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Articolo 536

Codice Civile

Legittimari

Dispositivo dell'art. 536 Codice Civile

Le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti (1) nella successione sono: il coniuge [548 c.c.], i figli [legittimi, i figli naturali] (2) (3), gli ascendenti [legittimi] (4).
Ai figli [legittimi] sono equiparati [i legittimati e] gli adottivi (2) (6) [291 ss, 304 c.c.].
A favore dei discendenti [dei figli legittimi o naturali] (2), i quali vengono alla successione in luogo di questi [467 c.c.], la legge riserva gli stessi diritti che sono riservati ai figli [legittimi o naturali] (2) (2) (7).


Note

(1) Per esempio l'assegno vitalizio spettante al coniuge superstite a cui sia stata addebitata la separazione che godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto al momento dell'apertura della successione (v. art. 548 del c.c.).

(2) Comma così modificato dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

(3) Sia quelli riconosciuti da uno o da entrambi i genitori (v. art. 250 del c.c.) che quelli giudizialmente dichiarati figli naturali (v. art. 269 del c.c.).

(4) Tali soggetti prendono il nome di legittimari.

(5) Vi rientrano solo i figli la cui legittimazione sia avvenuta prima dell'apertura della successione (v. art. 456 del c.c.).

(6) Legittimari sono solo i figli adottati quando erano minori di età, che instaurano un rapporto di parentela (v. art. 74 del c.c.) con la famiglia dell'adottante.

(7) Qualora i figli del de cuius non possano o non vogliano accettare l'eredità subentrano nel diritto alla legittima i loro discendenti. La norma è diretta ad evitare che il testatore impedisca la successione dei discendenti per rappresentazione disponendo una sostituzione (v. art. 688, 467 del c.c.).

Ratio Legis

Le norme che regolano la successione dei legittimari tutelano il coniuge, i figli e i genitori del de cuius, riservando loro una quota di patrimonio in relazione alla quale la volontà del testatore viene limitata. Si ritengono in tal modo correttamente bilanciate, da un lato, la tutela della famiglia (v. art. 29 Cost.), dall'altro, la liberta di ciascuno di disporre dei propri beni per il tempo in cui avrà cessato di vivere (v. art. 587 del c.c.).

Brocardi

Donatum
Legitima haereditas tantum proximo defertur
Officium pietatis
Portio debita
Praeteritio
Relictum
Vocatio contra testamentum

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 13310/2002

Il principio dell'intangibilità della quota di legittima deve intendersi soltanto in senso quantitativo e non anche in senso qualitativo, potendo il testatore soddisfare le ragioni dei legittimari con beni — di qualunque natura — purché compresi nell'asse ereditario; ne consegue che non viola il disposto degli artt. 536 e 540 c.c. il testatore che abbia lasciato al coniuge l'usufrutto generale sui beni mobili e immobili nonché la prima proprietà di eredità, contanti, depositi bancari e postali, sempre che il valore di detti beni copra la quota riservata al coniuge, atteso che l'attribuzione dell'usufrutto generale non costituisce assegnazione di legato ma istituzione di erede e che l'attribuzione della proprietà prima di alcune categorie di beni vale come istituzioni di erede se essi sono intesi come quota dei beni del testatore.

Cass. n. 3452/1973

Le ragioni dei legittimari possono essere soddisfatte anche mediante atti di disposizione a titolo particolare. La successione cosiddetta necessaria non implica né l'acquisto ipso iure da parte dei legittimari della qualità di eredi né, di conseguenza, l'investitura della titolarità dei beni ereditari.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 536 del c.c.

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

27/10/2015 Campania
Vincenzo C. chiede

Faccio seguito al quesito n. 11859.
La situazione non è mutata e l'ostilità di mia sorella persiste.
Mia madre, quindi, intende assegnare le sue quote a me.
In che modo si può procedere, quale tipo di transizione immobiliare conviene fare ( donazione, vendita, altro ) per non vedersi in futuro, quando non ci sarà più, impugnare dalla figlia questa sua volontà ?

Nel particolare:
- in merito alla DONAZIONE, quale strumento è opportuno utilizzare tra il testamento olografo, il testamento segreto oppure il testamento pubblico e come procedere in merito alla quota legittima della figlia ?

- in merito alla VENDITA, nel caso sia una strada percorribile, come orientarsi tra il valore catastale e il valore commerciale in modo che non venga considerata in futuro una donazione indiretta quindi impugnata la quota di legittima e per il pagamento è possibile/opportuno utilizzare nella trascrizione dell’ atto di vendita che le parti dichiarano che il corrispettivo di vendita è stato versato in precedenza alla stipulazione del rogito ?

- in merito alle GARANZIE DELLA MADRE, pur non essendoci assolutamente questo aspetto da parte sua , ma io nel caso intendo percorrerlo soprattutto per una questione di rispetto, cosa è possibile/opportuno inserire nell’ atto di donazione/vendita tra il diritto di usufrutto, il divieto di alienazione, gravare di un onore ( onere per il donatario di prestare assistenza materiale e morale al donante vita sua natural durante ) altro o similare oppure, meglio ancora, se tutto insieme ?

In ultima analisi, considerato che la figlia/sorella è capace di tutto e mia madre percepisce pensione di invalidità, nel caso si proceda quindi ad una delle due strade fin qui esposte, quando una persona può essere considerata incapace di intendere o di volere, così da invalidare/impugnare/annullare l’ atto di donazione/vendita ?

In attesa di un celere riscontro, cordiali saluti.

Consulenza legale i 27/10/2015

La domanda posta sottende una questione classica: come "aggirare" il divieto di lesione della quota legittima di un legittimario (nel nostro caso, figlia)?

La risposta più immediata è certamente la vendita. Difatti, il proprietario di un bene - nel nostro caso, di una quota di un bene immobile - può liberamente alienarlo a titolo oneroso, senza che tale operazione possa essere in futuro oggetto dell'azione di riduzione, con cui il legittimario leso torna in possesso di beni ereditari per ricomporre la sua quota legittima.
Come già evidenziato nel quesito, la vendita deve essere reale, e non deve potersi ricondurre ad una donazione, come nel caso in cui l'acquirente paghi un prezzo irrisorio.
Certamente, vendere ad un prezzo di mercato è la scelta consigliabile, in quanto l'ammontare del corrispettivo sarà difficilmente contestabile in futuro. Il valore catastale potrebbe essere, invece, molto inferiore al valore commerciale dell'immobile, dando adito a sospetti che potrebbero portare a far dichiarare la simulazione di una donazione.

Quanto alla modalità di pagamento del prezzo, con il D.L 4 Luglio 2006, n. 223 (c.d. Decreto Bersani), convertito, con modifiche, nella Legge 4 agosto 2006, n. 248 è stato previsto un nuovo regime di trasparenza alle compravendite immobiliari, relativamente alla c.d. "tracciabilità" dei mezzi di pagamento del prezzo.
La dichiarazione congiunta delle parti contraenti, resa davanti al notaio, deve specificare se il pagamento è avvenuto in contanti o mediante bonifico bancario o attraverso l'emissione di assegni circolari, bancari o postali. In caso di pagamento con bonifico bancario, dovranno essere indicati gli estremi del medesimo; se si utilizzano assegni, dovranno essere precisati la banca emittente o trattaria e il numero dell'assegno. I pagamenti in contanti sono ammessi solo per somme limitate.
Di conseguenza, dal 2006, non è possibile stipulare un atto notarile in cui genericamente le parti affermino che il corrispettivo di vendita è stato versato in precedenza, senza indicazione delle modalità.

Esaminiamo ora l'ipotesi della donazione. Per valutare se essa sia una strada percorribile, si deve fare un calcolo immaginario, che tenga conto della probabile composizione del patrimonio ereditario della madre al momento della sua morte: la figlia, infatti, avrà diritto alla quota legittima di metà dei due terzi dell'eredità (vedi art. 537 del c.c.).
Supponendo che la signora sia proprietaria di 667/1000 dell'immobile in questione, oltre alla sola pensione di invalidità (per cui potrebbe avere una liquidità bancaria più o meno consistente - immaginiamo per un attimo che non ci siano debiti ereditari consistenti), si deve calcolare se la quota che resterà alla figlia dopo il decesso della madre sia tale da soddisfare il limite minimo di legge.
Ciò potrà avvenire, ad esempio, se la liquidità bancaria della signora viene lasciata alla figlia ed è di ammontare tale da garantire alla stessa la percezione della legittima (ipotizziamo che l'immobile valga 500.000 euro e che la quota della madre, donata al figlio, ne valga 333.500 euro; inoltre, diciamo che la madre ha 300.000 euro in banca: la figlia avrebbe diritto a una quota di 111.166 euro circa sull'immobile, e 133.333 euro circa di denaro liquido. La madre potrebbe con testamento attribuire alla figlia 250.000 euro in denaro, soddisfacendo così la legittima).
Gli scenari sono, naturalmente, i più diversi, e vanno analizzati nel concreto.

Infine, per quanto attiene alle garanzie da offrire alla madre, vista l'ostilità dell'altra figlia, per garantire che la signora possa sempre dimorare nell'immobile, è consigliabile procedere con la costituzione di un diritto reale, che può essere l'usufrutto o il diritto di abitazione.
L'usufrutto è un diritto più completo, che consiste nel diritto riconosciuto all'usufruttuario di godere e di utilizzare un bene uti dominus (al pari del proprietario), limitato solamente dal non poterne trasferire la proprietà principale e al rispetto della destinazione economica impressavi dal proprietario. Inoltre, tale diritto comporta per il titolare la facoltà di trarre dalla cosa oggetto del diritto in analisi, tutte le utilità che può dare, compresi i frutti che essa produce, con l'obbligo di non mutarne la destinazione (v. art. 981 del c.c.). Ad esempio, l'usufruttuario può dare in locazione il bene e trattenerne i frutti (cioè il canone).

Il diritto di abitazione è più limitato, il quanto il cosiddetto "habitator" ha solo la facoltà di godimento dell'immobile con il limite della soddisfazione dei bisogni propri e della propria cerchia familiare. Si tratta comunque di un vero e proprio diritto reale.

Ciascuno dei due diritti sopra menzionati vanno costituiti con atto pubblico per poter validamente sorgere e sono oggetto di trascrizione nei registri immobiliari, in modo da essere opponibili a chiunque.

La previsione di un onere di accudimento in capo al donatario si ritiene superflua, visto l'ottimo rapporto tra la madre e il figlio: in ogni caso, ipotizzando una donazione dell'immobile, il donatario ha comunque alcuni oneri di legge, come quello di dover corrispondere gli alimenti al donante, o di doversi comportare correttamente nei suoi confronti, visto che la donazione può revocarsi per ingratitudine (art. 801 del c.c.).

Il divieto di alienazione non sembra una strada consigliabile, sia, nuovamente, perché i rapporti tra le parti sono buoni, sia perché esso è comunque molto limitato: l'art. 1379 del c.c., infatti, sancisce che il divieto di alienare stabilito per contratto non è valido se non è contenuto entro convenienti limiti di tempo e se non risponde a un apprezzabile interesse di una delle parti. Inoltre, una convenzione di tal genere ha effetto solo tra le parti, quindi se il figlio disgraziatamente decidesse di vendere ad altri, dovrebbe corrispondere alla madre solo un risarcimento del danno, mentre l'acquisto fatto dal terzo acquirente sarebbe perfettamente valido.

In conclusione, circa la forma testamentaria da scegliere, le tre modalità previste per legge sono assolutamente equivalenti in quanto ad effetti. Il testamento olografo è quello più economico (il testatore deve scriverlo interamente di suo pugno, datarlo e firmarlo), però ci si espone al rischio di smarrimento, distruzione, manipolazione nonché alla possibilità che eventuali eredi insoddisfatti ne contestino il contenuto (di solito, scritto in linguaggio non giuridicamente ineccepibile). Il testamento pubblico, reso dinnanzi al notaio, dà maggiori garanzie di chiarezza e di conservazione, quando si sia in presenza di un potenziale chiamato all'eredità che potrebbe contestare la volontà del testatore.


10/10/2015 Emilia-Romagna
Manuela A. chiede

Mia madre, di anni 70, ha due figlie.
La sottoscritta nata da precedente matrimonio, ed una seconda nata da secondo matrimonio in separazione di beni.
Durante il secondo matrimonio ha acquistato un immobile, che è a Lei intestato.
Vorrei sapere se ha libera facoltà di vendita dell' immobile senza nulla dire alle figlie, e se ha facoltà di fare donazione della somma del ricavato solo ad una delle figlie (mia sorella) senza nulla dire all altra (io), oppure far confluire il ricavato nel conto intestato solamente all attuale coniuge con il quale non ho rapporto alcuno di parentela.
Vorrei quindi sapere che azioni mi spettano nel caso di vendita a terzi, oppure donazione della somma ricavata.

Consulenza legale i 14/10/2015

Una delle principali facoltà del proprietario di un bene è quello di poterlo alienare (ai sensi dell'art. 832 del c.c., "Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo"): pertanto, certamente la madre ha diritto di vendere l'immobile di cui è proprietaria.

Altrettanto liberamente può disporre della somma che ricaverà dalla vendita: potrà usarla per acquistare altri beni o servizi per sé o donarla a terzi.

La donazione di denaro fatta in vita da una persona diventerà rilevante - eventualmente - solo dopo la sua morte.
Nel caso di specie, in particolare, poiché la signora ha due figlie e un coniuge, e poiché questi soggetti sono per la legge dei legittimari (art. 536 del c.c.), ogni donazione potrà - un domani, alla morte della signora, quando si aprirà la sua successione - essere potenzialmente aggredibile qualora venga lesa la quota di legittima riservata dal codice civile a questi soggetti.

I legittimari sono soggetti che hanno diritto ad una quota dell'eredità detta "legittima", anche nel caso in cui il testatore non li abbia contemplati tra gli eredi (si parla allora di legittimario "pretermesso") o abbia lasciato loro di meno del dovuto (c.d. legittimario "leso" nella quota di riserva). Sono certamente legittimari i discendenti del de cuius (quali i figli) e il coniuge.

Per rispondere alle domande poste nel quesito, quindi, può dirsi che:
- alla figlia non compete nessuna azione contro la madre finché questa, in vita, vende il suo immobile a terzi, né se essa donasse una somma di denaro all'altra figlia o al marito;
- deceduta la madre, qualora questa abbia donato somme a una sola figlia o al coniuge, si dovrà valutare se sussistano i presupposti per una azione di riduzione contro la donazione.

L'azione di riduzione compete ai legittimari nel caso in cui sia lesa la quota di eredità loro riservata dalla legge, ed è disciplinata dagli artt. 553 ss. c.c.
Lo scopo dell'azione è quella di far dichiarare l'inefficacia delle disposizioni testamentarie e delle donazioni che eccedono la quota di cui il testatore poteva liberamente disporre, in modo da consentire al legittimario leso o pretermesso di poter ottenere materialmente quanto gli spetta.

Nel nostro caso specifico, presupposto dell'azione sarà, pertanto, la lesione della quota legittima, cioè il fatto che la prima figlia non abbia ricevuto per intero la quota dell'eredità che gli spetta per legge. Ipotizzando che alla morte della madre siano ancora in vita entrambe le figlie e il coniuge, la legittima per ciascuna figlia corrisponderà a un quarto del patrimonio ereditario (più precisamente, un quarto spetta al marito, e metà alle due figlie, da dividersi in parti uguali, secondo quanto dispone l'art. 542 del c.c.; l'altro quarto è nella libera disponibilità della defunta). Se, invece, sono in vita solo le due figlie, spettano loro i 2/3 dell'eredità, da dividersi in parti uguali.

Peraltro, la legge dice che prima di aggredire le donazioni si debbono ridurre le disposizioni testamentarie lesive (art. 555 del c.c., "Le donazioni non si riducono se non dopo esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento"), quindi non è detto che la donazione fatta in vita dalla madre debba essere necessariamente impugnata dopo la sua morte. Potrebbe non essere necessario qualora risultasse sufficiente far dichiarare inefficace una o più disposizioni testamentarie (se presenti).
Un esempio pratico potrà chiarire il concetto: se la madre, in vita, ha fatto una donazione di 100.000 euro a una figlia, e con testamento le ha lasciato un immobile del valore di 400.000, l'altra figlia, la cui quota di legittima è stata ipoteticamente lesa, dovrà prima di tutto far dichiarare l'inefficacia della disposizione testamentaria con cui si assegna l'immobile a sua sorella, e, se ciò basta a farle conseguire la sua parte di eredità, ella non dovrà anche impugnare la donazione di 100.000 euro.


08/09/2015 Lombardia
Luca R. chiede

Egregio Avvocato,

la mia pro-zia (sorella di mia nonna) senza ascendenti (padre e madre), senza fratelli, senza figli riconosciuti e senza coniuge ha fatto un testamento pubblico presso un notaio e ha deciso di lasciare il 100% dei suoi beni a me e ai miei fratelli.
Ora scopriamo che la mia prozia aveva un figlio (A), che non ha mai riconosciuto e che, minorenne, è stato adottato da altra famiglia. Questi ha fatto la sua vita e ora è morto, ha avuto un figlio (B), ora morto anche lui, che a sua volta ha avuto un altro figlio (C).
Ora si voleva capire se (C), di fatto un bis nipote non riconosciuto è un soggetto a cui spetta la quota legittima ? in caso positivo è quindi legittimato a richiederla in proprio ? In caso positivo quanto gli spetterebbe di quota legittima ? quali passi dovrebbe compiere per avere la sua quota di legittima ?

Grazie per la risposta

Consulenza legale i 09/09/2015

Il quesito implica la risposta alla domanda: il figlio "naturale" (va precisato che oggi normativamente non rileva più la differenza tra figli legittimi e naturali), non riconosciuto e adottato sin da minorenne da un'altra famiglia, vanta ancora diritti successori nei confronti dei genitori biologici?

Va prima di tutto premesso che il nostro ordinamento contempla oggi due categorie di adozione, quella legittimante e quella non legittimante.
La prima, che può aversi nei confronti di minori stranieri o italiani, comporta la recisione totale dei rapporti con la famiglia biologica d'origine, e la conseguente perdita dei diritti successori.
L’adozione non legittimante è quella che si ha in "casi particolari" (attualmente disciplinata dall’art. 44 della legge n. 184/83): il minore acquista in questo caso, lo stato di figlio adottivo dell’adottante, ma al tempo stesso egli conserva i diritti/doveri nei confronti della famiglia biologica (anche se i genitori naturali perdono la potestà genitoriale sul figlio).

La vicenda in esame, tuttavia, considera un'adozione avvenuta sicuramente prima del 1967.
Il codice civile del 1865 riconosceva la possibilità per le persone maggiori degli anni diciotto di essere adottati, ma nulla si prevedeva per i minori.
Nel 1942, con l'emanazione del codice civile, venne introdotta per la prima volta l’adozione anche per i minorenni, tuttavia lo scopo era solo quello di regolare alcune finalità patrimoniali.
Fino al 1967 l'adozione di minori prevedeva che l’adottato conservasse lo status di figlio con i genitori biologici e dunque avesse diritto alla loro eredità, mentre per le adozioni di minori intervenute successivamente a tale data, l’adottato non ha alcun diritto in tal senso, poiché il legislatore, con legge n. 431/1967, ha stabilito che sia interrotto definitivamente ogni legame giuridico tra l’adottato e la famiglia d’origine.

In realtà, il codice civile del 1942 regolava anche l'istituto della affiliazione, concessa in alcuni casi (ad esempio, l’affiliazione da parte del marito del figlio della moglie; l'affiliazione di bambini anche non parenti da parte di uomini sposati, pater familias, che altro non erano che forme di adozione mascherate; etc.), e che non recideva il legame del bambino con la famiglia d'origine (in particolare, quanto ai diritti successori).

La risposta al quesito, quindi, sia che il minore (figlio della prozia) sia stato "adottato" che "affiliato" (dopo il 1942, prima l'istituto non esisteva), sembra dover essere in astratto positiva, poiché le leggi vigenti prima del 1967 contemplavano ipotesi in cui il figlio "adottato" non perdeva davvero i legami - giuridici, e quindi successori - con i genitori naturali.

Tuttavia, v'è da dire che il figlio dato in adozione non è mai stato riconosciuto dalla madre.
Si profilava, allora, la necessità per quel figlio di esercitare l'azione volta alla dichiarazione giudiziale di maternità.
Il primo comma dell'art. 270 del c.c. sancisce l'imprescrittibilità riguardo al figlio dell'azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità; i suoi eredi, invece, hanno solo due anni di tempo dalla morte del figlio non riconosciuto per poter agire in giudizio (secondo comma dello stesso art. 270).

Ne consegue che il pronipote di quel figlio mai riconosciuto dalla prozia ha la possibilità di far dichiarare la maternità in via giudiziale, solo se non è ancora spirato il termine previsto dal codice civile: in altre parole, A dovrebbe essere morto da meno di due anni. Se A fosse morto da oltre due anni, il suo pronipote C non potrà vantare alcun diritto successorio sul patrimonio della bisnonna biologica, non avendo strumenti giuridici per ottenere la dichiarazione di maternità.


06/07/2015 Emilia-Romagna
Silvia V. chiede

Mio padre vedovo, figlio unico, senza più genitori e con un’unica figlia (io) è deceduto lasciando un testamento olografo valido in cui nomina suo unico erede universale il suo unico nipote di anni 22 (e mio unico figlio). Vorrei sapere se, poiché il testamento eccede la quota di cui il defunto poteva disporre (1/2 patrimonio in quanto 1/2 quota legittima della figlia), erede è solo mio figlio o siamo in due (io e lui ognuno per il 50% ). In questo caso poiché io vorrei che ereditasse tutto mio figlio dovrei fare rinuncia all’eredità e sono ancora in tempo? (il decesso è avvenuto il 02-10-14). Oppure è sufficiente che io non faccia azioni oppositorie per non essere considerata coerede? Nel caso l’unico erede sarebbe mio figlio oppure gli unici altri parenti (una zia e qualche cugino di primo grado) possono vantare diritti sull’eredità?

Consulenza legale i 08/07/2015

La lesione della quota riservata ad alcuni eredi rileva solo qualora ad essere esclusi siano i legittimari del defunto, che, per legge, sono solo il coniuge, i figli e gli ascendenti, cioè i genitori (art. 536 del c.c.).
Quando il testatore abbia disposto della propria eredità oltre il limite della quota disponibile, i legittimari hanno diritto ad agire con l'azione di riduzione, che ha lo scopo di far dichiarare l'inefficacia delle disposizioni testamentarie e delle donazioni che, appunto, eccedono la quota di cui il testatore poteva liberamente disporre.
Nel nostro caso, poiché il de cuius era già vedovo e i suoi genitori gli erano premorti, l'unica persona che potrebbe impugnare il testamento è la figlia. Ella, però, non ha intenzione di agire contro il figlio, anzi.
In questa ipotesi, la soluzione migliore è non fare nulla. Difatti, l'azione di riduzione si prescrive naturalmente decorsi dieci anni dal momento in cui la disposizione testamentaria lesiva della legittima sia stata accettata dal chiamato all'eredità (cioè dal nipote del defunto, figlio dell'unica legittimaria).
Sul piano giuridico, la figlia va considerata come "legittimaria pretermessa" e, secondo la migliore dottrina, ella non è reputabile come erede se non in quanto abbia sperimentato vittoriosamente l'azione di riduzione. Se la figlia non agisce in riduzione, non sarà mai erede e, quindi, non è tenuta a rinunciare ad alcunché.
Quanto all'esistenza di altri parenti, il testamento vale ad escluderli indubbiamente dall'eredità. Essi non potranno vantare alcun diritto sul patrimonio del de cuius, che sarà interamente devoluto al nipote.


25/08/2014 Emilia-Romagna
Gianmarco M. chiede

Buonasera, chiedo se i fratelli, della defunta (essa non ha figli) possono richiedere qualcosa, come la leggittima, nel caso è presente un testamento, in cui, la defunta lascia tutto al coniuge.
Grazie

Consulenza legale i 25/08/2014

Ai sensi dell'art. 536 del c.c. sono legittimari solo il coniuge, i figli e gli ascendenti (genitori, nonni).
Il defunto può quindi decidere di dare con testamento tutti i propri averi al coniuge, escludendo i fratelli.


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Testi per approfondire questo articolo

  • Dei legittimari. Artt. 536-564

    Editore: Giuffrè
    Collana: Il codice civile. Commentario
    Data di pubblicazione: dicembre 2012
    Prezzo: 90,00 -10% 81,00 €
    Categorie: Legittimari

    Trattare oggi dei legittimari e dei loro diritti può forse suscitare minori diffidenze rispetto a qualche tempo fa. Si potrà sempre nutrire il sospetto che il commento degli articoli 536-564 del codice civile del 1942, che erano e restano la fondamentale sedes materiae, sviscerati come sono da tanti pregevoli contributi dottrinali, oltre che applicati da una consistente mole di decisioni giurisprudenziali, non riservi elementi consistenti di novità. Certo: si... (continua)