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Articolo 467 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Nozione

Dispositivo dell'art. 467 Codice civile

La rappresentazione fa subentrare i discendenti [legittimi e naturali] (1) nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può [463] o non vuole accettare l'eredità o il legato (2).
Si ha rappresentazione nella successione testamentaria quando il testatore non ha provveduto (3) per il caso in cui l'istituito non possa o non voglia accettare l'eredità o il legato, e sempre che non si tratti di legato di usufrutto o di altro diritto di natura personale (4).

Note

(1) Comma così modificato con d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, in vigore dal 7 febbraio 2014.
(2) La rappresentazione opera laddove sussistano due requisiti:
1) il chiamato diretto (c.d. rappresentato) sia figlio o fratello del de cuius;
2) il rappresentato non possa o non voglia accettare l'eredità perchè premorto, indegno, assente o abbia rinunciato all'eredità.
Per effetto della rappresentazione, il discendente del rappresentato succede nello stesso luogo e grado del proprio ascendente.
L'istituto in commento trova applicazione anche nella successione dei legittimari.
(3) La rappresentazione opera nella successione testamentaria a condizione che il testatore non abbia provveduto per le ipotesi di premorienza, assenza, indegnità o rinuncia, attraverso la nomina di un altro erede o legatario in luogo di quello che non può o non vuole accettare (c.d. sostituzione).
(4) La rappresentazione non si applica al legato di usufrutto e a quelli di natura personale, quali il legato di uso (v. art. 1021 del c.c.), di abitazione (v. 1022 del c.c.) o di alimenti (v. 433 del c.c.).

Ratio Legis

Scopo della norma è di consentire ai discendenti del figlio o del fratello del de cuius, che non può o non vuole accettare l'eredità, di subentrare nella quota di eredità o nel legato che spetterebbe all'ascendente.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

235 Questi principi sono enunziati nell'art. 467 del c.c., art. 468 del c.c. e art. 469 del c.c.. Il primo di essi chiarisce il concetto di rappresentazione e ne fissa i limiti nel caso di successione testamentaria, affermando che la rappresentazione non ha luogo se il testatore ha fatto una sostituzione per il caso che l'istituito non possa o non voglia accettare l'eredità. A evitare il dubbio, del resto infondato, che i discendenti dell'istituito non possano reclamare la quota di riserva ,nel caso in cui sia stata disposta la sostituzione, ho posto un chiarimento a questo riguardo nell'art. 536. L'art. 468 precisa i soggetti tra i quali vi è rappresentazione e le condizioni nelle quali questa ha luogo. L'art. 469 infine contempla i casi in cui si ha la successione per rappresentazione e il modo in cui si effettua la divisione fra i rappresentanti. In correlazione ai mutamenti introdotti in questo capo, ho soppresso e modificato talune disposizioni del progetto che non erano più compatibili con i nuovi principii, come sarà di volta in volta avvertito.

Massime relative all'art. 467 Codice civile

Cass. n. 594/2015

In tema di successione per rappresentazione, il discendente legittimo o naturale (rappresentante), nel subentrare nel luogo e nel grado dell'ascendente (rappresentato) - che non possa o non voglia accettare l'eredità - succede direttamente al "de cuius", sicché egli in qualità di successore "jure proprio" nell'eredità, è legittimato all'esercizio del retratto successorio.

Cass. n. 5508/2012

L'indicazione dei soggetti a favore dei quali ha luogo la successione per rappresentazione, quale prevista dagli artt. 467 e 468 c.c., è tassativa, essendo il risultato d'una scelta operata discrezionalmente dal legislatore, sicché non è data rappresentazione quando la persona cui si intenda subentrare non è un discendente, un fratello o una sorella del defunto, ma il coniuge di questi.

Cass. n. 4621/2012

In tema di successioni per causa di morte, deve escludersi che chi non sia ancora concepito al momento dell'apertura della successione e, quidi, sia privo della capacità di rendersi potenziale destinatario della successione "ex lege" del "de cuius", possa succedere per rappresentazione, essendo necessario, affinché operi la vocazione indiretta, che il discendente, in quel momento, sia già nato o almeno concepito.

Cass. n. 11195/1996

La diseredazione, al pari della indegnità a succedere, non esclude l'operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato.

Cass. n. 5077/1990

L'indicazione dei soggetti a favore dei quali ha luogo la successione per rappresentazione, quale preveduta dagli artt. 467 e 468 c.c., è tassativa, essendo il risultato d'una scelta operata dal legislatore, sicché non è data rappresentazione quando la persona cui ci si vuole sostituire non è un discendente, fratello o sorella del defunto, ma il coniuge di questi.

Cass. n. 3300/1976

L'istituto della successione per rappresentazione non opera a favore dei figli di cugini del de cuius.

Cass. n. 1366/1975

La successione per rappresentazione costituisce un caso di vocazione indiretta in ragione della quale la posizione dell'erede rappresentante si determina in base al contenuto (luogo e grado) della vocazione del chiamato (rappresentato), nel presupposto determinante e qualificante che egli non possa o non voglia venire alla successione, e nei limiti soggettivi specificamente dettati dagli artt. 467 e 468 c.c. I suddetti limiti richiedono per la rappresentazione in linea retta che il c.d. rappresentato sia figlio (senza distinzione tra figli legittimi, legittimati, adottivi, naturali) del de cuius, e che il c.d. rappresentante sia discendente anche naturale del rappresentante, e per la rappresentazione in linea collaterale che il c.d. rappresentato sia fratello o sorella del de cuius e che il c.d. rappresentante sia discendente naturale del medesimo (tenendo anche presente la sentenza della Corte costituzionale n. 79 del 1969, la quale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 467 e 468 c.c. — oltre che dell'art. 577 — limitatamente alla parte in cui esclude dalla rappresentazione il figlio naturale di chi, a sua volta figlio o fratello del de cuius, non potendo o non volendo accettare, non lasci o non abbia discendenti legittimi). È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 467 e 468 c.c. per violazione dell'art. 3 della Costituzione, in quanto sono stabiliti limiti soggettivi, in tema di rappresentazione, a proposito sia del rappresentato sia del rappresentante.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 467 Codice civile

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Nino D. C. chiede
lunedì 02/01/2017 - Abruzzo
“Nel luglio 2016 è morto nostro zio T. non coniugato, senza figli e senza ascendenti .Gli sono premorti :nel 1988 il fratello D. , nel 1996 la sorella A . e nel 2007 la sorella E. (mia madre) . Essi avevano rispettivamente : 2 figli il fratello D. , 2 figli la sorella A. e 3 figli la sorella E.
In tutto succedono quindi 7 nipoti . E’ in corso la divisione dell’eredità del conto in banca dello Zio T. . Con riferimento al quesito N.12522 del 28/02/2015 da voi pubblicato (posto da Stefania M. Lazio) e che mi è sembrato simile al nostro caso, nel punto 2 voi asserite che " l'eredità dovrebbe essere divisa in parti uguali tra tutti i parenti dello stesso grado: nel caso di specie, tra tutti i figli dei fratelli e sorelle premorti della de cuius".
Nel nostro caso, la divisione di una prima quota del conto corrente suddetto, sta avvenendo in questo modo : a ognuno dei tre figli della sorella E. una quota pari ai 2/18, mentre ad ognuno degli altri 4 miei cugini una quota pari ai 3/18.
E’ come dire che per 4 nipoti ( i miei cugini) la consistenza del vincolo di sangue e l’ intensità di affetto (addirittura quantificata) è stata ed è più grande rispetto agli altri tre cugini. Io sono uno dei quei tre e sono anche quello che negli ultimi 20 anni lo ha accolto, come se fosse mio padre, a pranzare insieme nella mia famiglia e a preparargli la cena . La successione la sta curando uno dei cugini che asserisce che tutto sta avvenendo secondo quanto prevede la legge . Io non ne sono convinto .
La domanda che vi pongo è : qual è la quota di eredità spettante a ogni erede e quale art. di legge o sentenza lo sancisce ?

Consulenza legale i 16/01/2017
La successione, nella fattispecie, sta avvenendo correttamente.

Viene in considerazione, in primo luogo, nel caso in esame l’art. 572 cod. civ., secondo il quale se qualcuno muore senza lasciare figli, genitori “né fratelli o sorelle o loro discendenti, la successione si apre a favore del parente o dei parenti prossimi, senza distinzione di linea”.
La regola sancita dal suddetto articolo è quella per cui il parente più prossimo esclude i remoti e, tra parenti di pari grado, la divisione avviene in parti uguali.

E’ bene porre l’attenzione sul fatto che non casualmente la norma dice “né fratelli o sorelle o loro discendenti: infatti, questi ultimi sono esclusi dalla regola dell’esclusione per prossimità di grado perché nei loro confronti vale invece il diverso istituto della rappresentazione, di cui all’art. 467 cod. civ..
Quest’ultimo recita “La rappresentazione fa subentrare i discendenti (…) nel luogo e nel grado del loro ascendente in tutti i casi in cui questi non può (come nel caso di premorienza) o non vuole accettare l’eredità o il legato”. Inoltre, il successivo art. 468 cod. civ. specifica che la rappresentazione può avvenire o in linea retta, a favore dei discendenti dei figli del de cuius, oppure in linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto (come nel nostro caso).

La giurisprudenza afferma sul punto: “In tema di successione per rappresentazione il discendente rappresentante che subentri nel luogo e nel grado dell'ascendente rappresentato, che non possa o non voglia accettare l'eredità, succede direttamente al "de cuius", con la conseguenza che la detta eredità è a lui devoluta nella identica misura che sarebbe spettata al rappresentato.” (Cassazione civile, sez. II, 02/02/2016, n. 1987).

Tornando dunque al quesito, dal combinato disposto della due norme sopra citate (ovvero dalla combinazione delle regole dettate dall’una e dall’altra) si evince che i cugini, essendo i discendenti di fratello e sorelle del de cuius, succedono a questi ultimi per rappresentazione nella medesima posizione che essi avrebbero avuto.
Tale posizione è quella specificata dall’art. 570 cod. civ.: “A colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono ii fratelli e le sorelle in parti uguali”.
Pertanto:
- al fratello ed alle sorelle premorti (D., A. ed E.) sarebbe spettato 1/3 ciascuno dell’eredità di T.;
- tale terzo si suddivide, a sua volta, in parti uguali, tra i discendenti (che subentrano ai genitori per rappresentazione), ovvero 1/6 (3/18) a ciascuno dei due figli di D; 1/6 (3/18) a ciascuno dei due figli di A; ed infine 1/9 (2/18) a ciascuno dei tre figli di E.

Gian Paolo G. chiede
domenica 18/12/2016 - Emilia-Romagna
“Buongiorno Gentilissimi Avvocati : La mia amica "Cinzia" mi chiede di porvi questo quesito.
Cinzia ha i genitori molto anziani, di anni 88 e anni 85. Cinzia avendo un problema con Equitalia per cartelle non pagate, e problemi con un creditore a cui deve dei denari, vorrebbe in caso di decesso dei genitori, rinunciare all' eredita. Trattasi di un immobile, che è l' abitazione dei genitori, e due libretti Postali.
Cinzia ha un figlio di 30 anni, vorrebbe che questa eredità andasse a suo figlio.
In pratica vuole rinunciare all' eredità, a favore del figlio.
Il quesito è il seguente ; Cinzia è consigliabile che si rivolga ad un Notaio, e far fare al Notaio, tutte le pratiche necessarie a risolvere tale problema, naturalmente sostenendo anche le spese,per il lavoro del Notaio ecc. ecc. che non saranno poche.?
O Cinzia può lei stessa, inviare delle comunicazioni, mediante lettere raccomandata A.R, ai vari Enti, non so.? Ufficio del Registro, Catasto, Uff. delle Entrate. O altro.? Deve specificare eventualmente nella Raccomandata, in cui scrive che rinuncia all' eredità da subito, in favore del figlio, o è sufficiente che scriva, che rinuncia all' eredità. Punto.! Vi ringraziamo.”
Consulenza legale i 26/12/2016
La rinuncia dell’eredità cui si è chiamati “a favore” del figlio non solo è possibile ma è prevista e disciplinata dalla legge.

Opera, infatti, nei casi come questo l’istituto della cosiddetta “rappresentazione” (art. 467 cod. civ.), secondo il quale i discendenti del chiamato all’eredità (in questo caso “Cinzia”) che non possa o non voglia accettare quest’ultima, subentrano “nel luogo e nel grado” del loro ascendente.

Il caso concreto al nostro esame rientra perfettamente nella fattispecie sopra descritta: ovvero il chiamato all’eredità (“Cinzia”) è figlio dei defunti: se rinuncia, subentrerà in suo luogo il suo discendente, ovvero il figlio trentenne.
Subentro nello stesso luogo e grado”, significa che il discendente a favore del quale opera la rappresentazione (nel nostro caso, il figlio di “Cinzia”) sostituisce in tutto e per tutto il posto del suo ascendente (ne "prende il posto").

La rinuncia è un atto formale e non può essere sufficiente, a determinarne gli effetti tipici, una semplice dichiarazione di volontà manifestata attraverso – ad esempio - una raccomandata ai vari enti interessati.
Tuttavia, l’art. 519 cod. civ. così prescrive: “La rinunzia all'eredità deve farsi con dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione, e inserita nel registro delle successioni”.
Come si vede, quindi, non è indispensabile rivolgersi al notaio, ma è possibile e legittimo effettuare la rinuncia avanti al Cancelliere del Tribunale competente per territorio, che è quello dell’ultimo domicilio del defunto.
In tale ultima eventualità, basta fissare un appuntamento e portare con sé:
- il certificato di morte in carta libera o dichiarazione sostitutiva di certificazione di morte;
- il certificato ove risulta l’ultima residenza o domicilio del defunto;
- la copia del codice fiscale del rinunciante e del de cuius;
- il documento di identità valido del rinunciante;
- la copia autentica dell’eventuale testamento;
- la copia autentica dell’autorizzazione del giudice tutelare, se trattasi di minorenni o persone dichiarate interdette o inabilitate.
Il giorno dell’atto si dovrà, altresì, presentare una marca da bollo da applicare all’originale dell’atto e la ricevuta di versamento effettuata.

Laura M. chiede
lunedì 19/09/2016 - Liguria
“ho fatto testamento come da voi dettomi, ho lasciato erede universale mio figlio R. con usufrutto vita natural durante della casa..
ho 85 anni, della casa dove abito io possiedo un terzo, un terzo mio figlio F. e un terzo mio figlio R. il terzo di mio figlio F. lo ha acquistato mio figlio R. quindi due terzi sono suoi. ho una societa che avevo al 50% con mio marito, l'altro 50% e' stato diviso 1/3 a me, 1/3 a mio figlio R. e 1/3 a mio figlio F.: la quota di F. e' stata acquistata da mio figlio R. alla mia morte, cosa andrebbe a mio figlio F. -deceduto- cioè alle sue due figlie alle quali non vorrei lasciare niente? cosa devo fare ? le mie due nipoti ancora adesso stanno litigando fra di loro e tutte e due hanno preso un avvocato ! naturalmente sia io che mio figlio non entriamo nel merito, sono cose loro.”
Consulenza legale i 19/09/2016
Va innanzitutto chiarito, richiamando quanto già illustrato nella precedente consulenza, che se nel testamento risulta scritto testualmente che il figlio R. è istituito “erede universale”, la disposizione testamentaria in questione potrà essere invalidata dalle nipoti perché contraria alla legge (dal momento che, come già chiarito, il figlio F. ha diritto comunque alla sua quota di legittima: 1/3, nel caso di specie).
In pratica, il testamento non è attualmente invalido o inefficace, ma rimane pienamente valido fino al momento in cui l’erede legittimario pretermesso (cioè dimenticato) o diseredato (in questo caso, le nipoti) non agisca in giudizio con la cosiddetta azione di “riduzione” delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima, al fine di conseguire appunto la quota che gli spetta.
Il risultato finale, in ogni caso, sarà quello già illustrato in precedenza: dovrà essere, cioè, riservato un terzo del patrimonio alle nipoti, mentre il residuo patrimonio ereditario (2/3) andrà tutto al figlio R.

Si noti bene che il diritto alla legittima è di natura quantitativa e non qualitativa, per cui le nipoti non potranno pretendere l’attribuzione di un bene piuttosto che di un altro, ma solo che venga rispettata la “quantità” di patrimonio loro spettante.

Ciò detto, il modo di agire più opportuno sarebbe quindi quello di rifare subito il testamento, con l’aiuto di un notaio tentare di calcolare l’ammontare più preciso possibile della quota di legittima (cioè che valore monetario ha un terzo del patrimonio materno) e stabilire già nel testamento, nello specifico, cosa spetterà alle nipoti (ad esempio una determinata somma di denaro, che soddisfi la legittima; oppure ancora determinati beni mobili di ammontare complessivo pari alla legittima; si potrà, quindi, escludere – se i calcoli lo permettono – che le nipoti abbiano una quota della casa di cui è usufruttuaria la nonna, il cui nudo proprietario sarà solo il figlio R.).
In questo caso la testatrice, che purtroppo non ha modo di “diseredare” le nipoti, avrà però il diritto di scegliere cosa andrà e cosa no a queste ultime.

Non si comprende bene - quando nel quesito è scritto che, sia della casa che delle quote societarie, il terzo del figlio F. “è stato acquistato” dal figlio R. - se si faccia riferimento ad un acquisto vero e proprio, già intervenuto, oppure a quanto accadrà per effetto del testamento redatto.
Nel primo caso, varrà la regola più volte richiamata: quanto già acquisito in vita dal figlio F. entrerà nella successione di quest’ultimo e rimarrà alle sue figlie mentre per il resto il patrimonio materno verrà suddiviso, alla morte della mamma, in modo che alle nipoti ne spetti un terzo.
Nel secondo caso, si è già risposto sopra.

Luigi M. chiede
lunedì 05/09/2016 - Piemonte
“Mio padre e mia madre erano proprietari di un alloggio. Il mio unico fratello è deceduto quattro anni addietro, lasciando la moglie ed una figlia che ora ha 16 anni. Mia madre e mio padre hanno redatto (separatamente) un testamento olografo, nominandomi erede universale. Alla morte di mia madre, avvenuta lo scorso anno, ho provveduto a far pubblicare il suo testamento, pertanto, il 50% dell’alloggio è stato intestato a me, mentre il restante è ancora intestato a mio padre (ancora in vita). Il notaio che ha proceduto alla pubblicazione del testamento non ha inteso di ciò avvertire la moglie di mio fratello in quanto afferma che non è previsto.
Di recente, con mio grande stupore, ho appreso da un avvocato che anche mia cognata, rivolgendosi al giudice, avrebbe diritto ad una parte dell’eredità per sé, mentre io sapevo che tale diritto aspetta solo alla unica figlia di mio fratello.
E’ vero che mia cognata potrebbe adire (per proprio conto e nel suo interesse, quindi, non nell’interesse della figlia) il giudice ed ottenere parte dell’eredità? Questo mi dispiacerebbe molto in quanto la predetta, oltre ad essere di fatto separata con il marito, da diversi anni non aveva alcun rapporto con i miei genitori e se ne disinteressava completamente.
Per quanto attiene mia nipote (ora minorenne), per rispetto al mio defunto fratello, alla morte di mio padre e dopo averne fatto pubblicare il testamento, intendo donarle il denaro relativo ad un terzo del valore del suindicato immobile, senza cioè che si rivolga (o altri lo facciano per suo conto se ancora minorenne) al giudice.
Certo di ricevere gli opportuni chiarimenti e suggerimenti ringrazio e saluto cordialmente.”
Consulenza legale i 07/09/2016
Il nostro ordinamento prevede il c.d. istituto della rappresentazione che opera ogniqualvolta un erede non possa o non voglia accettare l’eredità: il suo diritto si trasmetterà in capo ai suoi discendenti, ai sensi dell’art. 467 c.c.

La norma in commento è piuttosto chiara e scevra da dubbi interpretativi: “La rappresentazione fa subentrare i discendenti nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare l’eredità o il legato”. In altre parole, solo sua nipote potrebbe vantare dei diritti successori nei confronti dei nonni: la mamma (sua cognata), in quanto affine, non può vantare alcun tipo di diritto successorio, in quanto tale istituto è stato previsto dal legislatore anche per rafforzare i legami di consanguineità. La nuora, pertanto, non essendo consanguinea, non potrà ereditare alcunché.

Diverso è il caso della nipote: questa infatti subentra nei diritti successori del padre premorto, e avrebbe pertanto diritto ad una quota di eredità pari ad un quarto dell’intero patrimonio (metà spetta a suo padre e l’altra metà deve essere divisa in parti uguali tra i figli: un quarto a testa). Nel caso di specie vi è una ulteriore peculiarità: essendo la nipote minorenne, i suoi diritti potrebbero essere fatti valere dalla madre in quanto genitore esercente la responsabilità genitoriale.

Sicuramente sua cognata non potrebbe agire in proprio ma solo in quanto genitore della figlia minorenne.

Alla morte di suo padre, pertanto, sarebbe opportuno convocare dal notaio anche sua nipote, onde evitare eventuali controversie future.

David M. chiede
martedì 22/03/2016 - Puglia
“Tizio, Caio e Mevio (fratelli)sono chiamati all'eredità ab intestato lasciata da un loro genitore. Tizio e Caio hanno dei figli minorenni ed allora accettano l'eredità e donano le rispettive quote ereditarie al fratello Mevio. Ora, i figli di Tizio e di Caio, divenuti maggiorenni, quali diritti hanno ( per esempio,ex art. 467 C.C.) sulla predetta eredità? Possono attaccare la suindicata donazione? Quali pretese possono avanzare verso il (loro zio) Mevio?”
Consulenza legale i 30/03/2016
In primo luogo occorre chiarire che l'istituto della rappresentazione di cui all'art. 467 c.c. opera quando i discendenti subentrano nel luogo e nel grado del loro ascendente laddove questi non possa o non voglia accettare l'eredità (o il legato) del de cuius.

Nel caso di specie non vi è stata rappresentazione, poiché l'eredità del de cuius è stata devoluta e accettata dai suoi figli Tizio, Caio e Mevio: la rappresentazione avrebbe invece operato qualora Tizio e Caio non avessero accettato la loro quota di eredità e al loro posto fossero subentrati i loro figli.

Ciò premesso, occorre osservare che, in linea generale, colui che accetta una quota di eredità finché è in vita può disporne come preferisce, anche mediante donazioni. La donazione, ai sensi dell'art. 800 c.c., può essere revocata per ingratitudine o per sopravvenienza di figli: la domanda di revocazione deve essere proposta dal donante o dai suoi eredi, contro il donatario o i suoi eredi, entro l'anno dal giorno in cui il donante è venuto a conoscenza del fatto che consente la revocazione.
Nel caso di specie, tuttavia, ciò non sembra possibile, non essendosi venuta a configurare nessuna di tali cause. In altre parole, finché il donante è in vita e, comunque, finché non ricorre una delle indicate situazioni che permettono la revoca, la donazione non è attaccabile.

Diverso è invece lo scenario che si viene a configurare alla morte di Tizio e di Caio. Infatti, poiché i beni del de cuius sono entrati a far parte del patrimonio dei figli Tizio e Caio nel momento in cui questi ultimi hanno accettato l'eredità, con le donazioni effettuate a favore di Mevio essi potrebbero aver pregiudicato la quota di legittima spettante ai loro figli maggiorenni.

Nella successione testamentaria viene infatti tutelata la posizione dei congiunti più stretti del de cuius, ai quali, in qualità di legittimari, la legge riserva determinate porzioni del patrimonio dello stesso, anche contro la sua volontà. Tali quote sono definite “quote di riserva” o "legittima", e rappresentano quella parte di eredità di cui il testatore non può disporre né a titolo di liberalità né mortis causa (c.d. “quota indisponibile” del patrimonio), poiché riservate ai legittimari o riservatari (in tal senso, fra le molte, Cass. n. 11737/2013; Cass n. 13524/2006).

Quando la quota di legittima viene violata dal de cuius per effetto di donazioni fatte a terzi, al fine di reintegrare tale quota di legge è necessario esercitare l'azione di riduzione di cui agli artt. art. 553 del c.c. e ss. c.c.: mediante tale azione colui che la esperisce chiede al giudice di far dichiarare invalidi (integralmente o parzialmente) gli atti, inter vivos o mortis causa, che hanno prodotto la lesione della quota riservate per legge (la cosiddetta "legittima" appunto), in quanto eccedevano la quota di cui il de cuius poteva liberamente disporre. L'azione può essere esperita, oltre che dai legittimari (nel caso di specie, i figli di Tizio e Caio), anche dai loro eredi e aventi causa, ed è soggetta all'ordinario termine di prescrizione di dieci anni.

Per calcolare l'ammontare della lesione subita dai legittimari e quindi capire di quanto dovrà essere integrata per prima cosa si svolgerà la cosiddetta "riunione fittizia", cioè una operazione matematico-contabile mediante la quale si imputerà al patrimonio del de cuius (soggetto della cui successione si discute) il valore dei beni a lui già intestati, decurtato dai debiti, e di tutte le donazioni da egli compiute in vita.

Come ha chiarito anche la giurisprudenza, il legittimario diverrà erede della quota che gli spetta (quota di legittima) solamente quando avrà esercitato vittoriosamente l’azione di riduzione, mediante la quale le disposizioni lesive della quota di legittima diverranno quindi inefficaci nei confronti del legittimario leso (Cass. n. 10775/1996; n. 5591/1981).

Una volta esperita vittoriosamente l'azione di riduzione e accertata quindi in via giudiziale la lesione della legittima, il legittimario dovrà esercitare sempre in via giudiziale la cosiddetta "azione di restituzione", mediante la quale potrà ottenere la soddisfazione concreta dei suoi diritti. Il legittimario quindi eserciterà l'azione di restituzione contro i beneficiari (o eventualmente contro i terzi che hanno acquistato dai beneficiari i beni oggetto di azione) delle disposizioni ridotte per recuperare quanto ancora presente nel loro patrimonio.

In conclusione, finché Tizio e Caio sono in vita, i loro figli nulla potranno fare avverso le donazioni da costoro effettuate in favore del fratello Mevio. Al momento della morte di Tizio e Caio, invece, i figli di questi ultimi potranno esercitare l'azione di riduzione (e, in caso di esito positivo di quest'ultima, la conseguente azione di restituzione) nei confronti di Mevio o dei suoi eredi, nel caso in cui mediante tali atti di liberalità si sia venuta a configurare una lesione della loro quota di legittima.
E' chiaro che per valutare in via preliminare la ricorrenza dei presupposti necessari per un eventuale esito favorevole dell'azione di cui sopra occorre fare una valutazione del patrimonio complessivo di Tizio e Caio in rapporto al valore delle donazioni delle quote ereditarie a suo tempo effettuate.

Maria L. B. chiede
giovedì 03/12/2015 - Calabria
“Sono vedova.Alla morte di mio marito eravamo separati (ma non divorziati),difatti da anni percepisco dall' Inps una pensione della categoria SO(superstiti).Ora è morto il padre di mio marito(mio suocero).Ho diritto a ereditare una quota del patrimonio anch'io, o soltanto mia figlia (maggiorenne) in quanto discendente del padre?”
Consulenza legale i 10/12/2015
La nuora (separata o meno) non rientra tra i soggetti che la legge qualifica come legittimari, cioè ai quali viene riservata per legge una quota del patrimonio del de cuius. Sono tali, infatti, solo il coniuge, i figli e gli ascendenti (art. 536 del c.c.).

La legge neppure la individua come successore per il fatto che il marito, figlio del defunto, sia a lei premorto.
L'ordinamento infatti prevede, per l'ipotesi che un chiamato non possa o non voglia accettare, l'istituto della rappresentazione (art. 467 co. 1 c.c.), che però si attiva solo quando il chiamato (rappresentato) è un figlio, un fratello o una sorella del de cuius, e opera a favore dei suoi discendenti (rappresentanti) (art. 468 del c.c.). Escluse quindi le nuore.

Per completezza va peraltro precisato che l'operatività della rappresentazione viene esclusa tutte le volte in cui il testatore abbia già individuato egli stesso il successore in luogo di un chiamato che non avrebbe voluto o potuto accettare l'eredità (c.d. sostituzione, art. 688 del c.c.): in questo caso il soggetto indicato dal testatore succede in luogo del chiamato che non può accettare.

Solo la figlia della vedova/nuora, pertanto, ha titolo per succedere.


massimo chiede
lunedì 30/04/2012 - Sicilia

“Quesito: alla morte di soggetto (senza figli ne eredi diretti/o altro) che ha fatto testamento in favore di terzi estranei, ai fratelli della consorte premorta tocca una rappresentanza nell'asse ereditario? E se si in che proporzione? grazie”

Consulenza legale i 02/05/2012

Con il testamento, il nostro ordinamento attribuisce ad un soggetto il diritto di disporre delle proprie sostanze per il tempo in cui avrà cessato di vivere.

Unico limite a tale volontà consiste nel rispetto della cd. quota legittima, ossia una quota dell'eredità riservata per legge ad una categoria di successibili denominati legittimari. Ai sensi dell'art. 536 del c.c. sono tali il coniuge superstite, i discendenti legittimi e naturali, gli ascendenti legittimi.

Nel caso prospettato non sussistono legittimari, pertanto il de cuius ha potuto liberamente devolvere l'eredità a suo piacere.

Infatti, i fratelli della consorte del de cuius, la quale era già venuta a mancare, non possono vantare alcun diritto a carico dell'eredità, poichè secondo la legge non solo non sono legittimari ma non risultano nemmeno parenti del defunto.


Liotta L. chiede
mercoledì 23/02/2011 - Sicilia

“Un soggetto (celibe e senza figli naturali ne legittimi) deceduto nel dicembre 2010 lascia per legge come unico erede legittimo il fratello. Tuttavia prima ancora che venga presentata la dichiarazione di successione, muore nel febbraio 2011 anche il fratello. Quest'ultimo per legge lascia come eredi 2 figlie e la moglie. Desidero sapere se in questi casi c'è da parte di queste ultime rappresentazione ex art. 467 c.c o invece essendo il fratello morto successivamente alla data di apertura della successione del primo si devono presentare 2 distinte dichiarazioni di successione. La prima con erede il fratello morto a febbraio. E un'altra per il fratello De Cuius morto a febbraio con eredi moglie e 2 figlie. Grazie.”

Consulenza legale i 25/02/2011

La rappresentazione opera facendo subentrare i discendenti legittimi o naturali nel luogo e nel grado del loro ascendente, in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare l'eredità. Difatti, di frequente la rappresentazione si verifica quando il fratello o il discendente del de cuius gli è premorto.

Nel caso di specie, la morte del fratello chiamato è successiva a quella del fratello defunto: poiché egli non aveva ancora (presumibilmente) dichiarato di accettare l'eredità, il diritto di accettazione si trasmette ai suoi eredi come diritto facente parte dell'universitas iuris a loro devoluta (art. 479 del c.c., comma 1). Andranno pertanto presentate due distinte dichiarazioni di successione.

Si ricorda, infine, che l'accettazione dell'eredità trasmessa comporta accettazione tacita dell'eredità del trasmittente.


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