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Articolo 30 Testo unico sul pubblico impiego (TUPI)

(D.lgs. 30 marzo 2001, n.165)

Passaggio diretto di personale tra amministrazioni diverse

Dispositivo dell'art. 30 TUPI

1. Le amministrazioni possono ricoprire posti vacanti in organico mediante passaggio diretto di dipendenti di cui all'articolo 2, comma 2, appartenenti a una qualifica corrispondente e in servizio presso altre amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento, previo assenso dell'amministrazione di appartenenza. Le amministrazioni, fissando preventivamente i requisiti e le competenze professionali richieste, pubblicano sul proprio sito istituzionale, per un periodo pari almeno a trenta giorni, un bando in cui sono indicati i posti che intendono ricoprire attraverso passaggio diretto di personale di altre amministrazioni, con indicazione dei requisiti da possedere. In via sperimentale e fino all'introduzione di nuove procedure per la determinazione dei fabbisogni standard di personale delle amministrazioni pubbliche, per il trasferimento tra le sedi centrali di differenti ministeri, agenzie ed enti pubblici non economici nazionali non è richiesto l'assenso dell'amministrazione di appartenenza, la quale dispone il trasferimento entro due mesi dalla richiesta dell'amministrazione di destinazione, fatti salvi i termini per il preavviso e a condizione che l'amministrazione di destinazione abbia una percentuale di posti vacanti superiore all'amministrazione di appartenenza. Per agevolare le procedure di mobilità la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica istituisce un portale finalizzato all'incontro tra la domanda e l'offerta di mobilità.

1-bis. L'amministrazione di destinazione provvede alla riqualificazione dei dipendenti la cui domanda di trasferimento è accolta, eventualmente avvalendosi, ove sia necessario predisporre percorsi specifici o settoriali di formazione, della Scuola nazionale dell'amministrazione. All'attuazione del presente comma si provvede utilizzando le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

1-ter. La dipendente vittima di violenza di genere inserita in specifici percorsi di protezione, debitamente certificati dai servizi sociali del comune di residenza, può presentare domanda di trasferimento ad altra amministrazione pubblica ubicata in un comune diverso da quello di residenza, previa comunicazione all'amministrazione di appartenenza. Entro quindici giorni dalla suddetta comunicazione l'amministrazione di appartenenza dispone il trasferimento presso l'amministrazione indicata dalla dipendente, ove vi siano posti vacanti corrispondenti alla sua qualifica professionale.

2. Nell'ambito dei rapporti di lavoro di cui all'articolo 2, comma 2, i dipendenti possono essere trasferiti all'interno della stessa amministrazione o, previo accordo tra le amministrazioni interessate, in altra amministrazione, in sedi collocate nel territorio dello stesso comune ovvero a distanza non superiore a cinquanta chilometri dalla sede cui sono adibiti. Ai fini del presente comma non si applica il terzo periodo del primo comma dell'articolo 2103 del codice civile. Con decreto del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, previa consultazione con le confederazioni sindacali rappresentative e previa intesa, ove necessario, in sede di conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, possono essere fissati criteri per realizzare i processi di cui al presente comma, anche con passaggi diretti di personale tra amministrazioni senza preventivo accordo, per garantire l'esercizio delle funzioni istituzionali da parte delle amministrazioni che presentano carenze di organico. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai dipendenti con figli di età inferiore a tre anni, che hanno diritto al congedo parentale, e ai soggetti di cui all'articolo 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni, con il consenso degli stessi alla prestazione della propria attività lavorativa in un'altra sede.

2.1. Nei casi di cui ai commi 1 e 2 per i quali sia necessario un trasferimento di risorse, si applica il comma 2.3. 2.2 I contratti collettivi nazionali possono integrare le procedure e i criteri generali per l'attuazione di quanto previsto dai commi 1 e 2. Sono nulli gli accordi, gli atti o le clausole dei contratti collettivi in contrasto con le disposizioni di cui ai commi 1 e 2.

2.3. Al fine di favorire i processi di cui ai commi 1 e 2, è istituito, nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, un fondo destinato al miglioramento dell'allocazione del personale presso le pubbliche amministrazioni, con una dotazione di 15 milioni di euro per l'anno 2014 e di 30 milioni di euro a decorrere dall'anno 2015, da attribuire alle amministrazioni destinatarie dei predetti processi. Al fondo confluiscono, altresì, le risorse corrispondenti al cinquanta per cento del trattamento economico spettante al personale trasferito mediante versamento all'entrata dello Stato da parte dell'amministrazione cedente e corrispondente riassegnazione al fondo ovvero mediante contestuale riduzione dei trasferimenti statali all'amministrazione cedente. I criteri di utilizzo e le modalità di gestione-delle risorse del fondo sono stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. In sede di prima applicazione, nell'assegnazione delle risorse vengono prioritariamente valutate le richieste finalizzate all'ottimale funzionamento degli uffici giudiziari che presentino rilevanti carenze di personale e conseguentemente alla piena applicazione della riforma delle province di cui alla legge 7 aprile 2014, n. 56. Le risorse sono assegnate alle amministrazioni di destinazione sino al momento di effettiva permanenza in servizio del personale oggetto delle procedure di cui ai commi 1 e 2.

2.4. Agli oneri derivanti dall'attuazione del comma 2.3, pari a 15 milioni di euro per l'anno 2014 e a 30 milioni di euro a decorrere dall'anno 2015, si provvede, quanto a 6 milioni di euro per l'anno 2014 e a 9 milioni di euro a decorrere dal 2015 mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 3, comma 97, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, quanto a 9 milioni di euro a decorrere dal 2014 mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 14, del decreto-legge del 3 ottobre 2006, n. 262 convertito con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286 e quanto a 12 milioni di euro a decorrere dal 2015 mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 527, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. A decorrere dall'anno 2015, il fondo di cui al comma 2.3 può essere rideterminato ai sensi dell'articolo 11, comma 3, lettera d), della legge 31 dicembre 2009, n. 196. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare con propri decreti le occorrenti variazioni di bilancio per l'attuazione del presente articolo.

2-bis. Le amministrazioni, prima di procedere all'espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, devono attivare le procedure di mobilità di cui al comma 1, provvedendo, in via prioritaria, all'immissione in ruolo dei dipendenti, provenienti da altre amministrazioni, in posizione di comando o di fuori ruolo, appartenenti alla stessa area funzionale, che facciano domanda di trasferimento nei ruoli delle amministrazioni in cui prestano servizio. Il trasferimento è disposto, nei limiti dei posti vacanti, con inquadramento nell'area funzionale e posizione economica corrispondente a quella posseduta presso le amministrazioni di provenienza; il trasferimento può essere disposto anche se la vacanza sia presente in area diversa da quella di inquadramento assicurando la necessaria neutralità finanziaria.

2-ter. L'immissione in ruolo di cui al comma 2-bis, limitatamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministero degli affari esteri, in ragione della specifica professionalità richiesta ai propri dipendenti, avviene previa valutazione comparativa dei titoli di servizio e di studio, posseduti dai dipendenti comandati o fuori ruolo al momento della presentazione della domanda di trasferimento, nei limiti dei posti effettivamente disponibili.

2-quater. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, per fronteggiare le situazioni di emergenza in atto, in ragione della specifica professionalità richiesta ai propri dipendenti può procedere alla riserva di posti da destinare al personale assunto con ordinanza per le esigenze della Protezione civile e del servizio civile, nell'ambito delle procedure concorsuali di cui all'articolo 3, comma 59, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, e all'articolo 1, comma 95, della legge 30 dicembre 2004, n. 311.

2-quinquies. Salvo diversa previsione, a seguito dell'iscrizione nel ruolo dell'amministrazione di destinazione, al dipendente trasferito per mobilità si applica esclusivamente il trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi vigenti nel comparto della stessa amministrazione .

2-sexies. Le pubbliche amministrazioni, per motivate esigenze organizzative, risultanti dai documenti di programmazione previsti all'articolo 6, possono utilizzare in assegnazione temporanea, con le modalità previste dai rispettivi ordinamenti, personale di altre amministrazioni per un periodo non superiore a tre anni, fermo restando quanto già previsto da norme speciali sulla materia, nonché il regime di spesa eventualmente previsto da tali norme e dal presente decreto.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 30 TUPI

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Anonimo chiede
domenica 07/05/2017 - Veneto
“Buon giorno, vi scrivo in quanto vorrei fare mobilità volontaria dal mio Ente alla Polizia Locale di un comune.
Alcuni colleghi mettono in dubbio che il mio Ente rientri nella lista di cui all'art.1 c.2 del D.Lgs. 165/2001 e per questo mettono in dubbio la leicità del mio passaggio.
Chiedo a voi un parere.
Nel 2001 ho vinto un concorso pubblico, pubblicato sul BUR, presso l'Ente dove attualmente lavoro e da allora sono impiegato come "addetto alla vigilanza territoriale", pubblico ufficiale e con funzioni di polizia amministrativa, presso il Consiglio di Bacino (omissis).
Nel mio lavoro commino sanzioni amministrative ed eseguo indagini fino a determinarne la natura penale, allora collaboro con tutte le altre forze di polizia coordinandole in base alle loro funzioni.
Il mio è un Ente di diritto pubblico, ex Ente pubblico economico, con poteri autoritativi , come il potere sanzionatorio, il potere di esproprio e il potere dato dai regolamenti del Consiglio di Bacino stesso.
Questi poteri gli sono delegati in statuto dai comuni fondatori che ne controllano ogni attività in forma associativa, essendo il CDA, il presidente, l'assemblea dei soci costituita da sindaci o loro delegati. Lo scopo, da statuto, del mio Ente è di controllo delle attività di tutela dell'ambiente e del territorio, in particolare le attività amministrative relative ai servizi pubblici.

Sul sito: "omissis" è possibile visionare lo statuto

Sul sito: pubblicaamministrazione.info il mio Ente è definito Ente Pubblico.

Vi ringrazio moltissimo per la vostra cortesia. A presto.”
Consulenza legale i 12/05/2017
Il comma 1, dell'art. 30, del D.Lgs. n. 165/2001 prevede che le amministrazioni pubbliche possano ricoprire posti vacanti in organico mediante cessione del contratto di lavoro di dipendenti appartenenti alla stessa qualifica, in servizio presso altre amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento.

Amministrazioni destinatarie di tale disposizione sono quelle indicate all'art. 1, comma 2, del medesimo D.Lgs. n. 165/2001, cioè tutte le amministrazioni dello Stato (ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative), le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria artigianato ed agricoltura e loro associazioni, e tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale, l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e le Agenzie di cui al D.Lgs. 30 luglio 1991, n. 300.

A questo punto il problema che si pone è quello di capire se l’ente interessato sia da qualificare quale ente pubblico non economico o economico (in questo secondo caso escluso dall’ambito di operatività della predetta norma).

Un valido aiuto può venire dall’esame dello Statuto che ne contiene la disciplina, il quale, dopo aver qualificato il Consiglio di Bacino quale forma associativa per l’esercizio unitario delle funzioni in materia di gestione dei rifiuti urbani e assimilati (art. 1 comma 5), attribuisce allo stesso personalità giuridica di diritto pubblico (art. 3 comma 2), disponendo al successivo comma 8 del medesimo art. 2 che ad esso si applicano le norme previste per le aziende speciali di cui all’art. 114 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 e successive modifiche ed integrazioni, in quanto compatibili.

Di fondamentale rilievo, ai fini che qui ci interessano, è anche la disposizione contenuta nell’art. 17 del predetto Statuto, ove è detto che gli enti locali partecipanti al Consiglio di Bacino coprono le relative spese di funzionamento in ragione delle rispettive quote di partecipazione.

Tre sono, dunque, gli elementi essenziali a cui fare riferimento, ossia:
  1. l’attribuzione a tale ente della personalità di diritto pubblico;
  2. il rinvio alla disciplina delle aziende speciali;
  3. la previsione statutaria di poter realizzare a favore di un gruppo di Comuni un servizio senza poter raggiungere la copertura dei costi e ottenendo per questo «un contributo finanziario» da parte del Comune.

Sulla natura giuridica delle aziende speciali, alla cui disciplina si richiama lo Statuto dell’ente, si rinvengono due orientamenti nettamente contrastanti nella giurisprudenza del Consiglio di Stato.

In particolare, in una prima sentenza, la n. 641 del 7 febbraio 2012, n. 64, il Consiglio di Stato, ribadendo quanto già affermato dal TAR Lazio – Roma, Sez. II ter, n. 931/2011, sostiene che l’azienda speciale non possa configurarsi alla stregua di una pubblica amministrazione, sottolineando che la stessa deve piuttosto farsi rientrare nel novero degli “enti pubblici economici” (così come già affermato dalla Corte di Cassazione, cfr. Cass. nn. 15661/06, 14101/06, 18015/02 e 10968/01).
Conseguentemente, si sostiene che l’art. 1, comma 2, d. lgs. 30 marzo 2001, n. 165 non possa trovare applicazione, dovendo ritenersi applicabile solo alle pubbliche amministrazioni “espressamente” menzionate nell’articolo medesimo.

Più specificatamente si afferma che l’azienda speciale debba essere esclusa dal novero delle pubbliche amministrazioni perché da considerare come un ente strumentale degli enti locali che, in quanto dotata di propria autonomia imprenditoriale, giuridica, di bilancio ed organizzativa, “vive di vita propria”, ancorché intimamente collegata agli enti locali da cui promana sia per quanto attiene agli indirizzi che per quanto attiene all’approvazione di taluni atti fondamentali (piano programma, piano pluriennale, ecc.).

Tuttavia, tale orientamento risulta contraddetto da una successiva sentenza dello stesso Consiglio di Stato, e precisamente la n. 1842/2015, nella quale si osserva che, seppure sia vero, in linea di principio, che un ente pubblico è di natura economica se produce, per legge e per statuto (e quindi in modo non fattuale e non contingente) beni o servizi con criteri di economicità, ossia con equivalenza, almeno tendenziale, tra costi e ricavi (analogamente ad un ordinario imprenditore), qualora tuttavia l’ente possa normativamente (ossia per statuto) perseguire le proprie finalità con finanziamenti dello Stato e di altri enti pubblici e, cioè, con mezzi economici diversi dai corrispettivi ottenuti, la gestione, comunque, non è economica.

Peraltro, secondo quanto affermato dalla Suprema Corte di Cassazione (Cass., Sez. Un., 11.7.2006, n. 15661), l’indagine rivolta a stabilire se un ente pubblico sia o meno economico, deve essere compiuta tenendo presente la disciplina legale e statutaria che ne regola l’attività con riferimento agli scopi dell’ente medesimo (e nel nostro caso il riferimento non potrà che farsi al richiamato art. 17 dello Statuto, che prevede il contributo finanziario pro quota dei Comuni, indice della non economicità dell’ente).

Ne segue che, rientrando l’Ente in questione, alla stregua dell’ultimo orientamento giurisprudenziale espresso, tra gli enti pubblici non economici comunali, troverà applicazione l’art. 1 comma 2 D.lgs 165/2001.

Detto questo, si consiglia intanto di acquisire il nulla osta da parte dell'ente di appartenenza, tenendosi presente che, ai sensi dell’art. 30 comma 1 D.lgs. 165/2001, le amministrazioni pubbliche potranno procedere al trasferimento volontario in presenza delle seguenti condizioni:
  1. posti vacanti in organico;
  2. status di dipendente pubblico in servizio con qualifica corrispondente a quella richiesta (si tenga presente che la normativa richiede una parità di qualifica e non di profilo professionale);
  3. pubblicazione di un bando (per la durata minima di 30 giorni) contenente il numero di posti da ricoprire, i requisiti e le competenze professionali richieste;
  4. domanda di trasferimento e assenso dell'amministrazione di appartenenza (c.d. nulla osta, che si consiglia di acquisire con anticipo).

Ovviamente, in assenza di bando da parte dell’amministrazione ricevente, ogni richiesta di mobilità non potrà che avere esito negativo.

GIUSTINO A. chiede
martedì 13/09/2016 - Sicilia
“Spett.le Studi Brocardi.it,
sono un dipendente a tempo indeterminato dell’Università degli Studi, area amministrativa C, cui corrisponde il livello B 2 CCNL Enti pubblici non economici, ed attualmente in servizio in comando presso l’Inps, sino al 31/12/2016.
Ho iniziato a prestare servizio in posizione di comando presso l’Inps in data 01/05/2010, per la durata di oltre 6 anni ad oggi. Tale comando mi è stato prorogato per n. 6 volte, sino al 31.12.2016.
Ho più volte inoltrato richiesta formale di essere trasferito nei ruoli dell’ente, ma tale richiesta è rimasta priva di riscontro.
Inoltre, i vari rinnovi di comando sono stati supportati da specifiche dichiarazioni di indispensabilità da parte degli organi competenti.
Nel corso dell’ultima richiesta di rinnovo comando, inoltrata dall’Inps all’Università (novembre 2015), l’Inps comunicava testualmente “che al verificarsi delle condizioni previste dalla normativa vigente in materia di mobilità, si procederà alla stabilizzazione del personale in posizione di comando presso questo Istituto”.
Il 28 luglio scorso, nel corso della relazione annuale, il Presidente annunciava il suo piano di rilancio dell’Inps, con la creazione della figura del funzionario-consulente, con un nuovo bando di concorso per l’assunzione di nuovo personale tutto di Area C, e per questo motivo confermava la sua volontà di stabilizzare il personale in comando con la sola qualifica di Area C (circa 100 unità) e derogando la stabilizzazione del personale di Area B (170 unità) ai futuri pensionamenti del personale della stessa Area (cioè mai).
Il 25/08/2016 invece è stata pubblicata una Determina a firma del Presidente dell’Inps, con la quale si è proceduto all’immissione nei ruoli dell’ente di n.9 comandati su complessivi 20 in scadenza il 31/08/2016, tutti appartenenti all’area C, rimandando alle proprie amministrazioni 11 comandati di area B, dopo anche 10 anni di servizio presso l'istituto.
Ciò premesso, si richiede un parere legale nelle more di una prossima (31.12.2016) cessazione del comando e precisamente:
- Il superamento del limite dei 3 anni di comando previsti dal T.U. Pubblico impiego, art. 30 co. 2-sexies, può essere condizione per ottenere l’assunzione nei ruoli Inps?
- Può essere effettuata l’assunzione del solo personale comandato di categoria C escludendo di fatto il personale comandato di categoria B?
- Può essere bandito un concorso esterno di personale di categoria C, senza che venga preventivamente effettuata la mobilità del personale in comando, anche se di categoria diversa da quella per cui verrebbe bandito il concorso?
- Esiste della giurisprudenza in merito?
- Mi risulta che negli ultimi mesi un ex collega comandato, ma non so chi e in quale città, abbia vinto un giudizio contro l’Inps ottenendo la riassunzione in servizio. C’è la possibilità di risalire a questa sentenza visto che l’Inps l'ha blindata?
Nell’attesa di un vostro gradito riscontro vi ringrazio per la disponibilità e porgo cordiali saluti.”
Consulenza legale i 18/09/2016
L’art. 30, comma 2 sexies del T.U. Pubblico impiego (d.lgs. 165/2001) consente alle pubbliche amministrazioni di utilizzare in assegnazione temporanea del personale di altra pubblica amministrazione per un periodo non superiore a tre anni solo allorquando sussistano motivate esigenze organizzative.
Una peculiare tipologia di assegnazione temporanea è data dal c.d. “comando”, il quale, ai sensi dell’art. 56 D.P.R. n. 3/1957 consiste nella prestazione del servizio da parte del dipendente pubblico “presso altra amministrazione statale o presso enti pubblici, esclusi quelli sottoposti alla vigilanza dell'amministrazione cui l'impiegato appartiene. Il comando è disposto, per tempo determinato e in via eccezionale, per riconosciute esigenze di servizio o quando sia richiesta una speciale competenza”.
Trattasi pertanto di due fattispecie distinte. L’utilizzazione temporanea del dipendente pubblico presso un ufficio diverso da quello che costituisce la sua sede di servizio (a volte denominato distacco nella giurisprudenza amministrativa) si distingue dal comando proprio perché l’impiegato non viene assegnato ad una pubblica amministrazione diversa da quella di appartenenza, ma – temporaneamente – ad un ufficio, diverso da quello nel quale è formalmente incardinato, ma comunque dell’amministrazione datrice di lavoro. Non si tratta neppure di trasferimento il quale consiste, invece, nel mutamento definitivo del luogo di lavoro.
In altre parole, il dipendente comandato continua formalmente il suo rapporto di lavoro con l’amministrazione di appartenenza e non con l’amministrazione di destinazione: il c.d. “rapporto organico” continua pertanto ad intercorrere tra il dipendente e l’ente di appartenenza (Università degli Studi, nel Suo caso), mentre si modifica il c.d. “rapporto di servizio”, atteso che il dipendente è inserito, sia sotto il profilo organizzativo – funzionale, sia sotto quello gerarchico e disciplinare, nella nuova amministrazione di destinazione, a favore della quale egli presta esclusivamente la sua opera per il periodo di tempo considerato (INPS).
Secondo la dottrina, però, nel caso specifico del comando, l’indicazione del termine non costituisce un vincolo contrattuale verso il dipendente, totalmente estraneo alla decisione amministrativa, bensì solo un termine massimo di utilizzo, decorso il quale occorre un nuovo esercizio del potere per il successivo eventuale rinnovo.
Ciò che – di fatto – è stato eseguito nel caso di specie.
Inoltre, ciò implica che alla posizione di comando del dipendente presso una nuova amministrazione non si accompagna la corrispondente soppressione del posto in organico presso l'amministrazione di provenienza: è stato così affermato che il comando comporta lo spostamento del pubblico dipendente per un periodo non breve in un'altra località e presso altra amministrazione che ne diventa la ordinaria sede di lavoro (C.d.S., sez. IV, 27/4/1995, n. 271)
Si precisa nel quesito che l’INPS, nel chiedere il rinnovo del comando all’Università degli Studi, avrebbe proceduto alla stabilizzazione del personale in comando al verificarsi delle condizioni di legge previste per la mobilità – ciò che poi ha fatto solo per alcuni dipendenti comandati, rimandandone altri alle amministrazioni di appartenenza. Ciò perché la procedura di mobilità nel pubblico impiego consente una immissione nei ruoli dell’amministrazione destinataria solo allorquando vi sia una parità di qualifiche (è la c.d. mobilità compensativa, prevista dall’art. 30 d.lgs. 165/2001).

Tornando al Suo caso, per rispondere alla prima domanda si ribadisce quanto sopra esposto: trattasi di “comando” e non di “assegnazione temporanea”, pertanto non vi è il limite dei tre anni previsti dall’art. 30 comma 2 sexies del d.lgs. 165/2001. Naturalmente, ai sensi dell’art. 57 del D.P.R. 3/1957, Lei ben potrà partecipare ai concorsi, agli esami e alle procedure selettive tanto dell’Università degli Studi quanto dell’INPS (“l'impiegato in posizione di comando è ammesso agli esami, ai concorsi ed agli scrutini di promozione nonché ai concorsi per il passaggio alla qualifica intermedia della carriera superiore in base alle normali disposizioni. La spesa per il personale comandato presso altra amministrazione statale resta a carico dell'amministrazione di appartenenza … Il periodo di tempo trascorso nella posizione di comando è computato agli effetti del trattamento di quiescenza e di previdenza”).
La seconda risposta necessita di un breve excursus. Innanzitutto, la Pubblica Amministrazione è regolata da specifiche disposizioni costituzionali, che ne prevedono, tra l’altro, il buon andamento e l’imparzialità, ai sensi dell’art. [[n97 Cost]] Cost., oltre che il servizio esclusivo per la Nazione dei pubblici dipendenti (art. [[n98 Cost]] Cost.).
Appare pertanto del tutto logico che anche – e soprattutto – nel pubblico impiego trovino applicazione gli altri Principi Fondamentali della nostra Costituzione, tra cui il principio di uguaglianza e di non discriminazione. Ed è proprio sulla base di questo breve ragionamento che la Corte di Cassazione ha affermato (sent. 16/4/2012 n. 5959) che non può esistere una disparità di trattamento tra dipendenti dello stesso ente, a seconda che essi siano assunti direttamente da questo (“in ruolo”) oppure siano assegnati o comandati da altra Pubblica Amministrazione.
È però anche vero che l’assunzione di personale rientra nella c.d. attività discrezionale della Pubblica Amministrazione, come tale non passibile di ingerenza esterna: se l’INPS necessita di personale con una determinata qualifica, ben potrà procedere all’assunzione di quel personale, escludendo un’altra qualifica contrattuale (o, eventualmente, bandendo un concorso per un passaggio di qualifica).

La terza domanda implica una risposta precisa: l’art. 30, comma 2 bis del d.lgs. 165/2001 è molto chiaro sul punto. “Le amministrazioni, prima di procedere all'espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, devono attivare le procedure di mobilità di cui al comma 1, provvedendo, in via prioritaria, all'immissione in ruolo dei dipendenti, provenienti da altre amministrazioni, in posizione di comando o di fuori ruolo, appartenenti alla stessa area funzionale, che facciano domanda di trasferimento nei ruoli delle amministrazioni in cui prestano servizio. Il trasferimento è disposto, nei limiti dei posti vacanti, con inquadramento nell'area funzionale e posizione economica corrispondente a quella posseduta presso le amministrazioni di provenienza; il trasferimento può essere disposto anche se la vacanza sia presente in area diversa da quella di inquadramento assicurando la necessaria neutralità finanziaria”. In altre parole, prima di procedere ad un concorso pubblico, l’INPS – stando alla lettera della norma – dovrebbe immettere in ruolo i dipendenti comandati o fuori ruolo che appartengono alla stessa qualifica professionale per cui intende svolgere una selezione pubblica.
Il Consiglio di Stato è pero intervenuto sul punto, discostandosi dall’interpretazione letterale della disposizione. “La formulazione letterale della norma, la quale impone di ricorrere alla mobilità "prima di procedere all'espletamento di procedure concorsuali", eccede le finalità di contenimento della spesa perseguite dalla previsione in commento che emerge appunto dal fatto che la priorità dell’istituto invocato è disposta unicamente prima che le procedure concorsuali siano indette. È evidente infatti che lo scorrimento di graduatorie aperte è idoneo a realizzare i medesimi obiettivi di risparmio in misura quantomeno non inferiore alla mobilità, rispetto alla quale richiede, invece, una inferiore tempistica per addivenire all’assunzione”. (C.d.S., sez. V, sent. 27/8/2014 n. 4361)
Ed ancora, con la sentenza 31/7/2012 n. 4329, la stessa sezione ha posto in rilievo che l’interpretazione letterale della disposizione di cui al comma 2 bis “si risolverebbe in una duplicazione di applicazione dell’istituto della mobilità, atteso che l’obbligo di legge, ovvero la preferenza per la mobilità già soddisfatto prima della decisione dell’amministrazione di bandire il concorso, dovrebbe applicarsi anche successivamente, per lo meno in luogo dell’utilizzo della graduatoria, il che non appare conforme alla legge che ha introdotto l’obbligo della mobilità esterna"; ed inoltre, per quanto concerne le rispettive caratteristiche delle due forme di reclutamento in questione: "lo scorrimento delle graduatorie trova causa proprio nell’obiettivo di ridurre la spesa pubblica, evitando l’indizione di nuovi concorsi per il reclutamento del personale e contestualmente attua i principi di economicità ed efficienza dell’azione amministrativa, tenuto conto del costo e dei tempi per l’esperimento di procedure concorsuali, compresa la procedura di mobilità”.
Ed infine (C.d.S., sez. V, 17/1/2014 n. 178) si è affermato che tra l’utilizzo dello scorrimento della graduatoria e quello della mobilità volontaria il legislatore ha dato comunque preferenza al primo metodo di reclutamento, per la maggiore celerità con cui lo stesso consente di addivenire all’assunzione.
In altre parole, con queste pronunce il Consiglio di Stato ha di fatto interpretato il disposto sopra esposto nel senso di una discrezionalità della Pubblica Amministrazione nel decidere se applicare la mobilità o lo scorrimento di eventuali graduatorie già sussistenti (per un concorso effettuato in precedenza per la medesima copertura di personale), dando la preferenza a quest’ultimo aspetto proprio per le esigenze di contenimento della spesa pubblica. Nel Suo caso, tuttavia, stando a quanto da Lei esposto, non pare esistere altro concorso tale per cui l’INPS potrebbe decidere di scorrere la graduatoria ed assumere il personale escluso da un primo concorso, ma dovrebbe (condizionale d’obbligo, vista la discrezionalità delle scelte della Pubblica Amministrazione) procedere dapprima ad una immissione nei suoi ruoli del personale comandato o fuori ruolo, e solo successivamente organizzare una procedura di selezione pubblica.
Per l’ultima risposta, non pare così agevole (viste le informazioni scarne, quantomeno in ordine al Tribunale che si è pronunciato) risalire alla sentenza.