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Articolo 834 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n. 262)

Espropriazione per pubblico interesse

Dispositivo dell'art. 834 Codice civile

Nessuno può essere privato in tutto o in parte dei beni di sua proprietà se non per causa di pubblico interesse, legalmente dichiarata, e contro il pagamento di una giusta indennità.

Le norme relative all'espropriazione per causa di pubblico interesse (1) sono determinate da leggi speciali (2).

Note

(1) Ogni cosa sia utile alla collettività è passibile di espropriazione. Ne sono esempio i fondi sui quali si voglia costruire una scuola o un'autostrada.
(2) Circa le espropriazioni per pubblica utilità vedasi. d.lgs. 2001, n. 325 (T.U. in tema di espropriazione per pubblica utilità).

Ratio Legis

L'espropriazione è caratterizzata da un procedimento amministrativo le cui fasi principali sono: una dichiarazione di pubblica utilità, un decreto di esproprio ed il pagamento di una giusta indennità. Nel corso del tempo molti sono stati gli interventi legislativi e della Consulta circa i parametri per la quantificazione dell'indennità di esproprio: la Corte Costituzionale ha, in particolare, precisato che quanto dovuto a titolo di indennizzo deve essere un serio ristoro, che sopperisca al sacrificio imposto al privato, e che tale somma non deve esserepuramente irrisoria o simbolica.

Brocardi

Publicum bonum privato est praeferendum
Ratio publicae necessitatis

Spiegazione dell'art. 834 Codice civile

Critica della formula della legge

Il nuovo testo legislativo appare troppo legato ai precedenti (l’ art. 29 dello Statuto e l’art. 438 del codice del 1865), e soltanto attraverso l'uso della formula che fa riferimento al pubblico interesse anziché alla pubblica utilità svela — come si vedrà subito — « la più vasta configurazione che l'istituto dell'espropriazione è andato assumendo ». Ma il principio ha ben altra estensione e richiedeva una formulazione più adeguata.

Sotto la legislazione precedente alcuni autori avevano osservato che « II principio della inviolabilità del diritto di proprietà posto nello Statuto, art. 29, e riprodotto dall'art. 438 codice civile, pare, a giudicare dalle espressioni letterali di queste due disposizioni, che soffra una sola eccezione: l’ espropriazione per causa di pubblica utilità. Ma questo criterio è troppo ristretto, e deve invece ritenersi che il principio della inviolabilità del diritto di proprietà possa subire limitazioni tutte le volte che lo imponga una ragione di equilibrio del sistema giuridico. Così si giunge ai casi estremi della confisca, che sono vere spoliazioni a carico del privato proprietario al quale non vengono assicurate nemmeno le utilità economiche rappresentanti l'equivalente del bene toltogli. Anche rimanendo nel campo della espropriazione per pubblica utilità, vi sono dei casi in cui essa e autorizzata in vista di finalità generali mediate, per ragioni di opportunità e non già per il fatto che la cosa stessa debba essere destinata al soddisfacimento di bisogni pubblici. Ciò avviene ad esempio per la esecuzione del piano regolatore delle città distrutte dai terremoti ».

E nemmeno se ne fa menzione, tanto che questa pare essere la più rigorosa esclusione delle appropriazioni di beni privati da parte della pubblica amministrazione senza indennizzo. Il principio, posto in termini generali, avrebbe dovuto lasciare spazio alla inclusione di qualsiasi specie di trasferimento coattivo, compresi anche quelli che si attuano nella esecuzione forzata.


Fisionomia dell'istituto dell'espropriazione nella nuova legislazione

Nella nuova formulazione è comunque rimasta l’ espressione « interesse pubblico ». A tale proposito si era in passato rilevato che « l'espropriazione non solo è venuta acquistando una estensione sempre maggiore rispetto alle cose che ne possono formare oggetto (beni immobili e mobili, servizi), ma, soprattutto, è venuta mutando fisionomia.

Anzitutto ne è mutato il fondamento: l'art. 7 della L. 20 marzo 1865, n. 2248 All. E sul contenzioso amministrativo poneva a base della possibilità di disporre senza indugio della proprietà privata una grave necessità pubblica; l'art. 29 dello Statuto albertino e l'art. 438 codice civile legittimavano l’ espropriazione " per causa di pubblica utilità " e, coerentemente, la L. 25 giugno 1865, n. 2359, che disciplina la materia, si richiamava al concetto di utilità.

Ora, indubbiamente, tanto la pubblica necessità che giustificava le ragioni di urgenza, quanto la pubblica utilità che legittimava l'espropriazione avevano a fondamento il pubblico interesse; ma una necessità determinata o una concreta utilità sono cristallizzazioni del pubblico interesse, il quale perciò opera solo indirettamente, in quanto abbia dato vita a singole necessità od utilità, ed episodicamente, in quanto acquisti aspetto concreto sotto la pressione di circostanze determinate.

Di fronte a queste formule dai contorni definiti, ma nel loro stesso sche­ma irrigidite, si pone oggi.... direttamente il concetto di pubblico interesse come immediato fondamento di ogni occupazione od espropriazione; si ha quindi una formula di più diretta applicazione e di elasticità maggiore, per mezzo della quale il pubblico interesse diviene forza normalmente operante nell'azione costante di quelle energie che sostituiscono il sottosuolo dell'ordinamento giuridico.

Le formule rigide potevano rispondere a quello stato di elaborazione legislativa e dottrinale che si poneva contro il diritto inviolabile del privato....; ma non certo oggi.... che l'espropriazione è uno dei normali procedimenti che gli enti pubblici hanno a loro disposizione per procacciarsi i mezzi ed i beni necessari per il soddisfacimento dei bisogni collettivi ».

Da questo punto di vista, dunque, la nuova formula appare più adeguata e più conforme allo stato attuale della legislazione.


L'ambito dell’ espropriazione e le fonti legislative della sua disciplina

La legislazione in terra di espropriazione per pubblica utilità è numerosissima: la legge fondamentale è quella del 25 giugno 1865 n. 2359, integrata e modificata da varie altre leggi, tra le quali importante è la legge 15 gennaio 1885, n. 2892 per il risanamento di Napoli, che ha molto influito sull’ evoluzione della disciplina giuridica dell' istituto.

Il bisogno di unificare tutta la legislazione e di procedere alle op­portune riforme si è fatto sentire da tempo. Notevole è stato il progetto di riforma (1928) della Commissione Reale all'uopo nominata, anche per le Relazioni (una di maggioranza ed una di minoranza) di accompagnamento. L'estensione dell'istituto si potrebbe definire in modo preciso facendo la ricognizione di tutte le disposizioni speciali nelle quali, sotto determinate condizioni, è ammessa l'espropriazione. Ma la norma generale, in un certo senso, racchiude in sè tutte quelle disposizioni speciali che rappresentano tante manifestazioni concrete di un principio generale.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

408 Le disposizioni generali contenute nel primo capo del secondo titolo del presente libro, con le quali s'inizia la disciplina della proprietà privata, riflettono la nuova concezione dell'istituto. L'art. 833 del c.c. pone il divieto degli atti emulativi. Tale divieto afferma un principio solidarietà tra privati e nel tempo stesso pone una regola conforme all'interesse della collettività nella utilizzazione dei beni. Quanto alla nozione dell'atto vietato ho creduto opportuno, per evitare eccessi pericolosi nell'applicazione della norma, esigere espressamente il concorso dell'animus nocendi. Nell'art. 834 del c.c. è richiamato il principio tradizionale dell'espropriazione per pubblico interesse e ne sono fissati i momenti fondamentali. La più vasta configurazione, che questo istituto è andata assumendo negli ultimi anni, trova nel nuovo codice ulteriori applicazioni, tra le quali precipua è quella fattane nell'art. 838 del c.c. in corrispondenza ai nuovi orientamenti in materia di proprietà, i quali non consentono che il privato sottragga i beni alle generali utilità del paese, abbandonandone la conservazione, la coltivazione o l'esercizio. Così, mediante l'istituto dell'espropriazione, lo Stato interviene quando l'iniziativa privata è assente. Non ho limitato questo principio al campo della produzione: altri interessi generali, degni di protezione e connessi con l'uso di beni di proprietà privata, sono il decoro delle città; le ragioni della sanità pubblica, quelle dell'arte e della storia. Non deve il proprietario lasciar deperire i suoi beni per mancanza delle debite cure, con l'effetto di deturpare l'aspetto delle città, di creare condizioni contrarie all'igiene, di compromettere monumenti che interessano l'arte o la storia, patrimonio morale di tutta la Nazione. In tutti questi casi un pubblico interesse da tutelare giustifica l'espropriazione, che avviene previo accertamento del concorso delle condizioni fissate dalla legge. E' appena il caso di ricordare come le finalità a cui tende la nuova disposizione siano prese in considerazione, sotto altro aspetto, dalle disposizioni degli articoli 499, 733 e 734 del codice penale, e come al raggiungimento delle finalità stesse tenda, per le vie sue proprie, l'ordinamento corporativo. L'art. 835 del c.c. regola un istituto sostanzialmente affine all'esprapriazione, conferendo all'autorità pubblica, quando ricorrono gravi e urgenti necessità, militari o civili, di disporre, contro il pagamento di una giusta indennità, la requisizione dei beni mobili o immobili. Del pari, per gravi e urgenti necessità pubbliche, possono essere sottoposti dall'autorità amministrativa a particolari vincoli od obblighi di carattere temporaneo le aziende commerciali e le aziende agricole (art. 836 del c.c.). Si rivela, così, uno dei tratti caratteristici della nuova disciplina della proprietà: il legame indissolubile che intercede tra interesse individuale e interesse sociale e la incondizionata subordinazione di quello a questo. L'art. 837 del c.c. riguarda la costituzione degli ammassi dei prodotti agricoli o industriali allo scopo di regolarne la distribuzione nell'interesse della produzione nazionale: quanto alle norme per il conferimento dei prodotti si fa rinvio alle leggi speciali. Chiude il capo il richiamo ai vincoli sulle cose che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico (art. 839 del c.c.).

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relative all'articolo 834 Codice civile

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Nicola P. chiede
mercoledì 31/08/2016 - Veneto
“Secondo quanto mi fu insegnato nell'ormai lontano 1940 durante i corsi di ragioneria il nuovo codice civile, che sarebbe andato in vigore nel 1942, come poi fu, aveva apportato notevoli modifiche all'art. 840. Per cui i mappali venivano ad essere costituiti da tre parti: una che si estende al sottosuolo, una a livello terra e una terza che sovrasta il tutto. Iin tal modo il mappale non poteva essere più spostato dal posto ove nasceva.
Desidero sapere se questa qualità dei mappali, cioè la loro l'inamovibilità persiste, oppure se col tempo si è perduta in quanto un comune della zona ha provveduto a spostare dei mappali di una trentina di metri con il fine di potermi espropriare alcuni metri quadri di terreno di mia proprietà.”
Consulenza legale i 07/09/2016
E’ lecito presumere, dai pochi dati forniti nel quesito, che il Comune intenda espropriare una parte del terreno a chi scrive, sulla base di un’asserita errata rappresentazione dei confini catastali.

Non è chiaro, a dire il vero, cosa si intenda per “mappali inamovibili” e perché dovrebbe essere pertinente, rispetto al caso di specie, l’articolo 840 cod. civ..
Partendo, per ragioni di semplicità, da quest’ultima questione, è certamente noto anche a chi pone il quesito che – nonostante la norma citata, nonché il contenuto, più in generale, del diritto di proprietà in tutte le sue estrinsecazioni – la Pubblica Amministrazione è legittimata, in alcuni casi, a privare il titolare dei propri beni in tutto o in parte: “Nessuno può essere privato in tutto o in parte dei beni di sua proprietà, se non per causa di pubblico interesse, legalmente dichiarata, e contro il pagamento di una giusta indennità. Le norme relative all'espropriazione per causa di pubblico interesse sono determinate da leggi speciali” (art. 843 cod. civ.).
Pertanto, a nulla rileva, appunto, l’art. 840 cod. civ. sotto il profilo della estensione del diritto del proprietario al di sotto o al di sopra del suolo: di fronte ad esigenze di pubblico interesse, la proprietà privata può essere sacrificata e “soccombe”.

Ciò detto, per quanto riguarda i mappali, non è propriamente esatto né ha alcun senso parlare di “inamovibilità”, quasi il mappale fosse un bene materiale. In effetti, forse ciò a cui si fa riferimento nel quesito è più correttamente il bene in sé oggetto di proprietà (fondiaria, in questo caso): il terreno insomma, e non il mappale.

Questo, infatti, detto anche particella o numero di mappa, non è altro che la rappresentazione - all’interno del foglio catastale - di una porzione di terreno, o di fabbricato e dell'eventuale area di pertinenza, e viene contrassegnato, tranne rare eccezioni, da un numero.
Trattandosi, pertanto, di rappresentazione grafica contrassegnata da numeri, esso non potrà per definizione ritenersi “inamovibile” ed immodificabile.

Va specificato, per fare chiarezza sul punto, che la situazione reale dei luoghi e quella castale sono due cose completamente diverse e non necessariamente (anzi quasi mai) coincidono.
La superficie nominale o catastale è quella indicata, appunto, negli atti catastali; sono nominali anche le superfici derivate da un frazionamento e determinate per via grafica. La superficie reale di un fondo, invece, è determinata analiticamente, con gli opportuni calcoli numerici, direttamente dalle misure prese sul terreno ed estese all’intero perimetro del confine, materializzato con accertata o presunta correttezza.

Ciò rileva anche sotto il profilo processuale, poiché le mappe catastali – ad esempio nei contenziosi giudiziali aventi ad oggetto l’esatta determinazione dei confini tra due fondi – costituiscono, per il Giudice, un elemento di prova del tutto sussidiario in ordine alla proprietà fondiaria: “Le mappe catastali costituiscono sempre un elemento probatorio di carattere sussidiario, al quale si deve ricorrere in caso di obiettiva e assoluta mancanza di prove idonee a determinare il confine in modo certo o quando i diversi elementi prodotti (per la loro consistenza o per ragioni attinenti alla loro attendibilità) risultino comunque inidonei alla determinazione certa dei confini.” (T.A.R. Trento, (Trentino-Alto Adige), sez. I, 22/11/2012, n. 343).

In conclusione, ad avviso di chi scrive – ma si ribadisce che ciò si può solo presumere sulla base dei pochi dati a disposizione – è probabilmente accaduto che il Comune abbia fondato la propria azione su di una determinazione delle aree da espropriare diversa da quella risultante dai documenti catastali i quali fotografano una realtà solo formale, ma che può essere diversa e/o cambiata nella realtà.

Da ciò, ed in ogni caso, la necessità che il Comune procedente renda conto al privato proprietario della regolarità del procedimento amministrativo finalizzato all’esproprio.

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