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Articolo 10 Codice Civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 31/08/2021]

Abuso dell'immagine altrui

Dispositivo dell'art. 10 Codice Civile

Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l'esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l'autorità giudiziaria, su richiesta dell'interessato, può disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni(1).

Note

(1) Il diritto alla privacy nel trattamento dei dati personali, in riferimento al diritto alla all'identità personale ed alla riservatezza, è stato riconosciuto dapprima con la L. 675/1996, in seguito confermato dal D. Lgs. 196/2003 ("Codice in materia di protezione dei dati personali"), oggi sostituito dalla legge 163/2017 (v. GDPR - regolamento UE 679/2016).

Ratio Legis

Il diritto all'immagine è un aspetto del più ampio bene della riservatezza personale, ed è una specificazione del diritto all'identità personale, ossia del diritto di ciascun individuo ad esser riconosciuto come sé medesimo anche socialmente.

Spiegazione dell'art. 10 Codice Civile

La norma tutela l'interesse del soggetto a che la sua immagine non venga diffusa o esposta pubblicamente, e va ricollegato con gli artt. 96-97 della legge sul diritto d'autore (L. 633/1941). L'art. 96, nello specifico, impedisce che l'immagine di una persona possa essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza consenso di questa (primo limite è quindi la volontà del soggetto tutelato). L'art. 97, invece, da un lato permette la riproduzione quando questa risulti giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici e culturali, ovvero dal collegamento a fatti, avvenimenti o cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico; d'altro lato, vieta l'esposizione o la messa in commercio dell'immagine quando ciò rechi pregiudizio all'onore, alla reputazione e al decoro della persona ritratta.

La protezione dell'immagine spetta in primis alla persona (fisica ma anche giuridica, come ha più volte chiarito la giurisprudenza) interessata: vi è però l'estensione del diritto ad agire in giudizio anche ai familiari/parenti più prossimi (coniuge, genitori e figli), nell'ottica costituzionalmente orientata di solidarietà familiare.

In caso di abuso dell'immagine, l'interessato - o uno degli stretti congiunti sopra elencati - potrà ottenere dal giudice l'ordine inibitorio di cessazione dell'abuso, oltre al risarcimento dei danni patrimoniali (v. 2043) e non patrimoniali (v. 2059) subiti.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

40 Chiude questo titolo sulle persone fisiche l'art. 10 del c.c., concernente il diritto all'immagine. Questo è già disciplinato dalla legge 22 aprile 1941, n. 633, sulla protezione del diritto di autore (articoli 96 e 97), ma non poteva nella parte del codice civile, relativa ai diritti della personalità, mancare una norma che affermasse il diritto sul proprio ritratto. E' da rilevare che la disposizione del codice integra la disciplina della legge speciale, poiché concede l'azione a tutela del diritto all'immagine in due ipotesi distinte: nel caso in cui l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei limiti stabiliti dalla legge speciale, e nel caso in cui l'esposizione o la pubblicazione avvenga con offesa al decoro o alla riputazione della persona ritrattata. In considerazione del carattere morale del diritto è stata eliminata la restrizione risultante dal testo precedente, secondo cui i figli, dovevano essere in età minore.

Massime relative all'art. 10 Codice Civile

Cass. civ. n. 4477/2021

L'interesse pubblico alla diffusione di una notizia, in presenza delle condizioni legittimanti l'esercizio del diritto di cronaca, va distinto dall'interesse alla pubblicazione o diffusione anche dell'immagine delle persone coinvolte, la cui liceità postula, giusta la disciplina complessivamente desumibile dagli artt. 10 c.c., 96 e 97 della L. n. 633 del 1941, 137 del D.Lgs. n. 196 del 2003 ed 8 del codice deontologico dei giornalisti, il concreto accertamento di uno specifico ed autonomo interesse pubblico alla conoscenza delle fattezze dei protagonisti della vicenda narrata ai fini della completezza e correttezza della divulgazione della notizia, oppure il consenso delle persone ritratte, o l'esistenza delle altre condizioni eccezionali giustificative previste dall'ordinamento.(Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza del tribunale che aveva respinto la domanda di risarcimento del danno subito da una minore degente per gravissimi motivi di salute, che in occasione di un articolo pubblicato su talune testate giornalistiche, era apparsa ritratta insieme ad un noto calciatore che si era appositamente recato in ospedale per farle visita). (Cassa con rinvio, TRIBUNALE NAPOLI, 26/02/2015)

Cass. civ. n. 8880/2020

La pubblicazione dell'immagine di un minore in scene di manifestazioni pubbliche (o anche private, ma di rilevanza sociale) o di altre iniziative collettive non pregiudizievoli, in assenza di consenso al trattamento validamente prestato, è legittima, in quanto aderente alle fattispecie normative di cui all'art. 97 della L. n. 633 del 1941, L. 22/04/1941, n. 633, se l'immagine che ritrae il minore possa considerarsi del tutto casuale ed in nessun caso mirata a polarizzare l'attenzione sull'identità del medesimo e sulla sua riconoscibilità. (Nella specie, la S.C., pur confermando la decisione di merito di rigetto della domanda risarcitoria per difetto di prova del danno patito, ha ritenuto illecita l'acquisizione e la pubblicazione dell'immagine di due minori in assenza del relativo valido consenso, considerato non sostituibile dalla presenza, all'interno di un parco acquatico, di cartelli di avviso dello svolgimento di un servizio di "fotoshooting", finalizzato a pubblicizzare un evento ludico, essendo le fotografie specificatamente incentrate sulle dette minori nell'atto di utilizzare uno scivolo gonfiabile il giorno della sua inaugurazione). (Rigetta, CORTE D'APPELLO FIRENZE, 01/03/2018)

Cass. civ. n. 1875/2019

Dall'espressa volontà di vietare la pubblicazione di foto relative alla propria vita privata, riferita ad un soggetto molto conosciuto (nella specie un notissimo attore) non discende l'abbandono del diritto all'immagine che ben può essere esercitato, per un verso, mediante la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinate fotografie, senza che ciò comporti alcun effetto ablativo e, per altro verso, mediante la scelta di non sfruttare economicamente i propri dati personali, perché lo sfruttamento può risultare lesivo, in prospettiva, del bene protetto. Ne consegue che, nell'ipotesi di plurime violazioni di legge dovute alla pubblicazione e divulgazione di fotografie in dispregio del divieto, non può escludersi il diritto al risarcimento del danno patrimoniale, che ben può essere determinato in via equitativa. (Cassa con rinvio, CORTE D'APPELLO MILANO, 22/02/2016)

Cass. civ. n. 18006/2018

La presenza delle condizioni legittimanti l'esercizio del diritto di cronaca non implica, di per sé, la legittimità della pubblicazione o diffusione anche dell'immagine delle persone coinvolte, la cui liceità è subordinata, oltre che al rispetto delle prescrizioni contenute negli artt. 10 c.c., 96 e 97 della L. n. 633 del 1941, nonché dell'art. 137 del D.Lgs. n. 196 del 2003 e dell'art. 8 del codice deontologico dei giornalisti, anche alla verifica in concreto della sussistenza di uno specifico ed autonomo interesse pubblico alla conoscenza delle fattezze dei protagonisti della vicenda narrata, nell'ottica della essenzialità di tale divulgazione ai fini della completezza e correttezza della informazione fornita. (Rigetta, TRIBUNALE ROMA, 14/09/2016)

Cass. civ. n. 6919/2018

In tema di diritto alla riservatezza, dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale (artt. 2 Cost., 10 c.c. e 97 della L. n. 633 del 1941) ed europeo (artt. 8 e 10, comma 2, della CEDU e 7 e 8 della c.d. "Carta di Nizza"), si ricava che il diritto fondamentale all'oblio può subire una compressione, a favore dell'ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti specifici presupposti: 1) il contributo arrecato dalla diffusione dell'immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) l'interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell'immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali); 3) l'elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; 4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l'informazione, che deve essere veritiera, diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell'interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell'immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all'interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza della corte d'appello che aveva respinto la domanda di risarcimento del danno avanzata da un noto cantautore, a seguito della trasmissione su una rete televisiva, ad oltre cinque anni dall'accaduto, delle immagini relative al suo rifiuto di rilasciare un'intervista accompagnate da commenti denigratori). (Cassa con rinvio, CORTE D'APPELLO ROMA, 10/01/2014)

Cass. civ. n. 1748/2016

Il consenso alla pubblicazione della propria immagine costituisce un negozio unilaterale, avente ad oggetto non il diritto, personalissimo ed inalienabile, all'immagine ma soltanto l'esercizio di tale diritto, sicché, sebbene possa essere occasionalmente inserito in un contratto, il consenso resta distinto ed autonomo dalla pattuizione che lo contiene ed è sempre revocabile, qualunque sia il termine eventualmente indicato per la pubblicazione consentita ed a prescindere dalla pattuizione convenuta, che non integra un elemento del negozio autorizzativo.

La divulgazione del ritratto di una persona notoria è lecita, ai sensi dell'art. 97 della legge sul diritto di autore, solo se risponde ad esigenze di pubblica informazione e cioè allo scopo di far conoscere al pubblico le fattezze della persona in questione e di documentare visivamente le notizie che, relativamente ad essa, vengano diffuse; mentre, ove detta divulgazione avvenga per fini diversi, come quello pubblicitario, la mancanza di autorizzazione da parte dell'interessato rende illecito tale comportamento, obbligando l'autore al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., come in ogni altra ipotesi di non autorizzata utilizzazione di un bene altrui. Ai detti fini risarcitori, rileva la notorietà della persona, nel senso che ove questa sia in condizione di trarre vantaggi patrimoniali proprio consentendo a terzi l'uso della sua immagine a scopo pubblicitario, l'illegittima divulgazione operata da altri le cagiona una perdita economica consistente nel non potere più offrire l'uso del proprio ritratto per tale scopo, relativamente a prodotti o servizi analoghi, o nella difficoltà alla migliore commercializzazione della sua immagine con riferimento a prodotti o servizi del tutto diversi.

Cass. civ. n. 1091/2016

In tema di lesione del diritto all'immagine ed alla reputazione, la quantificata entità del corrispondente danno risarcibile non può essere automaticamente ridotta per effetto della pubblicazione della sentenza su un quotidiano, costituendo tale misura, oggetto di un potere discrezionale del giudice, una sanzione autonoma che, grazie alla conoscenza da parte della collettività della reintegrazione del diritto offeso, assolve ad una funzione riparatoria in via preventiva rispetto all'ulteriore propagazione degli effetti dannosi dell'illecito, diversamente dal risarcimento del danno per equivalente che mira al ristoro di un pregiudizio già verificatosi.

Cass. civ. n. 24221/2015

L'illecito utilizzo della immagine altrui, ai sensi dell'art. 10 c.c., si configura quando la sua divulgazione, in fotografia o in filmati pubblici, non trovi ragione in finalità di informazione, ma nello sfruttamento - in difetto di consenso dell'interessato - commerciale o pubblicitario, a tal fine richiedendosi che il personaggio appaia come involontario "testimonial" del prodotto reclamizzato o che, comunque, il pubblico lo associ ad esso, reputando che costui ne condivida la propaganda o la commercializzazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito, che aveva escluso l'utilizzo abusivo della immagine di una giornalista televisiva, della quale, per corroborare l'interesse dedicato da stampa e televisione al prodotto pubblicizzato, era stato trasmesso uno spezzone del telegiornale nazionale dalla medesima condotto, in cui ella riferiva la circostanza della avvenuta commercializzazione di quel prodotto - un dispositivo in grado di rivelare agli automobilisti la presenza di "autovelox" lungo la sede stradale - e i dubbi circa la conformità a legge dello stesso).

Cass. civ. n. 15360/2015

La presenza delle condizioni legittimanti l'esercizio del diritto di cronaca non implica, di per sé, la legittimità della pubblicazione o diffusione anche dell'immagine delle persone coinvolte, la cui liceità è subordinata, oltre che al rispetto delle prescrizioni contenute negli artt. 10 c.c., 96 e 97, della l. n. 633 del 1941, nonché dell'art. 137 del d.lgs. n. 196 del 2003 e dell'art. 8 del codice deontologico dei giornalisti, anche alla verifica in concreto della sussistenza di uno specifico ed autonomo interesse pubblico alla conoscenza delle fattezze dei protagonisti della vicenda narrata, nell'ottica della essenzialità di tale divulgazione ai fini della completezza e correttezza della informazione fornita. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, nel caso di un servizio televisivo realizzato mediante riprese occulte e concernente le pratiche ingannevoli perpetrate nel settore delle offerte di lavoro, aveva completamente pretermesso ogni accertamento di uno specifico interesse alla conoscenza dell'immagine del soggetto coinvolto, erroneamente presunto una volta ritenuto quello inerente alla divulgazione della notizia).

Cass. civ. n. 24110/2013

In tema di autorizzazione dell'interessato alla pubblicazione della propria immagine, le ipotesi previste dall'art. 97, secondo comma, della legge 22 aprile 1941, n. 633, ricorrendo le quali l'immagine può essere riprodotta senza il consenso della persona ritratta, sono giustificate dall'interesse pubblico all'informazione, determinando una pretesa risarcitoria solo se da tale evento derivi pregiudizio all'onore o al decoro della medesima. Ne consegue che la persona colta da una ripresa televisiva (poi mandata in onda), senza il suo consenso, in una stazione ferroviaria ed in mezzo ad una folla anonima di passeggeri, tra cui anche numerosi partecipanti alla manifestazione nota come "gay pride", avvenimento di interesse pubblico, non ha diritto al risarcimento non essendo comunque configurabile un danno in quanto, in relazione al contesto, la possibilità di essere individuato costituisce "un rischio della vita" che non ci si può esimere all'accettare.

Cass. civ. n. 11353/2010

L'illecita pubblicazione dell'immagine altrui obbliga al risarcimento anche dei danni patrimoniali, che consistono nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della predetta pubblicazione e di cui abbia fornito la prova. In ogni caso, qualora - come accade soprattutto se il soggetto leso non è persona nota - non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa può far valere (conformemente ad un principio recepito dall'art. 128 della legge 22 aprile 1941, n. 633, novellato dal d.l.vo 16 marzo 2006, n. 140, non applicabile alla specie "ratione temporis") il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione, determinandosi tale importo in via equitativa, avuto riguardo al vantaggio economico presumibilmente conseguito dell'autore dell'illecita pubblicazione in relazione alla diffusione del mezzo sul quale la pubblicazione è avvenuta, alle finalità perseguite e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione.

Cass. civ. n. 12433/2008

L'illecita pubblicazione dell'immagine altrui obbliga al risarcimento anche dei danni patrimoniali, che consistono nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della predetta pubblicazione e di cui abbia fornito la prova. In ogni caso, qualora non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa può far valere il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione, determinandosi tale importo in via equitativa, avuto riguardo al vantaggio economico conseguito dell'autore dell'illecita pubblicazione e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione, tenendo conto, in particolare, dei criteri enunciati dall'art. 128, comma secondo, della legge n. 633 del 1941 sulla protezione del diritto di autore.

L'illecita pubblicazione dell'immagine altrui obbliga l'autore al risarcimento dei danni non patrimoniali sia ai sensi dell'art. 10 c.c., sia in virtù dell'art. 29 della legge n. 675 del 1996, ove la fattispecie configuri anche violazione del diritto alla riservatezza, nonché per effetto della protezione costituzionale dei diritti inviolabili della persona, come previsto dall'art. 2 della Costituzione, che, di per sé, integra una ipotesi legale (al suo massimo livello di espressione) di risarcibilità dei danni ai sensi dell'ari. 2059 c.c.

Cass. civ. n. 19069/2006

In virtù della disposizione di cui all'art. 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York il 20 novembre 1989 (e ratificata dallo Stato italiano con la legge 27 maggio 1991, n. 176), alla stregua della quale è sancito che nessun fanciullo può essere oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione, con il riconoscimento del suo diritto alla protezione della legge contro tali interferenze od affronti, nonché della correlata previsione — contenuta nell'art. 3 della stessa Convenzione — secondo la quale in tutte le decisioni relative ai fanciulli emanate (anche) dall'autorità giudiziaria «l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente» risulta conseguente ritenere che il diritto alla riservatezza del minore deve essere, nel bilanciamento degli opposti valori costituzionali (diritto di cronaca e diritto alla privacy) considerato assolutamente preminente, laddove si riscontri che non ricorra l'utilità sociale della notizia e, quindi, con l'unico limite del pubblico interesse. (Nella specie, la S.C., richiamata tale specifica normativa, il cui riferimento era stato completamente omesso nell'impugnata sentenza, ha cassato con rinvio la sentenza stessa, con la quale era stata rigettata la domanda di risarcimento danni proposta dalla madre di un fanciullo in conseguenza della riproduzione su una rivista settimanale del figlio minore — ritratto senza particolari cautele per renderlo non riconoscibile — vicino ad una famosa attrice in topless nel mentre trovavasi su una spiaggia in un atteggiamento di lotta scherzosa con il padre del bambino, all'epoca ancora non separato legalmente dalla madre, sul presupposto che, dal contesto del servizio, relativo a fatti svoltisi in pubblico, non potesse derivare alcun pregiudizio alla riservatezza, nonché al decoro e alla reputazione per il minore — indicato, nel relativo articolo, come un parente dell'uomo — e per la di lui madre).

Cass. civ. n. 11491/2006

Il consenso all'utilizzazione commerciale della propria immagine a norma dell'art. 96 della legge 22 aprile 1941, n. 633, può anche essere tacito.

Cass. civ. n. 22513/2004

Chiunque pubblichi abusivamente il ritratto di una persona notoria, per finalità commerciali, è tenuto al risarcimento del danno, la cui liquidazione deve essere effettuata tenendo conto anzitutto delle ragioni della notorietà, specialmente se questa è connessa all'attività artistica del soggetto leso, alla quale si collega normalmente lo sfruttamento esclusivo dell'immagine stessa; pertanto l'abusiva pubblicazione, quando comporta la perdita, da parte del titolare del diritto, della facoltà di offrire al mercato l'uso del proprio ritratto, dà luogo al corrispondente pregiudizio. Tale pregiudizio non è, poi, escluso dall'eventuale rifiuto del soggetto leso di consentire a chicchessia la pubblicazione degli specifici ritratti abusivamente utilizzati (nella fattispecie si trattava di foto di scena di un'opera cinematografica), atteso che, per un verso, detto rifiuto non può essere equiparato ad una sorta di abbandono del diritto, con conseguente caduta in pubblico dominio, in quanto nella gestione del diritto alla propria immagine ben si colloca la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinati ritratti, senza che ciò comporti alcun effetto ablativo, e, per altro verso, la stessa gestione può comportare la scelta di non sfruttare un determinato ritratto, perché lo sfruttamento può risultare lesivo, in prospettiva, del bene protetto; con la conseguenza che lo sfruttamento abusivo del ritratto, in quanto frustrante della predetta strategia generale che solo al titolare del diritto spetta di adottare, può risultare fonte di pregiudizio — ben più grave di quello corrispondente al valore commerciale della specifica attività abusiva il cui risarcimento ben può essere effettuato in termini di perdita della reputazione professionale, ove questa sia stata allegata in giudizio, da valutarsi caso per caso dal giudice di merito nei limiti della ricchezza non conseguita dal danneggiato, ovvero anche con il ricorso al criterio di cui all'art. 1226 c.c.

Cass. civ. n. 3014/2004

Il consenso alla pubblicazione della propria immagine costituisce un negozio unilaterale, avente ad oggetto non il diritto, personalissimo ed inalienabile, all'immagine, ma soltanto il suo esercizio; dal che deriva che tale consenso, sebbene possa essere occasionalmente inserito in un contratto, da esso resta tuttavia distinto ed autonomo (ciò che rileva anche ai fini della sua revocabilità, quale che sia il termine eventualmente indicato per la pubblicazione consentita), e che la pattuizione del compenso non costituisce un elemento del negozio autorizzativo in questione.

In tema di autorizzazione data dall'interessato alla pubblicazione della propria immagine, è da escludere che l'autonomia privata abbia un'estensione diversa a seconda della forma, espressa o tacita, prescelta per la manifestazione del consenso: là dove vi siano, i limiti non condizionano la validità, ma circoscrivono l'efficacia del consenso, espresso o tacito, alla pubblicazione, la quale deve essere contenuta nei limiti di tempo, di luogo e per lo scopo e secondo le forme previsti all'atto del consenso, se questo è espresso, o determinabili attraverso l'interpretazione del comportamento della persona ritratta, se il consenso è tacito.

Cass. civ. n. 5175/1997

Il diritto del fotografo di esporre, riprodurre o cedere a terzi un ritratto di una persona, dipende dal consenso di questa (art. 96 legge 22 aprile 1941 n. 633, salva l'ipotesi prevista dal successivo art. 97, primo comma, se sussistono i preminenti interessi pubblici ivi contemplati), anche implicito — come nel caso di persona nota nel settore cinematografico, che si sottopone ad un servizio eseguito gratuitamente da un'agenzia fotografica, e perciò destinato, presuntivamente, a realizzare il reciproco interesse alla diffusione — da accertare, per l'esistenza e per i limiti — soggettivi (a favore di chi) ed oggettivi (modalità e fini della diffusione) — dal giudice del merito, incensurabilmente, in sede di legittimità, se la motivazione è congrua.

Cass. civ. n. 4785/1991

La divulgazione del ritratto di una persona notoria è lecita, ai sensi dell'art. 97 della legge sul diritto di autore, solo se risponde ad esigenze di pubblica informazione e cioè allo scopo di far conoscere al pubblico le fattezze della persona in questione e di documentare visivamente le notizie che, relativamente ad essa, vengano diffuse; mentre, ove detta divulgazione avvenga per fini diversi, come quello pubblicitario, la mancanza di autorizzazione da parte dell'interessato rende illecito tale comportamento, obbligando l'autore al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., come in ogni altra ipotesi di non autorizzata utilizzazione di un bene altrui. Ai detti fini risarcitori, rileva la notorietà della persona, nel senso che ove questa sia in condizione di trarre vantaggi patrimoniali proprio consentendo a terzi l'uso della sua immagine a scopo pubblicitario, l'illegittima divulgazione operata da altri le cagiona una perdita economica consistente nel non potere più offrire l'uso del proprio ritratto per tale scopo, relativamente a prodotti o servizi analoghi, o nella difficoltà alla migliore commercializzazione della sua immagine con riferimento a prodotti o servizi del tutto diversi.

Cass. civ. n. 1763/1986

La tutela del diritto alla reputazione che, nell'ampia previsione normativa degli artt. 10 cod. civ. e 96 L. 22 aprile 1941, n. 633, comprende quella del decoro della persona, può essere fatta valere per inibire la reiterata riproduzione di immagini od atteggiamenti del singolo, non strumentali ad esigenze di pubblica conoscenza, i quali pur se collegati a caratteristiche diffuse nel costume sociale e normalmente valutate con simpatia, implichino aspetti di risibilità ovvero comportamenti sociali non sempre positivamente considerati. L'art. 97 primo comma della L. 22 aprile 1941, n. 633, sulla protezione del diritto di autore, il quale consente la riproduzione dell'immagine, senza il consenso del ritrattato, ove sia collegata a fatti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico, trova applicazione non solo quando la divulgazione dell'immagine medesima si verifichi in sede di cronaca dei predetti avvenimenti, ma anche quando derivi da una successiva rievocazione di essi, purché, in entrambi i casi, vi sia, come situazione giustificatrice, un'esigenza d'informazione socialmente apprezzabile. Pertanto, con riguardo alla ripresa dell'immagine di un tifoso durante una partita di calcio, la suddetta norma ne autorizza la divulgazione con la cronaca dell'evento agonistico, ovvero anche con la riproduzione a distanza di tempo dell'evento stesso, al fine di soddisfare il persistente interesse del pubblico a rivedere quell'incontro, ma non può giustificare un'utilizzazione che venga effettuata per scopi diversi e senza alcun collegamento con l'accadimento nel corso del quale è stata fissata (nella specie, in quanto la ripresa di uno spettatore, colto in un atteggiamento idoneo a simboleggiare il «tifoso sofferente», era stata inserita nella sigla di una trasmissione televisiva).

Cass. civ. n. 1557/1978

L'esposizione o pubblicazione dell'immagine altrui è abusiva, ai sensi ed agli effetti degli artt. 10 c.c., 96 e 97 della L. 22 aprile 1941, n. 633 sul diritto d'autore, non soltanto quando avvenga senza il consenso della persona, o senza il concorso delle altre circostanze espressamente previste come idonee ad escludere la tutela del diritto alla riservatezza, ma anche quando, pur ricorrendo quel concorso o quelle circostanze, sia tale da arrecare pregiudizio all'onore, alla reputazione, al decoro della persona medesima. Pertanto, la trasmissione televisiva di una ripresa filmata, che sia stata effettuata con il consenso alla diffusione dell'interessato, od in una delle indicate situazioni in cui viene meno il diritto alla riservatezza (nella specie, intervista di un procuratore legale effettuata dalla Rai e ripresa del medesimo nel corso di un'udienza pubblica), può rientrare nel divieto di cui alle citate norme e deve essere considerata abusiva qualora risulti in concreto attuata con strumenti e modalità tali da ledere la dignità della persona nel senso specificato, in quanto l'intervista e la ripresa filmata, attraverso sapiente montaggio e suggestiva combinazione del commento parlato e musicale, espongano l'intervistato al biasimo e riprovazione del pubblico. I diritti di opinione, di critica e di cronaca, che sono aspetti della libertà di manifestazione del pensiero, assicurate dall'art. 21 della Costituzione, oltre i limiti interni del rispetto della verità, all'aderenza al fatto riferito, dell'interesse sociale all'informazione e del buon costume, trovano ulteriore limite nella tutela dei diritti inviolabili dell'individuo, garantita dai fondamentali e prevalenti precetti di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione, e, pertanto, il loro concreto esercizio non può avvalersi di strumenti e modalità tali da comportare lesione dell'altrui onore e reputazione, dovendo l'informazione essere resa in forma corretta e non ingiuriosa nonché con una valutazione serena e non tendenziosa.

Cass. civ. n. 2129/1975

Il generale divieto di divulgazione del ritratto di una persona, senza il suo consenso, può essere derogato solo quando la notorietà della persona effigiata spieghi o giustifichi un effettivo pubblico interesse ad una maggiore conoscenza di quella persona e ad una più completa informazione, sempre che non ne derivi pregiudizio all'onore, alla reputazione o al decoro della persona stessa. Ne consegue che il limite connaturato al pubblico interesse di soddisfare l'esigenza di informazione nei suoi vari aspetti consente pur sempre di invocare la tutela del diritto all'immagine quando questa sia utilizzata - senza offesa all'onore, alla reputazione o al decoro - per un fine, esclusivo o fortemente preminente, di mero lucro, in quanto né il diritto alla libera manifestazione del pensiero, né il principio di libertà della iniziativa economica possono giustificare l'utilizzazione della immagine altrui per scopi prettamente commerciali. Costituisce manifestazione del pensiero la pubblicazione sulla stampa dell'immagine di una persona, assurta a notorietà, nell'atto di compiere un'azione, tanto più se la pubblicazione sia corredata da titoli e didascalie. Pertanto, quando l'immagine sia stata già stampata, essa non può essere sequestrata, nemmeno nel caso che essa sia stata acquistata e divulgata in contrasto con altre norme, anche se di natura costituzionale, poiché il sequestro della stampa periodica è ammesso solo in due ipotesi, la prima delle quali esige la concorrenza di due requisiti: che si tratti di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi. Il giudice della convalida del sequestro deve tener conto non solo della sussistenza o meno delle condizioni che legittimavano l'autorizzazione del provvedimento cautelare al momento in cui questo è stato chiesto e concesso, ma deve anche evitare che il sequestro persista ingiustamente, accertando se dette condizioni sussistano o meno anche al momento della convalida. L'art. 700 c.p.c., se può consentire l'emanazione di provvedimenti cautelari atipici intesi a far cessare temporaneamente o a contenere il pregiudizio che deriva a terzi da una pubblicazione a stampa, non può, tuttavia, costituire la fonte del potere di concedere un provvedimento di sequestro della stampa vietato da altra norma dell'ordinamento giuridico e, in particolare, dall'art. 21 Cost., che lo consente solo con l'osservanza di limiti rigorosi. Pertanto il giudice, nel disporre la cessazione dell'abuso dell'immagine altrui a norma dell'art. 10 c.c., può ordinare con provvedimento d'urgenza il sequestro del materiale lesivo solo quando si tratti di materiale che, pur essendo destinato alla pubblicazione, non sia stato ancora stampato, poiché, diversamente, il provvedimento cautelare inciderebbe su una riproduzione a stampa che costituisce già una manifestazione attuale e concreta dell'esercizio del diritto di libertà tutelato dall'art. 21 Cost.

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Consulenze legali
relative all'articolo 10 Codice Civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Michele M. chiede
martedì 02/03/2021 - Lombardia
“Buongiorno,

vorrei iniziare un'attività consistente nel fotografare persone mentre esercitano i loro sport o attività ricreative per poi proporgli la fotografia che li ritrae tramite un sito internet.

Vorrei distinguere due ambiti : il primo è la pratica spontanea non sotto forma di gara o manifestazione di alcun tipo e l'altra invece, la partecipazione a gare (anche amatoriali) o eventi organizzati da associazioni.

Del primo ambito, un esempio già esistente è Fotostelvio.com : alcuni fotografi ritraggono le persone che salgono la strada verso il passo ed espongono uno striscione che avvisa i soggetti della possibilità di acquistare una fotografia di loro stessi impegnati nella salita richiedendola sul loro sito. Posizionandosi sul sito, si possono vedere tutte le foto che sono state scattate, non solo le proprie ma anche quelle di soggetti sconosciuti ed è questa possibilità di vedere anche altri che vi sto chiedendo se sia legale.

In pratica, anche io vorrei, posizionarmi in modo da poter fotografare persone impegnate ad esempio a fare roccia, esponendo uno striscione con i riferimenti del sito su cui poter acquistare la foto di loro stessi mentre si arrampicano ma non posso preventivamente intercettare ogni persona, chiederne i dati e fargli firmare una liberatoria, magari con fotocopia del documento. Potrebbe essere sufficiente "pixelare" il volto del soggetto in fotografia sul sito ? Dovrei sincerarmi dell'identità dello stesso prima di rilasciarli la foto ?

Nell'ambito delle gare/manifestazioni organizzate (quindi con un'iscrizione ad una associazione) è indispensabile una liberatoria contenuta nella domanda di iscrizione ?

Grazie”
Consulenza legale i 08/03/2021
Il quesito prospettato merita di essere analizzato con ordine e rigore metodologico, riguardando molteplici discipline quali quella del codice civile, la normativa sul diritto d’autore (d’ora in poi l.d.a.) e la disciplina in materia di tutela dei dati personali.
E’ possibile ricondurre il caso in esame nell’ambito della c.d. street photography, che è evoluta notevolmente nel corso dei decenni.
Anzitutto occorre esaminare l’art. 10 del codice civile, che ha una portata generale, tutelando tutte quelle situazioni in cui il soggetto interessato è presente nell’immagine fotografica, non solo come soggetto attivo del ritratto ma anche quando assume un ruolo secondario, comparendo nello sfondo.
In base alla disciplina codicistica l’interessato, i genitori, il coniuge o i figli possono opporsi all’esposizione o pubblicazione dell’immagine qualora l’attività di fotografia sia svolta al di fuori delle ipotesi consentite dalla legge oppure sia effettuata arrecando pregiudizio al decoro o alla reputazione dell’interessato. In quest’ultima ipotesi è prevista altresì la facoltà di richiedere all’Autorità giudiziaria competente il risarcimento del danno subito.
Viene poi in rilievo l’art. 96 l.d.a., che richiede il consenso del soggetto fotografato qualora si intenda esporre, riprodurre o mettere in commercio il ritratto dello stesso. In tal senso occorre precisare che la nozione di messa in commercio può apparire generica ed omnicomprensiva, potendo essere ricondotta alla vendita del prodotto fotografico per scopi di commercializzazione o promozione della propria attività.
Un’eccezione viene posta dal successivo art. 97, che stabilisce come si possa derogare nel richiedere il consenso dell’interessato qualora la riproduzione dell’immagine sia giustificata a) dalla notorietà o dall’ufficio pubblico ricoperto; b) da necessità di giustizia e di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali oppure c) quando la riproduzione sia collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico e svoltisi in pubblico.
Dal punto di vista della disciplina in materia di trattamento dei dati personali, l’immagine fotografica di una persona è anche un dato personale.
In tal senso il fotografo è tenuto a fornire, oltre alla richiesta di consenso ex art. 96 l.d.a., anche l’informativa privacy ai sensi dell’art. 13 Reg. UE 679/2016 e raccogliere il relativo consenso.
Si precisa che si tratta di due consensi differenti.
Mentre il primo, voluto dalla l.d.a., riferendosi all’utilizzo commerciale del prodotto fotografico e non alla fase di scatto, può essere richiesto anche in un momento successivo, la normativa privacy impone di rendere l’informativa medesima e richiedere il consenso prima della fase dello scatto, prima dell’inizio del trattamento dei dati.
È bene precisare che il General Data Protection Regulation (c.d. GDPR) offre anche la possibilità di rendere la medesima informativa in forma orale, sebbene tale eventualità ponga una serie di problematiche quali quali la corretta ed adeguata identificazione dell’interessato, da effettuarsi con mezzi idonei. Un’informativa resa per iscritto con supporto cartaceo o digitale costituisce prova obiettiva dell’assolvimento dell’obbligo da parte del Titolare del trattamento.
L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha più volte precisato che l’informativa possa essere realizzata, a fronte di circostanze particolari, anche mediante cartelli raffiguranti icone o immagini che rimandino al trattamento dei dati personali (c.d. informativa breve). Anche in questo caso sarebbe comunque opportuno che la stessa rimandi ad un’informativa più estesa resa per iscritto.
Venendo poi ai quesiti posti.
L’utilizzo di un sito internet è frequente nell’esercizio dell’attività fotografica: in questo senso deve essere utilizzato non solo come bacheca dove pubblicizzare i propri scatti ma deve anche essere corredato dai riferimenti sulla normativa in tema di diritti d’autore e riguardanti la disciplina privacy da applicare nel caso di specie.
Occorre verificare se, in sede di esercizio dell’attività, vengano adempiute le prescrizioni per l’effettuazione dello scatto fotografico e per l’utilizzo commerciale dello stesso.
Inoltre, “pixelare” il volto dei soggetti fotografati è una buona prassi in quanto non li rende riconoscibili e ne viene tutelata la riservatezza. Tale modalità è simile a quella utilizzata anche da alcune agenzie di viaggio che, nel voler pubblicizzare specifiche destinazioni turistiche molto affollate, offuscano i volti dei soggetti eventualmente coinvolti negli scatti pubblicitari. Tali soggetti sono visibili ma assolutamente non riconoscibili.
Quanto alla terza domanda: non è necessario tanto sincerarsi dell’identità del soggetto a cui si vende o si rilascia la foto, bensì raccogliere il consenso previsto dall’art. 96 l.d.a. (salvo le deroghe di cui al successivo art. 97).
Rispondendo all'ultima domanda, possiamo dividere le foto all’interno di manifestazioni organizzate in luogo pubblico dalle foto a soggetti che praticano attività ludico-motoria al di fuori di competizioni sportive o simili (riprendendo la divisione prospettata nel quesito).
L’esercizio dell’attività fotografica all’interno di manifestazioni organizzate è più agevole in quanto si possono inserire gli adempimenti sulla l.d.a. ed in materia di trattamento dei dati personali all’interno della modulistica da fornire in sede d’iscrizione.
Tuttavia, più che fare riferimento ad una “liberatoria” (termine ad avviso di chi scrive poco convincente quanto all’efficacia sul piano giuridico), è opportuno inserire in modo più specifico due sezioni nella modulistica d’iscrizione.
La prima è dedicata all’informativa privacy, che deve essere adeguata e proporzionata alla tipologia di trattamento che si andrà ad effettuare oltre alla raccolta del consenso privacy dell’interessato.
Sul punto, segnaliamo che parte della dottrina ritiene che in occasioni come queste (assimilabili a eventi pubblici) l’interessato debba solo essere debitamente informato con l’apposita informativa, con le modalità di cui sopra, mentre non vi sarebbe la necessità di richiedere il consenso al trattamento dei dati poiché la base giuridica potrebbe essere individuata nel legittimo interesse del fotografo (art. 6, lett. f) G.D.P.R.).
Invece la seconda sezione può essere dedicata alla raccolta del consenso per la finalità di cui all’art. 96 l.d.a.: peraltro nell’ipotesi manifestazioni sportive pubbliche si rientrerebbe nell’ipotesi c) dell’art. 97 l.d.a., non essendo necessario il consenso dei soggetti fotografati per l’utilizzo commerciale delle fotografie.
Più complesso è l’esempio del fotografo che esegue foto di soggetti che praticano attività ludico-motoria al di fuori di eventi organizzati o manifestazioni sportive pubbliche: egli deve fornire l’informativa sul trattamento dei dati personali e raccogliere il consenso al trattamento medesimo, oltre al consenso ex art. 96 l.d.a. (salvo le eccezioni di cui all'art. 97).
Non emerge chiaramente dal quesito ma merita un breve cenno finale l’ipotesi in cui il soggetto fotografato sia un elemento secondario della fotografia.
Il caso in esame è quello in cui venga fotografato un contesto più generalizzato (un paesaggio, un tramonto, un corteo, un evento organizzato) in cui rientrano persone (che svolgono attività ludico-motoria) come elementi secondari, anche se riconoscibili. Qui il dato rilevante è proprio sulla secondarietà del soggetto coinvolto che non è più il protagonista della fotografia.
Fuoriusciamo dall’ambito del ritratto e non opera la disciplina sul diritto d’autore. In ipotesi come quest’ultima è applicabile solo la disciplina in materia di privacy con le prescrizioni di cui sopra.
Il protagonista è il paesaggio, l’evento, la manifestazione organizzata e le persone che compaiono nella fotografia fungono da “cornice” alla stessa.
È opportuno ricordare che si tratta di casi da analizzare in modo approfondito, con particolare attenzione alla finalità che il fotografo si pone di volta in volta.
Un buon suggerimento, tornando a quanto detto in precedenza, è quello di offuscare i volti delle persone che compaiono sullo sfondo in modo da renderle visibili ma non riconoscibili a terzi, tutelando la riservatezza delle stesse.
Un ultimo aspetto merita la fotografia del soggetto minorenne: qualora vi sia la possibilità che all’interno della fotografia rientrino anche soggetti minori di 18 anni è necessario prestare la massima attenzione. In questo caso il riferimento principale sul piano giuridico per le prescrizioni esposte in precedenza sono i genitori che esercitano congiuntamente la responsabilità genitoriale.

R. R. chiede
sabato 09/01/2021 - Marche
“In occasione di un corso aziendale in conference call è stato proiettato sulla pagina iniziale di tutte le postazioni collegate, e riproposto a successivi intervalli durante le pause, un mosaico fotografico relativo ai partecipanti che comprendeva anche il sottoscritto. Nei giorni successivi è stata recapitata ad ogni partecipante, in tutto una ventina, una foto di detto mosaico fotografico con tutti i partecipanti, autografata dal direttore generale della società. Premetto non ho dato autorizzazione all'utilizzo della mia immagine per nessuna finalità alla società per la quale lavoro (esiste esplicito e formale diniego in tal senso) e preciso che la mia immagine, che non è presente nel formato singolo negli archivi societari in quanto ho sempre rifiutato di essere fotografato con tali modalità, è stata ritagliata da altra immagine di un folto gruppo nel quale ero presente risalente a un tempo anteriore. Chiedo di conoscere se siffatto comportamento della società rappresenti violazione della normativa relativa alla privacy e, in caso affermativo, se sussistano i presupposti per chiedere un risarcimento per danni ed in quale misura; cortesemente chiedo di conoscere gli articoli normativi di riferimento. Grazie e cordiali saluti.”
Consulenza legale i 18/01/2021
La diffusione di immagini altrui non autorizzata integra innanzitutto un illecito civile e, in particolare, la violazione del cosiddetto diritto all’immagine, da cui discende il divieto di pubblicazione delle fotografie.
Il diritto all’immagine è tutelato dalle seguenti norme:
  • l’art. 10 c.c., sull’abuso di immagine altrui: “Qualora l'immagine di una persona… sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui… è dalla legge consentita, …l'autorità giudiziaria, su richiesta dell'interessato, può disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni” ;
  • l’art. 96 della legge sul diritto d’autore n. 633/1941 (divieto di esporre il ritratto di una persona): “Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salve le disposizioni dell'articolo seguente (n.d.r. notorietà, giustizia, avvenimenti pubblici, ecc…)”;
  • l’art. 4 n.1 Regolamento Ue 2016/679 (il c.d. GDPR): “è «dato personale» … qualsiasi informazione…dell’interessato…riguardante uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica”;
  • l’art. 6 del GDPR che stabilisce la necessità del consenso per trattare dati personali.
Per quanto riguarda la normativa privacy, vi è tuttavia da precisare che il Considerando n.51 GDPR – Fotografie… stabilisce che “rientrano nella definizione di dati biometrici… (dunque con trattamento soggetto a consenso, n.d.r.) soltanto quando trattate attraverso un dispositivo tecnico specifico che consente l’identificazione univoca o l’autenticazione di una persona fisica”.

Tuttavia, secondo l’Articolo 88 GDPR 2016/679 “Gli Stati membri possono prevedere…norme più specifiche …con riguardo al trattamento dei dati personali dei dipendenti nell'ambito dei rapporti di lavoro, in particolare per finalità di…sicurezza…, e protezione della proprietà del datore di lavoro”.

Stanti i diritti della personalità ed autoriali sanciti dagli artt. 10 c.c. e 96 Legge sul diritto d’autore, la riproduzione, pubblicazione, diffusione e utilizzazione commerciale dell’immagine del dipendente (pur rispettando la normativa privacy) è sempre vietata.

Il consenso a farsi ritrarre per uno specifico scopo (ad es. Facebook aziendale, Intranet aziendale) non estende automaticamente l’autorizzazione ad altre forme di divulgazione del ritratto. L’autorizzazione alla diffusione dell’immagine del dipendente è limitata al solo uso prevedibile dall’interessato.

Così il vademecum 15.05.2015 del Garante Privacy stabilisce che: «In ambito di lavoro privato per pubblicare informazioni personali (foto, curricula) nella intranet aziendale e, a maggior ragione in internet, occorre il consenso dell’interessato».

Nel caso di specie, il datore di lavoro avrebbe dovuto far sottoscrivere una liberatoria mirata e specifica per l’iniziativa. Inoltre, avrebbe dovuto far sottoscrivere un separato consenso (nonché informativa) nel
rispetto della normativa privacy.
Sotto il profilo civilistico, è possibile presentare un ricorso in via d’urgenza al tribunale per ottenere un ordine di immediata rimozione dell’immagine. La sentenza può anche fissare una penale per ogni giorno di ritardo nella rimozione delle fotografie. Stante il lungo periodo di tempo trascorso, tuttavia, mancherebbe il requisito dell’urgenza.

È poi possibile ottenere il risarcimento del danno eventualmente patito. In questo caso, tuttavia, si dovrebbe dimostrare il danno e la sua entità.

Ai sensi dell’art. 2947 c.c. “Il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato”.

In caso di violazione della propria privacy è possibile rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali.

Prima di presentare ricorso al garante, tuttavia, è necessario inoltrare un’istanza scritta a chi detiene, per qualsiasi motivo, i tuoi dati personali. Nell’istanza occorre spiegare le ragioni per cui si considera il trattamento illegittimo. Solo in caso di mancato riscontro (che di regola deve essere dato entro 15 giorni dal ricevimento dell’istanza oppure entro 30 giorni nel caso di istanza particolarmente complessa) o di riscontro insoddisfacente, allora si potrà ricorrere al Garante Privacy.
Il ricorso deve contenere:
  • l’esposizione del fatto;
  • le disposizioni violate;
  • i dati del titolare, del responsabile e del richiedente.
Il Garante potrà rigettare il ricorso oppure accoglierlo. In caso positivo, ordinerà al responsabile della violazione la cessazione della condotta illecita e l’adozione di tutte le misure necessarie per tutelare i diritti dell’interessato.
Ci sono altri due strumenti per denunciare la violazione della propria privacy: il reclamo e la segnalazione.
Con il reclamo si avvia un procedimento amministrativo, durante il quale ci sarà un’istruttoria con eventuale audizione degli interessati. Al termine del procedimento, il Garante potrà ordinare la cessazione del comportamento illegittimo o la predisposizione di misure idonee ad evitare ulteriori illeciti.
Per quanto riguarda, invece la segnalazione, con tale rimedio si denuncia al Garante una presunta violazione, fornendo solamente gli elementi di cui si è in possesso.

La violazione della privacy è, infine, rilevante anche sotto il profilo penale: il soggetto ritratto, che non ha prestato consenso alla pubblicazione del proprio volto su internet, può difendersi presentando una querela dinanzi alla polizia postale al fine di contestare il reato di illecito trattamento dei dati altrui. Il processo penale viene intentato su iniziativa della Procura della Repubblica, mentre alla vittima è concesso costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento del danno.


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