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Articolo 185 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Tentativo di conciliazione

Dispositivo dell'art. 185 Codice di procedura civile

Il giudice istruttore, in caso di richiesta congiunta delle parti, fissa la comparizione delle medesime al fine di interrogarle liberamente e di provocarne la conciliazione. Il giudice istruttore ha altresì facoltà di fissare la predetta udienza di comparizione personale a norma dell'articolo 117. Quando è disposta la comparizione personale, le parti hanno facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale il quale deve essere a conoscenza dei fatti della causa. La procura deve essere conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare o transigere la controversia. Se la procura è conferita con scrittura privata, questa può essere autenticata anche dal difensore della parte. La mancata conoscenza, senza giustificato motivo, dei fatti della causa da parte del procuratore è valutata ai sensi del secondo comma dell'articolo 116 (1).

Il tentativo di conciliazione può essere rinnovato in qualunque momento dell'istruzione (2).

Quando le parti si sono conciliate, si forma processo verbale della convenzione conclusa [88 disp. att.]. Il processo verbale costituisce titolo esecutivo [474 c.p.c.] (3).

Note

(1) La l. 263/2005 ha aggiunto un nuovo primo comma all'art. 185 che ricalca il secondo comma del previgente art. 183 del c.p.c.. Tale scelta legislativa evidenzia il collegamento tra la comparizione personale delle parti e la conciliazione, che il giudice dovrebbe "provocare". In ogni caso, il giudice può disporre già in prima udienza la comparizione delle parti finalizzata alla loro conciliazione.
(2) Il tentativo di conciliazione è soggetto a discrezionale rinnovo da parte del giudice solo nella fase istruttoria, non oltre la rimessione della causa al collegio.
In appello, esso è ammesso espressamente dal terzo comma dell'art. 350 del c.p.c..
Per la sua natura di giudizio di mera legittimità e non sul fatto, nel giudizio dinnanzi alla corte di cassazione è invece escluso. Un eventuale accordo delle parti raggiunto autonomamente in tale fase del giudizio ne comporterà l'estinzione per cessazione della materia del contendere.
(3) La conciliazione delle parti comporta l'estinzione del giudizio. È richiesta a tal fine l'emanazione di una apposita ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo oppure una formale dichiarazione di estinzione del giudizio in corso.
Il verbale di conciliazione (v. 126 c.p.c.) è disciplinato in maniera dettagliata dall'art. 88 disp. att.
Quanto al giudice di pace, l'art. 322 del c.p.c. prevede che l'istanza per la conciliazione in sede non contenziosa venga proposta anche verbalmente al giudice di pace competente per territorio secondo le disposizioni della sezione III, capo I, titolo I, del libro primo. Il processo verbale di conciliazione in sede non contenziosa costituisce titolo esecutivo a norma dell'articolo 185, ultimo comma, se la controversia rientra nella competenza del giudice di pace; mentre negli altri casi ha valore di scrittura privata riconosciuta in giudizio.

Brocardi

Animus conciliandi

Massime relative all'art. 185 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 4564/2014

Il verbale di conciliazione giudiziale, che ha natura di atto negoziale ancorché redatto con l'intervento del giudice a definizione di una controversia pendente, va interpretato alla stregua degli artt. 1362 e segg. cod. civ., risolvendosi in un accertamento di fatto di esclusiva spettanza del giudice di merito. Ne consegue che il sindacato di legittimità non ha ad oggetto la ricostruzione della volontà delle parti, bensì solo l'individuazione dei criteri ermeneutici del processo logico del quale il giudice si sia avvalso per assolvere la funzione a lui riservata, al fine di verificare se sia incorso in vizi del ragionamento o in errore di diritto.

Cass. civ. n. 20236/2009

La conciliazione giudiziale è atto che esula dai poteri del difensore (salvo espresso conferimento del potere medesimo) e, incidendo direttamente sul diritto controverso, può validamente essere compiuto dalla parte senza il ministero del difensore stesso. Ne consegue che il verbale di conciliazione è valido ed efficace anche quando non sia sottoscritto dal difensore, né questi abbia partecipato all'udienza nella quale le parti si sono conciliate.

Cass. civ. n. 11571/2004

Il verbale di conciliazione giudiziale contiene una convenzione tra le parti di giudizio, da interpretarsi sulla base della volontà dalle medesime espressa nelle pattuizioni ivi consacrate e di cui esso costituisce prova documentale.

Cass. civ. n. 5032/1993

Il verbale di conciliazione giudiziale, ancorché sottoscritto alla presenza del giudice che ha prestato la propria collaborazione all'accordo delle parti, ha natura negoziale e, in quanto tale, non può formare oggetto di esame diretto da parte del giudice di legittimità, cui sono deducibili solo la violazione di criteri di ermeneutica contrattuale o vizi di motivazione.

Cass. civ. n. 6333/1987

L'intervento del giudice nel tentativo di conciliazione non altera, ove questo riesca, la natura consensuale dell'atto di composizione che le parti volontariamente concludono. Né gli effetti esecutivi attribuiti al verbale di conciliazione dall'art. 185, ult. comma, c.p.c. possono sotto alcun riflesso paragonarsi a quelli di una sentenza passata in giudicato, dovendosi, invece, assimilare a quelli di un titolo contrattuale esecutivo, come gli atti notarili e simili indicati nell'art. 474, n. 3 c.p.c. con la conseguenza che il detto atto di composizione resta soggetto alle sanzioni di nullità — rilevabili d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio — ove ne ricorrano le relative condizioni. (Nella specie la S.C. ha rilevato d'ufficio la nullità dell'atto di composizione della lite con il quale una delle parti aveva assunto come obbligazione principale quella contra legem consistente nell'impegno di facilitare l'archiviazione dell'azione penale promossa a seguito di propria denuncia contro l'altra parte).

Cass. civ. n. 7193/1986

La conciliazione giudiziale — oltre ad avere gli effetti sostanziali derivanti dal negozio giuridico che le parti abbiano inteso stipulare (transazione, negozio di accertamento, rinuncia) — ha unicamente l'effetto processuale di determinare la chiusura del processo di cognizione nel quale essa intervenga, con conseguente ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo (ed estinzione del giudizio), mentre non ha — come nel regime del codice civile abrogato (art. 1772) — autorità di sentenza irrevocabile; deve quindi escludersi qualsiasi equivalenza tra l'eccezione di intervenuta conciliazione giudiziale e l'exceptio rei judicatae.

La transazione stipulata tra le parti in sede di conciliazione giudiziaria non necessariamente deve essere limitata ai rapporti giuridici dedotti in giudizio, ma può riguardare anche rapporti ulteriori e diversi intercorrenti tra le stesse parti.

Cass. civ. n. 3985/1984

L'ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo, che sia stata resa per effetto di conciliazione delle parti e redazione del relativo processo verbale a norma dell'art. 185 c.p.c., non osta, qualora la conciliazione medesima risulti invalida ed inefficace per difetto dei requisiti di legge (nella specie, in quanto intervenuta con il difensore privo di specifica procura), a che il processo venga riassunto e proseguito su istanza dell'interessato, stante la revocabilità della suddetta ordinanza, specie in carenza dei presupposti.

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Consulenze legali
relative all'articolo 185 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Stefano N. chiede
venerdì 25/05/2018 - Campania
“Richiesta di nuova consulenza relativa ad una comunicazione del giudice, il giudice ha incaricato il CTU per alcune ricerche e valutare i centri di revisione e ha comunicato che si avvale dell'art 185 bis c.p.c come da foto allegata inviata dall'email
Vorrei sapere lo sviluppo nell'applicazione dell'articolo citato prima che cosa comporta al giudice e a me.”
Consulenza legale i 07/06/2018
La conciliazione giudiziale è un istituto di natura processuale che presuppone l’esistenza di una lite pendente e che ha lo scopo di definire il giudizio.
Il tentativo di conciliazione è un esperimento di amichevole composizione della controversia in atti, svolto, obbligatoriamente dall’autorità giudiziaria, al fine di evitare, in caso di suo esito positivo, le lungaggini del giudizio.
L’avvenuta conciliazione delle parti produce come effetto la chiusura del processo. Viene emessa una ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo ovvero di una formale dichiarazione di estinzione del giudizio in corso. Dell’avvenuta conciliazione si redige processo verbale disciplinato dall’art. 88 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile.
Ebbene, ciò posto, nel caso in esame il giudice ha invitato le parti a “transigere la controversia ai sensi dell’art. 185 c.p.c., con rinuncia agli atti del giudizio”. Il giudice ha, quindi, invitato le parti a trovare un accordo, a rinunciare al giudizio in corso ed a chiudere il processo.
Se le parti raggiungono un accordo, allora il giudizio verrà estinto.
Nel caso in cui, invece, non venga raggiunto l’accordo, il giudice potrebbe, ai sensi del successivo art. 185 bis c.p.c., formulare egli stesso una proposta transattiva o conciliativa, anche alla luce dell’esame della CTU.

Se neppure la proposta del giudice viene accettata dalle parti, il giudice potrà trattenere la causa in decisione. In tal caso la sentenza del giudice potrebbe essere quella di cui alla proposta non accettata in quanto il provvedimento ex art. 185 bis c.p.c. è considerato un provvedimento con il quale il giudice solitamente anticipa il contenuto della decisione finale.

In caso di mancato accordo è opportuno che le parti del processo indichino a verbale quali siano a riguardo le rispettive posizioni o proposte alternative in quanto il giudice valuterà la condotta processuale ai sensi dell'art. 91, comma 1 e 96, comma 3, c.p.c.
In particolare l’art. 91, 1 comma, c.p.c. dispone che “Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell'altra parte e ne liquida l'ammontare insieme con gli onorari di difesa. Se accoglie la domanda in misura non superiore all'eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell'articolo 92”.

Il giudice potrà, difatti, trarre dal comportamento delle parti del processo non una prova di per sé sufficiente a fondare la sua idea, bensì solo un indizio, un argomento che, insieme con altri indizi e prove, giustifichi la decisione finale.
Ebbene, queste sopra descritte potrebbero essere le strade percorribili dal giudice in caso di mancato accordo ai sensi dell’art. 185 cpc .
Quanto alla Sua posizione specifica, non siamo in grado di prevedere il provvedimento che il giudice adotterà nei Suoi confronti non essendo, peraltro, a conoscenza degli atti del giudizio.


alessandro d.l. chiede
giovedì 04/12/2014 - Lazio
“E' possibile avvalersi della conciliazione giudiziale nel caso di controversia in grado di appello fra eredi testamentari ed eredi legittimi per una eredità consistente in beni immobili e beni mobili? Il contratto preliminare per la conciliazione giudiziale può essere redatto dalle parti in causa e portato in udienza fissata all' uopo dal giudice di merito?
Dal punto di vista fiscale, la conciliazione giudiziale è piu' vantaggiosa della transazione riconoscendo una la franchigia di €.51.645,69 (L 488/99 art.9 comma 9) dalla imposta di registro?
Nel caso di specie essendo l' asse ereditario formato da bene immobile e da denaro, la franchigia opera sulla imposta di registro di entrambi i cespiti o su quello di maggior valore?
Ringraziamenti”
Consulenza legale i 11/12/2014
In primo grado, l'art. 185 del c.p.c. stabilisce che il giudice istruttore, in caso di richiesta congiunta delle parti, fissi la comparizione delle medesime al fine di interrogarle liberamente e di provocarne la conciliazione.
In appello, è l'art. 350 del c.p.c. a stabilire espressamente che il giudice possa procedere al tentativo di conciliazione nella prima udienza di trattazione, ordinando, quando occorre, la comparizione personale delle parti in successiva udienza.

Quindi, la conciliazione giudiziale in appello è possibile.

Non è prevista una forma o una procedura specifica per la conciliazione giudiziale, quindi è possibile - e forse auspicabile - che le parti raggiungano già un accordo di fatto, da sottoporre al giudice, che, comunque, non può che prendere atto dell'accordo delle parti (se il consenso al contratto divisionale è liberamente prestato e se sono rispettati alcuni diritti particolari, ad esempio quelli di eventuali eredi minori).

Dal punto di vista processuale, la giurisprudenza ritiene che il verbale di conciliazione giudiziale tra le parti non può avere gli effetti esecutivi di una sentenza passata in giudicato, ma solo quelli di un titolo contrattuale esecutivo ai sensi dell’art. 474, n. 3, c.p.c.. Visto che la conciliazione è frutto dell’incontro della volontà delle parti, il relativo verbale, ancorchè redatto con l’intervento del giudice a definizione di una controversia pendente, è ad ogni effetto un atto negoziale (Cass. civ., sez. III, 26.2.2014 n. 4564).

Fiscalmente, l'articolo 37 del D.P.R. 131/1986 (testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro) prevede che sono soggetti all'imposta di registro "gli atti dell'autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio (...)": ad essi è equiparato anche "l'atto di conciliazione giudiziale", contemplato altresì dall'articolo 8 della Tariffa, parte I, che elenca tassativamente i provvedimenti soggetti a tassazione.

La legge 488/1999 stabilisce, al comma 9 dell'art. 9, che siano esenti dall'imposta di registro i processi verbali di conciliazione di valore non superiore a lire 100 milioni (51.645,69 €).

Parimenti, anche il d. lgs. n. 28/2010 - che ha introdotto la mediazione civile obbligatoria nei nuovi processi - ha previsto un regime di esenzione fiscale parziale per l’imposta di registro, prevedendo che il verbale di accordo sia esente dall’imposta di registro entro la soglia di valore di 50.000 euro e che l’imposta sia dovuta per la parte eccedente.

Il valore a cui si riferisce la legge 488 è il valore della controversia conciliata: la Cassazione ha specificato che ai fini dell'imposta di registro, se il verbale di conciliazione recepisce il contenuto di un accordo tra le parti, sarà quest'ultimo atto a costituire il presupposto d'imposta quanto a misura e termini di pagamento (Cass. civ., sez. V, 29.2.2008, n. 5408).
Quindi, nel caso di specie, se la divisione concerne un compendio ereditario complesso, composto da bene immobile e denaro, il valore del verbale è dato dalla somma dei valori di tutti i beni.
Poiché si reputa che certamente si supererà il limite previsto per legge, non si ritiene che nel caso esposto nel quesito vi possa essere l'esenzione fiscale dall'imposta di registro.

L'alternativa è quella di abbandonare il giudizio di appello e raggiungere una transazione stragiudiziale, non soggetta a imposta di registro (ovviamente resteranno in ogni caso soggetti all'imposta i trasferimenti immobiliari). Va comunque precisato che l'accordo transattivo così raggiunto non sarà titolo esecutivo ai sensi dell'art. 474 n. 3 c.p.c., ma potrà fungere da base per la richiesta di un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo (visto che è sottoscritto dalle parti, v. art. 642, secondo comma, c.p.c.).

Il giudizio di appello si può estinguere per rinuncia agli atti del giudizio o per inattività delle parti: la dichiarazione di estinzione “fa passare in giudicato la sentenza impugnata, salvo che non siano stati modificati gli effetti con provvedimenti pronunciati nel procedimento estinto” (art. 338 del c.p.c.). Pertanto, nell'atto transattivo la parte soccombente in primo grado dovrà chiedere che la parte vittoriosa rinunci espressamente a far eseguire il provvedimento di primo grado, che diventa a tutti gli effetti definitivamente esecutivo con l'abbandono dell'appello.

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