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Articolo 723 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

[Aggiornato al 10/06/2019]

Resa dei conti

Dispositivo dell'art. 723 Codice civile

(1)Dopo la vendita [1470 c.c.], se ha avuto luogo, dei mobili e degli immobili [719 c.c.] si procede ai conti che i condividenti si devono rendere, alla formazione dello stato attivo e passivo dell'eredità e alla determinazione delle porzioni ereditarie e dei conguagli [728 c.c.] o rimborsi che si devono tra loro i condividenti [2817 n. 2 c.c.].

Note

(1) Il godimento separato dei beni ereditari o l'amministrazione sugli stessi possono avere determinato l'insorgenza di debiti e crediti tra eredi quali, per esempio, il rimborso per le spese e i miglioramenti sostenuti, per le imposte pagate, le restituzione dei frutti percepiti, ecc.

Ratio Legis

Attraverso la resa dei conti si definiscono i rapporti tra coeredi, in particolare i crediti e debiti reciproci.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 723 Codice civile

Cass. civ. n. 2148/2014

Il coerede che abbia goduto in via esclusiva dei beni ereditari è obbligato, agli effetti dell'art. 723 cod. civ., per il fatto oggettivo della gestione, sia al rendiconto che a corrispondere i frutti agli altri eredi a decorrere dalla data di apertura della successione (o dalla data posteriore in cui abbia acquisito il possesso dei beni stessi), senza che abbia rilievo la sua buona o mala fede (nella specie, indipendentemente dalla conoscenza della falsità del testamento), non trovando applicazione, in tal caso, gli artt. 535 e 1150 cod. civ.

La domanda di rendimento del conto (nella specie, tra coeredi) include la domanda di condanna al pagamento delle somme che risultano dovute, in quanto il rendiconto, ai sensi degli artt. 263, secondo comma, e 264, terzo comma, cod. proc. civ., è finalizzato proprio all'emissione di titoli di pagamento. Ne consegue che non viola l'art. 112 cod. proc. civ. il giudice che, pur senza un'espressa domanda al riguardo, condanni chi rende il conto alla corresponsione delle somme dovute.

Cass. civ. n. 30552/2011

In tema di divisione ereditaria, l'art. 723 c.c. prevede che dopo la vendita, se ha avuto luogo, dei mobili e degli immobili, si procede ai conti che i condividenti si devono rendere tra loro e, tra l'altro, ai relativi conguagli e rimborsi, ivi compresa la restituzione dei frutti; ne consegue che la domanda di restituzione dei frutti è da ritenere ricompresa in quella di resa dei conti.

Nell'ambito dei rapporti tra coeredi, la resa dei conti di cui all'art. 723 c.c., oltre che operazione inserita nel procedimento divisorio, può anche costituire un obbligo a sé stante, fondato - così come avviene in qualsiasi situazione di comunione - sul presupposto della gestione di affari altrui condotta da uno dei partecipanti; ne consegue che l'azione di rendiconto può presentarsi anche distinta ed autonoma rispetto alla domanda di scioglimento della comunione pur se le due domande abbiano dato luogo ad un unico giudizio, sicché le medesime possono essere scisse e decise senza reciproci condizionamenti.

Cass. civ. n. 11519/2011

In tema di divisione giudiziale, qualora al condividente sia assegnato un bene di valore superiore alla sua quota (trattandosi di bene non comodamente divisibile, attribuito al titolare della quota maggiore ex art. 720 c.c.) e, sin dall'apertura della successione, il citato assegnatario si trovava nel possesso dell'intero bene, avendone percepito i frutti, oltre al diritto al conguaglio dovuto agli altri condividenti (regolato nell'ambito del giudizio di divisione), sorge a favore di questi ultimi altresì il diritto alla corresponsione degli interessi, di natura corrispettiva, sul capitale oggetto di gestione pregressa, da determinarsi nel più complesso rapporto di debito e credito relativo ai frutti - eventualmente maturati e non percepiti - prodotti dai beni costituenti la comunione ereditaria e di cui investire il giudice non già con la citata azione di divisione (che concerne il conguaglio sul capitale a tale titolo attribuito), bensì con autonoma, sia pure contestuale, azione di rendiconto, in considerazione della situazione esclusiva di godimento dei beni in comunione per il periodo precedente di indivisione.

Cass. civ. n. 6982/2009

Il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie, può pretendere, in sede di divisione, non già l'applicazione dell'art. 1150, comma quinto, c.c. - secondo cui è dovuta un'indennità pari all'aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti - ma, quale mandatario o utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per materiali e manodopera.

Cass. civ. n. 9269/2008

Il gestore di una comunione ereditaria ha diritto al rimborso delle spese necessarie od utili per la conservazione o il miglioramento dei beni comuni ma non può pretendere il pagamento dei debiti verso la massa da parte dei coeredi o legatari, in quanto l'obbligo di versamento, a loro carico, sorge al momento del giudizio di divisione e di resa nel conto e non nei confronti del gestore, privo del potere di rappresentanza della massa ereditaria.

Cass. civ. n. 1144/1995

Con riguardo ai crediti nascenti da un rapporto di comunione a favore di un comunista nei confronti di un altro (nella specie, per rimborso di spese di ricostruzione e di addizioni relative ad immobile in comunione), che non siano mai stati oggetto di accordo, né circa l'ammontare né circa la data del pagamento, la prescrizione può decorrere soltanto dal momento della divisione, cioè dal tempo in cui si è reso (o si sarebbe dovuto rendere) il conto, non essendo configurabile, con riguardo a tali crediti, un'inerzia del creditore alla quale possa riconnettersi un effetto estintivo, giacché l'obbligo della resa dei conti dal momento in cui è sorta la comunione e l'esigenza dell'imputazione alla quota di ciascun comunista delle somme di cui è debitore verso i condividendi traggano origine, appunto, dalla divisione.

Cass. civ. n. 7797/1991

In tema di divisione ereditaria, l'art. 723 c.c. prescrive che i condividenti, nel corso delle operazioni divisionali, si debbono rendere i conti, ma non stabilisce le modalità del rendiconto, né in particolare impone il ricorso a quelle degli artt. 263 e seguenti, c.p.c., la cui adozione, pertanto, è meramente facoltativa ed affidata alle scelte discrezionali del giudice del merito, il quale può preferire indagini e prove di tipo diverso (nella specie, consulenza tecnica).

Cass. civ. n. 5861/1991

Con riguardo ad una comunione la resa dei conti, così come il pagamento delle migliorie, oltre che operazioni inserite nel relativo procedimento di divisione possono costituire anche obblighi a sé stanti, sicché l'azione di rendiconto e quella di pagamento delle migliorie sono autonome e distinte rispetto alla domanda di scioglimento della comunione. Ne consegue che la domanda riconvenzionale con la quale si intende chiedere il rendiconto od il pagamento delle migliorie deve essere proposta, a pena di inammissibilità, con la comparsa di risposta ai sensi dell'art. 167 c.p.c. che ne preclude la proponibilità nell'ulteriore corso del giudizio, a meno che la controparte non abbia accettato il contraddittorio su di essa.

Cass. civ. n. 4633/1991

Nel caso di possesso esclusivo della cosa comune, esercitato da un partecipante alla comunione, il possessore ha in ogni caso l'obbligo, quale mandatario espresso o tacito degli altri partecipanti, di rendere loro il conto dei frutti, così come ha diritto alla contribuzione nelle spese sostenute per i miglioramenti apportati anche in rappresentanza degli altri partecipanti, prescindendo dalla distinzione tra possessore di buona fede o di mala fede, che, ai sensi dell'art. 1148 c.c., ha rilevanza al fine di determinare il periodo per il quale è dovuta la restituzione dei frutti maturati.

Cass. civ. n. 7716/1990

Il condividente di un bene immobile che durante il periodo di comunione abbia goduto l'intero bene da solo senza un titolo giustificativo, deve corrispondere agli altri, quale ristoro per la privazione della utilizzazione pro quota del bene comune e dei relativi profitti, i frutti civili, con riferimento ai prezzi di mercato correnti al tempo della divisione; frutti che, identificantesi con il corrispettivo del godimento dell'immobile che si sarebbe potuto concedere ad altri, possono — solo in mancanza di altri più idonei criteri di valutazione — essere individuati nei canoni di locazione percepibili per l'immobile.

Cass. civ. n. 1528/1985

Ai fini della determinazione dei frutti che uno dei condividenti deve corrispondere in relazione alla detenzione di un immobile oggetto di divisione giudiziale occorre far riferimento ai frutti civili, i quali si identificano nel corrispettivo del godimento dell'immobile che si sarebbe potuto concedere ad altri ma non agli utili ricavati dall'esercizio nell'immobile di un'impresa commerciale, in quanto questi non rientrano tra i detti frutti, ma costituiscono i proventi dell'impresa, cioè il prodotto che il detentore consegue impiegando la sua complessiva organizzazione aziendale.

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Consulenze legali
relative all'articolo 723 Codice civile

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Giancarlo B. chiede
martedì 03/12/2019 - Sardegna
“Lo scorso ottobre è stata emessa sentenza per divisione ereditaria con superamento comproprietà procedimento iniziato nel 2004 per apertura collazione 1996.
La valutazione del relictum e del donatum è stata fatta al 1996 e assegnati i cespiti che sono poi stati valutati all attualità 2019 e sono state fatte le compensazioni in denaro.
Io ho avuto un locale commerciale come parte.
Il locale faceva parte del relictum e fino ad oggi lo affitto è stato riscosso e diviso tra i quattro eredi.
La domanda è la seguente.
Avendo io ricevuto come parte il locale al 1996 poi valutato al 2019 ho diritto a riavere gli affitti riscossi dagli altri tre eredi?
Se si, ne ho diritto dal 1996 o 2004 inizio causa?
Doveva essere previsto dalla sentenza o costituisce richiesta a parte con un nuovo procedimento?
Oppure non ne ho diritto che dal giorno della sentenza registrata?”
Consulenza legale i 11/12/2019
La soluzione del caso che viene prospettato è legata alla circostanza che l’immobile di cui si vorrebbero ripetere i frutti civili percepiti nel corso degli anni (dal momento dell’apertura della successione a quello della divisione definitiva) faceva parte del relictum, ossia di ciò che il de cuius ha fatto rinvenire nel suo patrimonio ereditario.

Sul relictum, infatti, una volta che si apre la successione, si viene ad instaurare tra gli eredi una situazione di comunione vera e propria, situazione che perdura finquando non si procede alla divisione, sia essa volontaria o giudiziale o, in caso di indivisibilità, si effettua la vendita dei singoli beni e si ripartisce il ricavato.

Nella qualità di comproprietari iure hereditatis, tutti gli eredi hanno il diritto, finchè dura la comunione, di far propri i frutti naturali e civili che l’immobile è in grado di produrre, essendosi il legislatore preoccupato, proprio per garantire questo pari diritto dei coeredi, di disciplinare espressamente l’ipotesi inversa a quella che qui si è verificata, ossia il caso in cui uno solo degli eredi sia in possesso del bene ereditario da dividere e ne faccia propri i frutti.

In questo particolare caso, infatti, prima dello scioglimento della comunione, il coerede che abbia goduto in via esclusiva del bene ereditario ha non soltanto l’obbligo di fornire il rendiconto della gestione, ma anche quello di corrispondere agli altri eredi i frutti maturati e riscossi dalla data di apertura della successione, senza che possa assumere alcun rilievo la sua buona o mala fede.

Tale regola la si trova espressamente sancita all’art. 723 c.c., il quale dispone che dopo la vendita dei mobili e degli immobili i condividenti si devono rendere i conti della gestione, e ciò al fine di determinare i conguagli o i rimborsi che si devono tra di loro (lo stesso vale per il caso in cui lo scioglimento della comunione avvenga a seguito di divisione).

Ha precisato a tal proposito la Corte di Cassazione (sentenze n. 21013/2011 e 2148/2014) che i frutti derivanti dai beni che cadono nella comunione ereditaria devono considerarsi come incrementi, i quali si presumono, salvo patto contrario, acquisiti alla massa e, dunque, automaticamente alla titolarità pro quota di ciascun erede.
Corretta e conforme al dettato normativo, pertanto, è stata la scelta di dividere in egual misura tra i quattro coeredi il canone di locazione percepito da quell’immobile ricadente in comunione ereditaria, e ciò fino al momento del suo scioglimento.

Altrettanto corretta e conforme a legge è stata la valutazione dei beni facenti parte del relictum e del donatum, effettuata secondo il loro valore al tempo dell’apertura della successione (anno 1996).
Infatti, dispone l'art. 556 del c.c. che, al fine di determinare la porzione disponibile (e conseguentemente la quota di riserva di ciascun legittimario) devono riunirsi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli artt. dal 747 al 750 c.c.
L’art. 747 del c.c., a sua volta, dispone che la collazione per imputazione (si ritiene che sia questa quella a cui si è fatto qui ricorso) si fa avendo riguardo al valore dell’immobile al tempo dell’apertura della successione, il che coincide perfettamente con la modalità seguita nel caso di specie.

Diverso discorso, invece, deve essere fatto qualora, in seguito all’esercizio dell’azione di riduzione, il donatario dovesse trovarsi costretto a restituire l’immobile donatogli, poiché in tale ipotesi dovrà applicarsi l’[[561c.c]]., norma che, al suo ultimo comma, dispone che il donatario è tenuto a restituire agli altri eredi beneficiari della riduzione i frutti percepiti da tale immobile a decorrere dal giorno della domanda giudiziale.
Probabilmente l’esistenza di tale norma ha creato un po’ di confusione in chi pone il quesito, inducendolo a ritenere che la stessa regola possa valere per quei beni che non sono mai usciti dal patrimonio del de cuius e da cui gli eredi hanno regolarmente tratto i frutti (civili o naturali) finché è durato lo status di comunione ereditaria.

Concludendo, pertanto, deve purtroppo dirsi che sul bene ricevuto a tacitazione della propria quota ereditaria non può avanzarsi alcuna pretesa volta a recuperare dagli altri eredi gli affitti riscossi e suddivisi in quote eguali, e ciò fino al momento dello scioglimento della comunione ereditaria disposto con la sentenza dell’ottobre scorso.

Si ritiene, infine, possa risultare utile aggiungere che, in ogni caso, la giurisprudenza risulta in linea di massima orientata nel senso di doversi ritenere inammissibile presentare una domanda di rendiconto dopo lo scioglimento della comunione ereditaria.
Tale orientamento è stato solo di recente contraddetto dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 18.857 del 16.07.2018, con la quale la S.C. ha aderito alla diversa tesi secondo cui l’azione di rendiconto, con la quale gli eredi definiscono i propri rapporti di debito-credito inerenti alla comunione ereditaria, può essere esperita anche autonomamente e successivamente alla divisione dell’asse ereditario, senza reciproci condizionamenti.
Si afferma, infatti, che l’azione di resa dei conti può costituire obbligo a se stante, fondato sul presupposto della gestione di affari altrui, condotta da alcuno dei partecipanti.

Pertanto, qualora si ritenga che vi siano i presupposti per reclamare dagli altri eredi dei crediti (diversi da quelli legati ai canoni di locazione per i quali è stato posto il quesito) non fatti valere al momento dello scioglimento della comunione ereditaria, si potrebbe trarre spunto da tale ultima sentenza della S.C. per esperire anche adesso l’azione di resa dei conti ex art. 723 c.c.


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