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Articolo 1526 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Risoluzione del contratto

Dispositivo dell'art. 1526 Codice civile

Se la risoluzione del contratto ha luogo per l'inadempimento del compratore (1), il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto a un equo compenso per l'uso della cosa, oltre al risarcimento del danno [176 disp. att.] (2).

Qualora si sia convenuto che le rate pagate restino acquisite al venditore a titolo d'indennità, il giudice, secondo le circostanze, può ridurre l'indennità convenuta (3).

La stessa disposizione si applica nel caso in cui il contratto sia configurato come locazione, e sia convenuto che, al termine di esso, la proprietà della cosa sia acquisita al conduttore per effetto del pagamento dei canoni pattuiti [176 disp. att.].

Note

(1) Ciò accade se questi non paga una rata il cui valore superi l'ottava parte del prezzo (1525 c.c.) ovvero se non paga più di una rata (1498 c.c.).
(2) Inoltre il venditore ha diritto alla restituzione del bene (1458 c.c.).
(3) Si tratta del c.d. patto di confisca. Si può ritenere che esso rappresenti una sorta di clausola penale (1384 c.c.) con determinazione variabile della somma dovuta a titolo di penale.

Ratio Legis

La norma è volta a regolare i rapporti tra venditore ed acquirente una volta che il contratto di vendita con riserva della proprietà (1523 c.c.) si risolva ed a garantire che non si crei a favore di una o dell'altra un'indebito arricchimento (2033 c.c.).

Spiegazione dell'art. 1526 Codice civile

Misure equitative

Queste misure equitative che limitano i diritti del venditore in definitiva danneggiano i compratori medesimi. Togliendosi al debitore il lucro di dure penalità, gli si toglie un sicuro lucro che compensa molte perdite... lo si costringe ad infliggere prezzi molto piu elevati alle numerose, ma impuntuali, falangi dei compratori a rate.


Vendite immobiliari

Si applicano anche alle vendite immobiliari gli articoli 1525 e 1526 cod. civ. pure scritti solo per le vendite mobiliari?
Sì, perché sono norme inderogabili, cogenti, imperative e, benché scritte solo per le vendite mobiliari, non possono non proteggere anche il compratore di immobili.
Non sono infrequenti le vendite immobiliari, specie di appartamenti nelle grandi città, precedute da un periodo di locazione. Dopo un certo periodo di tempo l'apparente conduttore si trasforma in compratore, ed è ammesso a stipulare la vendita promessagli. Fin quando non ha pagato una somma determinata (apparentemente: rate di pigione) non è ammesso a comprare. Il congegno di questo contratto è analogo alla vendita mobiliare con riserva di proprietà: v'è in più, attesa la natura dell'investimento immobiliare, una vera forma di risparmio e di capitalizzazione.
Ragione di più per applicare gli articoli 1525 e 1526 cod. civ. a queste vere capitalizzazioni se (come quasi sempre accade) l'apparente conduttore ora inadempiente ha versato molto più che non avrebbe pagato come pigione.
Per non esitare nell'applicare anche alle vendite immobiliari gli articoli 1525 e 1526 cod. civ. basta pensare all' inderogabilità del diritto dell' assicurato vita al riscatto e alla riduzione della polizza, ove non intenda persistere nel contratto: caso analogo di capitalizzazione.


Credito del prezzo

Può il venditore con riserva di proprietà considerarsi semplicemente creditore del prezzo e far valere il credito anziché rivendicare la cosa venduta?
Non gli è vietato. Se ordinariamente la riserva di proprietà è considerata come una garanzia maggiore, egli deve potervi rinunziare e considerarsi semplicemente creditore, essendo indubbiamente creditore del prezzo.
Né la richiesta del prezzo (ovvero l'insinuazione nel fallimento del compratore per il prezzo ancora dovuto, ma senza alcuna riserva espressa per la proprietà riservata al venditore) deve considerarsi sua rinunzia.
Non è normale presumere una rinunzia, nessuno senza ragione rinunziando ai propri diritti; ed essendo invece normale che uno avendo più diritti intenda farli valere cumulativamente.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

673 Della vendita con riserva della proprieta. La vendita con riserva di proprietà fino al pagamento del prezzo, largamente diffusa nella pratica, si conveniva spesso con patti che assumevano o potevano assumere, in fatto, carattere usuraio ai danni del compratore. Negli art. 1525 del c.c. e art. 1526 del c.c. il compratore trova un'idonea tutela o mercè l'applicazione di principii di portata più generale o mercè l'introduzione di principi nuovi, che peraltro si adeguano al bisogno di una concorrente tutela del venditore. Nel primo senso è l'art. 1525 il quale, con riferimento alla regola consacrata nell'art. 1455 del c.c., dispone che l'inadempimento da parte del compratore non conduce senz'altro alla risoluzione del contratto, nè fa perdere al compratore il beneficio del termine per le rate di prezzo successive, qualora si riferisca a una sola rata, e questa sia di ammontare non superiore all'ottava parte del prezzo della cosa. L'art. 1526 fa poi salvo al compratore il diritto di recuperare le rate pagate, se il contratto di vendita sia risoluto per inadempimento di lui, mentre, secondo le clausole contrattuali diffuse, nella pratica, nel caso di risoluzione del contratto per inadempimento del compratore, il venditore avrebbe diritto alla restituzione della cosa e a trattenere le rate di prezzo riscosse, a titolo di compenso per l'uso della cosa fatto dall'altro contraente. Per contro, anche le ragioni del venditore sono rispettate nella misura in cui sembrano meritevoli di tutela, disponendosi che sia da corrispondere al venditore un equo compenso per l'uso della cosa (la quale, anche senza pensare a incuria del compratore, subisce un naturale deperimento) e che, dove ne sia il caso, sia dovuto anche il risarcimento dei danni. Quando le parti abbiano preventivamente liquidato il danno in una misura uguale all'importo delle rate pagate, è conferito al giudice il potere di ridurre l'indennizzo convenzionale, a somiglianza di quanto è disposto, per la penale eccessiva, nell'art. 1384 del c.c.. Le disposizioni anzidette sono cogenti, il che, dichiarati espressamente nell'art. 1525, si ricava implicitamente anche dal terzo comma dell'art. 1526, in base al quale le norme che regolano la risoluzione del contratto sono estese all'ipotesi in cui, sia pure senza lo scopo di frodare la legge, la riserva di proprietà sia configurata come locazione, e sia stabilito che, al termine del contratto, la proprietà della cesa resti acquisita al conduttore per effetto del pagamento dei canoni pattuiti.

Massime relative all'art. 1526 Codice civile

Cass. civ. n. 6322/2006

L'azione diretta a far valere il diritto alla restituzione di un bene oggetto di un contratto di vendita a rate con riserva della proprietà, nei confronti dello acquirente inadempiente all'obbligazione di pagamento del prezzo, ha natura non di azione reale di rivendica ma di azione contrattuale personale proponibile nelle forme del procedimento monitorio diretta a far valere il diritto alla restituzione di un bene oggetto di un contratto di vendita a rate con riserva della proprietà, nei confronti dello acquirente inadempiente all'obbligazione di pagamento del prezzo, ha natura non di azione reale di rivendica ma di azione contrattuale personale proponibile nelle forme del procedimento monitorio.

Cass. civ. n. 2161/2006

Con riferimento al contratto di vendita con riserva della proprietà e per il caso di inadempimento del compratore, l'art. 1526 c.c. prevede la restituzione da parte del venditore delle rate riscosse (salvo il diritto ad un equo compenso ed al risarcimento del danno), ma non condiziona alla medesima l'emissione della pronunzia stessa di risoluzione del contratto.

Cass. civ. n. 4208/2001

Gli artt. 1526, comma secondo e 1384 c.c. (applicabili anche alla locazione finanziaria), i quali prevedono rispettivamente il potere del giudice di ridurre l'indennità convenuta in caso di risoluzione del contratto, per l'inadempimento del compratore, e la penale determinata nell'ammontare dei canoni ancora da pagare, non impongono una rigida correlazione all'entità del danno subito dal creditore, posto che in entrambi i casi non si tratta di risarcire un danno, ma, all'opposto, di diminuirne l'entità convenzionalmente stabilita. Pertanto la valutazione del giudice va condotta sul piano dell'equilibrio delle prestazioni con riferimento al margine di guadagno che il concedente si riprometteva di trarre dalla esecuzione del contratto.

Cass. civ. n. 7266/1995

Nella disposizione di cui al secondo comma dell'art. 1526 c.c. per la quale, qualora sia convenuto che le rate pagate restino acquisite al venditore a titolo di indennità, questa può essere ridotta dal giudice il ricorso al termine «indennità», normalmente utilizzato per indicare quelle forme di compensazione in danaro la cui entità non corrisponde necessariamente a quella del danno, né presuppone l'imputabilità del comportamento che lo ha determinato, sta ad indicare che il legislatore ha inteso riferirsi ai casi in cui la liquidazione anticipata concerne unicamente il credito all'equo compenso per il temporaneo godimento del bene, di cui al primo comma del medesimo articolo.

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