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Articolo 614 bis Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

[Aggiornato al 30/06/2020]

Misure di coercizione indiretta

Dispositivo dell'art. 614 bis Codice di procedura civile

(1)Con il provvedimento di condanna all'adempimento di obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro il giudice, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento(2). Il provvedimento di condanna costituisce titolo esecutivo per il pagamento delle somme dovute per ogni violazione o inosservanza. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano alle controversie di lavoro subordinato pubblico e privato e ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di cui all’articolo 409.

Il giudice determina l’ammontare della somma di cui al primo comma tenuto conto del valore della controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o prevedibile e di ogni altra circostanza utile(3).

Note

(1) Tale norma è stata inserita dalla legge 69/2009 che ha previsto uno strumento di coercizione indiretta al fine di incentivare l'adempimento spontaneo degli obblighi che non risultano facilmente coercibili. La norma, infatti, prevede in capo al soggetto inadempiente l'obbligo di pagare una somma di denaro, al fine di indurlo a realizzare la sua obbligazione.
(2) Il giudice, previa richiesta della parte, unitamente al provvedimento di condanna ad un fare o a un non facere, fissa una somma di denaro dovuta dall'obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del provvedimento, al fine di esercitare una pressione psicologica sulla parte obbligata in modo tale da indurlo all'adempimento spontaneo.
(3) Nel determinare la somma dovuta per ogni violazione, il giudice dovrà tenere conto di alcuni parametri come il valore della controversia, la natura della prestazione, il danno quantificato o quello prevedibile, le condizioni personali e patrimoniali delle parti, accanto ad ogni altra circostanza utile. Tali parametri rappresentano dunque un limite alla discrezionalità del giudicante.

Massime relative all'art. 614 bis Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 19454/2011

Nell'ambito dei rapporti obbligatori, il carattere infungibile dell'obbligazione di cui si è accertato l'inadempimento non impedisce la pronuncia di una sentenza di condanna, in quanto la relativa decisione non solo è potenzialmente idonea a produrre i suoi effetti tipici in conseguenza della eventuale esecuzione volontaria da parte del debitore, ma è altresì produttiva di ulteriori conseguenze risarcitorie, suscettibili di levitazione progressiva in caso di persistente inadempimento del debitore; inoltre, ogni dubbio sull'ammissibilità di una pronuncia di condanna è stato eliminato dal legislatore con l'introduzione dell'art. 614 bis c.p.c. (attuazione degli obblighi di fare infungibile o di non fare), avente valore ricognitivo di un principio di diritto già affermato in giurisprudenza.

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Consulenze legali
relative all'articolo 614 bis Codice di procedura civile

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Bruno P. chiede
mercoledì 21/09/2016 - Veneto
“un muro abusivo costruito anni 70 di lunghezza 120 ml x h2,20, zona vincolo ambientale paesaggistico, ottenuta sanatoria nel 1998 con precrizioni di intonacatura con sabbia di cava e sostituzione grigliato di cemento con rete e pali. Proprietario il mio vicino il quale intenta causa per responsabilità di parziale caduta nei miei confronti, ma per ovvi motivi nel 2014 viene condannato a demolire e ricostruire il muro per adeguarlo ai regolamenti edili e paesaggistici. Con apertura d.i.a.di ristrutturazione realizza adeguamento sismico per una parte del muro, senza intervenire esternamente lasciando inalterata la parte restante compresa quella caduta nel mio terreno.Ora sono preoccupato perchè penso non eseguirà le opere di ripristino come da sentenza, tenuto conto che non ha rispettato nemmeno le prescrizioni in sanatoria.
Come posso fare per obbligarlo fare i lavori di adeguamento, si possono chiedere penali o comunque addebito per le eventuali azioni legali, quali sono i tempi? il muro in questione poteva essere condonato nei termini sopra citati, è soggetto a prescrizione.
Ringrazio per la sua attenzione”
Consulenza legale i 28/09/2016
Dalla lettura del caso che si propone si ritiene che le questioni da affrontare siano essenzialmente due:
A) quella relativa ai rimedi da esperire per costringere un terzo a rispettare le prescrizioni imposte in sede di sanatoria edilizia
B) quali azioni esercitare per ottenere la rimozione della parte di muro caduta nel fondo del vicino

Per quanto riguarda il problema sub A), si ritiene che la strada più celere sia quella di presentare un’istanza ed eventuale atto di diffida, con contestuale assegnazione di un termine per provvedere, al Comune nel cui territorio l’abuso è stato commesso, quale ente preposto alla vigilanza e repressione degli abusi edilizi, chiedendo l’adozione di provvedimenti repressivi dello specifico abuso edilizio compiuto sul terreno limitrofo.
A seguito di tale atto il Comune avrà non solo l’obbligo di rispondere all’istanza, ma anche quello di procedere per la refusione degli abusi edilizi.
La mancata ottemperanza a tale istanza comporterà il formarsi del c.d. silenzio rifiuto da parte dell’amministrazione, impugnabile tramite la speciale procedura di cui all’art. 21 bis legge 6 dicembre 1971 n. 1034 istitutiva dei tribunali amministrativi regionali, come introdotto dalla legge n. 205 del 2000, secondo quanto anche statuito dalla Sezione V del Consiglio di Stato con la sentenza n. 230 del 16 gennaio 2002.

Va detto, infatti, che il silenzio-rifiuto, come tale, sarà censurabile se da un lato riguardi l’estrinsecazione di un comportamento (potenzialmente) comunque dovuto da parte dell’Amministrazione e, dall’altro sia attivato – come nella fattispecie – non in maniera acritica e generalizzata, ma da chi vanta uno specifico e qualificato interesse.

Deve peraltro rilevarsi che nella fattispecie in esame viene ad essere prospettata una non generica situazione di abusività di interventi edilizi la cui antigiuridicità può essere espressamente specificata nelle varie istanze che l’interessato andrà a produrre, la cui legittimazione attiva è, come prima accennato, particolarmente qualificata dalla titolarità di un diritto di proprietà limitrofo al luogo in cui si sono perpetrati gli abusi denunciati.

Qualora, poi, il comportamento omissivo (silenzio-rifiuto) dell’Amministrazione sia stigmatizzato da un soggetto qualificato (in quanto, per l’appunto, titolare di una situazione di specifico e rilevante interesse che lo differenzia da quello generalizzato di per sé non immediatamente tutelabile), tale comportamento assumerà una connotazione negativa e censurabile dovendo l’Amministrazione (titolare dei generali poteri-competenze in materia di controllo e di repressione sull’abusivismo edilizio) dar comunque seguito (anche magari esplicitando l’erronea valutazione dei presupposti da parte dell’interessato) all’istanza.

In altri termini si ritiene che sull’accertata sussistenza di una posizione qualificata e legittimante, e di un’istanza circostanziata e specifica relativa a presunte realizzazioni abusive, il Comune sia tenuto a rispondere all’istanza (anche e solo per dimostrarne l’eventuale infondatezza di presupposti), in quanto da un lato tale compartecipazione si conforma all’evoluzione in atto dei rapporti tra Amministrazione e amministrato (titolare di una specifica posizione), e dall’altro perché in tale ipotesi il comportamento omissivo (spesso causa di un’inerte complicità agevolatrice del degrado edilizio), assume una sua sindacabile connotazione negativa.

Per quanto riguarda il termine per dare esecuzione alle prescrizioni imposte in sede di sanatoria, va detto che la concessione in sanatoria deve intendersi subordinata alla realizzazione delle prescritte opere, con l’ineludibile conseguenza che fin quando tali opere non verranno realizzate, la concessione non sarà valida; sarebbe opportuno verificare se per esse sia stato dato un termine, in difetto di che non si potrà parlare di lesione alle prescrizioni vera e propria, ma neppure può dirsi che il manufatto sia regolare (dal che ne discende la legittimazione all’istanza di cui sopra).

Dal punto di vista delle spese da sostenere, si sottolinea che trattasi di semplice istanza instauratrice di un procedimento amministrativo, per la quale non sono previsti costi particolarmente gravosi.

Delle spese un po’ più gravose dovranno invece sostenersi nell’ipotesi di inerzia del Comune ad adottare un provvedimento, nel qual caso si instaurerà un procedimento giurisdizionale amministrativo, nel corso del quale si potrà comune chiedere la condanna della pubblica amministrazione alla refusione delle spese che si è stati costretti a sostenere per il suo comportamento inerte.

Per quanto riguarda la rimozione della parte di muro caduta sul fondo altrui, si ritiene applicabile la norma di cui all’articolo [[n2053c]] codice civile, la quale dispone che il proprietario di un edificio o di altra costruzione è responsabile dei danni cagionati dalla loro rovina, dove nel concetto di altra costruzione può senz’altro farsi rientrare il muro in questione.

Ovviamente sarà opportuno valutare se sia più economico eliminare a proprie spese i resti del muro che si trovano sul proprio fondo ovvero esperire tale azione legale.