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Articolo 276 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Deliberazione

Dispositivo dell'art. 276 Codice di procedura civile

La decisione è deliberata in segreto nella camera di consiglio. Ad essa possono partecipare soltanto i giudici che hanno assistito alla discussione [114 disp. att.] (1).

Il collegio, sotto la direzione del presidente, decide gradatamente le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d'ufficio e quindi il merito della causa (2).

La decisione è presa a maggioranza di voti, il primo a votare è il relatore, quindi l'altro giudice e infine il presidente.

Se intorno a una questione si prospettano più soluzioni e non si forma la maggioranza alla prima votazione, il presidente mette ai voti due delle soluzioni per escluderne una, quindi mette ai voti la non esclusa e quella eventualmente restante, e così successivamente finché le soluzioni siano ridotte a due, sulle quali avviene la votazione definitiva.

Chiusa la votazione, il presidente scrive e sottoscrive il dispositivo (3). La motivazione è quindi stesa dal relatore, a meno che il presidente non creda di stenderla egli stesso o affidarla all'altro giudice [118, 119, 131, 141 disp. att.] (4).

Note

(1) La deliberazione in camera di consiglio, vale a dire senza la presenza di altri soggetti, è tesa ad assicurare la libertà della decisione da parte dei giudici.
Quanto alla composizione del collegio giudicante, all'inizio di ogni trimestre il Presidente del tribunale la determina per ogni udienza di discussione. La violazione dei criteri stabiliti dall'art. 114 disp. att. comporta nullità della sentenza, insanabile e rilevabile d'ufficio.
Il principio della immutabilità del giudice comporta che la decisione possa essere presa solo sai giudici davanti ai quali si è svolta la discussione: la conseguenza della violazione di tale principio implica la nullità della sentenza riconducibile al vizio di costituzione del giudice (art. 158 del c.p.c.).
(2) Qualora, come può accadere, le questioni pregiudiziali siano plurime, si ritiene che debbano essere affrontate per prime quelle che abbiano una precedenza logica o giuridica rispetto alle altre: ad esempio, dovrebbero essere deliberate inizialmente le questioni relative alla competenza e alla regolarità del processo. In ogni caso, è il collegio a stabilire l'ordine col quale le questioni di fatto e di diritto vanno decise. Solo secondo una parte della giurisprudenza il giudice dovrebbe esaminare le questioni nell'ordine prospettato dalle parti, salvo quelle rilevabili d'ufficio.
(3) Il dispositivo sottoscritto dal presidente non è atto definitivo, tanto che può, e deve, essere modificato se, prima della pubblicazione della sentenza, entri in vigore una nuova normativa che disciplini i rapporti oggetto del giudizio (ius superveniens).
Nei casi in cui il collegio abbia deciso secondo equità, nel dispositivo dovrà essere indicato l'utilizzo di tale criterio: ad esempio, il giudice decide in via equitativa l'ammontare del danno, se il quantum non può essere provato precisamente (art. 1226 del c.c.).
(4) La motivazione della sentenza, che non è altro se non la descrizione dell'iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione, è un elemento essenziale del provvedimento. Essa è di regola scritta dal giudice relatore, a meno che egli sia dissenziente rispetto alla decisione adottata a maggioranza: in questo caso, è il presidente stesso a stenderla oppure la affida all'altro giudice.
L'estensore predispone una minuta che viene letta dal presidente al collegio, se ciò sia opportuno. Il presidente può invitare l'estensore a correggere o integrare la motivazione, senza poter però toccare la minuta.
Una volta che il contenuto di questa sia confermato, il presidente la sottoscrive e la consegna al cancelliere. Il presidente ed il relatore, verificata la corrispondenza fra l'originale redatto dal cancelliere e la minuta, sottoscrivono la sentenza, che viene resa pubblica con il deposito dell'originale sottoscritto in cancelleria.

Brocardi

Quod maior pars curiae effecit, pro eo habetur, ac si omnes egerint

Massime relative all'art. 276 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 22238/2017

Il principio di immutabilità del giudice, di cui all'art. 276 c.p.c., prevede che la decisione sia deliberata dai giudici che hanno assistito alla discussione, i quali non devono essere necessariamente gli stessi davanti ai quali la causa sia stata trattata nel corso di tutto il giudizio. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto non affetta da nullità la sentenza dichiarativa dell'estinzione del giudizio emessa da un collegio differente da quello che aveva preventivamente dichiarato l'interruzione).

Cass. civ. n. 21806/2017

La data di deliberazione della sentenza, a differenza della data di pubblicazione (che ne segna il momento di acquisto della rilevanza giuridica), non è un elemento essenziale dell'atto processuale, sicché tanto la sua mancanza, quanto la sua erronea indicazione, non integrano alcuna ipotesi di nullità, ma costituiscono fattispecie di mero errore materiale,come tale emendabile ex artt. 287 e 288 c.p.c.

Cass. civ. n. 39/2014

La predisposizione della bozza del dispositivo di una decisione prima che essa sia stata assunta (nella specie, dal giudice collegiale) non determina alcuna nullità, né costituisce comportamento lesivo del diritto di difesa delle parti, ma integra, per contro, una condotta apprezzabile, anche sul piano deontologico, in quanto espressione tangibile della professionalità del giudice relatore, tenuto, in quanto tale, a formarsi un serio ed attrezzato convincimento sulla controversia oggetto di cognizione ed a fornire una meditata ipotesi di decisione da sottoporre alla discussione in camera di consiglio, ben potendo in questa sede - e sino alla sottoscrizione del dispositivo della sentenza - pervenirsi a qualsivoglia soluzione sulla controversia.

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