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Articolo 426 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

[Aggiornato al 29/02/2020]

Passaggio dal rito ordinario al rito speciale

Dispositivo dell'art. 426 Codice di procedura civile

Il giudice, quando rileva che una causa promossa nelle forme ordinarie riguarda uno dei rapporti previsti dall'articolo 409(1), fissa con ordinanza l'udienza di cui all'articolo 420 e il termine perentorio entro il quale le parti dovranno provvedere all'eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante deposito di memorie e documenti in cancelleria (2).

Nell'udienza come sopra fissata provvede a norma degli articoli che precedono(3).

Note

(1) E' possibile che durante lo svolgimento del processo, il giudice, da solo o su sollecitazione di parte, rilevi che la causa si sta svolgendo con un rito diverso dal quello necessario. Non si tratta di un difetto di competenza ma di semplice diversità di rito. Pertanto, quando il giudice rileva che la causa sia stata promossa con il rito ordinario ma attiene ad uno dei rapporti previsti dall'art. 409 del c.p.c., dispone con un'apposita ordinanza il mutamento del rito, fissando l'udienza di discussione ex art. 420 del c.p.c. e il termine entro cui le parti devono procedere all'integrazione dei rispettivi atti.
(2) L'ordinanza di mutamento del rito presuppone la previa instaurazione del contraddittorio e può essere pronunciata anche dopo l'istruttoria. Nel caso in cui il procedimento di primo grado si sia svolto con il rito ordinario anzichè con quello speciale, il giudice d'appello dispone la conversione del rito, senza rimettere la causa al primo giudice.
(3) Si precisa che il mutamento di rito non travolge gli effetti sostanziali e processuali della domanda e lascia immutate le preclusioni e le decadenze già maturate. A tal proposito, l'eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante il deposito di memorie e documenti di cancelleria non consente alle parti di proporre domande nuove.

Massime relative all'art. 426 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 27519/2014

Il mutamento del rito da ordinario a speciale non determina la rimessione in termini rispetto alle preclusioni già maturate alla stregua del rito ordinario, ma, sul piano formale, gli atti posti in essere anteriormente al passaggio al rito speciale devono essere valutati in base alle regole di quello ordinario, sicché sono ammissibili le domande di ripetizione di somme asseritamente pagate in esubero a titolo di canone di locazione e di restituzione di quanto versato a titolo di deposito cauzionale, perché proposte prima del mutamento del rito ex art. 426 cod. proc. civ., ove vi sia stata accettazione del contraddittorio sul punto.

Cass. civ. n. 9694/2010

Il processo erroneamente introdotto con il rito ordinario è regolato dal rito speciale non dal momento in cui ne viene statuita la natura, bensì dal momento in cui il giudizio ha inizio in applicazione del relativo rito, in quanto in precedenza rileva il rito adottato dal giudice che, a prescindere dalla sua esattezza, costituisce per la parte il criterio di riferimento, anche ai fini del computo dei termini previsti per le attività processuali. Ne consegue che, ove una controversia in materia di lavoro sia erroneamente trattata fino alla conclusione con il rito ordinario, trova applicazione il principio dell'apparenza o dell'affidamento, per il quale la scelta fra i mezzi, i termini ed il regime di impugnazione astrattamente esperibili va compiuta in base al tipo di procedimento effettivamente svoltosi, a prescindere dalla congruenza delle relative forme rispetto alla materia controversa. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che, in una controversia in materia di lavoro erroneamente trattata con il rito ordinario anche in grado di appello, aveva ritenuto applicabile la sospensione feriale al termine per l'impugnazione di una sentenza di primo grado).

Cass. civ. n. 9550/2010

Il mutamento del rito da ordinario a speciale non determina - neppure a seguito di fissazione del termine perentorio di cui all'art. 426 c.p.c. per l'integrazione degli atti introduttivi - la rimessione in termini rispetto alle preclusioni già maturate alla stregua della normativa del rito ordinario, dovendosi correlare tale integrazione alle decadenze di cui agli artt. 414 e 416 c.p.c. e non valendo la stessa a ricondurre il processo ad una fase anteriore a quella già svoltasi. (Principio affermato dalla S.C. in relazione ad una causa in materia di locazione in cui, dopo la trasformazione del rito ex art. 426 c.p.c., erano stati nuovamente prodotti documenti già prodotti tardivamente nell'anteriore corso della causa secondo il rito ordinario).

Cass. civ. n. 8721/2010

Qualora una controversia cui sia applicabile il rito del lavoro (nella specie in riferimento a domanda di restituzione di somme pretesamente corrisposte illegittimamente da una società al presidente del consiglio di amministrazione) sia stata trattata con il rito ordinario, atteso che con l'introduzione del giudice unico di primo grado (d.l.vo 19 febbraio 1998, n. 51) la natura della controversia incide solo sul rito applicabile e non sulla competenza, la relativa pronuncia non è viziata per incompetenza, nè può ritenersi affetta da nullità se non vi sia stata violazione dei diritti di difesa delle parti.

Cass. civ. n. 26611/2008

Nel rito locatizio l'ordinanza di trasformazione del rito prevista dall'art. 426 c.p.c. deve essere comunicata alla parte contumace, in osservanza di un principio generale del nostro ordinamento ; tuttavia la mancata comunicazione può essere eccepita solo dal soggetto interessato ossia il contumace (che si costituisca successivamente ) e non dalla parte già costituita, che non vi ha interesse se non è compromesso il suo diritto di difesa.

Cass. civ. n. 19345/2007

L'ordinanza con la quale il giudice del lavoro dispone il mutamento del rito e rimette la causa promossa con il rito speciale al capo dell'ufficio per l'assegnazione ad una sezione ordinaria non ha contenuto decisorio e non ha portata vincolante in ordine alla qualificazione del rapporto operato dal remittente; ne consegue la non impugnabilità dell'ordinanza in Cassazione né con regolamento di competenza né con ricorso ordinario.

Cass. civ. n. 1330/2006

Nel rito del lavoro, applicabile alle controversie in materia di locazione, la regola desumibile dall'art. 416 c.p.c., secondo la quale il convenuto è tenuto a proporre con la memoria di costituzione tutte le eccezioni, processuali e di merito, che non siano rilevabili d'ufficio, è applicabile, in caso di trasformazione del rito, al termine perentorio concesso dal giudice per depositare la memoria integrativa. Detto principio concerne le eccezioni in senso proprio, ma non si estende alle eccezioni relative ai presupposti dell'azione, che è onere dell'attore provare, né alle eccezioni che attengono alla qualificazione giuridica dei fatti dedotti dall'attore, che è comunque rimessa al giudice, indipendentemente dalle deduzioni di parte. (Fattispecie relativa a controversia in tema di rilascio per finita locazione nella quale parte conduttrice, dopo la scadenza del termine assegnatole per le sue difese con l'ordinanza di trasformazione del procedimento per convalida in giudizio di cognizione, aveva dedotto che il rapporto controverso era di comodato).

Cass. civ. n. 23018/2005

La decisione resa dal giudice ex art. 426 c.p.c., qualora contenga una pronuncia circa la natura del rapporto dedotto in giudizio, decidendo parzialmente la causa nel merito, preclude, a norma dell'art. 41 c.p.c., il regolamento preventivo di giurisdizione, a prescindere dalla forma del provvedimento adottato, non potendosi ritenere decisione meramente interlocutoria avente l'unico scopo di sottoporre la causa al rito del lavoro. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile il regolamento preventivo in presenza di una sentenza non definitiva con cui il giudice del rito ordinario aveva rimesso in istruttoria la causa per il mutamento del rito, ritenendo che la domanda di retribuzione per la frequentazione di una scuola di specializzazione da parte di un medico fosse riconducibile all'art. 409 c.p.c., quale controversia avente ad oggetto l'accertamento di un credito di lavoro subordinato, statuizione, questa, suscettibile di passare in giudicato e rimuovibile soltanto con una impugnazione o con un regolamento).

Cass. civ. n. 10271/2002

In tema di passaggio dal rito ordinario al rito speciale nelle cause in materia di locazione, l'art. 426 c.p.c. non prevede che la relativa ordinanza debba essere notificata a cura delle parti, onde l'eventuale inosservanza dell'ordine erroneamente formulato dal giudice non comporta decadenza a carico delle stesse, dato che, per espressa statuizione normativa (art. 420, comma undicesimo, richiamato dall'art. 447 bis del codice citato) nel rito delle locazioni, a tutte le notificazioni e comunicazioni provvede l'ufficio.

Cass. civ. n. 4352/2001

Disposto dal giudice adito il mutamento del rito ordinario in rito del lavoro ai sensi degli artt. 667 e 426 c.p.c., il mancato deposito del dispositivo in udienza non può essere considerato circostanza idonea a far ritenere la ritrasformazione del rito medesimo in ordinario, trattandosi di mera irregolarità assolutamente irrilevante. Consegue che per quanto concerne l'appello sono applicabili le norme del rito del lavoro, perfezionandosi l'impugnazione con il deposito del ricorso in cancelleria, dato che la successiva notificazione dell'atto del gravame (e del decreto di fissazione dell'udienza di discussione) costituisce elemento esterno, attiene cioè all'ulteriore svolgimento del rapporto processuale, ed è necessario soltanto per la chiamata in giudizio del convenuto.

Cass. civ. n. 5971/1995

Ai sensi dell'art. 426 c.p.c., il passaggio dal rito ordinario al rito speciale e la conseguente possibilità per le parti di provvedere ad integrare gli atti carenti (ferme restando le sole preclusioni eventualmente già maturate alla stregua della normativa propria del rito ordinario) presuppongono unicamente che la controversia individuale di lavoro sia stata promossa nelle forme ordinarie, vale a dire introdotta con atto di citazione; ne consegue che non può attribuirsi alcun rilievo, ai fini della sussistenza del diritto del ricorrente ad avvalersi dei documenti non indicati ed offerti in comunicazione e degli altri mezzi di prova costituenda non dedotti con l'atto di citazione — sempreché i suddetti mezzi probatori siano stati poi rispettivamente depositati ed articolati in sede di integrazione degli atti — al fatto che lo stesso sia stato colpevolmente ignaro dell'effettivo carattere della controversia.

Cass. civ. n. 2754/1995

Per il principio della ultrattività del rito, ove la controversia, ancorché introdotta con ricorso, sia stata trattata in primo grado con il rito ordinario in luogo di quello del lavoro al quale è assoggettata (nella specie: determinazione dell'equo canone ex art. 45 L. 27 luglio 1978, n. 392) debbono essere seguite le forme ordinarie anche per la proposizione dell'appello e dell'eventuale appello incidentale.

Cass. civ. n. 1274/1991

In tema di passaggio dal rito ordinario al rito speciale nelle cause di lavoro, ai sensi dell'art. 426 c.p.c. (nel testo fissato dall'art. 1 della L. 11 agosto 1973, n. 533) la circostanza che nell'ordinanza di fissazione dell'udienza di discussione manchi l'assegnazione alle parti di un termine perentorio per l'eventuale integrazione degli atti mediante memorie o documenti non determina alcun vizio del procedimento, ove non risulti che tale omissione abbia in concreto comportato pregiudizi o limitazioni del diritto di difesa.

Cass. civ. n. 428/1987

Qualora il giudice disponga la trasformazione del rito ai sensi dell'art. 426 c.p.c., l'ordinanza di fissazione dell'udienza di discussione e di concessione di termine perentorio per la integrazione degli atti deve essere comunicata solo alla parte contumace e non anche a quella precedentemente costituitasi.

Cass. civ. n. 3924/1986

La controversia che, pur riguardando un rapporto non compreso fra quelli indicati dall'art. 409 c.p.c., sia stata, ciononostante, trattata e decisa, sia in primo che in secondo grado, secondo il rito del lavoro rimane assoggettata (non collegando la legge alcuna previsione di nullità all'erronea adozione di tale rito) alla disciplina processuale delle controversie di lavoro anche per quanto riguarda l'operatività, in relazione al termine per la proposizione del ricorso per cassazione, dell'art. 3 della L. 7 ottobre 1969, n. 742, circa l'esclusione della sospensione dei termini nel periodo feriale.

Cass. civ. n. 5929/1985

Il mutamento del rito da ordinario in quello del lavoro può essere ritualmente disposto anche all'udienza di discussione con la pronuncia della sentenza mediante lettura del dispositivo in udienza, attuando l'applicazione del rito del lavoro nel suo più tipico elemento.

Cass. civ. n. 3323/1985

Nel nuovo rito del lavoro, l'introduzione del giudizio con citazione, anziché con ricorso, comporta soltanto il mutamento del rito, al quale il giudice deve provvedere ai sensi dell'art. 426 c.p.c.; mentre, ove tale adeguamento non sia stato disposto, l'irregolarità, non comportando una nullità assoluta, può essere fatta valere come motivo di gravame, sempreché si deduca uno specifico pregiudizio processuale che dalla mancata applicazione del rito sia concretamente derivato e che abbia inciso sulla determinazione della competenza, sul regime delle prove o sulle facoltà di cui le parti dispongono per l'esercizio del loro diritto di difesa.

Cass. civ. n. 2030/1985

Qualora il tribunale, investito di una controversia soggetta al nuovo rito del lavoro, anche dopo l'entrata in vigore della L. n. 533 del 1973, abbia erroneamente continuato ad applicare le norme del codice di procedura civile per le cause con il rito ordinario, disponendo, a norma dell'art. 426 c.p.c., il passaggio al rito speciale soltanto dopo l'assunzione dei mezzi istruttori, non ne deriva la nullità di tali atti e della susseguente sentenza ove non ne sia derivata la violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa.

Cass. civ. n. 5334/1984

Nel nuovo rito del lavoro, stante la mancata riproduzione nell'art. 426 c.p.c. della disposizione contenuta nel capoverso del successivo art. 427, le prove acquisite durante il rito «ordinario» non perdono efficacia col passaggio al rito «speciale».

Cass. civ. n. 5737/1983

La mancata adozione, da parte del giudice di primo grado, delle norme processuali previste per le controversie in materia di lavoro, la quale non abbia inciso sulla determinazione della competenza in senso proprio, sul regime delle prove o sull'esercizio del diritto di difesa delle parti, non può costituire — stante il difetto d'interesse — oggetto di mezzo di gravame, né determina alcuna nullità degli atti compiuti in osservanza delle disposizioni processuali comuni, residuando soltanto l'obbligo del giudice dell'appello di disporre la trasformazione del rito sulla base della norma di cui all'art. 426 c.p.c. la quale, nel prevedere il passaggio dal rito ordinario a quello speciale, presuppone appunto la sanabilità della irregolarità formale, costituita dal mancato rispetto delle norme processuali del lavoro in ordine alla forma dell'atto introduttivo del giudizio di primo grado e degli atti ad esso conseguenti.

Cass. civ. n. 4851/1983

A norma dell'art. 426 c.p.c., applicabile — per il rinvio contenuto nell'art. 442 dello stesso codice — anche alle cause in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie, l'erronea instaurazione della controversia nelle forme ordinarie anziché in quelle del rito del lavoro impone soltanto il passaggio dal rito ordinario al rito speciale, senza determinare la nullità dell'atto introduttivo, che rimane efficace anche ai fini del rispetto del termine stabilito dall'art. 680 c.p.c. in tema di convalida del sequestro autorizzato anteriormente alla causa, atteso che l'adozione della forma inappropriata non dà luogo ad una questione di competenza ma solo ad una questione di rito.

Cass. civ. n. 4481/1983

Nelle controversie soggette al nuovo rito del lavoro, la nullità della sentenza di primo grado per violazione dell'art. 426 c.p.c. (nel testo risultante dalla sentenza della Corte costituzionale n. 14 del 14 gennaio 1977), per mancata notificazione al contumace dell'ordinanza di mutamento del rito da ordinario a speciale ex lege 11 agosto 1973, n. 533, deve essere fatta valere mediante appello e non è deducibile per la prima volta in sede di legittimità.

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