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Articolo 1373

Codice Civile

Recesso unilaterale

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Dispositivo dell'art. 1373 Codice Civile

Se a una delle parti è attribuita la facoltà di recedere dal contratto, tale facoltà può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione (1) (2). Nei contratti a esecuzione continuata o periodica [1467], tale facoltà può essere esercitata anche successivamente, ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione (3). Qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo per il recesso, questo ha effetto quando la prestazione è eseguita (4). È salvo in ogni caso il patto contrario (5).

Note

(1) Il diritto di recesso è previsto anche in numerose leggi speciali. In particolare si fa riferimento all'art. 4, d.lgs. 15-1-1992, n. 50 (in tema di contratti negoziati fuori dai locali commerciali), all'art. 5, d.lgs. 9-11-1998, n. 427 (in tema di multiproprietà), all'art. 5, d.lgs. 22-5-1999, n. 185 (in tema di contratti a distanza).

(2) La norma si riferisce al recesso convenzionale; il comma 1, in particolare, disciplina il recesso convenzionale nei contratti ad esecuzione immediata ove il recesso può essere esercitato solo fino alla iniziale esecuzione del rapporto, cioè prima che si sia in tutto o in parte realizzato l'effetto reale [v. Libro IV, Titolo II, Capo V], o la prestazione obbligatoria [v. 1174] sia stata in tutto o in parte adempiuta. Sicché il recesso non può essere esercitato in un contratto di compravendita immediata, in quanto con il trasferimento della proprietà già si è verificato l'effetto del contratto, mentre può essere esercitato in un contratto di compravendita con effetti reali differiti (es.: nella vendita di cose future ove la cosa non è ancora venuta ad esistenza ed il prezzo non è stato ancora pagato).

(3) Secondo parte della dottrina solo nei contratti ad esecuzione continuata o periodica si realizzarebbe un vero e proprio recesso, perché solo in questa ipotesi lo scioglimento dal vincolo contrattuale non ha effetti retroattivi, ovvero il contratto non produce più effetti per l'avvenire (le parti si liberano da ogni impegno contrattuale futuro) mentre restano salvi gli effetti contrattuali per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione (es.: in un contratto di lavoro, per le prestazioni del lavoratore già eseguite, il datore di lavoro è obbligato a remunerarle). Si ritiene, deducendolo anche dalla disciplina dei contratti tipici a tempo indeterminato, che si possa recedere dai contratti ad esecuzione continuata o periodica, anche in mancanza di un'apposita previsione legale o convenzionale, quando essi non abbiano una durata minima oppure questa sia stata superata, purché ciò avvenga nel rispetto del principio di buona fede [v. 1175].

(4) Per il recesso le parti possono stabilire un corrispettivo che può essere versato anticipatamente o al momento del recesso. La dottrina riconosce a questa somma di danaro indicata come «corrispettivo» una funzione mista fra prezzo del recesso e risarcimento previamente quantizzato dei danni che la controparte subirà per l'esercizio del diritto di recesso.

(5) Le disposizioni relative al recesso hanno carattere dispositivo per cui sono derogabili dalle parti, sicché queste possono: stabilire che il recesso anziché avere efficacia ex nunc, abbia efficacia retroattiva; disporre che il diritto di recesso nei contratti ad esecuzione immediata sia esercitabile anche dopo che il contratto sia stato in tutto o in parte eseguito; riguardo a quest'ultimo punto, la dottrina e la giurisprudenza escludono, però, che le parti possano esercitare la facoltà di recesso nei contratti ad effetti reali ove il contratto abbia avuto un principio di esecuzione, mentre ritengono ammissibile l'apposizione di una condizione risolutiva potestativa.


Ratio Legis

Il termine recesso viene spesso usato come sinonimo di revoca. La distinzione tra le due figure è molto discussa ed il linguaggio usato dal legislatore stesso contribuisce a creare confusione. Si ritiene che l'elemento distintivo risieda nella diversità degli effetti: la revoca ha efficacia retroattiva; il recesso opera ex nunc. Indipendentemente dai termini usati dal legislatore si considera ipotesi di revoca quella della procura, mentre è recesso la cd. revoca del mandato.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

628Il recesso è una causa di scioglimento del contratto, legittimato da una particolare disposizione di legge o dalla volontà delle parti: il codice regola solo l'esercizio del recesso convenzionale, con norme sulle quali prevale la contraria volontà delle parti (art. 1373 del c.c., quarto comma). In base a queste norme, il recesso è precluso quando del contratto si è iniziata l'esecuzione (art. 1373, primo comma); se si tratta di contratto ad esecuzione continuata o periodica, il recesso può essere esercitato anche durante l'esecuzione del contratto, ma non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso d'esecuzione (art. 1373, secondo comma).
La disciplina posta nell'art. 1373 è integrata dall'art. 1385 del c.c., che regola la caparra penitenziale (n. 633). ll recesso contro corrispettivo ha effetto soltanto dopo la prestazione di questo (art. 1373, terzo comma).
Non si è voluta dare una disciplina più dettagliata dell'istituto, perchè esso appare con particolarità proprie in ogni contratto nel quale può ammettersi; basti pensare alle differenze che involge quando concerne la somministrazione (art. 1569 del c.c.), l'affitto (art. 1616 del c.c.), l'appalto (art. 1660 del c.c., secondo e terzo comma, art. 1671 del c.c., art. 1674 del c.c.), il contratto di agenzia (art. 1750 del c.c.), il conto corrente (art. 1833 del c.c.), l'assicurazione (art. 1893 del c.c., primo comma, art. 1897 del c.c., primo comma, art. 1898 del c.c., secondo comma, art. 1899 del c.c., primo comma, art. 1918 del c.c. terzo e quarto comma), la ceesione del beni al creditori (art. 1985 del c.c.), il lavoro (art. 2118 del c.c., primo comma, e art. 2119 del c.c., primo comma), il contratto d'opera (art. 2227 del c.c. e art. 2237 del c.c.) rispetto ai casi di recesso nel contratto di società (art. 2285 del c.c., primo e secondo comma).

Brocardi collegati a questo articolo

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 227/2013

In tema di recesso dal contratto, l'obbligo del preavviso ha la funzione di tutelare il contraente receduto, al quale viene concesso, attraverso la dilazione degli effetti della volontà espressa dal recedente, il tempo sufficiente a regolare i suoi interessi; la sua violazione, peraltro, non comporta una danno in re ipsa, da risarcire a prescindere da qualunque effettivo pregiudizio.

Cass. n. 15629/2005

In base ad una lettura conforme a buona fede deve ritenersi che, in un contratto di durata, in presenza di una pattuizione che riconosca ad una parte, in difetto di una unilaterale manifestazione di una volontà di disdetta dell'altra da compiersi entro un certo termine prima della sca­denza del periodo di durata del contratto, il dirit­to potestativo di determinare la rinnovazione con una sua unilaterale dichiarazione, quest'ultima deve avvenire necessariamente entro il termine di scadenza del contratto, perchè altrimenti l'effetto tipico della rinnovazione — cioè la nascita in prosecuzione di un nuovo contratto con lo stes­so contenuto di quello originario, ma di questo sostitutivo, di modo che il rapporto fra le parti possa, pur cambiando la fonte, continuare senza soluzione con le stesse regole — non potrebbe realizzarsi (principio affermato dalla Suprema Corte relativamente ad un contratto di sponsoriz­zazione di un atleta).

Cass. n. 14970/2004

Il recesso unilaterale rappresenta una causa estintiva ordinaria di qualsiasi rapporto di durata a tempo indeterminato, rispondendo all'esigenza di evitare la perpetuità del vincolo obbligatorio, la quale è in sintonia con il principio di buona fede nell'esecuzione del contratto. Tuttavia, non trat­tandosi di principio inderogabile che coinvolga interessi pubblici o generali, le parti possono de­rogare alla recedibilità ad nutum purchè la rinun­cia — sia pure implicita — investa direttamente la stessa recedibilità. Pertanto qualora, come nella specie, il contratto rechi la disciplina pattizia soltanto di alcune ipotesi di inadempimento, tale previsione, in difetto di specifiche determinazioni ulteriori, non può incidere sulla recedibilità ad nutum che rappresenta la causa estintiva ordina­ria del rapporto di prestazione d'opera professio­nale (dedotto nella specie).

Cass. n. 8360/1996

Qualora un contratto collettivo ? che co­stituisce uno strumento di composizione di con­flitti sorti in un determinato momento ? venga stipulato senza l'indicazione di una scadenza, detta mancanza non implica che gli effetti del contratto perdurino nel tempo senza limiti, atteso che ? in sintonia con il principio di buona fede nell'esecuzione del contratto ex art. 1375 codice civile ed in coerenza con la naturale temporaneità dell'obbligazione ? deve essere riconosciuta alle parti la possibilità di farne cessare l'efficacia, pre­via disdetta, anche in mancanza di una previsione legale, non essendo a ciò di ostacolo il disposto dell'art. 1373 codice civile che regola il recesso unilaterale nei contratti di durata quando tale facoltà è stata prevista dalle parti, senza nulla disporre per il caso di mancata previsione pattizia al riguardo.

Cass. n. 10300/1994

L'art. 1373 c.c. — il quale, nel disciplinare l'istituto del recesso unilaterale (diverso da quello per inadempimento previsto dall'art. 1385 c.c.), stabilisce che la parte cui è attribuita pattiziamen­te detta facoltà può esercitarla finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione — non prescinde, in virtù sia del suo testo letterale, sia della sua ratio (ravvisabile nell'incompatibilità concettuale tra proposito di sciogliere unilateral­mente il rapporto e consenso precedentemente manifestato a darvi attuazione, sia pure parziale), da una connotazione volontaristica del «principio di esecuzione», nel senso che questo, per poter precludere il recesso, o deve essere stato posto in essere dallo stesso recedente o, se posto in essere da altro contraente, non deve aver trovato oppo­sizione e rifiuto da parte del primo. Ne consegue che la domanda di esecuzione specifica dell'ob­bligo di concludere un contratto, di cui all'art. 2932 c.c., non può — sempre che l'altra parte non vi abbia aderito o non abbia accettato l'eventuale contemporanea offerta della controprestazione — in alcun modo considerarsi di per sé principio di esecuzione del contratto preliminare ai sensi ed agli effetti dell'art. 1373 c.c. e che il convenuto, a cui favore sia stato attribuito il diritto di reces­so, deve ritenersi legittimato a farlo valere in via di azione o di eccezione riconvenzionale ed a paralizzare cosa la pretesa avversaria di sentenza costitutiva ai sensi dell'art. 2932 c.c.

Cass. n. 4473/1993

Nel contratto di associazione in partecipa­zione agli utili dell'impresa o di uno o più affari, il diritto di recesso deve riconoscersi a ciascuno dei contraenti ove manchi la previsione del termine di durata del rapporto, con la conseguenza che l'istituto del recesso unilaterale a norma del se­condo comma dell'art. 1373 c.c. è applicabile sia al contratto sopra richiamato che ai rapporti di cointeressenza agli utili senza partecipazione alle perdite, che costituisce una figura particolare del contratto di cui all'art. 2549 c.c.

Cass. n. 1513/1990

La disposizione dell'art. 1373, primo comma, c.c., per la quale la facoltà di recedere dal contratto, attribuita ad una delle parti, può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione, non opera rela­tivamente ai contratti ad esecuzione continuata, per i quali il secondo comma della medesima norma espressamente prevede che detta facoltà può essere esercitata anche successivamente; ed è, comunque, suscettibile di deroga per contraria pattuizione, da riconoscersi sussistente allorché la facoltà di recesso sia attribuita in correlazione ed in funzione di un patto di prova, che neces­sariamente presuppone l'esecuzione delle presta­zioni dedotte in contratto.

Cass. n. 987/1990

Il recesso unilaterale, lungi dal costituire una facoltà normale delle parti contraenti, presup­pone, invece, a norma dell'art. 1373 c.c., che essa sia specificamente attribuita per legge o per clau­sola contrattuale e, in quest'ultimo caso, l'onere di provarne l'esistenza ricade sulla parte che inten­da farla valere in giudizio. (Nella specie, la C.S. in base all'enunciato principio ha confermato la sentenza con la quale i giudici del merito avevano negato, interpretando l'art. 16 dell'accordo collet­tivo nazionale 24 aprile 1958, sulla previdenza in­tegrativa per il personale dipendente dall'Assitalia, che a quest'ultima fosse consentito di denunziare unilateralmente gli impegni assunti con l'accordo medesimo).

Cass. n. 1101/1988

La somma di denaro che, all'atto della con­clusione di un contratto di compravendita, una parte consegna all'altra a titolo di caparra confir­matoria e principio di pagamento deve intendersi impiegata per la sua intera entità per assolvere la duplice funzione, alternativa, della caparra confir­matoria di preventiva liquidazione del danno per il caso di inadempimento, ovvero di anticipato parziale pagamento per l'ipotesi di adempimento. Pertanto il versamento di essa, costituendo princi­pio di esecuzione del contratto, impedisce l'eserci­zio del diritto di recesso ai sensi dell'art. 1373 del codice civile.

Cass. n. 8776/1987

La clausola con la quale si attribuisce ad uno o ad entrambi i contraenti la facoltà di reces­so ex art. 1373 c.c., siccome derogativa al prin­cipio generale per il quale il contratto ha forza di legge tra le parti, pur non richiedendo alcuna formula sacramentale, deve essere sempre redat­ta in termini inequivoci, tali da non lasciare alcun dubbio circa la volontà dei contraenti di inserirla nel negozio da loro sottoscritto. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice del merito secondo cui le parti non avevano in con­creto inteso stabilire un recesso ex art. 1373 c.c., ma una penale per il caso di inadempimento).

Cass. n. 6582/1984

Il principio che il diritto della parte di re­cedere dal contratto, anche se collegato alla pre­stazione di una caparra penitenziale, non si sot­trae alla regola generale, stabilita dall'art. 1373, primo comma c.c., secondo cui il recesso non può essere esercitato quando dopo la conclusione del contratto questo abbia avuto un principio di esecuzione, quando cioè l'effetto reale del con­tratto si è in tutto o in parte realizzato o la prestazione obbligatoria è stata in tutto o in parte adempiuta, trova applicazione anche in ordine al contratto preliminare, dal quale conseguono effetti anticipatori delle prestazioni corrispettive delle parti, come il versamento di un acconto sul prezzo e la consegna della cosa anteriormente alla stipulazione del contratto definitivo.

Cass. n. 2625/1984

Costituisce «principio di esecuzione» del contratto preliminare di vendita ostativo, ai sensi dell'art. 1373, primo comma, c.c., all'esercizio del recesso, il versamento di parte del prezzo, anche se con cambiali emesse al momento della stipula, ma scadute e pagate in data successiva al preli­minare ed anteriore all'esercizio del recesso, in quanto siffatto regolamento cambiario in luogo dell'immediato pagamento di quella parte del prezzo, dovendosi ritenere pro solvendo, determi­na l'estinzione dell'obbligazione pecuniaria solo al momento dell'effettivo pagamento delle cambiali.

Cass. n. 6160/1983

Il diritto di recesso ex art. 1373 c.c. — insu­scettibile di interpretazione estensiva per la sua natura di eccezione al principio generale della irrevocabilità degli impegni negoziali — non può essere svincolato da un termine preciso o, quanto meno, sicuramente determinabile, in assenza del quale l'efficacia del contratto resterebbe indefini­tamente subordinata all'arbitrio della parte titola­re di tale diritto, con conseguente irrealizzabilità delle finalità perseguite con il contratto stesso.

Cass. n. 2615/1982

Il «principio di esecuzione» del contratto — che l'art. 1373, primo comma, c.c. considera ostativo all'esercizio della facoltà di recesso at­tribuita ad uno dei contraenti — deve ravvisarsi nella consegna della cosa promessa in vendita in tempo posteriore alla stipulazione del prelimina­re, ancorché non prevista in contratto, e nel rila­scio contestuale a detta stipulazione, in funzione del pattuito anticipato adempimento della pre­stazione del prezzo, di cambiali con scadenza fis­sata in momenti successivi alla stipulazione stes­sa, trattandosi di comportamenti di attuazione del contratto preliminare.

Cass. n. 6354/1981

Nei contratti di durata, in cui sono previste reciproche prestazioni da attuarsi in un lungo las­so di tempo, qualora la cessazione del rapporto sia pattuita con riferimento alla consumazione di una certa quantità di beni o di merci da parte di uno dei contraenti, non può parlarsi di durata indeterminata, risultando il termine finale del rapporto prefissato in modo indiretto col rinvio al verificarsi della prevista situazione di esauri­mento del bene o della merce in questione. Con la conseguenza che l'esistenza del termine finale (certus an incertus quando) preclude la possibilità del recesso unilaterale, che è applicabile ai con­tratti senza alcuna determinazione di tempo, essendo i suoi effetti in contrasto con un'esplicita, diversa volontà delle parti.

Cass. n. 6482/1980

Se è vero che, fin quando non si sia formato il consenso per il contratto definitivo o non sia passata in giudicato la sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c., il contratto preliminare non si può considerare eseguito, peraltro, quando la parte interessata chiede giudizialmente la pronuncia ex art. 2932 c.c. offrendo anche il dovuto prezzo e gli accessori, ha inizio l'iter che conduce all'ese­cuzione del preliminare, e, perciò, sussiste quel principio di esecuzione che impedisce alla con­troparte l'esercizio della facoltà di recesso even­tualmente a suo favore.

Cass. n. 4023/1978

Il principio, proprio del recesso unilaterale previsto nell'art. 1373 c.c. - in base al quale, eccezion fatta per i contratti a esecuzione conti­nuata e periodica, la facoltà di recedere non può essere esercitata quando il contratto abbia avuto un principio di esecuzione - non è applicabile al cosiddetto «recesso» che trova il suo presupposto e la sua giustificazione nell'inadempimento dell'altra parte, il quale non è eliminato «in radice» da una parziale esecuzione del contratto. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che il versamento della caparra implicava la natura pre­liminare del contatto di vendita).

Cass. n. 267/1976

A norma dell'art. 1373 c.c., la facoltà di una delle parti di recedere dal contratto non può es­sere esercitata se non alle condizioni e nei modi convenzionalmente stabiliti. Pertanto, quando tali condizioni comprendono una prestazione a cari­co del recedente, sia che tale prestazione abbia il contenuto di un indennizzo o di un prezzo dello jus poenitendi, sia che, invece, si risolva nell'adem­pimento di un'obbligazione restitutoria o, comun­que, avente oggetto diverso da quello indennitario, il recesso non ha effetto se la prestazione non sia stata adempiuta. L'atto con il quale si esercita il di­ritto potestativo di recesso di cui all'art. 1373 c.c. integra un negozio giuridico unilaterale recettizio che deve sottostare alle medesime garanzie di forma prescritta per la costituzione del rapporto contrattuale alla cui risoluzione il recesso stes­so è preordinato. Pertanto, la manifestazione di volontà rivolta allo scioglimento di un contratto preliminare di vendita immobiliare, redatto per iscritto a norma dell'art. 1351 c.c., deve neces­sariamente assumere la forma scritta e non può, quindi, essere desunta dal comportamento omis­sivo opposto da una delle parti all'invito rivoltole dall'altro contraente di prestarsi alla stipula del­l'atto definitivo.

Cass. n. 3071/1973

Non può configurarsi come recesso uni­laterale a norma dell'art. 1373 c.c. una facoltà esercitabile, per espressa previsione delle parti, soltanto a contratto eseguito.

Cass. n. 2417/1971

Il recesso unilaterale convenzionale dal con­tratto, previsto in via generale dall'art. 1373 c.c., è diverso dal recesso legale disciplinato dall'art. 1898 in tema di assicurazione, il quale contiene una disposizione inderogabile solo a vantaggio dell'assicurato, come stabilisce l'art. 1932 dello stesso codice. Al recesso convenzionale non può quindi essere applicata la disciplina del predetto recesso legale, in quanto le norme che limitano la libertà contrattuale, qualora siano dichiarate inderogabili, costituiscono eccezioni rispetto ai principi generali, e non si applicano oltre i casi previsti (art. 14 delle preleggi).

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Quesito n. 671/2010 lunedì 7 giugno 2010

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Se l'utente ha pagato una caparra, e poi il proprietario di casa non vuole più affittare la casa, deve rifondere all'utente il doppio della caparra, o semplicemente la cifra pagata? grazie

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Categorie: Recesso

L'Autore pone in rilievo l'importanza dell'inquadramento sistematico dell'istituto, condizione per impostare correttamente i tanti problemi pratici sorti e che continuano a sorgere.
L'opera imbocca la via procedimentale dell'ampio esame dell'istituto, calato nella moderna economia di mercato, nei problemi della grande distribuzione che si riassumono nelle esigenze di piena informazione e tutela del consumatore in rapporto alle tecniche di formazione del consenso.

 

... (continua)

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