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Articolo 460

Codice Civile

Poteri del chiamato prima dell'accettazione

Dispositivo dell'art. 460 Codice Civile

Il chiamato all'eredità (1) può (2) esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, senza bisogno di materiale apprensione (3).
Egli inoltre può (2) compiere atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, e può farsi autorizzare dall'autorità giudiziaria a vendere i beni che non si possono conservare o la cui conservazione importa grave dispendio (4).
Non può il chiamato compiere gli atti indicati nei commi precedenti, quando si è provveduto alla nomina di un curatore dell'eredità a norma dell'articolo 528.

Note

(1) Benchè la norma indichi il "chiamato all'eredità", la stessa, in realtà, si riferisce al delato, ossia a colui che può accettare l'eredità ma non lo ha ancora fatto.
(2) Trattasi di una facoltà del chiamato, non di un dovere, che ha ad oggetto l'amministrazione dell'eredità non ancora accettata.
Poichè il chiamato, agisce per tutelare un interesse proprio e non altrui, allo stesso non spetta alcun compenso per l'attività prestata, salvo il rimborso per le spese di amministrazione e di conservazione sostenute, qualora rinunci all'eredità (v. art. 461 del c.c.).
(3) Posto che il chiamato all'eredità, al momento dell'apertura della successione, subentra immediatamente nel possesso giuridico dei beni del defunto, si ritiene che i poteri di cui all'art. 460 c.c. spettino a questo indipendentemente dal fatto che lo stesso abbia o meno il possesso materiale dei beni ereditari.
(4) I poteri attributi dalla norma in commento trovano un limite preciso nel divieto di compiere atti di disposizione. Diversamente per il chiamato si realizzerebbe la decadenza dalla facoltà di rinunciare all'eredità o di accettare con beneficio di inventario. Al chiamato, di conseguenza, sarà consentito compiere esclusivamente gli atti di conservazione, di vigilanza e di amministrazione temporanea.
Qualora il chiamato intenda vendere i beni non conservabili o la cui conservazione sia eccessivamente dispendiosa, sarà necessaria l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria competente (v. artt. 747 e 748 del c.p.c.).

Ratio Legis

Scopo della norma è di evitare che, nel periodo che intercorre tra la delazione dell'eredità e l'accettazione del chiamato, terzi possano impossessarsi e disporre indebitamente dei beni ereditari.

Brocardi

Possessio defuncti quasi iuncta descendit ad heredem
Possessio testatoris ita heredi procedit, si medio tempore a nullo possessa est
Quamdiu hereditas iacet, possessio nullius est

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

226 A gravi dubbi ha dato luogo l'art. 4 del progetto, che riconosceva al chiamato all'eredità la veste di possessore di diritto dei beni del defunto senza bisogno di materiale apprensione. La formula del progetto, che parlava di acquisto, e non di passaggio di diritto, del possesso dei beni del defunto (a differenza di quanto disponeva l'art. 925 del codice del 1865), voleva conciliare il principio dell'acquisto ereditario fondato esclusivamente sull'accettazione con l'esigenza pratica di provvedere alla tutela dei beni del defunto contro eventuali turbative durante il periodo intermedio tra l'apertura della successione e l'accettazione.
La soluzione adottata dal progetto non ha incontrato favore. Si sono in complesso manifestate due tendenze, l'una favorevole a sostituire alla formula del progetto quella dell'art. 925 del codice del 1865, l'altra, che avrebbe voluto dare al chiamato all'eredità la posizione di curatore di diritto nel periodo intermedio, con l'onere di provvedere all'amministrazione e alla conservazione dei beni.
In prevalenza, peraltro, è stato proposto il ritorno alla formula tradizionale dell'art. 925 del codice del 1865, che riconosceva il passaggio di diritto del possesso nell'erede, sostituendo in essa al termine "erede" quello di "chiamato alla eredità".
Il ritorno alla formula del vecchio codice vorrebbe mettere in rilievo che il possesso attribuito dalla legge al chiamato all'eredità non è una situazione autonoma, ma rappresenta la continuazione del possesso del dante causa con le qualifiche che a questo si ricollegano, sia ai fini della tutela possessoria, sia ai fini dell'usucapione. Così si voleva porre in evidenza che la funzione della norma era di permettere l'applicazione del principio disposto nell'art. 693 del detto codice.
Non bisogna però dimenticare che lo scopo pratico dell'art. 4 del progetto, come già dell'art. 925 del codice del 1865, è soltanto di consentire al chiamato, nel periodo intermedio fra la delazione e l'acquisto dell'eredità, la tutela possessoria dei beni ereditari svincolata dai presupposti che la legge normalmente richiede. Tale scopo pratico diverge da quello perseguito dall'art. 693, nel quale si disponeva la continuazione di diritto del possesso, ma per l'ipotesi in cui il chiamato avesse già acquistato la qualità di erede.
Ora, per raggiungere l'effetto pratico di accordare al chiamato la facoltà autonoma di esperire le azioni possessorie, non vi è alcun bisogno di ricorrere alla finzione di una trasmissione frazionaria e anticipata del possesso, ultimo residuo del sistema della saisine, abbandonato consapevolmente dal nuovo codice. Basta che la legge autorizzi il chiamato all'eredita a difendere con i rimedi possessori, svincolati da tutti i loro presupposti, i beni che fanno parte, a qualsiasi titolo, del patrimonio ereditario in relazione a eventuali lesioni che possano verificarsi.
Per questi beni non sorge affatto la necessità di qualificare la specie di possesso del chiamato, nè di considerare questo come un possessore fittizio, nè tanto meno di considerarlo come un continuatore del possesso del dante causa, perché la legge attribuisce al chiamato la facoltà di reagire contro eventuali spogli e turbative, avvenuti dopo l'apertura della successione, indipendentemente da una relazione possessoria coi beni e solo come effetto provvisorio e anticipato della tutela più ampia che gli spetterà quando, accettata l'eredità, subentrerà rispetto ai singoli beni nella situazione giuridica, e quindi eventualmente anche nella situazione possessoria, in cui si trovava il de cuius.
Rispetto poi agli effetti della continuazione del possesso, basata sul presupposto che nel de cuius vi era solo il possesso e non il diritto corrispondente, e che il chiamato abbia accettato, non è la disposizione in esame che provvede, ma l'art. 1146.
Non è quindi il caso di mutare il principio informatore della disciplina proposta nel progetto; ma mi sono preoccupato di realizzarne più compiutamente il contenuto, precisando la natura e i limiti dei poteri del chiamato all'eredità per la tutela dei beni del defunto.
Senza giungere ad affermare che il chiamato assume la figura e la qualità di un curatore di diritto — precisazione che è preferibile lasciare alla dottrina — ho accolto il suggerimento di coordinare più strettamente l'articolo stesso con l'art. 20 e con l'art. 31 del progetto, riflettenti, rispettivamente, gli atti conservativi dell'eredità che non importano accettazione della stessa, e la posizione del chiamato che sia nel possesso dei beni ereditari.
Pertanto ho formulato l'art. 460 del c.c., distribuendone il contenuto in tre commi. Nel primo ho enunziato íl principio che il chiamato, anche senza bisogno di materiale apprensione dei beni ereditari, può, per la tutela degli stessi, esercitare le azioni possessorie.
Viene così affermato l'effetto pratico che si vuol raggiungere senza enunziare che egli ha il cosiddetto o possesso di diritto o, e senza quindi voler ricollegare tale effetto a un possesso fittizio.
Nel secondo comma ho stabilito che il chiamato all'eredità può compiere atti conservativi, di vigilanza e temporanea amministrazione, e cioè quegli atti che nel progetto sono previsti nell'art. 20 e che non importano accettazione di eredità.
Infine nell'ultimo comma ho negato al chiamato ogni potere nel caso in cui venga nominato un curatore dell'eredità giacente.
227 Avendo delineato compiutamente nell'art. 460 del c.c. i poteri attribuiti al chiamato per la conservazione del patrimonio ereditario, sarebbe stato necessario limitare il contenuto del primo comma dell'art. 20 del progetto alla semplice enunciazione del concetto che gli atti indicati nell'art. 460 importano accettazione dell'eredità quando in occasione del loro compimento il chiamato abbia consapevolmente assunto il titolo di erede. Ho però considerato che la predetta disposizione costituirebbe un'applicazione del principio sull'accettazione espressa, stabilito nell'art. 18 del progetto, e come tale superflua. Che anzi, omettendola, si raggiunge il vantaggio pratico di lasciar libero il giudice di valutare, caso per caso, se i1 chiamato, assumendo a titolo ereditario nel compimento di un atto conservativo, abbia voluto veramente assumere la qualità di erede e quindi accettare l'eredità. Il secondo comma dell'articolo stesso, che contempla l'autorizzazione alla vendita dei beni deperibili, è stato soppresso perché pleonastico.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 1741/2005

Il chiamato all'eredità subentra al de cuius nel possesso dei beni ereditari senza la necessità di materiale apprensione, come si desume dall'art. 460 c.c. che lo abilita, anche prima dell'accettazione, alla proposizione delle azioni possessorie a tutela degli stessi, così come l'erede, ex art. 1146 c.c., vi succede con effetto dall'apertura della successione. Ne consegue che, nell'uno e nell'altro caso, instauratasi una situazione di compossesso sui beni ereditari, qualora uno dei coeredi (o dei chiamati) impedisca agli altri di partecipare al godimento di un cespite, trattenendone le chiavi e rifiutandone la consegna di una copia, tale comportamento — che manifesta una pretesa possessoria esclusiva sul bene — va considerato atto di spoglio sanzionabile con l'azione di reintegrazione. (Nella specie la Corte Cass. ha cassato la sentenza di merito che, dopo aver erroneamente qualificato come chiamato all'eredità un coerede che aveva trattenuto le chiavi di un immobile rientrante nell'asse ereditario, aveva escluso che tale comportamento, accompagnato dalla pretesa di possesso esclusivo del bene, costituisse violazione del compossesso dei coeredi, qualificandolo come «ritenzione da godimento esclusivo a titolo di comproprietà per effetto del meccanismo successorio» senza considerare che la ritenzione è una forma eccezionale di autotutela insuscettibile di applicazione analogica fuori dalle ipotesi normativamente previste).

Cass. n. 5597/2003

In tema di imposta sulle successioni, la previgente disciplina di cui al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 637 (applicabile ratione temporis), non prevedeva — a differenza di quanto ora dispone l'art. 28, comma quinto, del D.L.vo 31 ottobre 1990, n. 346, per le successioni aperte a partire dall'1 gennaio 1991 — alcun onere a carico del chiamato all'eredità giacente, al fine dell'esonero dall'obbligo della dichiarazione. Pertanto, l'esistenza di una curatela, ai sensi dell'art. 528 c.c., inibiva al chiamato, ex art. 460, terzo comma, del codice medesimo, la presentazione della dichiarazione di successione — da ritenersi atto di natura conservativa —, con conseguente esclusiva legittimazione del curatore al compimento dell'atto medesimo. Ne deriva che, in caso di omessa presentazione della dichiarazione da parte del curatore, è illegittima l'irrogazione della sanzione, prevista dall'art. 50 del citato D.P.R. n. 637 del 1972, a carico del chiamato, soggetto all'epoca non obbligato, in virtù dei principi di legalità e di personalità delle sanzioni amministrative tributarie introdotti dagli artt. 3 e 5 del D.L.vo 18 dicembre 1997, n. 472, ed applicabili ai rapporti non definiti in base alla norma transitoria di cui all'art. 25 del D.L.vo medesimo.

Cass. n. 4991/2002

L'art. 460 c.c. dispone che i chiamati all'eredità possono, in quanto tali, esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari senza bisogno di materiale apprensione degli stessi, obbedendo all'esigenza che, pur nel periodo tra la delazione e l'accettazione, l'eredità non sia lasciata indifesa contro gli spogli e le turbative; conseguentemente, in applicazione di detto principio, possono anche proseguire un giudizio possessorio iniziato dal proprio dante causa.

Cass. n. 2432/1975

La trascrizione di un acquisto fatto dal de cuius, rientra fra gli atti conservativi, consentiti dalla norma dell'art. 460 c.c., al chiamato anche prima dell'accettazione, e quindi ii rappresentante legale dei minori è legittimato, senza bisogno di alcuna autorizzazione, ad esperire un'azione tendente ad ottenere detta trascrizione in base all'accertamento dell'acquisto.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 460 del c.c.

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SEBASTIANO C. chiede
lunedì 13/03/2017 - Campania
“Premesso
- che veniva notificato decreto ingiuntivo per il recupero di canoni locativi;
- che avverso tale decreto ingiuntivo veniva proposta opposizione e la relativa udienza veniva fissata per il 30 Marzo 2017;
- che in data 21 Febbraio 2017, e quindi nelle more dell'udienza, decedeva l'opposto che aveva proposto decreto ingiuntivo;
- che l'opposto deve costituirsi entro il giorno 20 Marzo 2017;
QUESITO
1. La costituzione in giudizio può essere fatta dal solo erede che allo stato ha accettato l'eredità?
2. Se ci sono altri eredi che allo stato non hanno né accettato né rifiutato l'eredità possono ricoprire la veste di testimoni in favore dell'opposto, nella qualità di erede, nel procedimento di opposizione o si configura una incompatibilità ai sensi del c.p.c.”
Consulenza legale i 19/03/2017
I crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria.
Ciò comporta che ciascuno dei partecipanti può agire singolarmente per far valere l'intero credito ereditario comune o anche la sola parte di credito proporzionale alla quota ereditaria, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi.

E’ questo il principio generale fatto ormai proprio dall’orientamento maggioritario della giurisprudenza di legittimità, principio elaborato a seguito di un contrasto di dottrina e giurisprudenza insorto su una questione prodromica, ossia quella della sorte dei diritti di credito del defunto al momento dell’apertura della successione.
Infatti, la soluzione della questione del litisconsorzio dei coeredi varia a seconda che si ritenga che i crediti si ripartiscano automaticamente in ragione delle rispettive quote (come è espressamente previsto anche per i debiti dall’art. 752 c.c.) o piuttosto che gli stessi entrino a far parte per intero della comunione ereditaria, alla stregua degli altri beni.

Il problema nasce dalla constatazione dell’esistenza di una disciplina esplicita solo per le cd. passività del defunto.
Infatti, per i debiti vale il disposto dell’art. 752 c.c. (secondo cui “i coeredi contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e dei pesi ereditari in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto”), non operando nel nostro ordinamento l’antico brocardo di diritto romano in base al quale nomina hereditaria ipso iure dividuntur; ciò significa che per essi non opera la regola della solidarietà propria delle obbligazioni, con la conseguenza che ciascun coerede sarà tenuto al pagamento dei debiti soltanto in proporzione della sua quota ed in base agli ordinari principi in tema di responsabilità personale ed illimitata ex art. 2740 c.c.

Per i crediti del de cuius, invece, nel silenzio della legge, si sono sviluppate le seguenti tesi.
Secondo un primo tradizionale orientamento giurisprudenziale (Cass. 5 gennaio 1979 n. 31, Cass. 28 febbraio 1984 n. 1421, Cass. 5 maggio 1999 n. 4501, Cass. 9 agosto 2002 n. 12128, 29 marzo 2004 n. 6237, 5 aprile 2004 n. 6659) i crediti del de cuius dovrebbero seguire lo stesso destino dei debiti, dividendosi automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote.
Ciascun coerede, dunque, sarà titolare del diritto di credito nei limiti però della propria quota, il che vale ad escludere la necessità dell’integrazione del contraddittorio nei riguardi degli eredi che non avessero partecipato all’azione di recupero del credito.
In tal senso si argomenta dalla interpretazione di alcune precise disposizioni normative ed in particolare:
  1. dall’art. 1314 c.c. laddove si precisa che “se più sono … i creditori di una prestazione divisibile e l’obbligazione non è solidale, ciascuno dei creditori può agire per la sua parte”;
  2. dall’art. 1295 c.c. in base al quale, l’obbligazione si divide tra gli eredi di uno dei condebitori o dei creditori in solido, in proporzione delle rispettive quote;
  3. dall’art. 1301 c.c., nel quale è stabilito che la rinuncia al credito fatta da uno solo dei creditori solidali determina l’estinzione della sola quota di credito del rinunciante.

Secondo un diverso orientamento, invece, i crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si dividerebbero automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrerebbero a far parte della comunione ereditaria.
Da ciò ne conseguirebbe che, negli eventuali giudizi diretti all'accertamento dei crediti ereditari ed al loro soddisfacimento, tutti i coeredi sarebbero litisconsorti necessari, escludendosi l’ammissibilità di un’azione individuale.
Tale orientamento troverebbe il proprio fondamento nella analisi della normativa codicistica, ed in particolare dalla lettura combinata degli artt. 727 e 760 c.c. in tema di crediti ereditari.
In particolare, si sostiene che, il fatto che l’art. 727 c.c. stabilisca che le porzioni ereditarie debbono essere formate comprendendo nelle stesse, oltre ai beni immobili e mobili anche i crediti, presuppone evidentemente che questi ultimi facciano parte della comunione (Cass. civ., Sez. Un., n. 24657 del 28 novembre 2007); a conferma di ciò viene poi richiamato l’art. 760 c.c. il quale, nell’escludere la garanzia per l'insolvenza del debitore di un credito assegnato a uno dei coeredi, si riferisce alla possibilità che oggetto della divisione (della comunione ereditaria) siano anche i crediti.
In questo senso, il legislatore presupporrebbe che i crediti cadano automaticamente in comunione al momento dell’apertura della successione.
In giurisprudenza la tesi dell’appartenenza dei crediti alla comunione ereditaria ha trovato conforto in diverse sentenze della Suprema Corte, quali Cass. civ., 21 gennaio 2000 n. 640 e Cass. civ., 5 settembre 2006 n. 19062, in base alle quali le ragioni del mantenimento della comunione ereditaria dei crediti sino al momento della divisione deriverebbero anche dall'esigenza di conservare l'integrità della massa ereditaria.

Le Sezioni Unite, tuttavia, con sentenza Sentenza n. 24657 del 28 novembre 2007, pur aderendo all'indirizzo da ultimo richiamato circa l’appartenenza dei crediti del defunto alla comunione ereditaria, differiscono sulle conclusioni escludendo cioè la necessaria partecipazione di tutti i coeredi all'azione promossa contro il debitore.
Infatti, secondo i giudici di legittimità varrebbe il principio di diritto generale, convalidato da una costante giurisprudenza, in base al quale “ciascun soggetto partecipante alla comunione può esercitare singolarmente le azioni a vantaggio della cosa comune senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri partecipanti, perché il diritto di ciascuno di essi investe la cosa comune nella sua interezza”.

In questo senso, allora, ciascun partecipante può esercitare singolarmente le azioni a vantaggio della cosa comune, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri partecipanti, perché il diritto di ciascuno di essi investe l’intero asse ereditario.
Alla stessa stregua dei principi di ordine generale in tema di comunione, quindi, la pronuncia sul diritto fatto valere in giudizio è destinata a produrre i suoi effetti nei riguardi di tutti i soggetti interessati, anche se non direttamente parti del giudizio.
Ovviamente, restano estranei all'ambito della tutela i rapporti patrimoniali interni tra i coeredi, destinati ad essere successivamente definiti in sede di divisione (il che significa che in sede di successiva divisione ereditaria, il credito fatto valere in giudizio da un solo coerede andrà ripartito tra tutti gli altri secondo il valore delle rispettive quote).

Trasponendo quanto sopra detto al caso di specie, può dirsi che la legittimazione dell’unico erede che ha accettato ad agire in via esclusiva trova un maggiore rafforzamento nel fatto che gli altri “eredi” rivestono allo stato attuale la posizione di semplici “chiamati all’eredità”, in favore dei quali vi è soltanto una delazione del patrimonio ereditario.
In quanto tali, essi ovviamente non potranno assumere la veste di testimoni nel giudizio di opposizione, e ciò per effetto delle espresse disposizioni di cui agli artt. 246 e 247 c.p.c., i quali vietano appunto di rendere testimonianza a coloro che hanno nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio (art. 246 cpc) nonché al coniuge ancorché separato, parenti o affini in linea retta e a coloro che sono legati a una delle parti da vincoli di affiliazione (art. 247 c.p.c. Certamente tra gli eredi del de cuius intercorre uno di tali rapporti).

DEL B. F. chiede
domenica 05/03/2017 - Friuli-Venezia
“Mio papà è deceduto il (omissis) ed ha lasciato, con testamento olografo, la casa con l'annesso deposito ed i terreni circostanti ai quattro fratelli, mentre altri terreni agricoli li ha lasciati in parti uguali a tutti i suoi cinque figli. Il testamento è stato pubblicato ma non è stata presentata la dichiarazione di successione in quanto uno dei figli non concorda con il valore dei beni dati da ben due perizie di professionisti differenti. Questi sostiene, senza produrre nessun documento, che il valore e molto superiore (circa il 20-25% in più) pretendendo in questo modo una legittima molto superiore (2/15 del valore del patrimonio). In questa situazione di "stallo" vorrei conoscere il comportamento da tenere previsto dalla normativa e quali strumenti poter mettere in campo per salvaguardare il patrimonio, in particolare la casa che abbisogna di manutenzioni per evitare il degrado del bene.”
Consulenza legale i 07/03/2017
Per dare risposta al quesito occorre innanzitutto partire dagli artt. 537 e 556 c.c.

Tali articoli infatti prevedono – rispettivamente – la c.d. quota di riserva per i legittimari e il calcolo per ottenere la c.d. porzione disponibile del patrimonio del decuius.

In particolare, l’art. 537, secondo comma c.c. dispone che -ove all’eredità concorrano più figli- la quota di riserva loro spettante sarà pari ai due terzi del patrimonio ereditario, da dividersi in parti uguali per ciascuno. Per stabilire la quota disponibile, vale a dire la porzione di patrimonio di cui Suo padre poteva liberamente disporre nel testamento (e pari, nel caso di specie, ad un terzo dell’intero patrimonio) occorre seguire il disposto dell’art. 556 c.c. Occorre infatti operare una riunione di tutti i beni che appartenevano a Suo padre al momento della morte e detrarre i debiti. A questo patrimonio occorre poi aggiungere tutti i beni che sono stati donati in vita da Suo padre (ai sensi e nelle forme degli artt. 769 e ss. c.c.). Solo a questo punto si potrà calcolare la quota disponibile pari ad un terzo dell’intero patrimonio così ricostruito.
Pertanto, i fratelli di Suo padre avranno diritto alla quota di un terzo del patrimonio ereditario, mentre i restanti due terzi sono a favore dei figli.

Fatta questa necessaria premessa, venendo al caso di specie, Sua sorella ben può contestare l'ammontare del valore del patrimonio ereditario per calcolare con precisione la quantificazione della quota di riserva (con le modalità viste sopra).
Si ritiene che la pubblicazione del testamento consenta la conoscenza del suo contenuto da parte dei chiamati alla successione, dei familiari del defunto, dei creditori ereditari e di quelli dell'erede, ed ha altresì la funzione di renderne possibile l'esecuzione. Di fatto, dunque, al momento, Lei e i suoi fratelli siete soggetti “chiamati all’eredità” ma non ancora eredi. La qualità di erede viene infatti acquisita una volta che si è proceduto ad accettare l’eredità (art. 459 c.c.), che è un atto da svolgersi in forma solenne (art. 475 c.c.) oppure in modo tacito, secondo le modalità di legge (art. 476 c.c.).

Ad ogni buon conto, il chiamato all’eredità può compiere alcune attività riguardo ai beni ereditari, come per esempio compiere azioni conservative del bene in questione, sì come stabilito dall’art. 460 c.c. e senza che ciò implichi una accettazione tacita dell’eredità (la giurisprudenza ha stabilito infatti che “non possono essere ritenuti atti di accettazione tacita quelli di natura meramente conservativa che il chiamato può compiere anche prima dell'accettazione dell'eredità” – C. Cass., sez. II, 9/10/2013 n. 22977).

In altre parole, gli atti di manutenzione dell’immobile (essendo atti di conservazione del patrimonio) possono essere compiuti anche solo da uno dei chiamati all’eredità senza che questo implichi una accettazione della stessa (con le conseguenze di legge che ciò comporta). L’art. 461 c.c. precisa poi che – si badi, solo in caso di successiva rinuncia dell’eredità – le spese sostenute dal chiamato a mente dell’art. 460 c.c. siano a carico del patrimonio ereditario e quindi rimborsabili.
In conclusione, possono ben essere compiute attività di manutenzione dell’immobile facente parte del corpus ereditario: sarebbe auspicabile un accordo dei vari chiamati (in primis, Lei e i suoi fratelli), in modo che le spese sostenute possano essere equamente ripartite. Ciò non implica nessuna accettazione dell'eredità, trattandosi di un atto conservativo dell'immobile stesso.

Gaetano P. chiede
lunedì 11/05/2015 - Basilicata
“Il 25.07.2012 mio cognato, senza figli, è deceduto senza lasciare testamento. Gli eredi erano 7 fratelli e la moglie, mia sorella. Questa il 29.04.2013 moriva e io sono il suo unico erede. Anche mia sorella non ha lasciato testamento.
Mio cognato aveva un immobile di sua proprietà già prima del 1975 (di cui spettano a mia sorella i 2/3) e immobili in regime di comunione (5/6), 3 buoni fruttiferi di 10 mila euro l' uno, cointestati tutti e 3 al defunto e alla moglie. Lasciava inoltre un contenzioso insieme a uno dei fratelli, di cui era socio, con il comune di residenza. Il contenzioso si è concluso a ottobre 2014 con la condanna a versare al comune € 30.000 circa, resa esecutiva solo nei confronti del fratello socio.
Questi, che si era impegnato a presentare la successione per conto di tutti gli eredi (mia e degli altri suoi fratelli), dopo la sentenza pretende che io gli anticipi l' intera somma spettante al de cuius altrimenti non è più disposto ad aprire la pratica di successione. Vani sono stati i molti tentativi per convincerlo e rassicurarlo che, una volta venuti in possesso dell' eredità, avrei saldato il debito di mio cognato.
Gli altri eredi se ne disinteressano.
Mi è stato consigliato di presentare la successione solo per la mia parte.
E' praticabile? Mi dà la possibilità di farmi restituire le chiavi degli immobili di cui anche lui è in possesso? Posso prelevare dai buoni fruttiferi la quota spettante a mia sorella, essendo questi stati emessi dopo il 2005 con la clausola della "p.f.r."?
Qual è l' iter da seguire in questi casi? Bisogna rivolgersi al mediatore e poi al giudice? o essendo io l' erede di maggioranza posso farne a meno? Posso vendere?
In attesa, ringrazio e saluto.”
Consulenza legale i 13/05/2015
La dichiarazione di successione presentata da uno solo degli eredi legittimi, in caso di assenza di un testamento, vale anche per tutti gli altri eredi.
Ci si può chiedere, però, se è possibile presentare una dichiarazione che contenga solo una parte dei beni.
In generale, la dichiarazione deve essere completa: si considera incompleta quando non sono indicati tutti i beni e diritti compresi nell'attivo ereditario.
L'art. 51 del d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 (testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni), commina una sanzione pecuniaria a colui che omette l'indicazione di dati o elementi rilevanti per la liquidazione o riliquidazione dell'imposta o li indica in maniera infedele, ovvero espone passività in tutto o in parte inesistenti.
Quindi, non è corretto presentare una dichiarazione di successione parziale, in quanto si risulterebbe sanzionabili per legge.

Ciò premesso, nel caso di specie, il cognato del de cuius può certamente presentare la dichiarazione di successione, ma questa deve essere completa. Non va dimenticato che in caso di successione nasce a carico di tutti i coeredi un'obbligazione tributaria solidale, avente a oggetto l’intero importo del tributo successorio ("Gli eredi sono obbligati solidalmente al pagamento dell'imposta nell'ammontare complessivamente dovuto da loro e dai legatari", art. 36 d.lgs. 346/1990). La legge specifica che esiste un limite solo per il coerede che ha accettato l'eredità col beneficio d'inventario, che risulta obbligato solidalmente nel limite del valore della propria quota ereditaria.
Quindi, lo Stato può chiedere a ciascun erede l'intera imposta, ma ciò non significa che poi chi ha pagato non possa rivalersi, pro quota, sugli altri eredi.

Dopo aver registrato la dichiarazione di successione presso un ufficio delle Entrate, l'erede ha trenta giorni di tempo per presentare la richiesta di voltura all’ufficio provinciale - Territorio dell’Agenzia competente. Può scegliere di recarsi presso quello più vicino alla sede delle Entrate dove ha registrato la successione oppure quello nella cui circoscrizione si trovano i beni trasferiti.
Quando la voltura è stata eseguita, la quota ereditaria può essere venduta.
Tuttavia, poiché non si è ancora sciolta la comunione ereditaria, il coerede che intenda alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione (art. 732 del c.c.).

Per quanto riguarda il possesso dei beni ereditari, l'art. 1146 del c.c. stabilisce che il possesso continua nell'erede con effetto (retroattivo) dall'apertura della successione. Quindi, il cognato risulta, di fronte alla legge, già possessore dei beni del defunto. Se materialmente non ha la disponibilità di tali beni, potrà ottenerla esperendo nei confronti di chi esercita il potere di fatto sul bene l'azione di petizione ereditaria disciplinata dall'art. 533 del c.c., con cui afferma la sua qualità di erede e chiede la restituzione dei beni ereditari.

Per i buoni fruttiferi, si precisa che la clausola p.f.r. (pari facoltà di rimborso) permette a ciascuno dei contitolari di riscuotere autonomamente il buono postale. Nel caso di specie, i buoni erano intestati ai due coniugi e con la morte del marito, parte della sua quota è stata trasmessa alla moglie: questa risulterebbe quindi titolare della sua quota originaria, più la quota ereditaria del marito. L'erede della signora subentra, pertanto, nella titolarità della quota complessiva della de cuius.
Come chiedere il rimborso della quota di spettanza?
Per i buoni emessi dopo il 5 settembre 2005, è obbligatorio compilare l’apposito modulo di "Richiesta di emissione di BFP": è previsto che, in caso di buoni emessi con la clausola della "p.f.r.", in caso di morte di uno degli intestatari, il cointestatario superstite conserva il diritto di rimborsarsi il titolo separatamente ovvero senza istruire pratica di successione.
Ma nel nostro caso non è il superstite a volere il rimborso, bensi gli eredi della superstite (la moglie cointestataria).

In questo caso, con la notifica di decesso dell'intestatario i buoni fruttiferi sono caduti in successione: si determina il temporaneo blocco al pagamento fino alla definizione della pratica di successione, con successivo rimborso a favore di tutti gli eredi degli intestatari deceduti, che sono chiamati a quietanzare il rimborso dei titoli congiuntamente. Quindi, un solo erede non può autonomamente ottenere il rimborso, a meno che non sia stato quantomeno delegato da tutti gli altri. Maggiori informazioni possono essere ottenute presso i competenti uffici di Poste Italiane.

La materia delle successioni ereditarie rientra tra quelle per le quali è stata ripristinata la mediazione obbligatoria (articolo 5 del d.lgs. n. 28 del 2010). La parte che intende agire in giudizio ha, quindi, l’onere di tentare la mediazione, con l’assistenza di un avvocato: l'espletamento del tentativo di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale.

Testi per approfondire questo articolo

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