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Articolo 221 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n.1443)

Modo di proposizione e contenuto della querela

Dispositivo dell'art. 221 Codice di procedura civile

La querela di falso (1) può proporsi tanto in via principale [162 c.p.c.] quanto in corso di causa in qualunque stato e grado di giudizio, finché la verità del documento non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato [324 c.p.c.] (2).
La querela deve contenere, a pena di nullità, l'indicazione degli elementi e delle prove della falsità, e deve essere proposta personalmente dalla parte oppure a mezzo di procuratore speciale [83], con atto di citazione o con dichiarazione da unirsi al verbale d'udienza [99 disp. att.] (3).
È obbligatorio l'intervento nel processo del pubblico ministero (4).

Note

(1) Si distingue una falsità materiale, che investe il profilo estrinseco del documento, da una falsità ideologica (che attiene al suo contenuto).
La falsità materiale (che è diversa dal mero errore materiale) concerne la genuinità del documento: vi può essere contraffazione dello stesso - ad esempio perché esso è stato formato da un soggetto diverso dall'autore apparente - o alterazione successiva alla sua formazione.
La falsità ideologica concerne la verità del contenuto del documento: contro di essa non può essere proposta querela di falso in quanto quest'ultima azione investe i soli profili dell'autenticità/provenienza del documento (vi sono dei casi limite, come quello del notaio che attesta falsamente una dichiarazione compiuta davanti a lui: qui la falsità ideologica ha ricadute anche sull'elemento "estrinseco" del documento).
In relazione all'ipotesi di abuso di foglio firmato in bianco, le Sezioni Unite della Suprema corte di cassazione hanno stabilito che la querela di falso sia ammissibile solo se il riempimento è avvenuto senza autorizzazione del sottoscrivente, absque pactis. La querela, al contrario, non è ammissibile qualora il riempimento sia avvenuto in modo difforme dagli accordi, contra pacta.
Il "falso" rileva sia nel processo civile che in quello penale. Tuttavia, nel giudizio civile si mira esclusivamente a provare la non corrispondenza al vero del documento impugnato, mentre in quello penale si vuole individuare - e di conseguenza punire - l'autore del falso (artt. 476 e ss. del codice penale).
Per quanto riguarda i rapporti tra il processo civile e quello penale, va sottolineata l'abolizione del principio della pregiudizialità penale rispetto al processo civile: i due giudizi possono svolgersi separatamente.
(2) Pertanto, la querela di falso non è proponibile qualora l'eventuale giudizio di verificazione si sia concluso con sentenza passata in giudicato che escluda la falsità del documento, a meno che l'oggetto della querela di falso sia diverso o la querela si riferisca a fatti successivi al giudicato.
(3) La querela di falso può essere proposta in via principale, con atto di citazione, ovvero in via incidentale nel corso di un processo: in tal caso, occorre che il documento impugnato sia rilevante ai fini della decisione della causa. Il giudizio di rilevanza è lasciato al giudice, che deve autorizzare la presentazione della querela.
(4) La partecipazione obbligatoria del P.M. (69 c.p.c.) è necessaria nella fase di accertamento del falso, dove viene coinvolto l'interesse generale all'intangibilità della pubblica fede dell'atto: l'intervento del P.M. è giustificato dagli eventuali riflessi penalistici del falso, nonché dal fatto che con la querela di falso è possibile disporre indirettamente di situazioni indisponibili, come ad esempio dei fatti attestati nel registri dello stato civile.

Ratio Legis

La querela di falso è lo strumento predisposto dal nostro ordinamento per eliminare la possibilità che il giudice decida erroneamente sulla base di un documento falso (di particolare valore, come il testamento olografo o gli atti pubblici di compravendita). In dottrina si dice che con la querela di falso viene sollecitato un potere-dovere di rilevanza pubblicistica, che ha come scopo l'eliminazione delle prove non genuine.

Brocardi

Res dubia

Massime relative all'art. 221 Codice di procedura civile

Cass. n. 196/2014

La necessità che la querela di falso sia confermata nella prima udienza, prevista dall'art. 99 disp. att. cod. proc. civ., sussiste soltanto nel caso di querela proposta in via principale, mentre non è necessaria ove la stessa sia stata proposta in via incidentale dinanzi al giudice di pace, con successiva riassunzione del giudizio di falso dinanzi al Tribunale, ai sensi dell'art. 313 cod. proc. civ., atteso che, in tale evenienza, al querelante è noto che l'altra parte intende avvalersi del documento contestato.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 221 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Fabio B. chiede
venerdì 08/07/2016 - Liguria
“Mia madre effettuava donazione indiretta di un immobile a mio fratello, all'epoca studente, tenendo per se l'usufrutto. Poco prima della morte della madre le fece scrivere una dichiarazione ce diceva " i soldi che ti ho dato per l'acquisto del bene formano compensazione legale con quanto mi hai dato per aggiustarmi casa mia. Quindi nulla posso più richiederti."
Con questa dichiarazione il fratello cerca di evitare la collazione spostando su di me l'onere della prova del pagamento.
Io ho la testimonianza contraria dei parenti e la delega bancaria di mia madre a mio fratello che aveva qualunque facoltà sui suoi conti correnti. Posso con questi elementi limitare il valore della dichiarazione, magari anche con querela di falso e chiedere la collazione?”
Consulenza legale i 26/07/2016
Il nostro ordinamento riconosce valenza giuridica anche alle c.d. donazioni indirette, vale a dire quegli atti di liberalità che hanno il fine delle donazioni – la realizzazione di una liberalità – ma con mezzi diversi da quelli delle donazioni – senza quindi atti solenni sì come previsto dall’art. 769 c.c.

L’art. 809 del c.c. stabilisce infatti che questi atti di liberalità siano comunque soggetti alla revocazione per ingratitudine e per sopravvenienza di figli, alla riduzione e, infine, alla collazione.

L’art. 737 del c.c. prevede la collazione in favore dei coeredi di tutto ciò che è stato donato dal defunto, sia direttamente sia indirettamente, salvo che sia intervenuta una dispensa dalla collazione medesima; dispensa che “non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile”.

Nel caso di specie, la madre, successivamente defunta, ha donato un immobile ad uno dei figli, il quale le ha poi fatto firmare una dichiarazione con cui affermava la compensazione con altra somma di denaro prestata dal figlio alla madre, senza dunque aver nulla più a pretendere.

La questione è stabilire se tale dichiarazione (seppure con esiguità di informazioni) possa essere considerata alla stregua di una dispensa da qualsiasi conferimento in collazione del bene donato, ai sensi dell’art. 737 c.c. La dottrina è piuttosto uniforme nel ritenere che la dispensa è un atto unilaterale autonomo che non costituisce divieto ai patti successori (così C. Cass., 1/10/2003 n. 14590), e che può essere inserita tanto nel contratto di donazione (C. Cass., 10/2/2006 n. 3013) tanto nel testamento del donante.

Ciò premesso, nel caso di specie (ma sarebbe necessario avere maggiori informazioni) non pare essere ravvisabile alcuna volontà negoziale di dispensa dalla collazione, posto che nella dichiarazione si parla genericamente di “compensazione” fra debiti e crediti tra madre e figlio.

Pertanto, il fratello sarà tenuto al conferimento del bene donato dalla madre ai coeredi. Si badi che è stato affermato che – per il caso della donazione indiretta di un immobile – il conferimento per collazione riguarda il bene immobile e non l’eventuale denaro donato al fine di acquistare il bene (C. Cass., SS. UU., 5/8/1992 n.9282). Tale conferimento dovrà quindi essere disposto in natura oppure per imputazione (vale a dire, con l’imputazione del valore del bene alla quota ereditaria di propria spettanza, in quanto “acconto, o addirittura saldo, della quota ereditaria” – C. Cass., 27/4/2012 n. 6576), ai sensi dell’art. 746 c.c.

Si chiede inoltre se fosse possibile “limitare il valore della dichiarazione” mediante la proposizione di querela di falso: ciò non parrebbe possibile, in quanto lo scopo della querela di falso è quello di togliere efficacia probatoria ad un atto pubblico o ad una scrittura privata autenticata. La dichiarazione in esame non parrebbe essere configurabile né come atto pubblico né come scrittura privata autenticata, bensì sembra essere una semplice scrittura privata tra le parti, che pertanto non può essere oggetto del procedimento di cui agli artt. 221 e ss. c.p.c.

Si badi infine che, prima di adire le vie legali, occorre esperire il tentativo obbligatorio di mediazione, posto che si tratta di una causa avente come oggetto una successione ereditaria.

Laura P. chiede
martedì 20/01/2015 - Toscana
“Il quesito e':- Raccomandata ar non firmata per ricezione a cui era stata indirizzata e che il Tribunale ha sentenziato il 02.1.2012 che la firma era apocrifa. Le poste Italiane spa rifiutano ogni rimborso per il danno causato rispondendo :- 1-20.10.2003 ripeto anno 2003 .....circa la richiesta di risarcimento danni la vigente normativa (art 19D.lgs luglio 1999n261 dall'art 6 del codice postale (DPR 29.03.73 nr 156) 2- 06.3.2013 ripeto anno 2013 visto il tempo trascorso la informiamo che la relativa documentazione non e' piu' agli atti in quanto prescrive il DPR 156/1973 art 20 comma 3 in ordine alla prescrizione triennale del diritto dell'utente con riguardo ad eventuali disservizi nell'ambito del servizio universale . Ho piu' volte di risolvere la questione bonariamente ma purtroppo senza esito. Vogliamo sapere se quanto avuto in risposta sta in piedi in tutti i sensi. Se ci sono le basi per instaurare una causa per avere i danni subiti che pero' al momento non posso piu sostenere ulteriori spese giudiziarie. Distinti saluti”
Consulenza legale i 20/01/2015
Per rispondere al quesito proposto va premesso che, da ciò che si evince dal quesito e dalla documentazione che si è potuto esaminare, non è stato mai avviato un giudizio nei confronti di Poste Italiane (cioè, non è mai stata proposta una vera e propria domanda giudiziale).
Vi sono solo due richieste che sembrano aver ricevuto risposta scritta da parte delle Poste: una nel 2003, ove di fatto Poste Italiane non prendeva posizione circa la richiesta di risarcimento, limitandosi a citare la normativa vigente; l'altra nel 2013, ove dichiarava che si era ormai prescritto il diritto al risarcimento, essendo trascorsi oltre tre anni dall'accaduto.

Vi è innanzitutto da premettere che la normativa citata da Poste Italiane è corretta.
Il servizio universale cui fa riferimento la normativa citata dalle Poste comprende la distribuzione della corrispondenza fino a 2 kg, dei pacchi fino a 20 kg, delle raccomandate e assicurati nonché della cosiddetta "posta massiva" (comunicazioni bancarie, bollette, etc.).
Quindi, il nostro caso rientra tra quelli regolati dall'art. 20 del D.P.R. 156/1973 (l'art. 6 del medesimo decreto stabilisce fra l'altro che "L'Amministrazione non incontra alcuna responsabilità per i servizi postali, di bancoposta e delle telecomunicazioni fuori dei casi e dei limiti espressamente, stabiliti dalla legge"). Pertanto sembra che il disservizio reso nella consegna della raccomandata rientri fra quelli per cui è prevista la prescrizione triennale (art. 20, comma 3, del citato decreto).

Tuttavia, ci sembra, che il diritto al risarcimento del danno contemplato dal testo unico in materia postale presupponga quale soggetto attivo, legittimato a richiederlo, chi ha eseguito la spedizione della raccomandata (cioè il "cliente" della posta) e non propriamente chi ha subito un indiretto pregiudizio a causa di un disservizio reso nell'eseguire una attività richiesta da altri (qui, Agenzia delle Entrate).

Pertanto, si potrebbe anche ipotizzare una interpretazione della norma secondo la quale la prescrizione triennale non vale per il terzo che subisca danni a causa dell'inadempimento di Poste Italiane ad un incarico assunto per conto di un altro soggetto.
Di conseguenza, si potrebbe ritenere che il caso in esame rientri fra quelli ordinari di risarcimento del danno extracontrattuale, il cui relativo diritto si prescrive in 5 anni ai sensi dell'art. 2947 del c.c..

Per rispondere al quesito, quindi, si può affermare che se il diritto al risarcimento non è ancora prescritto, esso può essere fatto valere giudizialmente.

Se il risarcimento richiesto a Poste Italiane rientrasse fra quelli che si prescrivono in tre anni, le strade per evitare la prescrizione sarebbero state le seguenti:
- convenire nel giudizio di falso anche Poste Italiane (durante lo svolgimento della causa la prescrizione sarebbe rimasta interrotta, v. art. 2945 del c.c.);
- interrompere il decorso della stessa mediante raccomandate a.r. da inviare regolarmente prima della scadenza triennale (es. marzo 2003 - febbraio 2006 - gennaio 2009 - dicembre 2011 - novembre 2014). La prescrizione può infatti essere interrotta mediante lettera di messa in mora, in cui si faccia valere in maniera espressa ed inequivocabile il proprio diritto, dimostrando di essere pronti ad adire la via giudiziale in assenza di un adempimento spontaneo.
Laddove non sia stata svolta questa attività di interruzione della prescrizione, si dovrebbe ritenere che il diritto sia ormai prescritto.

Identiche valutazioni vanno svolte laddove si possa configurare il diritto al risarcimento come ordinario illecito extracontrattuale (art. 2043 del c.c.): posto che il termine è quinquiennale, in assenza di una regolare interruzione dello stesso dal 2001 (anno in cui si sono svolti i fatti illeciti) ad oggi, il diritto al risarcimento sarebbe ormai prescritto.

Si dovrà quindi valutare, con tutta la documentazione alla mano, se sono state inviate lettere di messa in mora tali da aver regolarmente interrotto il decorso del termine prescrizionale.

Infine, dal punto di vista penale, è stato ritenuto in giurisprudenza che il postino che falsifichi la firma sull'avviso di ricevimento di una raccomandata possa essere condannato per il reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici ex art. 476 del c.p. (v. ad esempio Cass. civ., sez. V, 21.2.2014, n. 8422). Anche conoscendo chi materialmente abbia falsificato la firma, al fine di denunciarlo, sembrerebbe comunque già scaduto il termine di prescrizione, che è di 6 anni, in relazione al primo comma dell’art. 476 c.p. ed, invece, di 10 anni in relazione al secondo comma dell’art. 476 c.p.

carlo chiede
mercoledì 14/12/2011 - Lazio
“Buongiorno, vorrei sapere se,volendo impugnare un testamento olografo,si deve prima tentare la conciliazione/conciliazione,oppure se si può procedere direttamente alla citazione in tribunale.Qualora si agisce direttamente con la citazione,il tribunale fissa l'udienza oppure obbliga a procedere alla mediazione? grazie, Carlo.”
Consulenza legale i 02/01/2012

Dal 21 marzo 2011 il ricorso alla mediazione civile è divenuto obbligatorio per la risoluzione delle controversie, pena l'improcedibilità e improponibilità dell'azione giurisdizionale, nelle materie indicate nell'art. 5 comma 1 del d.lgs. 28/2010. In relazione a tale articolo la materia delle successioni è soggetta all'obbligatorietà della mediazione per tutte le controversie concernenti le impugnazioni dei patti successori, le impugnazioni di testamento, le azioni di impugnazione di quota legittima, le azioni per impugnazioni di legato.

Qualora si agisse direttamente con la citazione, l'improcedibilità dovrà essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d'ufficio dal giudice non oltre la prima udienza. In questo caso il giudice dovrà assegnare alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione.


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