 del c.p. c.p., tuttavia, l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento fino a:
- un quarto del tempo necessario a prescrivere nei casi ordinari;
- la metà del tempo necessario a prescrivere nei casi di recidiva specifica (art. art. 99 del c.p. c.p. II comma);
- i due terzi del tempo necessario a prescrivere nel caso in cui il recidivo commetta altro delitto non colposo (Art. art. 99 del c.p. c.p. IV comma);
- l’aumento del doppio del tempo necessario nel caso in cui a commetterlo sia il delinquente abituale (Artt. art. 102 del c.p. e [[103]] c.p.), oppure il delinquente di professione (Art. art. 105 del c.p. c.p.).

Per rispondere al quesito, quindi, in assenza di cause di interruzione del reato, questo si prescrive in sei anni dalla data di commissione del reato stesso.

In caso di atti interruttivi la prescrizione potrebbe aumentare da sette anni e mezzo fino a dieci anni.

Vincenzo chiede
venerdì 02/10/2015 - Puglia
“Buongiorno.Sono imputato x la presunta violazione dell'art. 479 del c.p.x aver suggerito fatti non veri nella compilazione di un verbale di arresto a dei miei collaboratori.(non è cosi)Il reato lo avrei commesso nel mentre ero in convalescenza per gravi motivi di salute e pertanto non in comando.Lo stesso articolo mi è stato contestato per un verbale di fine intercettazione ambientale che io non ho firmato ma firmato solamente da mio sottoposto.Per non farmi mancare nulla,lo stesso articolo mi viene per la 3^ volta contestato per aver truffato 2 ore di lavoro straordinario quando lo stesso giorno,ne avevo rinunciato a 8 e lo stesso mese rinunciato,con dichiarazione del comandante a ore 24.Il mio quesito è:trovano fondamento queste contestazioni?;i fatti risalgono al mese di gennaio-febbraio 2007;quando si prescrivono?;per la presunta violazione dell'art.368 1° comma quali sono i tempi per la prescrizione.Grazie.”
Consulenza legale i 06/10/2015
Nel caso di specie, non è semplice poter affermare se il reato contestato sussiste o meno per tutte le ipotesi elencate brevemente nel quesito. Si può, però, precisare quanto segue.

Il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici punisce il pubblico ufficiale che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità (art. 479 del c.p.).

Che il fatto sia avvenuto mentre il pubblico ufficiale era in convalescenza, cioè, quindi, che il fatto non sia imputabile a quel soggetto (a prescindere dalla firma dell'atto, egli avrebbe potuto comunque formarne il contenuto), dovrà essere ovviamente oggetto di prova, e quindi nulla di preciso si può dire in proposito in questa sede.

Quanto alla circostanza che un verbale sia stato firmato da un sottoposto, va premesso che viene considerato atto pubblico ogni documento redatto dal pubblico ufficiale per uno scopo inerente alle sue funzioni, che contenga attestazioni di verità suscettibili di produrre effetti giuridici per la pubblica amministrazione. Il pubblico ufficiale è considerato "autore" dell'atto anche quando non coincide con il soggetto che lo ha scritto, posto che chi scrive può essere semplicemente un dattilografo: è possibile dire che l’autore è colui in nome del quale lo scritto è formato. Di norma, però, l'autore del documento lo sottoscrive. Quindi, nel caso di specie, si dovrebbero capire le ragioni per cui l'imputato è stato considerato autore del verbale anche se non lo ha firmato: probabilmente, l'atto è stato considerato come da lui formato, in quanto atto di sua competenza. Sul punto si dovrebbero analizzare meglio gli atti del processo.

In merito alle ore straordinarie, che presuntivamente sono state falsamente dichiarate, il quesito non fornisce sufficienti riferimenti per dare una risposta precisa. Si può comunque richiamare il principio sancito dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione, per cui "i cartellini marcatempo ed i fogli di presenza dei pubblici dipendenti non sono atti pubblici, essendo essi destinati ad attestare da parte del pubblico dipendente solo una circostanza materiale che afferisce al rapporto di lavoro tra lui e la pubblica amministrazione (oggi soggetto a disciplina privatistica), ed in ciò esauriscono in via immediata i loro effetti, non involgendo affatto manifestazioni dichiarative, attestative o di volontà riferibili alla pubblica amministrazione" (Cass. pen., SS.UU, 11.4.2006 n. 15983).

I tempi di prescrizione del reato di cui all'art. 479 c.p. sono 6 anni in relazione al primo comma dell'art. 476 c.p., e 10 anni in relazione al secondo comma dell'art. 476.
Invece, il reato ex art. 368, comma primo, c.p. (calunnia), si prescrive ordinariamente in sei anni (ma se dal fatto deriva una condanna superiore a 5 anni, si prescrive in 12 anni), prescrizione massima 7 anni e 6 mesi.

Vincenzo B. chiede
martedì 15/09/2015 - Puglia
“Lo stesso ufficiale di p.g., nel periodo in cui anche lui era indagato a causa mia e per i fatti che poi sono sfociati nella pseudo calunnia,dal nulla ebbe a crearmi 3 processi compreso uno militare da ove sono stato assolto con formula piena.Il nel secondo processo tutt'ora in atto(quello per calunnia è il 3°),dalle ambientali che mi collocarono in caserma,oltre ad emergere la mia estranietà dal reato di calunnia x cui su energica opposizione del p.m.il giudice neanche ai sensi dell'art.507 ha voluto acquisire la prova della mia innocenza,dall'ascolto delle predette ambientali ho scoperto che la stessa p.g. oltre a non trascrivere quanto accadde la sera del sequestro da dove poi sono diventato"calunniatore",omise di trascrivere altri fatti reato commessi da loro e da personale da me all'epoca dipendente.Presentai regolare denuncia e dopo u n palleggio tra i due magistrati interessati alla mia vicenda giudiziaria,chiese la archiviazione,in quanto i reati erano stati accertati ma a suo dire si erano prescritti.Esercitata l'opposizione all'archiviazione,dopo 15 mesi non si hanno notizie ma ho accertato che chi la sta trattando è lo stesso Gip. che mi ha rinviato a giudizio due volte,ovvero per tutti e due i processi in atto.Sempre dalle ambientali esercitate in caserma e dai relativi 9 dvd su 33 che avevo richiesto,ho accertato che la p.g. ha mentito anche sulla installazione delle microspie,in quanto nel mentre dichiarano di averle installate in una determinata data,viene certificato da loro stessi,che il giorno prima,l'ambientale piazzata nel mio ufficio era già funzionante.Allora mi chiedo e vi chiedo che valore probatorio può avere "un'indagine" enucleata in tale modo? Parte di queste "stranezze" le ho documentate e con relative memorie depositate in Tribunale,ma il processo continua.Voglio evidenziare inoltre che nel corso del processo,non sono mancate false testimonianze. Vi chiedo:cosa posso fare per far stoppare detto processo? Devo ancora inghiottire veleno? Vi ringrazio per le Vostre eccellenti consulenze.”
Consulenza legale i 23/09/2015
Con riferimento al quesito sottoposto alla Redazione di Brocardi, allo stato attuale della ricostruzione degli elementi in fatto, si evidenzia quanto segue.

Il quesito attiene all'eventuale rimedio processuale nella disponibilità della parte (indagato e imputato) volto a contestare sia la regolarità delle indagini svolte, sia la pronuncia di inammissibilità delle prove da parte del Giudice.

Al fine di rispondere a tale quesito occorre ricapitolare sinteticamente la disciplina, per quanto rileva in questa sede, dell'ammissibilità delle prove nel processo penale.

Nel processo penale "1. Le prove sono ammesse a richiesta di parte. Il giudice provvede senza ritardo con ordinanza escludendo le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti" (art. 190, comma 1, c.p.p.). Pertanto, la parte può richiedere al Giudice di valutare l'ammissibilità e la rilevanza della prova ed il Giudice decide con ordinanza circa la stessa ammissibilità e rilevanza della stessa al fine dell'accertamento della responsabilità penale.

Tra l'altro, il c.p.p. prevede che in determinati casi il Giudice abbia il potere di disporre l'ammissione di determinate prove, ove le ritenga utili (art. 190, comma 2, c.p.p.).

I provvedimenti sull'ammissione della prova possono essere revocati sentite le parti in contraddittorio (art. 190, comma 3, c.p.p.).
Pertanto, come sembra già essere accaduto nel caso di specie, è data la possibilità alle parti di opporsi ai provvedimenti del Giudice che hanno ritenuto non ammissibili determinate prove.

Ai sensi dell'art. 495 del c.p.p., il quale disciplina proprio l'adozione di provvedimenti del Giudice in ordine alle prove: "3. Prima che il giudice provveda sulla domanda, le parti hanno facoltà di esaminare i documenti di cui è chiesta l'ammissione. 4. Nel corso dell'istruzione dibattimentale, il giudice decide con ordinanza sulle eccezioni proposte dalle parti in ordine alla ammissibilità delle prove. Il giudice, sentite le parti, può revocare con ordinanza l'ammissione di prove che risultano superflue o ammettere prove già escluse".

Tra l'altro, anche nella fase processuale successiva al momento dell'acquisizione delle prove, il Giudice se risulta assolutamente necessario, può disporre anche di ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prove (art. 507, comma 1, c.p.p.).

Pertanto, con riferimento al caso di specie, ove la fase di contraddittorio si sia già svolta (cioè, la parte si sia opposta ai provvedimenti adottati dal Giudice in ordine alle prove, sia nella fase dell'acquisizione delle prove, sia nella fase successiva dell'istruzione dibattimentale), i medesimi vizi sembrerebbero potersi rilevare nell'atto di appello avverso l'eventuale sentenza di condanna (ai sensi dell'art. 593, c.p.p.), nel quale occorrerebbe evidenziare che il Giudice avrebbe dovuto assolvere l'imputato perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto (formula utilizzata in caso manchi la prova della sussistenza di un elemento oggettivo del reato, cioè condotta, nesso di causalità, evento).

Infatti, nella fase dell'impugnazione della sentenza di primo grado "1. Quando una parte (...) ha chiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o l'assunzione di nuove prove, il giudice, se ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale" (art. 603, comma 1, c.p.p.).

Tra l'altro, anche nella fase di appello "La rinnovazione dell'istruzione dibattimentale è disposta di ufficio se il giudice la ritiene assolutamente necessaria" (art. 603, comma 3, c.p.p.).

Analogamente al giudizio di primo grado, anche nel giudizio di impugnazione, il Giudice provvede con ordinanza, nel contraddittorio delle parti.

Infine, anche laddove nella fase di appello dovesse essere pregiudicato il diritto di difesa dell'imputato, si potrebbe valutare la ricorribilità in Cassazione, che può avvenire solo per motivi "tassativi", ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d, c.p.p., in caso di "mancata assunzione di una prova decisiva, quando la parte ne ha fatto richiesta anche nel corso dell'istruzione dibattimentale limitatamente ai casi previsti dall'articolo 495, comma 2".

Vincenzo B. chiede
martedì 08/09/2015 - Puglia
“Facendo seguito alle mie precedenti e ad integrazione di quanto da me a Voi richiesto gradirei conoscere
1°:tra qualche giorno,ovvero prima del 30 settembre, maturerà la prescrizione nel processo che attualmente è al 1* grado. In caso di accettazione da parte del sottoscritto, il capitano che si è costituito parte civile in questo processo per" calunnia", potrà ancora chiedere il risarcimento?
2°Il giudice,quando non era ancora maturata la prescrizione, mi chiese se ero intenzionato ad accettarla e io risposi di no. Quel no,tenuto conto che il periodo non era ancora maturato acchè il reato si prescrivesse è ancora valido? Se non valido, perchè da parte del giudice proposto con largo anticipo,vi sono sentenze della suprema corte che invalidano tale modus operandi del predetto Magistrato?
3°per i 4 falsi testimoni,dello stesso processo,nel caso di accettazione della prescrizione,potrei richiedere,con giudizio civile il risarcimento del danno?
Vi ringrazio di cuore anticipatamente”
Consulenza legale i 09/09/2015
Ai sensi dell'art. 157 del c.p., la prescrizione del reato è causa estintiva della fattispecie criminosa, sulla base del principio per cui, trascorso un certo periodo di tempo, l'interesse dello Stato alla punizione di certi reati si attenua, all'affievolirsi del loro disvalore sociale.
La prescrizione, quindi, determina l’estinzione non solo della pena, ma del reato stesso: per questo, il giudice penale è privato del motivo fondante l'esercizio della sua giurisdizione e deve pronunciare sentenza di non doversi procedere, enunciandone la causa nel dispositivo (art. 531 del c.p.p.).

Veniamo, quindi, a rispondere alle domande poste nel quesito.

1.
Quando nel corso del primo grado viene emessa sentenza di assoluzione per prescrizione, il giudice non decide sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno, in quanto ai sensi del primo comma dell'art. 538 del c.p.p. egli può farlo solo quando pronuncia sentenza di condanna. Costituisce, infatti, principio generale del nostro ordinamento che il giudice penale può pronunciare sulla domanda risarcitoria civile solo se abbia previamente giudicato ed accertato la sussistenza della responsabilità penale alla quale consegue la statuizione sulla responsabilità civile.
In altre parole, quando l'imputato in primo grado sia stato prosciolto (o comunque non vi sia una pronuncia di condanna, come quando si dichiari la prescrizone del reato) e, quindi, difetti qualsiasi delibazione in punto di responsabilità, in sede di impugnazione, la declaratoria di prescrizione è ostativa in ordine a qualsiasi indagine finalizzata alla decisione sugli effetti civili. Di conseguenza, in tal caso, con l'estinzione del reato che la prescrizione determina, viene meno anche il presupposto per una condanna al risarcimento dei danni ed alle spese.

La parte civile nel processo di calunnia, pertanto, non potrà ottenere la pronuncia sul risarcimento dei danni.

2.
L'art. 157 sancisce che la prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall'imputato. Come e quando?
Va premesso che la rinuncia "costituisce un diritto personalissimo dell’imputato che è a lui personalmente ed esclusivamente riservato e presuppone una dichiarazione di volontà espressa e specifica che non ammette equipollenti" (v. ex multis, Cass. pen., sez. II, 21.6.2005, n. 23412; Cass. pen., sez. V, 22.12.2010, n. 45023).
Quanto al momento in cui la rinuncia può essere validamente espressa, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che essa "va effettuata dall’imputato dopo che i termini massimi sono maturati [...] ma prima che si giunga alla sentenza che conclude il giudizio in corso, così che il giudice, ormai esclusa per espressa volontà dell’imputato l’applicazione della prima parte dell’art. 129 c.p.p., possa pronunciarsi “liberamente” sul merito della contestazione con affermazione di assoluzione o di condanna" e che "[..] Una volta che il giudice si sia pronunciato sulla contestazione dichiarando l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, non può ammettersi che nei successivi gradi di giudizio l’imputato manifesti per la prima volta la propria rinuncia alla prescrizione che, in presenza del principio di divieto di reformatio in pejus, altererebbe la pienezza della valutazione del giudice e la parità tra le parti processuali" (Cass. pen., sez. III, 24.9.2009, n. 37583).

Nel caso di specie, la rinuncia espressa prima della maturazione dei termini non appare valida.

3.
In caso di sentenza che dichiara la prescrizione del reato nel giudizio avente ad oggetto il reato di calunnia, l'imputato avrà la possibilità di agire in sede civile per chiedere ai quattro testimoni che hanno reso false dichiarazioni di risarcirlo dei danni da questi subiti.
Ovviamente, si applicheranno le norme regolanti il diritto e il processo civile, quindi il danneggiato dovrà provare, ai sensi dell'art. 2043 del c.c. l'esistenza e l'entità del danno, la condotta antigiuridica dei danneggianti, e il nesso causale che lega tale condotta al pregiudizio subito.

Aldo C. chiede
martedì 12/05/2015 - Emilia-Romagna
“chiedo se, quando un reato è caduto in prescrizione, si deve comunque procedere al processo per legge in quanto quel reato c'è stato (rendendo una sentenza sfavorevole al reo ovviamente inefficace) oppure, quando un reato è prescritto, non si procede a nulla.”
Consulenza legale i 18/05/2015
La prescrizione è quell'istituto il cui effetto è quello di estinguere il reato, ad eccezione dei casi in cui è prevista la pena dell'ergastolo, qualora sia decorso un certo periodo di tempo dalla commissione del reato senza che sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna. (art. 157 del c.p.).
Tale istituto è tipicamente ricondotto all’attenuarsi dell’interesse dello Stato alla punizione dei reati il cui disvalore sociale si sia affievolito per il trascorrere del tempo.

Quando il reato risulta prescritto, il giudice penale non può pronunciare la condanna, anche se sono evidenti gli elementi della colpevolezza dell'imputato.

In merito al quesito proposto, bisogna specificare quali soggetti possono valutare il fatto che il reato sia prescritto.
Difatti, va anche considerato che non è sempre pacifico che un reato sia caduto in prescrizione, poiché vi possono essere interpretazioni diverse:
- sulla qualificazione del fatto come un reato piuttosto che come un altro;
- sul dies a quo (giorno da cui inizia) del decorso della prescrizione del reato, che risulta diverso a seconda della tipologia e della struttura del reato medesimo (es. per i reati consumati il termine prescrizionale decorre dal giorno della consumazione, per i reati permanenti dal giorno della cessazione della permanenza, ...);
- etc.

Il pubblico ministero che viene a conoscenza di una notizia di reato, ha l'obbligo di compiere le dovute indagini, iscrivendo la notizia nell'apposito registro (art. 335 del c.p.p.: l'istituzione del registro delle notizie di reato trova il proprio fondamento nell'esigenza di garantire il rispetto dei termini massimi di durata delle indagini preliminari), anche se sospetta che il reato possa essere prescritto. In questa fase, la legge impone al P.M. di compiere ogni attività necessaria per assumere gli elementi conoscitivi necessari all'esercizio dell'azione penale, compreso lo svolgimento di accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini (è in questo modo che il pubblico ministero decide se formulare o meno un capo di imputazione contro l'indagato).

Naturalmente, se poi appare evidente che il reato è estinto, e se per accertare ciò non è necessario procedere al dibattimento, il giudice, in camera di consiglio, sentiti il pubblico ministero e l'imputato e se questi non si oppongono, pronuncia sentenza inappellabile di non doversi procedere enunciandone la causa nel dispositivo (come stabilito dall'art. 469 c.p.p.).
Vi è, però, una precisazione da fare: l'art. 469 c.p.p. fa salvo quanto previsto dall'articolo 129 comma 2, secondo il quale quando ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere con la formula prescritta. Un tale provvedimento non può essere pronunciato nel pre-dibattimento (dove non è contemplato il proscioglimento nel merito), dunque la sentenza non può essere anticipata ed occorre procedere al dibattimento.
La giurisprudenza di legittimità ha precisato che "All'esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, nel caso di contraddittorietà o insufficienza della prova, non prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità" (Cass. pen. , SS.UU., 15.9.2009, n. 35490). In altre parole, il giudice dovrebbe sempre pronunciare immediatamente l'estinzione del reato se la prova offerta non è tale da far emergere con assoluta evidenza la non colpevolezza.

P. Carmelo chiede
lunedì 30/06/2014 - Estero
“Desidererei sapere con certezza in quanto tempo si prescrive la possibilita´di fare una querela di falsa testimonianza a carico di un teste che,in una udienza(civile) al tribunale, dichiara consapevolmente e volutamente il falso ,allo scopo di danneggiare la controparte.Il tutto e´verbalizzato e puo´essere sconfessato da diversi altri testimoni,anche tramite dichiarazioni scritte.Si parte dalla data dell'udienza o da quando si e´venuti a conoscenza? Grazie e tanti saluti.”
Consulenza legale i 30/06/2014
Il reato di falsa testimonianza è commesso da chi, deponendo davanti all’autorità giudiziaria in qualità di testimone, affermi il falso o neghi il vero, ma anche a chi ometta di riferire, anche solo parzialmente, i fatti sui quali è interrogato (art. 372 del c.p.).
Innanzitutto va chiarito che la querela compete a ogni persona offesa da un reato per cui non debba procedersi d’ufficio o dietro richiesta o istanza (art. 120 del c.p.). Pertanto, in relazione al delitto di cui all'art. 372 c.p., che è procedibile d’ufficio, la parte danneggiata dalla falsa testimonianza non presenterà una querela, bensì una semplice denuncia.
L’unico limite temporale per presentazione della denuncia è quello della prescrizione del reato, che è pari a sei anni (in assenza di atti interruttivi) ai sensi dell'art. 157 del c.p., cioè il massimo della pena edittale prevista dall'art. 372.
La prescrizione del reato decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l'attività del colpevole; per il reato permanente, dal giorno in cui è cessata la permanenza (art. 158 del c.p.). Quindi, per il delitto di falsa testimonianza, il termine prescrizione decorre dalla consumazione che avviene nel momento in cui all'udienza il giudice prende definitivamente coscienza delle dichiarazioni mendaci, anche se non è ancora scaduto il termine per ritrattare.

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