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Articolo 2702

Codice Civile

Efficacia della scrittura privata

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Dispositivo dell'art. 2702 Codice Civile

La scrittura privata [1967, 2701, 2715, 2821, 2835] fa piena prova (1), fino a querela di falso [221 c.p.c.], della provenienza delle dichiarazioni da chi l'ha sottoscritta, se colui contro il quale la scrittura è prodotta ne riconosce la sottoscrizione (2), ovvero se questa è legalmente considerata come riconosciuta [2652 n. 3; 214 c.p.c. 215 c.p.c.] (3) (4).

Note

(1) Viene qui in rilievo la fondamentale regola generale secondo cui nessuno può addurre elementi probatori a favore di sè stesso: di conseguenza, in ordine al contenuto delle dichiarazioni, la scrittura privata avrà efficacia probatoria soltanto per quanto affermato dalla parte sottoscrivente contro il suo interesse.

(2) L'accertamento dell'autenticità delle firme, principalmente in relazione al riconoscimento espresso o tacito (v. 215 c.p.c.) di colui contro il quale il documento è prodotto, fa piena prova della paternità dell'atto. Tuttavia, anche nel caso in cui questi disconosca la propria dichiarazione o la propria sottoscrizione, la parte che voglia sfruttarla può proporre il procedimento di verificazione della scrittura privata (v. 216 ss. c.p.c.) per ottenerne l'accertamento giudiziale.

(3) Valore di scrittura privata riconosciuta è stato attribuito anche al documento informatico sottoscritto con firma elettronica nel rispetto delle regole tecniche che garantiscano l'identificabilità dell'autore, l'integrità e l'immodificabilità del documento. L'art. 15, comma 2, della L. 59/97 (Bassanini) ha conferito infatti al documento informatico la medesima validità e rilevanza giuridica degli atti redatti su supporto cartaceo, e successivamente il d. P. R. 28 dicembre 2000, n. 445 ha confermato tale principio decisamente innovativo per il nostro ordinamento, sancendone la validità a tutti gli effetti di legge, sia sotto il profilo della validità, sia sotto il profilo dell'efficacia probatoria. L'unica condizione richiesta è l'osservanza delle disposizioni del decreto, le quali hanno prescritto la necessità della firma digitale e di una serie di complessi requisiti tecnici, in grado di garantire in maniera univoca provenienza e integrità del documento informatico. L'art. 10 dello stesso decreto stabilisce poi l'estensione delle disposizioni dell'art. 2712 al documento informatico, attribuendogli quindi la possibilità di formare piena prova in ordine alle cose e ai fatti in esso rappresentate, sempre che la parte contro cui sono prodotte non le disconosca.

(4) Inoltre, è legalmente riconosciuta la sottoscrizione autenticata da un notaio o altro pubblico ufficiale competente, previo accertamento dell'autenticità della parte sottoscrivente (v. 2703).


Ratio Legis

La norma definisce la seconda prova documentale principale, ossia la scrittura privata. Come l'atto pubblico (v. 2699), essa fa "piena prova" della paternità del documento, purché sia accertata l'autenticità delle firme.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

1106L'efficacia probatoria della scrittura privata riconosciuta o da considerarsi legalmente come riconosciuta è determinata dall'art. 2702 del c.c. con una formula radicalmente diversa da quella dell'art. 1320 del codice del 1865, il quale confondeva o almeno fondeva insieme, in una proposizione pregnante ma oscura e tecnicamente non esatta, l'efficacia probatoria delle dichiarazioni con quella del documento e forse anche l'efficacia negoziale con quella probatoria. E da questo era derivata la limitazione soggettiva, contenuta nell'art. 1320, della « fede » che si attribuiva alla scrittura tra quelli cne l'avessero sottoscritta e tra i loro eredi ed aventi causa; da questo era derivata anche la disposizione successiva, ed ora soppressa, dall'art. 1324. In realtà, la scrittura come documento, in concorso col successivo riconoscimento della sottoscrizione o col fatto che essa debba legalmente considerarsi come riconosciuta, non fa prova se non di ciò: che le dichiarazioni che essa contiene sono (o valgono come se fossero) dichiarazioni provenienti da chi le ha sottoscritte (o legalmente si ritiene le abbia sottoscritte). E questo per l'appunto dispone l'art. 2702, Quali siano poi le conseguenze giuridiche che derivano dalla dichiarazione, in quanto ne sia cosi accertata la provenienza, è problema che va risolto secondo i principi generali sulle dichiarazioni negoziali o confessarle od enunciative e non riguarda l'efficacia probatoria del documento.
Non ho riprodotto gli articoli 1321 e 1322 del codice anteriore relativi al disconoscimento della scrittura privata e alla verificazione di essa, poichè il loro contenuto è trasfuso negli articoli 214 e 216 del codice di procedura civile.
Cosi pure, come ho detto dianzi, non ho riprodotto il disposto dell'art. 1324, perchè, rettificata la formula dell'art. 1320 del codice precedente, è troppo ovvio che il riconoscimento della scrittura non può precludere a colui contro il quale si produce di opporre le sue ragioni contro il contenuto dell'atto.
E' eliminata dal testo del nuovo codice la disposizione dell'art. 1325 del codice anteriore, il quale, per le scritture che contenessero l'obbligazione unilaterale di pagare una somma di danaro o di dare altra cosa valutata in quantità, esigeva, ove non fossero scritte per intero da chi si obbligava, che questi alla propria sottoscrizione aggiungesse un buono o approvato.Indicante in lettere per disteso la somma o la quantità ricevuta. Soppressa ogni distinzione tra materia civile e commerciale, non sarebbe stato possibile mantenere ancora in vita la disposizione anzidetta, circoscritta dal codice precedente alle materie civili, se non estendendola, con evidente regresso, a una massa di rapporti a cui per l'innanzi non si applicava.
La rilevata soppressione della distinzione tra materia civile e materia commerciale non consentiva altresì che l'opponibilità della data delle scritture private ai terzi fosse regolata da un duplice sistema: non rimaneva pertanto che o adottare il sistema sancito dall'art. 1327 del precedente codice civile, per il quale la data non è computabile rispetto al terzi se non dal momento in cui si sono avverati determinati fatti che le conferiscono assoluta certezza, ovvero ammettere la libertà di prova consentita dall'art. 55, secondo comma, dal codice di commercio del 1882 Ho preferito adottare il primo sistema, come quello che offre al terzi una più efficace tutela, e ho riprodotto (art. 2704 del c.c., primo comma), con alcuni ritocchi, l'articolo 1327 del codice civile anteriore. Temperando l'assolutezza della norma, ho però disposto che la data delle scritture private non recettizie si possa accertare con ogni mezzo e che, tenuto conto delle circostanze, qualsiasi mezzo di prova possa il giudice ammettere per l'accertamento della data delle quietanze (art. 2704, secondo e terzo comma).

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 18664/2012

La scrittura privata, una volta intervenuto il riconoscimento o un equipollente legale di questo, è assistita da una presunzione di veridicità per quanto attiene alla riferibilità di essa al suo sottoscrittore, sicché la difformità tra l'imputabilità formale del documento e l'effettiva titolarità della volontà che esso esprime, quando non attenga ad un'intrinseca divergenza del contenuto, ma all'estrinseco collegamento dell'espressione apparente, non è accertabile con i normali mezzi di contestazione e prova, ma soltanto con lo speciale procedimento previsto dalla legge per infirmare il collegamento fra dichiarazione e sottoscrizione, cioè con la querela di falso.

Cass. n. 12528/2011

La proposizione della querela di falso, com­portando la contestazione della corrispondenza al vero della scrittura ed implicando un accertamen­to incidentale circa l'autenticità medesima, rende superfluo il disconoscimento dell'autenticità della sottoscrizione.

Cass. n. 24208/2010

Nel processo civile le scritture private prove­nienti da terzi estranei alla lite costituiscono meri indizi, liberamente valutabili dal giudice e conte­stabili dalle parti senza necessità di ricorrere alla disciplina prevista in tema di querela di falso o disconoscimento di scrittura privata autenticata. Ne consegue che, sorta controversia sulla autenti­cità di tali documenti, in applicazione del genera­le principio di cui all'art. 2697 c.c., l'onere di pro­varne la genuinità grava su chi la invoca. (Nella specie, l'impiegato di una sala da gioco era stato licenziato perché ritenuto reo di avere cambiato denaro in fiches utilizzando carte di credito dei clienti, e falsificando i relativi scontrini apparen­temente sottoscritti da questi ultimi; il giudice di merito aveva tuttavia annullato il licenziamento, ritenendo che il datore di lavoro non avesse forni­to la prova della falsità dei suddetti scontrini. La S.C., in applicazione del principio di cui alla mas­sima, ha cassato con rinvio tale decisione).

Cass. sez. un. n. 15169/2010

Le scritture private provenienti da terzi estranei alla lite possono essere liberamente contestate dalle parti, non applicandosi alle stes­se né la disciplina sostanziale di cui all'art. 2702 c.c., né quella processuale di cui all'art. 214 c.p.c., atteso che esse costituiscono prove atipiche il cui valore probatorio è meramente indiziario, e che possono, quindi, contribuire a fondare il con­vincimento del giudice unitamente agli altri dati probatori acquisiti al processo. Nell'ambito delle scritture private deve, peraltro, riservarsi diverso trattamento a quelle la cui natura conferisce loro una incidenza sostanziale e processuale intrinse­camente elevata, tale da richiedere la querela di falso onde contestarne l'autenticità.

Le scritture private provenienti da terzi estranei alla lite possono essere liberamente contestate dalle parti, non applicandosi alle stesse né la disciplina sostanziale di cui all'art. 2702 c.c., né quella processuale di cui all'art. 214 c.p.c., atteso che esse costituiscono prove atipiche il cui valore probatorio è meramente indiziario, e che possono, quindi, contribuire a fondare il convincimento del giudice unitamente agli altri dati probatori acqui­siti al processo. Nell'ambito delle scritture private deve, peraltro, riservarsi diverso trattamento a quelle la cui natura conferisce loro una incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedere la querela di falso onde conte­starne l'autenticità.

Cass. n. 974/2008

Con riguardo ad una scrittura privata, che non sia stata riconosciuta e che non debba ritener­si legalmente riconosciuta, e per la quale, pertanto, non sia necessario esperire la querela di falso, al fine di contestarne la piena efficacia probatoria (art. 2702 c.c.), la parte, che sostenga la non au­tenticità della propria apparente sottoscrizione, non è tenuta ad attendere di essere evocata in giudizio da chi affermi una pretesa sulla base del documento, per poi operare il disconoscimento ai sensi ed agli effetti degli art. 214 e segg. c.p.c., ma può assumere l'iniziativa del processo, per sentire accertare, secondo le ordinarie regole probatorie, la non autenticità di detta sottoscrizione, nonché per sentir accogliere quelle domande che postulino tale accertamento (nella specie si trattava della do­manda volta a ricostituire la provvista di certificati di deposito a custodia, che erano stati oggetto di costituzione a garanzia con la firma avente caratte­re apocrifo).

Cass. n. 18323/2007

La querela di falso postula — nell'ipotesi di sua proposizione relativa a scrittura privata — che quest'ultima sia stata riconosciuta (volonta­riamente dal suo autore o che debba considerarsi legalmente come tale) e che il querelante intenda eliminare la sua efficacia probatoria attribuitale dall'art. 2702 c.c. o, almeno, voglia contestare la genuinità dell'inerente documento, ragion per cui la proponibilità della suddetta querela presuppone, in ogni caso, che la scrittura alla quale si rivolge sia stata sottoscritta, costituendo, invero, la sottoscrizione un suo elemento essenziale.
(Nella specie, la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha confermato la sentenza impugnata con la quale era stata correttamente esclusa l'ammissibilità della querela di falso sul presupposto che le fatture impugnate con tale rimedio non risultavano sottoscritte).

Cass. n. 15219/2007

Se la parte contro la quale la scrittura priva­ta sia stata prodotta ne riconosce la sottoscrizio­ne, la scrittura fa piena prova della provenienza delle dichiarazioni da chi l'ha sottoscritta e ciò indipendentemente dal fatto che la dichiarazione non sia stata vergata o redatta dal sottoscrittore. (Nella specie la S.C. con riferimento ad un giudizio riguardante un'ingiunzione di pagamento fondata su una fideiussione omnibus, ha rilevato l'inammissibilità della censura fondata sull'as­sunto del mancato insorgere del rapporto ob­bligatorio per essere stato il documento firmato in bianco, in quanto la prova di tale assunto era mancata non essendo stata fornita neppure in via presuntiva).

Cass. n. 4886/2007

In ipotesi di dichiarazione sottoscritta, pur se contenuta in più fogli dei quali solo l'ultimo firmato, poiché la sottoscrizione, ai sensi dell'art. 2702 c.c., si riferisce all'intera dichiarazione e non al solo foglio che la contiene, la scrittura privata deve ritenersi valida ed efficace nel suo complesso, rimanendo irrilevante la mancata sottoscrizione dei fogli precedenti, con la conseguenza che, al fine di impedire che l'intero contenuto della scrittura faccia stato nei confronti del sottoscrittore, que­st'ultimo ha l'onere di proporre querela di falso. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell'enunciato principio, ha cassato con rinvio la sentenza impu­gnata che, con riguardo ad un'azione proposta ai sensi dell'art. 2932 c.c. in conseguenza dell'ina­dempimento della promittente venditrice di un im­mobile che si era rifiutata di stipulare il contratto definitivo, l'aveva rigettata sul presupposto erroneo dell'insussistenza del fatto costitutivo della pretesa attorea in virtù della circostanza che il contratto preliminare era stato sottoscritto dalla suddetta parte solo nel foglio finale, così ritenendolo invali­do ed inefficace).

Cass. n. 3810/2004

La produzione in giudizio di una scrittura privata priva di firma da parte di chi avrebbe dovuto sottoscriverla equivale a sottoscrizione a condizione che tale produzione avvenga ad opera della parte stessa, e non anche (come nella spe cie) del suo erede, atteso che la manifestazione di volontà contrattuale, propria del soggetto con­traente, non può essere espressa da altri.

Cass. n. 16007/2003

La sottoscrizione di un documento inte­grante gli estremi della scrittura privata vale, ex se, ai sensi dell'art. 2702 c.c., a ingenerare una presunzione iuris tantum di consenso del sotto­scrittore al contenuto dell'atto e di assunzione della paternità dello scritto, indipendentemente dal fatto che la dichiarazione non sia stata verga­ta o redatta dal sottoscrittore. Ne consegue che, se la parte contro la quale la scrittura sia stata prodotta ne riconosce la sottoscrizione (ovvero se quest'ultima debba aversi per riconosciuta), la scrittura fa piena prova della provenienza delle dichiarazioni da chi l'ha sottoscritta, mentre il sottoscrittore che assuma, con querela di falso, che la sottoscrizione era stata apposta su foglio firmato in bianco ed abusivamente riempito, ha l'onere di provare sia che la firma era stata appo­sta su foglio non ancora riempito, sia che il riem­pimento era avvenuto absque pactis, sicché, se la dichiarazione in contestazione integra gli estremi della promessa di pagamento (ovvero della rico­gnizione di debito) spetta al sottoscrittore, in os­sequio alla regola di cui all'art. 1988 c.c., provare l'inesistenza del rapporto fondamentale, e non a colui a favore del quale la dichiarazione risulti rivolta provarne l'esistenza.

Cass. n. 11437/2002

L'avvenuto disconoscimento della scrittura privata non preclude alla parte interessata di pro­vare diversamente l'esistenza del diritto fatto vale­re, e, quindi, anche attraverso prova testimoniale, salvo che la legge richieda la forma scritta, ad substantiam o ad probationem, del fatto costitu­tivo.

Cass. n. 9289/2001

Elemento essenziale per la validità di una scrittura privata è la sottoscrizione della stessa da parte del suo autore, che non trova equipollenti né nella conclamata autografia del testo, né nel segno di croce apposto dal soggetto da cui il docu­mento proviene.

Cass. n. 2473/1999

L'efficacia probatoria della scrittura privata riconosciuta ex art. 2702 c.c. concerne la prove­nienza della medesima da colui che ne risulta sottoscrittore, ma non il suo contenuto, che il giu­dice è libero di valutare secondo il suo prudente apprezzamento in concorso con gli altri elementi. probatori acquisiti al processo.

Cass. n. 5958/1996

Il riconoscimento tacito della scrittura pri­vata ai sensi dell'art. 215 c.p.c. e la verificazione della stessa ex art. 216 stesso codice, attribuiscono alla scrittura il valore di piena prova fino a querela di falso, secondo quanto dispone l'art. 2702 c.c., della sola provenienza della stessa da chi ne appare come sottoscrittore e non anche della veridicità delle dichiarazioni in essa rappresentate, il cui contenuto può essere contestato dal sotto­scrittore con ogni mezzo di prova, entro i limiti di ammissibilità propri di ciascuno di essi, e perciò anche (come nella specie) deferendo alla contro­parte giuramento decisorio sulla circostanza con­traria a quella rappresentata in una dichiarazione di quietanza, al fine di contestare l'importo dalla stessa risultante.

Cass. n. 9820/1995

Il principio per cui la scrittura privata fa piena prova sino a querela di falso della prove­nienza delle dichiarazioni che vi sono contenute da colui che la ha sottoscritta, non soffre ecce­zioni nell'ipotesi in cui la dichiarazione sia con­tenuta in due o pia fogli, dei quali l'ultimo solo rechi la sottoscrizione della parte contro cui la scrittura è prodotta, sempreché in quest'ultimo caso le dichiarazioni contenute nei vari fogli co­stituiscano sul piano logico e lessicale un unico ed inscindibile corpo, giacché la sottoscrizione a norma dell'art. 2702 c.c. si riferisce all'intera dichiarazione e non al solo foglio nel quale essa è apposta, con la conseguenza che per impedire che l'intero contenuto della scrittura faccia stato nei suoi confronti la parte ha l'onere di proporre querela di falso.

Cass. n. 1259/1995

La denunzia di abusivo riempimento di un foglio firmato in bianco con sottoscrizione ricono­sciuta o autenticata richiede l'esperimento della querela di falso, ai sensi dell'art. 2702 c.c., nel caso in cui il riempimento stesso sia avvenuto absque pactis e cioè senza che il suo sottoscrittore sia stato autorizzato con preventivo patto. La predetta que­rela non occorre invece nel caso in cui il riempimen­to sia avvenuto contra pacta, cioè in modo difforme da quello consentito dall'accordo precedentemente intervenuto, in quanto nella prima ipotesi l'abuso incide sulla provenienza e sulla riferibilità della di­chiarazione al sottoscrittore, mentre nella seconda ipotesi si traduce in una mera disfunzione interna del procedimento di formazione della dichiarazio­ne medesima, in relazione allo strumento adottato (mandato ad scribendum), la quale implica solo la non corrispondenza tra ciò che risulta dichiarato e ciò che si intendeva dichiarare.

Cass. n. 801/1995

La sottoscrizione è elemento essenziale della scrittura privata (art. 2702 c.c.), in quanto proprio su di essa si fonda la presunzione iuris tantum di consenso del sottoscrittore al contenuto del documento; con la conseguenza che non può attribuirsi valore di scrittura privata alle annota­zioni apposte su di un listino prezzi del venditore, non sottoscritto dallo stesso.

Cass. n. 6192/1994

La scrittura privata, la cui sottoscrizione non sia autenticata, ove prodotta in giudizio nei confronti di parte diversa dall'autore apparente, o dagli eredi e aventi causa di quest'ultimo, se con­testata, può essere accertata con qualsiasi mezzo e rimane affidata al libero apprezzamento del giu­dice, non rilevando come prova legale.

Cass. n. 6133/1992

La sottoscrizione è elemento costitutivo della scrittura privata attesa la sua funzione di individuazione dell'autore del documento nonché di assunzione della paternità dello scritto e per raggiungere tale duplice finalità deve sostanziarsi nell'apposizione di segni grafici idonei, tra i quali non può comprendersi il crocesegno, che, ancor­ché apposto in presenza di testimoni, resta asso­lutamente privo di qualsiasi caratteristica valida ad identificare il suo autore.

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Quesiti degli utenti
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Quesito n. 10847/2014 martedì 22 luglio 2014

Emilio B. chiede

Ho fatto una scrittura privata firmata non autenticata per compravendita beni immobili per avere efficacia scrittura come devo fare.

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10847/2014 [risposta a pagamento]

Il codice civile prevede le seguenti forme scritte per i contratti (nel Titolo II del libro VI sulle prove):
- Atto pubblico (artt. 2699 ss.): è la forma più solenne prevista dall'ordinamento, e consiste nel documento, redatto con le richieste formalità, da un notaio o da un altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l'atto è formato. L'atto pubblico fa piena fede, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale e delle dichiarazioni e dei fatti avvenuti in sua presenza.
- Scrittura privata (artt. 2702 ss.): è la forma più semplice, che richiede solo la sottoscrizione autografa (di proprio pugno) della parti, che fa prova fino a querela di falso della provenienza delle dichiarazioni da parte di chi l'ha firmata se la sottoscrizione è autenticata. L'autenticazione della firma può avvenire: per riconoscimento in giudizio della stessa da parte di colui contro il quale la scrittura privata è stata prodotta (es. l'attore produce un contratto scritto contro il convenuto, e questo ammette che lo ha firmato); davanti a un notaio o a un altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato (nel caso della compravendita immobiliare, non può autenticare il segretario comunale), mediante attestazione che la sottoscrizione è stata apposta in sua presenza (art. 2703 del c.c.).
Ciò detto, vanno precisati alcuni aspetti formali della compravendita avente ad oggetto beni immobili.
Questo tipo di contratto, ai sensi dell'art. 1350 del c.c., n. 1, deve rivestire necessariamente la forma scritta (atto pubblico o scrittura privata), altrimenti è nullo. In particolare, poi, ai fini della trascrizione obbligatoria nei pubblici registri immobiliari ex art. 2643 del c.c., n. 1, dovrà essere stipulato in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata (che si ottiene nei modi sopra descritti).
Il preliminare di acquisto di immobile è, invece, il contratto con il quale le parti si obbligano a stipulare un futuro contratto (detto definitivo). E' un contratto con efficacia obbligatoria per le parti (non si trasferisce il diritto di proprietà), che assumono l'obbligazione di prestare un futuro consenso. Il codice civile non dà una definizione di "contratto preliminare", ma lo menziona in vari ambiti, principalmente in tema di forma: in particolare, l'art. 1351 del c.c. stabilisce che il preliminare è nullo se non fatto nella stessa forma del definitivo. Il contratto preliminare di compravendita di un immobile, quindi, deve essere redatto in forma scritta.
Esso può essere trascritto (art. 2645 bis del c.c.): non è obbligatorio farlo, ma è semplicemente opportuno al fine di anticipare l'opponibilità ai terzi del preliminare concluso tra le parti. Infatti, se il contratto preliminare risulta trascritto, il terzo avente causa da colui che si è già impegnato a vendere ad un altro soggetto è avvisato che esiste un vincolo sul bene.
Poiché, come spiegato, la trascrizione non è affatto obbligatoria (nella prassi è spesso omessa), anche il contratto preliminare stipulato con semplice scrittura privata è vincolante per le parti, nel senso che sulla base di una siffatta scrittura è possibile chiedere ad un giudice che la controparte sia obbligata a rispettare gli accordi presi (ad esempio, se il promittente venditore non vuole più vendere, il compratore lo può convenire in giudizio per ottenere una sentenza che tenga luogo del contratto definitivo di vendita, ex art. 2932 del c.c., cioè che produca il vero e proprio trasferimento immobiliare).
Questo aspetto è importante da sottolineare, perché chi firma un preliminare, anche se non davanti ad un notaio, prende un impegno preciso e vincolante, dal quale non può facilmente sciogliersi.

Tag: compravendita immobile, scrittura privata autenticata

Quesito n. 10401/2014 venerdì 23 maggio 2014

andrea chiede

Buongiorno,

mia moglie ha una quota societaria del 25% su una srl ,la banca per una concessione di un mutuo per l'azienda gli ha fatto prestare una fideiussione omnibus con tetto 260.000 a lei e ad un altro socio che ha il 25% al momento attuale la societa' per cui mia moglie e' garante non e' in difficoltà economiche ma considerando l'andamento del mercato abbiamo paura che la banca escuta la fideiussione .

siamo in separazione dei beni e mia moglie e' proprietaria di 2 appartaementi 1 dove abitiamo piena proprieta' ,nel secondo ha la nuda proprieta' in quanto i genitori hanno il diritto di abitazione

per tutelarci abbiamo costiutuito un fondo patrimoniale dove abbiamo inserito l'appartaemnto libero ora pero' abbiamo il dubbio che siccome il fondo e' successivo alla prestazione della fideiussione puo' essere facilmente revocato

se lei facesse anche la cessione del diritto di abitazione della casa libera al marito rederemo l'appartamento meno appetibile per un eventuale asta (i diritti reali sono pignorabili?)

cosa mi consigliate di fare nella mia situazione per tutelare l'appartamento libero di mia moglie

grazie saluti

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10401/2014 [risposta a pagamento]

Una volta assunta una obbligazione, tutte le azioni compiute dal debitore successivamente, al fine di occultare, celare o rendere indisponibili i suoi beni, sono potenzialmente revocabili ai sensi dell'art. 2901 del c.c. Ciò vale anche per l'obbligazione assunta dal fideiussore ("L’azione revocatoria ordinaria presuppone, per la sua esperibilità, la sola esistenza di un debito, e non anche la sua concreta esigibilità. Pertanto, prestata fideiussione in relazione alle future obbligazioni del debitore principale connesse ad un'apertura di credito, gli atti dispositivi del fideiussore successivi all'apertura di credito ed alla prestazione della fideiussione, se compiuti in pregiudizio delle ragioni del creditore, sono soggetti alla predetta azione, ai sensi dell'art. 2901, n. 1, prima parte, c.c., in base al solo requisito soggettivo della consapevolezza di arrecare pregiudizio alle ragioni del creditore (scientia damni) e al solo fattore oggettivo dell'avvenuto accreditamento; l'insorgenza del credito va infatti apprezzata con riferimento al momento dell'accreditamento e non a quello, eventualmente successivo, dell'effettivo prelievo da parte del debitore principale della somma messa a sua disposizione", Cass. civ., Sez. III, sent. 22 marzo 2013, n. 7250. Vedi per il caso del fondo patrimoniale quale atto a titolo gratuito revocabile anche Cass. civ., Sez. I, 4 dicembre 2013, n. 27117).

Presupposti dell'azione revocatoria sono, oltre all'esistenza di un credito: il pregiudizio che dall'atto revocando può derivare al creditore (eventus damni); l'intento frodatorio del debitore (consilium fraudis), considerato come l'effettiva consapevolezza del carattere pregiudiziale del proprio comportamento; la mala fede del terzo a cui sia alienato il diritto del debitore (partecipatio fraudis) quanto si tratti di atto a titolo oneroso (se l'atto è a titolo gratuito, l'azione revocatoria può essere esercitata anche contro il terzo in buona fede).

Tutti questi presupposti sembrano sussistere nell'eventuale costituzione di un diritto di abitazione a favore del coniuge (che sarebbe un atto a titolo gratuito), pertanto anche questo non è un rimedio del tutto affidabile nel caso di specie.

Purtroppo non è possibile suggerire un metodo "sicuro" per tutelare l'appartamento della moglie dall'eventuale esperimento di un'esecuzione forzata, in quanto qualsiasi azione intrapresa in questo momento sarebbe successiva alla nascita dell'obbligazione assunta dalla signora, che ne risponde con tutti i suoi beni presenti e futuri ai sensi dell'art. 2740 del c.c.
Addirittura, si considerano revocabili gli accordi con i quali i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano il trasferimento di beni immobili o la costituzione di diritti reali minori sui medesimi.

L'unico atto non revocabile (sulla base dell'applicazione dei principi generali) è la vendita a giusto prezzo del bene immobile ad un terzo che sia in buona fede, in quanto in tale caso il Legislatore ha preferito tutelare il terzo rispetto al creditore.

Si consideri tuttavia che se la società in relazione alla quale è stata concessa la fideiussione naviga oggi in buone acque, è possibile che dalla data di creazione del fondo patrimoniale trascorrano i cinque anni previsti per la prescrizione dell’azione revocatoria ai sensi dell'art. 2903 del c.c., senza che il creditore eserciti l'azione, perdendo così per il tempo successivo il diritto di revocare l'atto. E' difatti irrilevante, ai fini del decorso del termine, che il creditore sia a conoscenza dell'atto posto in essere dal debitore, in quanto i 5 anni decorrono sempre dal compimento dello stesso.

Tag: Fideiussione, fondo patrimoniale, azione revocatoria

Quesito n. 10349/2014 giovedì 15 maggio 2014

Silvio D.L. chiede

Con ricorso ex art. 1129 c.c. depositato c/o il Tribunale di Bari in cui si lamentavano gravi responsabilità dell'amministratore si richiedeva la revoca dello stesso; all'udienza del 11-04-2014 si costituiva in giudizio l'amministratore impugnando e contestando ogni avverso dedotto, eccepito o concluso chiedendo il rigetto dell'avversa domanda; l'udienza successiva è fissata per il 13-06-2014; con scrittura privata tra il ricorrente istante e l'amministratore, sottoscritta in data 08-05-2014 alla presenza e con la redazione della scrittura privata da parte dei legali di entrambe le parti, veniva inserita, tra le altre parti dell'accordo transattivo, dal legale rappresentante la parte istante per espressa richiesta di controparte la clausola di rinuncia agli atti ed all'azione di cui al suddetto giudizio dinanzi al tribunale di Bari per la revoca dell'amministratore. Alla luce di quanto premesso si chiede: è legittima tale rinuncia agli atti e all'azione nel procedimento di volontaria giurisdizione ex art. 1129, comma 3, c.c.? Si può impugnare tale scrittura privata per illiceità di tale clausola? Il procedimento in data 13-06-2014 il G.I. delegato può continuare l'istruttoria se l'istante con altro difensore, avendo revocato il mandato alla precedente difesa, richiede la prosecuzione del procedimento? Dopo la sottoscrizione della scrittura privata l'istante ha scoperto un ulteriore motivo di revoca ai sensi dell'art. 1130 c.c. e cioè la mancanza del registro di anagrafe del condominio oltre alla persistente mancata esibizione degli altri registri e alla consegna di documentazione del condominio richiesta con tre A/R , inserita in verbale assembleare e mai ottenuta dallo scrivente istante. Grazie per l' attenzione.

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redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10349/2014 [risposta a pagamento]

Il procedimento di revoca dell'amministratore di cui all'art. 1129 del c.c. ha senza dubbio natura di volontaria giurisdizione, essendo diretto non a risolvere controversie, bensì a gestire un negozio o un affare, con la collaborazione tra il giudice e le parti.
Va da sé, quindi, che il provvedimento emesso all'esito di tale procedimento non assume il carattere della definitività, essendo modificabile o revocabile in ogni tempo, non solo con effetto ex nunc, in virtù di nuovi elementi sopravvenuti, bensì anche ex tunc per un riesame di merito e di legittimità delle originarie risultanze. Ciò è stato confermato dalla giurisprudenza, in particolare dalla Corte di cassazione a Sezioni Unite, con sentenza del 29.10.2004 n. 20957 (la Corte ha sancito che "il decreto della Corte d'appello di cui all'art. 1129 c.c., che decide, in sede di reclamo, sulla revoca dell'amministratore di condominio ha natura di provvedimento sostanzialmente amministrativo che, pur se incidentalmente statuisce su posizioni giuridiche soggettive nascenti dal rapporto di mandato costituitosi tra condominio ed amministratore, è privo del carattere della decisorietà, perché diretto a tutelare solo l'interesse obiettivo dell'amministrazione della cosa comune, nonché di quello della definitività").

E' corretto, quindi, "rinunciare agli atti" in relazione a questo procedimento di volontaria giurisdizione?
Premesso che la questione è di notevole interesse e complessità e che in questa sede non è possibile fornire una esaustiva disamina dei principi processuali e sostanziali sottesi alla materia, sulla base dei principi generali del processo civile, non sembra corretto parlare di "rinuncia agli atti", o meglio: la rinuncia agli atti da parte del ricorrente può valere propriamente e in senso pieno solo come rinuncia all'eventuale rimborso delle spese di lite, cui potrebbe essere condannato l'amministratore convenuto in giudizio. Difatti, appare in corso di superamento un certo orientamento giurisprudenziale per il quale le spese del ricorso ex art. 1129, terzo comma, c.c. rimanevano sempre e comunque a carico del ricorrente, non potendo il giudice fare applicazione dell'art. 91 del c.p.c. sulla ripartizione delle spese secondo la soccombenza: si deve accordare preferenza oggi, a nostro giudizio, alle decisioni (vedi ad esempio Cassazione Civile, Sez. VI, ordinanza 09.05.2012, n. 7029) che giustificano la condanna alle spese indipendentemente dalle caratteristiche del provvedimento impugnato. La statuizione relativa alle spese, infatti, inerendo a posizioni giuridiche soggettive di debito e credito discendenti da un rapporto obbligatorio autonomo rispetto a quello in esito al cui esame è stata adottata, ha i connotati della decisione giurisdizionale e l'attitudine al passaggio in giudicato indipendentemente dalle caratteristiche del provvedimento cui accede. Conseguentemente la soccombenza e la condanna alle spese sono configurabili anche in un procedimento di volontaria giursdizione come quello previsto dall'art. 1129 c.c. (v. ordinanza Cass. civ. citata).

Quindi, la rinuncia agli atti ex art. 306 del c.p.c., che comporta estinzione del giudizio quando è accettata dalle parti costituite, è vera e propria rinuncia solo in relazione alla condanna alle spese di lite e solo tra quel singolo condomino e l'amministratore.
Diversamente, quanto alla domanda di revoca dell'amministratore, non è concepibile una vera e propria rinuncia al processo (va ricordato che il provvedimento camerale relativo alla istanza di revoca dell’amministratore di condominio si risolve in un intervento del giudice di tipo sostanzialmente amministrativo privo della attitudine a produrre gli effetti del giudicato su posizioni soggettive in contrasto, essendo finalizzato soltanto alla tutela dell’interesse generale e collettivo del condominio ad una sua corretta amministrazione), bensì, casomai, una pronuncia del giudice nel senso della cessazione della materia del contendere, stante il raggiunto accordo transattivo tra le parti.
La rinuncia agli atti potrebbe comunque risultare un rimedio sensato, in relazione all'elevato grado di contraddittorietà dei giudizi ex art. 1129, terzo comma, che non possono essere pienamente paragonati ad altri procedimenti di volontaria giurisdizione come quelli per la dichiarazione di interdizione o inabilitazione, ove la rinuncia agli atti del processo è decisamente esclusa in vista del fine altamente pubblicistico di quei procedimenti.

Priva di senso risulta, invece, una rinuncia all'azione contro l'amministratore, né a questi potrebbe giovare, posto che nulla vieterebbe che un altro condomino adisca l'autorità giudiziaria per ottenere, sulla base degli stessi presupposti del primo processo, la revoca di quello stesso amministratore.
Tale rinuncia può operare, al limite, solo per le ragioni di revoca sottese al ricorso ex art. 1129 originario, che il condomino ha rinunciato a far valere, ma la medesima domanda di revoca ben potrebbe essere riproposta per altre valide motivazioni: sarà però necessario instaurare un nuovo giudizio, in quanto il primo dovrà essere concluso con una pronuncia di cessazione della materia del contendere, vista l'intervenuta transazione.

Quanto all'accordo transattivo, esso appare valido, con i limiti e le precisazioni già fatte circa la possibilità di riproporre la domanda di revoca dell'amministratore per diverse ed ulteriori ragioni: trattandosi di materia in continuo divenire, non è possibile che la situazione venga cristallizzata in un dato momento, ma si deve guardare anche ai fatti sopravvenuti (es. non è possibile stabilire che quell'amministratore non possa mai più essere revocato, se egli ha posto in essere condotte contrarie ai propri doveri).

Tag: Rinuncia agli atti, revoca amministratore, volontaria giurisdizione

Quesito n. 10313/2014 venerdì 9 maggio 2014

Domenico D.M. chiede

Buongiorno, scrivo per avere chiarimenti per una scrittura privata sottoscritta da me con la mia vicina di casa in occasione della ristrutturazione di un mio immobile con corte interna di pertinenza anche di questa signora. In data 20/09/2008 ci siamo accordati di procedere alla cancellazione di qualsiasi mio diritto sulla corte identificata dal mappale 1 del foglio 12, la cancellazione del diritto viene di comune accordo fra la sig.ra x e il sottoscritto stabilita in € 5.000, cifra che la sig.ra si impegna a versare il giorno dell'atto notarile da eseguirsi entro e non oltre il 29/11/2008 (non effettuato e mai ricevuto nessun euro). Si precisa come accordato che la cifra da corrispondere da parte della sig.ra x per la cancellazione del diritto corrisponde alla quota di partecipazione per il rifacimento del tetto al mappale n.5 fg.12 (x una parte del mio immobile sottostante alla proprietà della sig.ra x) che io dovevo versare ad essa.
Il tutto per evitare che suddetta sig.ra interferisse o si lamentasse troppo per i lavori cui mi accingevo a svolgere (in pratica per tenerla tranquilla); in questo senso, dall'impresa atta ad eseguire i miei lavori ho fatto sistemare un comignolo rotto sul tetto della sig.ra, così come gli ho completamente rifatto e tinteggiato le facciate della casa (cosa non ancora conteggiata dal mio geometra e da me non ancora richiesta contropartita monetaria alla sig.ra).
Ora visti i momenti poco propizi delle mie finanze ed avendo quasi ultimato i lavori per uno dei tre appartamenti che sto ristrutturando di questa mia casa, ho avuto richiesta da un terza parte per l'acquisto di questo appartamento, ma questo signore intende far valere dopo il rogito i diritti legati all'uso di questa corte in comune con la sig.ra.
Posso ritenere non valida questa scrittura privata anche per il fatto che non è stata seguita da nessun atto notarile come invece avevamo tassativamente stabilito entro e non oltre il 29/11/2008? ed ancora, visto che alla sig.ra debbo la parte mia per il tetto cui ella ha sistemato, ma di controparte ella mi dovrebbe il rifacimento delle facciate della sua casa da me rifatte, posso calcolarne per differenza sui lavori da contabilizzare? Grazie

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 10313/2014 [risposta a pagamento]

Nella vicenda proposta vanno distinti due diversi aspetti: (1) quello della validità della scrittura privata e (2) quello relativo alle spese sostenute per riparazioni in favore della vicina di casa, mai rimborsate.

Sotto il primo profilo, la scrittura privata sottoscritta tra i due vicini di casi si configura a tutti gli effetti come contratto preliminare avente ad oggetto l'impegno di stipulare il contratto definitivo davanti ad un notaio (art. 1351 del c.c.).
Il contratto contiene la rinuncia di una parte al diritto su di un immobile (corte interna dell'edificio) e pertanto è valido se riveste la forma della scrittura privata (o dell'atto pubblico) ai sensi dell'art. 1350, n. 5, c.c.
Solo per rispettare il principio della pubblicità immobiliare (e non ai fini della sua validità), il contratto avrebbe poi dovuto stipularsi anche nella forma dell'atto pubblico ex art. 2643 del c.c., per poter trascrivere la rinuncia al diritto.
Il contratto preliminare, quindi, è perfettamente valido tra le parti, anche prima della stipulazione del definitivo.

Tuttavia, essendo trascorso ampiamente il termine per il rogito notarile, ci si può porre il problema di chi possa essere ritenuto inadempiente tra le due parti. L'inadempimento di una parte, infatti, autorizza l'altra a chiedere la risoluzione del contratto ex art. 1453 del c.c., che viene così a sciogliersi definitivamente.
Nel caso di specie, non è possibile desumere a chi sia addebitabile l'inadempimento e pertanto non si può affermare con certezza che la colpa stia in capo alla vicina di casa. Solo qualora fosse possibile dimostrare la responsabilità della vicina, sarebbe possibile domandare al Giudice di dichiarare la risoluzione del contratto preliminare.

Non è configurabile in ogni caso una risoluzione consensuale (cioè un accordo di entrambe le parti di "abbandonare" l'esecuzione del preliminare), in quanto manca una scrittura privata che risolva espressamente il contratto concluso tra i due vicini.
La Cassazione sul punto si è espressa a Sezioni Unite, sancendo che "la risoluzione consensuale di un contratto riguardante il trasferimento, la costituzione o l’estinzione di diritti reali immobiliari, è soggetta al requisito della forma scritta ad substantiam non soltanto quando il contratto da risolvere sia definitivo e, quindi, il contratto risolutorio rientri nell’espressa previsione dell’art. 1350 codice civile, ma anche quando detto contratto da risolvere sia preliminare, tenuto conto che la ragione giustificativa dell’assoggettamento del preliminare all’indicata forma, ai sensi dell’art. 1351 c.c., da ravvisare nell’incidenza che il preliminare spiega su diritti reali immobiliari, sia pure in via mediata, tramite l’assunzione di obbligazioni, si pone in termini identici per il contratto risolutorio del preliminare stesso, con la conseguenza che, anche rispetto ad esso, non è ammissibile la prova testimoniale” (Cass. civ., SS.UU., 28 agosto 1990, n. 8878; successivamente si è formato un indirizzo consolidato, v. ad esempio Cass. civ., 9341/04).

Quanto al secondo aspetto, non è possibile dal punto di vista strettamente giuridico opporre in compensazione a delle spese per la sistemazione del tetto (riconosciute e quantificate dalle parti), le spese per il rifacimento delle facciate, al fine di annullarle reciprocamente. Si tratta, infatti, per le seconde, di importi che non sono né liquidi (cioè determinati nel loro ammontare) né esigibili, in quanto non reciprocamente riconosciuti dalle parti né attestati come dovuti da un giudice. Ai sensi dell'art. 1243 del c.c., primo comma, la compensazione opera solo tra due debiti che hanno per oggetto una somma di danaro o una quantità di cose fungibili dello stesso genere e che sono egualmente liquidi ed esigibili.
La compensazione potrebbe solo essere richiesta dinnanzi al Giudice adito per l'esecuzione del contratto preliminare, in quanto in quella sede l'autorità giudicante potrebbe sancire l'ammontare delle spese e il fatto che siano o meno dovute.

Le spese sostenute a favore della vicina, però, possono costituire un argomento per convincerla a sciogliere consensualmente il contratto preliminare, su un piano esclusivamente transattivo e quindi conciliativo.

Se questa, però, non intende sciogliere il contratto ed anzi, vuole agire per dargli esecuzione, può farlo, in quanto il suo diritto non è ancora prescritto, non essendo trascorsi più di dieci anni dalla conclusione del preliminare. Il vicino può sempre tentare di provare che la mancata stipulazione del contratto definitivo sia stata a lei addebitabile, potendo così chiedere, come sopra già precisato, la risoluzione per inadempimento del preliminare.

Tag: contratto preliminare, risoluzione per inadempimento

Quesito n. 9350/2013 martedì 24 dicembre 2013

gaetano chiede

Le firme di sottoscrizione di una scrittura privata che conferisce il diritto di abitazione possono essere autenticate nel comune? Nella mia città al comune affermano di non poterle autenticare.

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redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9350/2013 [risposta gratuita]

Il diritto di abitazione (art. 1022 del c.c.) è un diritto reale su un bene immobile, che pertanto può essere validamento costituito solo mediante atto scritto (art. 1350 del c.c.).
L'art. 2643, primo comma, n. 4, c.c., assoggetta questo tipo di atto anche alla trascrizione nei registri immobiliari, ai fini della quale è richiesto che l'atto rivesta la forma di scrittura privata autenticata o quella di atto pubblico.

L'autenticazione della scrittura privata è di regola demandata al notaio.
Esiste però una norma che potrebbe indurre a ritenere che anche il comune (nella persona del segretario comunale) potrebbe detenere lo stesso potere.
L’art. 17, comma 68, della legge 15 maggio 1997, n. 127 (legge Bassanini) prevede espressamente che il segretario comunale “può rogare tutti i contratti nei quali l’ente è parte ed autenticare scritture private ed atti unilaterali nell’interesse dell’ente”.
Sebbene il tenore della norma sembri conferire al segretario comunale il potere di autentica, la corretta interpretazione della disposizione è nel senso di negare un potere illimitato, che va invece circoscritto alle sole ipotesi in cui il Comune è parte dell'atto o vi è un interesse del Comune all'atto. Se si trattasse di scritture private di contenuto negoziale, ove tutte le parti siano estranee all’amministrazione comunale, sarebbe difficile giustificare la competenza del segretario, il quale è preposto a ricevere atti che coinvolgono l’ente locale cui egli appartiene.

Anche la Corte Suprema di Cassazione ha sostenuto questa interpretazione, dichiarando che il segretario comunale (o altro funzionario incaricato dal sindaco) non è competente ad autenticare scritture private quando queste hanno natura negoziale (il caso trattato dalla Suprema corte riguardava una cessione di credito), perché egli può autenticare solo le firme apposte su istanze rivolte alla pubblica amministrazione e non agli atti di natura negoziale tra soggetti diversi dalla pubblica amministrazione.

Recentemente, nel caso di una persona che chiedeva al comune di autenticare una procura speciale, la Cassazione ha stabilito: "Non potendosi ricavare dal sistema normativo un potere dell'incaricato comunale di autenticare la firma di atti negoziali, è nulla la procura speciale alle liti conferita mediante scrittura privata con firma autenticata dall'ufficiale dell'anagrafe del Comune" (Cass. civ., 30.8.2013 n. 19966).

Si ritiene quindi che il comune non possa autenticare la scrittura privata con la quale viene creato a favore di un un soggetto un diritto reale di abitazione.

Quesito n. 9021/2013 sabato 2 novembre 2013

nicola f. chiede

Alla luce del fatto che il codice civile recita: "La data della scrittura privata della quale non è autenticata la sottoscrizione non è certa e computabile riguardo ai terzi, se non dal giorno in cui la scrittura è stata registrata o dal giorno della morte o della sopravvenuta impossibilità fisica di colui o di coloro che l'hanno sottoscritta o /dal giorno in cui il contenuto della scrittura è riprodotto in atti pubblici/ ecc. ecc." qual è l'interpretazione corretta da dare al citato articolo del codice civile? l'ufficio anzichè limitarsi a non considerarla, non avrebbe dovuto chiedere la verificazione della scrittura privata? come posso avvalorare la mia tesi?
Grazie anticipatamente per la risposta.

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redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9021/2013 [risposta a pagamento]

La norma indicata nel quesito, contenuta nell'art. 2704 del c.c., è molto chiara nello stabilire il momento dal quale è giuridicamente certa la data di una scrittura privata della quale non è autenticata la sottoscrizione. Uno dei momenti individuati dalla norma è la riproduzione della scrittura in un atto pubblico.
Affinché ricorra questa fattispecie è necessario che il pubblico ufficile abbia preso visione della scrittura ed attesti nel documento pubblico quanto ha personalmente appreso. In genere, nel silenzio della legge, si ritiene che nel documento pubblico debbano essere riprodotti gli elementi essenziali della scrittura.

Si faccia attenzione che ciò che va reso certo non è tanto il contenuto del documento, quanto la sua preesistenza al momento di formazione dell'atto pubblico. Pertanto, l'effetto che consegue alla riproduzione in un documento pubblico di una scrittura privata è solo quello di individuare una data opponibile ai terzi (ad es., se l'atto pubblico è datato 1.1.2013, e riproduce una scrittura del 1.1.2012, agli occhi dei terzi la data certa e computabile è il 1.1.2013).
La certezza della data non rende "autenticata" la scrittura privata che non sia tale: e la scrittura non autenticata non fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l'ha sottoscritta (art. 2702 del c.c.).

La verificazione della scrittura privata è istituto processuale del tutto diverso. Gli artt. 216 ss. c.p.c. che la disciplinano prevedono che la parte che intenda valersi della scrittura disconosciuta ai sensi dell'art. 214 del c.p.c. ("colui contro il quale è prodotta una scrittura privata, se intende disconoscerla, è tenuto a negare formalmente la propria scrittura o la propria sottoscrizione") deve chiederne la verificazione, proponendo i mezzi di prova che ritiene utili e producendo o indicando le scritture che possono servire di comparazione. Si dice espressamente che la verificazione ha ad oggetto una scrittura disconosciuta da colui contro il quale viene prodotta, che l'abbia sottoscritta (o i suoi eredi o aventi causa). La ratio dell'istituto è quindi quella di fornire alla parte che ha prodotto in giudizio la scrittura disconosciuta uno strumento per accertarne la reale autenticità e provenienza. Nel caso di specie, la scrittura prodotta in giudizio non è stata sottoscritta dalla controparte (Agenzia delle Entrate) e pertanto la disciplina della verificazione non può operare.

In riferimento al caso proposto, in conclusione, si ritiene che, se tutti gli elementi essenziali della scrittura privata sono stati riprodotti nell'atto pubblico, dalla data di quest'ultimo sia certa anche la data del documento privato, in modo opponibile ai terzi.
Quanto alla scrittura in sé, mancando i requisiti di cui agli artt. 2702 e 2703 c.c., essa non fa comunque piena prova della provenienza delle sottoscrizioni.

Tag: data scrittura privata, verificazione scrittura privata

Quesito n. 7129/2012 domenica 25 novembre 2012

Luca chiede

Salve. Una scrittura privata, non registrata e non autenticata, costituisce il diritto di abitazione su un immobile. Tale scrittura è consegnata in Comune per richiedere l'applicazione dell'agevolazione IMU "abitazione principale" e il Comune non risponde, facendo scadere il termine ex L. 241/90 di 60 gg e pertanto si deve considerare "silenzio assenso". Tale silenzio può far sì che venga meno il principio secondo cui una scrittura privata debba avere data certa (e quindi essere registrata) per essere opponibile a terzi, visto che il Comune ha passivamente riconosciuto la validità della stessa? Grazie per la risposta che darete.

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7129/2012 [risposta gratuita]

La fattispecie del riconoscimento tacito della scrittura privata opera solamente nei confronti della parte contro la quale la scrittura è prodotta in sede giudiziale. La parte interessata infatti ha l'onere di disconoscere la scrittura privata altrimenti verrà considerata come riconosciuta (art. 2702 del c.c., artt. 214-215 c.p.c.). E' bene precisare che per parte la legge intende la persona che ha sottoscritto la scrittura privata, pertanto restano esclusi i terzi.

L'unico modo affinché la scrittura privata produca effetti nei confronti dei terzi è quello di procedere alla sua registrazione, che le attribuisce data certa.

Tag: Scrittura privata, riconoscimento tacito

Quesito n. 5033/2012 giovedì 1 marzo 2012

Federica chiede

Buona sera, vorrei sapere se una scrittura privata è valida se , non essendo stata registrata e senza autentica di firme, una delle due parti muore.grazie

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 5033/2012 [risposta gratuita]

Per scrittura privata o per atto scritto si intende il documento firmato dall'autore o dagli autori dell'atto. Di regola non è necessaria l'autografia della dichiarazione, che può essere scritta da un terzo o a macchina. Ciò che importa è invece che sia autografa la firma con la quale il soggetto sottoscrive il testo. Ciò che conta è il significato obiettivo della firma quale segno autografo mediante il quale il soggetto fa proprio il contenuto di un testo.
Gli eredi, morto il dante causa stipulante, non possono essere ritenuti terzi rispetto al negozio, assumendo infatti la medesima veste del de cuius, e acquistano quindi tutti i diritti e gli obblighi inerenti al negozio medesimo; tutto ciò anche in conformità con l'orientamento giurisprudenziale della S.C. secondo cui "l'erede, continuando la personalità de "de cuius", diviene parte del contratto concluso dallo stesso, per cui egli resta vincolato al contenuto del contratto medesimo, ancorchè questo non sia stato trascritto” (Cass. n. 4282 del 15/05/1997).

Quesito n. 3304/2011 martedì 19 aprile 2011

maria pia De Simone chiede

Chi é preposto all'autenticazione di una scrittura privata? Spero non mi diciate che può farlo solo un notaio. Grazie.

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redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 3304/2011 [risposta gratuita]

L’accertamento dell’autenticità delle firme, può avvenire in 3 modi:

a) con un previo accertamento dell’identità dei sottoscrittori, fatto da notaio, o altro pubblico ufficiale autorizzato, che autentichi la firma nel momento della sottoscrizione (art. 2703 del c.c.);

b) con il riconoscimento di colui contro il quale si invoca la scrittura (art. 2702 del c.c.). Il riconoscimento può essere anche tacito ex art. 215 del c.p.c.;

c) con l’accertamento giudiziale: c.d. procedimento di verificazione della scrittura disciplinato dall’art. 216 del c.p.c. e ss.

Con riferimento al punto sub a) il pubblico ufficiale che è autorizzato ad attestare l'autenticità della sottoscrizione oltre al notaio, può essere il cancelliere, il segretario comunale o altro dipendente dell’Amministrazione comunale incaricato dal sindaco o di un ente di rilievo pubblico o gestore di pubblici servizi.

Quesito n. 2255/2011 martedì 1 febbraio 2011

luigi chiede

Che validità può avere una scrittura privata riportante una dichiarazione di debito per contanti, non autenticata e senza data certa?

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 2255/2011 [risposta gratuita]

Per scrittura privata in senso stretto si intende il documento munito della sottoscrizione autografa di chi ne fa proprio il contenuto giuridicamente rilevante.
Gli elementi essenziali della scrittura privata sono tre: la cosa destinata a recepire i segni grafici che formano la scrittura, il testo e la sottoscrizione. Di contro, le indicazioni volte a individuare il tempo e il luogo in cui è stata formata la scrittura privata, non ne rappresentano elementi essenziali. Da tale assunto deriva che la mancanza della data non impedisce alla scrittura privata di avere efficacia di piena prova, nel concorrere degli altri elementi previsti dalla norma in commento.

La sottoscrizione della scrittura privata consiste nell'apposizione della firma in calce al documento che contiene il testo.
Solo la scrittura privata autenticata fa piena prova, sino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni documentate nel testo da colui o da coloro che l'hanno sottoscritta.
La mancanza di autenticazione fa sì che la scrittura privata abbia valore solo tra le parti, in quanto l'autentica di firma non è requisito di validità della scrittura, che resta valida ed efficace anche quando la sua sottoscrizione non sia autenticata. In mancanza di autenticazione, la certezza sull'autenticità della sottoscrizione si ha quando questa sia stata espressamente riconosciuta in giudizio. Qualora invece la scrittura venisse disconosciuta, si renderà necessaria la domanda di verificazione ai sensi dell'art. 216 del c.p.c.

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Presunzioni giurisprudenziali e riparto dell'onere probatorio

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Sommario

Introduzione. – I. Il diritto alla rappresentazione dei fatti nel processo. – II. Dal diritto alla prova all’onere della prova quale regola di giudizio. – III. La distribuzione dell’onere probatorio nel processo. Il dato normativo e la tutela del diritto alla prova. – IV. Le convenzioni sull’onere della prova . – V. La presunzione giurisprudenziale e la “difficoltà a provare” nel processo.... (continua)

La testimonianza nel processo civile

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La prima sezione analizza i singoli mezzi di prova nel procedimento di primo grado, nonché la prova nel giudizio di appello ed in quello di legittimità.

La seconda valorizza il tema della prova in funzione della particolare natura del diritto da tutelare. Si è analizzato... (continua)

L'istruzione probatoria nel processo civile

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Prezzo: 32,00 -10% 28,80 €
Categorie: Istruzione

Il volume è dedicato al tema della costituzione e assunzione della prova, ripartita tra il codice civile ed il codice di procedura civile. Suddiviso in due parti, il testo destina i primi capitoli alla disciplina delle prove in generale, esaminando tra l'altro l'onere probatorio nell'adempimento delle obbligazioni, nella responsabilità medica e nella responsabilità contrattuale ed extracontrattuale. Nella seconda parte vengono, invece, analizzati i singoli mezzi di... (continua)

Manuale pratico della prova civile

Autore: Merz Sandro
Editore: CEDAM
Pagine: 1336
Data di pubblicazione: luglio 2012
Prezzo: 85,00 -10% 76,50 €
Categorie: Istruzione
Manuale di ingegneria forense. Teoria e pratica della consulenza ingegneristica nel processo penale e civile

Pagine: 360
Data di pubblicazione: giugno 2014
Prezzo: 38,00 -10% 34,20 €

Un manuale per gli ingegneri che desiderano applicarsi alle consulenze giudiziali, una guida agli adempimenti che vanno dall'Iscrizione all'Albo dei consulenti tecnici, allo svolgimento degli incarichi nel rispetto della procedura, fino alla redazione della parcella, Al professionista vengono illustrati i principi di un'attività che non consiste nella semplice raccolta di dati materiali, ma nello studio e nell'elaborazione critica dei dati storici su base scientifica, nella ricerca... (continua)

Manuale del consulente tecnico del tribunale civile. Guida all'attività del consulente tecnico d'ufficio e di parte. Con CD-ROM

Autore: Botti Alberto
Pagine: 576
Data di pubblicazione: aprile 2013
Prezzo: 54,00 -10% 48,60 €

Questo manuale fornisce i fondamenti normativi e le cognizioni tecniche e procedurali indispensabili per svolgere l'attività di ausiliario del Giudice, arricchite da preziose indicazioni di buonsenso ed esperienza, derivanti dalla più che ventennale attività svolta dall'autore "sul campo". È dunque una insostituibile guida, di cui potranno beneficiare sia i giovani professionisti, che vogliano avvicinarsi alle consulenze tecniche svolte per il Tribunale civile,... (continua)

La valutazione razionale della prova

Editore: Giuffrè
Collana: Giuristi stranieri di oggi
Data di pubblicazione: luglio 2012
Prezzo: 20,00 -10% 18,00 €
Categorie: Istruzione