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Articolo 1525 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Inadempimento del compratore

Dispositivo dell'art. 1525 Codice civile

Nonostante patto contrario (1), il mancato pagamento di una sola rata, che non superi l'ottava parte del prezzo, non dà luogo alla risoluzione del contratto, e il compratore conserva il beneficio del termine relativamente alle rate successive [1523; 176 disp. att.] (2).

Note

(1) Qualsiasi patto contrario è inefficace.
(2) Se, però, la singola rata supera l'ottava parte del prezzo, si ha risoluzione (1453, 1526 c.c.). Se, invece, non viene corrisposta più di una rata ma ciò, comunque, non comporta inadempimento di più di un ottavo del prezzo, è discutibile se si configuri o meno inadempimento: questo è da escludersi sulla base di un'interpretazione più aderente al dettato della norma; è da ammettersi, invece, se si considera che il protrarsi dell'inadempimento mina la fiducia del creditore nella possibilità di ottenere l'intero prezzo.

Ratio Legis

Il legislatore intende tutelare il compratore da eventuali clausole vessatorie (1341 c.c.; 33 ss. cod. cons.) con le quali si faccia conseguire ad un minimo inadempimento la risoluzione del contratto (1453 c.c.).

Spiegazione dell'art. 1525 Codice civile

Inadempimento di scarsa entità

Se il compratore ha pagato i sette ottavi del prezzo non può subire risoluzione del contratto: ha ancora diritto al beneficio del termine, ad un nuovo termine cioè (da fissarsi dall'autorità giudiziaria) scaduto il quale potrà subire la risoluzione.

La regola è un'applicazione del principio sancito nell'art. 1455 per il quale il contratto non si può risolvere se l'inadempimento di una parte ha scarsa importanza avuto riguardo all'interesse dell'altra. Altra applicazione è contenuta nell'art. 1564 in tema di contratto di somministrazione.
Il fallimento del compratore non gli toglie incondizionatamente il diritto di valersi del beneficio del termine. Il curatore può perciò farsi autorizzare dal giudice delegato a subentrare nel contratto, ma il venditore può chiedere cauzione (applicazione del principio generale della decadenza del debitore insolvente dal beneficio del termine: art. 1186 cod. civ.) a meno che il curatore paghi immediatamente il prezzo con lo sconto dell'interesse; mentre (com'è ovvio) nella vendita a rate con riserva della proprietà il fallimento del venditore non è causa di scioglimento del contratto.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

673 Della vendita con riserva della proprieta. La vendita con riserva di proprietà fino al pagamento del prezzo, largamente diffusa nella pratica, si conveniva spesso con patti che assumevano o potevano assumere, in fatto, carattere usuraio ai danni del compratore. Negli art. 1525 del c.c. e art. 1526 del c.c. il compratore trova un'idonea tutela o mercè l'applicazione di principii di portata più generale o mercè l'introduzione di principi nuovi, che peraltro si adeguano al bisogno di una concorrente tutela del venditore. Nel primo senso è l'art. 1525 il quale, con riferimento alla regola consacrata nell'art. 1455 del c.c., dispone che l'inadempimento da parte del compratore non conduce senz'altro alla risoluzione del contratto, nè fa perdere al compratore il beneficio del termine per le rate di prezzo successive, qualora si riferisca a una sola rata, e questa sia di ammontare non superiore all'ottava parte del prezzo della cosa. L'art. 1526 fa poi salvo al compratore il diritto di recuperare le rate pagate, se il contratto di vendita sia risoluto per inadempimento di lui, mentre, secondo le clausole contrattuali diffuse, nella pratica, nel caso di risoluzione del contratto per inadempimento del compratore, il venditore avrebbe diritto alla restituzione della cosa e a trattenere le rate di prezzo riscosse, a titolo di compenso per l'uso della cosa fatto dall'altro contraente. Per contro, anche le ragioni del venditore sono rispettate nella misura in cui sembrano meritevoli di tutela, disponendosi che sia da corrispondere al venditore un equo compenso per l'uso della cosa (la quale, anche senza pensare a incuria del compratore, subisce un naturale deperimento) e che, dove ne sia il caso, sia dovuto anche il risarcimento dei danni. Quando le parti abbiano preventivamente liquidato il danno in una misura uguale all'importo delle rate pagate, è conferito al giudice il potere di ridurre l'indennizzo convenzionale, a somiglianza di quanto è disposto, per la penale eccessiva, nell'art. 1384 del c.c.. Le disposizioni anzidette sono cogenti, il che, dichiarati espressamente nell'art. 1525, si ricava implicitamente anche dal terzo comma dell'art. 1526, in base al quale le norme che regolano la risoluzione del contratto sono estese all'ipotesi in cui, sia pure senza lo scopo di frodare la legge, la riserva di proprietà sia configurata come locazione, e sia stabilito che, al termine del contratto, la proprietà della cesa resti acquisita al conduttore per effetto del pagamento dei canoni pattuiti.

Massime relative all'art. 1525 Codice civile

Cass. pen. n. 41715/2015

Il conflitto negativo di competenza presuppone l'identità ontologica del fatto in ordine al quale si procede, con la conseguenza che qualsiasi apprezzabile differenza degli elementi costitutivi delle fattispecie dedotte nei due distinti procedimenti impedisce che possa ipotizzarsi un conflitto ai sensi dell'art. 28 cod. proc. pen. (In applicazione del principio, la Corte ha dichiarato insussistente il conflitto in fattispecie in cui il Tribunale si era dichiarato incompetente per materia in favore del Giudice di pace in ordine al reato di lesioni personali giudicate guaribili in giorni venti, e quest'ultima autorità giudiziaria, a sua volta, avendo rilevato che le lesioni personali cagionate alla vittima erano in realtà con prognosi di giorni novanta, aveva rinviato gli atti al Tribunale).

Cass. pen. n. 37644/2015

In tema di perquisizione di sistema informatico o telematico, sia l'art. 247, comma 1-bis, che l'art. 260, comma secondo, cod. proc. pen., si limitano a richiedere l'adozione di misure tecniche e di procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni, senza imporre misure e procedure tipizzate. (Fattispecie in cui la Corte ha rigettato il motivo di ricorso genericamente fondato sulla mancata indicazione, da parte del consulente tecnico del PM, del cd. valore "hash" dei files ottenuti dai supporti informatici, in assenza peraltro di contestazione circa la mancata corrispondenza fra le copie estratte e i dati originariamente presenti sui supporti informatici nella disponibilità dell'imputato).

Cass. pen. n. 15826/2015

Il prelievo di un campione di olio minerale denaturato rientra nella previsione dell'art. 354 cod. proc. pen., risolvendosi in un'attività materiale che non postula il rispetto delle formalità prescritte dall'art. 360 dello stesso codice, sia perché non richiede alcuna discrezionalità o preparazione tecnica per il suo compimento, sia perché attiene ad un oggetto la cui intrinseca consistenza è suscettibile di verifica in ogni momento. (Fattispecie relativa al reato di cui all'art. 40 D.Lgs. 26 ottobre 1995, n. 504).

Cass. pen. n. 9781/2015

In tema di durata massima dei termini di custodia cautelare, l'art. 297, comma quarto, cod. proc. pen. ha introdotto l'istituto del cosiddetto "congelamento", in forza del quale, limitatamente ai termini di fase e indipendentemente da un provvedimento del giudice, i giorni in cui sono tenute le udienza e quelli necessari per la deliberazione della sentenza non si computano, con la conseguenza che il relativo calcolo deve essere effettuato secondo il calendario comune, eliminando dal computo i giorni in cui si sono tenute le udienze, così che il termine non viene a scadere con il decorso del periodo di tempo previsto dall'art. 303 cod. proc. pen., dovendosi a quest'ultimo aggiungere un numero di giorni pari a quello delle udienze tenute.

Cass. pen. n. 212/1997

In tema di rimessione del processo, l'operatività di tale istituto è circoscritta alla fase del processo di merito; l'art. 45 c.p.p., infatti, nel prevedere i casi di rimessione, fa esplicito riferimento al «processo», per cui resta esclusa dalla possibilità di rimessione la fase delle indagini preliminari che il legislatore chiama «procedimento» e non «processo». Ne consegue che deve ritenersi ammissibile la richiesta di rimessione del processo nel corso degli atti introduttivi dell'udienza preliminare, la quale, pur se non dibattimentale, deve essere considerata una fase processuale di merito: ed invero, l'ampiezza delle competenze attribuite al giudice dell'udienza preliminare, da un lato induce a collocare la detta udienza nell'ambito propriamente processuale, e, dall'altro, induce a ravvisare in tale fase le medesime esigenze di tutela della libertà delle persone che vi partecipano, per assicurare le quali il legislatore ha previsto l'istituto della rimessione del processo.

Cass. civ. n. 1877/1995

In base ai principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, l'illiceità (e la conseguente invalidità) del contratto deve essere riferita alle norme in vigore nel momento della sua conclusione e, pertanto, il negozio giuridico nullo all'epoca della sua perfezione, perché contrario a norme imperative, non può divenire valido e acquistare efficacia per effetto della semplice abrogazione di tali disposizioni, in quanto, perché questo effetto si determini, è necessario che la nuova legge operi retroattivamente, incidendo sulla qualificazione degli atti compiuti prima della sua entrata in vigore.

Cass. civ. n. 11718/1993

In tema di vendita con riserva della proprietà, le disposizioni degli artt. 1525 e 1526 c.c., concernenti l'inadempimento del compratore e la risoluzione del contratto, hanno la funzione di limitare l'autonomia privata fin guisa da escludere la legittimità di una clausola risolutiva espressa, per i casi in cui il compratore non sia inadempiente per il mancato pagamento di una sola rata che non superi l'ottava parte del prezzo, e da impedire al venditore o al suo cessionario di potere chiedere la risoluzione oltre i limiti della rilevanza legale, a tal fine, dell'inadempimento, senza esclusione, nel medesimo caso, dell'esperibilità dell'azione contrattuale di adempimento e della spettanza al creditore dell'opzione per l'azione esecutiva sui beni del compratore o sulla stessa cosa oggetto del riservato dominio.

Cass. civ. n. 3925/1988

La norma di cui all'art. 1525 c.c. secondo la quale, salvo patto contrario, il mancato pagamento di una sola rata che non superi l'ottava parte del prezzo non dà luogo alla risoluzione del contratto di compravendita riguarda esclusivamente la vendita con riserva di proprietà ed è strettamente aderente ai peculiari caratteri di questa particolare fattispecie negoziale, inquadrandosi nell'ambito delle cautele predisposte a favore del compratore rateale, sicché non è suscettibile di applicazione analogica al di fuori del detto schema negoziale, come per la valutazione della importanza dell'inadempimento ai fini della risoluzione in una ordinaria vendita immobiliare.

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Consulenze legali
relative all'articolo 1525 Codice civile

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Giovanni D.P. chiede
martedì 30/09/2014 - Abruzzo
“debbo stipulare un atto con riservato dominio. Il mancato pagamento per la risoluzione si riferisce alla somma delle rate per raggiungere l'ottavo della somma totale? Esempio importo totale euro 96.000.1/8 =12000 euro,rate 25*500=euro12500, potrei richiedere la risoluzione. rate 20*500= 10.000 euro non potrei richiedere la risoluzione”
Consulenza legale i 30/09/2014
Ai sensi dell'art. 1525 del c.c., il mancato pagamento di una sola rata, che non superi l'ottava parte del prezzo, non dà luogo alla risoluzione del contratto, e il compratore conserva il beneficio del termine relativamente alle rate successive.
Di contro, l'omesso versamento di una rata il cui ammontare superi l'ottava parte del prezzo, dà diritto al venditore di chiedere la risoluzione della vendita.
Il "prezzo" su cui calcolare l'ottavo va calcolato tenendo conto anche delle somme dovute per prestazioni integrative e per i costi inerenti all'operazione di vendita e alla dilatazione del pagamento (es. gli interessi convenzionali).

La norma contenuta nell'art. 1525 è stata dettata per tutelare il compratore nel caso in cui ometta il pagamento di una sola rata: ed infatti la dottrina ritiene che questo articolo non sia applicabile laddove il mancato pagamento riguardi più rate, a prescindere che si tratti di rate contigue o meno tra loro.
In altre parole, per venire al caso proposto, se viene omessa una rata di 500 euro, poiché 500 euro sono inferiori ad un ottavo del prezzo totale, il venditore non può chiedere la risoluzione: se, invece, il compratore omette di pagare anche un'altra rata, la tutela prevista dall'art. 1525 viene meno, e il venditore potrà chiedere la risoluzione secondo le norme generali.

Per "risoluzione secondo le regole generali" si intende la risoluzione del contratto che ciascun venditore, ai sensi dell'art. 1455 del c.c., pretendere affermando che l'inadempimento del compratore sia di non scarsa importanza, avuto riguardo ai suoi interessi (di venditore).
Di regola, nei contratti con pagamenti scadenzati ad esecuzione periodica (si pensi ad esempio al contratto di locazione) o rateali, nel documento contrattuale si inserisce una clausola che identifica la "soglia di tolleranza" dell'inadempimento (tecnicamente, si parla di clausola risolutiva espressa, art. 1456 del c.c.): ad esempio, le parti possono convenire che se due rate non vengono pagate, il venditore può chiedere la risoluzione del contratto. Se, invece, il contratto non dice nulla, per giungere alla risoluzione del contratto, il venditore dovrà provare la gravità dell'adempimento che, com'è intuibile, varia di caso in caso (sarà il giudice adito a stabilire se l'inadempimento è grave o meno).
E' bene ricordare che, oltre al dato numerico (ad es. il mancato pagamento di 20.000 euro si può presumere di notevole importanza su una cifra totale di 96.000 euro), rileva anche il dato della fiducia: infatti, non è escluso che il giudice possa dichiarare risolto il contratto laddove, assieme al mancato pagamento anche di pochissime rate, si sia palesato il rischio che il compratore non possa più onorare il proprio debito e il venditore non abbia quindi più fiducia nel futuro corretto comportamento della controparte.

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