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Articolo 183

Codice di Procedura Civile

Prima comparizione delle parti e trattazione della causa

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Dispositivo dell'art. 183 Codice di Procedura Civile

(1) All'udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione il giudice istruttore verifica d'ufficio la regolarità del contraddittorio e, quando occorre, pronuncia i provvedimenti previsti dall'articolo 102, secondo comma, dall'art. 164, secondo, terzo e quinto comma, dall'art. 167, secondo e terzo comma, dall'articolo 182 e dall'articolo 291, primo comma.
Quando pronunzia i provvedimenti di cui al primo comma, il giudice fissa una nuova udienza di trattazione.
Il giudice istruttore fissa altresì una nuova udienza se deve procedere a norma dell'art. 185.
Nell'udienza di trattazione ovvero in quella eventualmente fissata ai sensi del terzo comma, il giudice richiede alle parti, sulla base dei fatti allegati, i chiarimenti necessari e indica le questioni rilevabili d'ufficio delle quali ritiene opportuna la trattazione (2).
Nella stessa udienza l'attore può proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto. Può altresì chiedere di essere autorizzato a chiamare un terzo ai sensi degli articoli 106 e 269, terzo comma, se l'esigenza è sorta dalle difese del convenuto (3). Le parti possono precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate (4) (5).
Se richiesto, il giudice concede alle parti i seguenti termini perentori(6):
1) un termine di ulteriori trenta giorni per il deposito di memorie limitate alle sole precisazioni o modificazioni delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni già proposte;
2) un termine di ulteriori trenta giorni per replicare alle domande ed eccezioni nuove, o modificate dall'altra parte, per proporre le eccezioni che sono conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime e per l'indicazione dei mezzi di prova e produzioni documentali;
3) un termine di ulteriori venti giorni per le sole indicazioni di prova contraria.
Salva l'applicazione dell'articolo 187, il giudice provvede sulle richieste istruttorie fissando l'udienza di cui all'articolo 184 per l'assunzione dei mezzi di prova ritenuti ammissibili e rilevanti. Se provvede mediante ordinanza emanata fuori udienza, questa deve essere pronunciata entro trenta giorni.
Nel caso in cui vengano disposti d'ufficio mezzi di prova con l'ordinanza di cui al settimo comma, ciascuna parte può dedurre, entro un termine perentorio assegnato dal giudice con la medesima ordinanza, i mezzi di prova che si rendono necessari in relazione ai primi nonché depositare memoria di replica nell'ulteriore termine perentorio parimenti assegnato dal giudice, che si riserva di provvedere ai sensi del settimo comma.
Con l'ordinanza che ammette le prove il giudice può in ogni caso disporre, qualora lo ritenga utile, il libero interrogatorio delle parti; all'interrogatorio disposto dal giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui al terzo comma.
[L'ordinanza di cui al settimo comma è comunicata a cura del cancelliere entro i tre giorni successivi al deposito, anche a mezzo telefax, nella sola ipotesi in cui il numero sia stato indicato negli atti difensivi, nonché a mezzo di posta elettronica, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione e la trasmissione dei documenti informatici e teletrasmessi. A tal fine il difensore indica nel primo scritto difensivo utile il numero di fax o l'indirizzo di posta elettronica presso cui dichiara di voler ricevere gli atti] (7).

Note

(1) L'intero articolo è stato modificato dal D.L. 35/2005 e dalla l. 263/2005 con decorrenza dal 1 marzo 2006.

(2) Il giudice è tenuto a indicare le questioni rilevabili d'ufficio delle quali ritiene opportuna la trattazione, in quanto egli non può decidere la lite sulla base di questioni di tale tipo che non siano state previamente sottoposte all'attenzione delle parti.
Alcune questioni rilevabili d'ufficio sono il difetto di giurisdizione (v. 37 c.p.c.); la litispendenza (v. 39 c.p.c.); la connessione (v. 40 c.p.c.).

(3) L'attuale quinto comma è identico al quarto della precedente formulazione dell'art. 183. Esso consente all'attore di adeguare le proprie difese (art. 24 Cost.) in conseguenza di quelle proposte dal convenuto. Quindi, egli potrà proporre domande ed eccezioni nuove conseguenti al contenuto della comparsa di risposta del convenuto (c.d. mutatio libelli): di fatto egli potrà introdurre nuovi fatti costitutivi o estintivi, modificativi, impeditivi nel giudizio, ampliando il thema decidendum.
Inoltre, l'attore ha la possibilità di chiamare in causa un terzo (artt. 106 e 269 terzo comma, c.p.c.), se tale esigenza è sorta dalle difese del convenuto (ad esempio, il convenuto ha indicato una terza persona come titolare del diritto oggetto della causa, il c.d. terzo pretendente).
Tali poteri dell'attore devono essere esercitati a pena di decadenza nella prima udienza ex art. 183 del c.p.c..

(4) I termini "precisare" e "modificare", utilizzati dalla norma in relazioni a domande, eccezioni e conclusioni già formulate, si devono considerare entrambi rientranti nel concetto di emendatio libelli, ossia di mera modifica della domanda, e non di mutatio libelli (proposta di una istanza del tutto nuova, preclusa in questa fase del giudizio).
In particolare, la "precisazione" consiste nello sviluppo di un quid già implicito nel contenuto delle precedenti difese, che la parte si limita solo ad esplicare (per esempio, si allega un fatto secondario volto a chiarire le dinamiche di un sinistro stradale già compiutamente descritto nei suoi elementi costitutivi).
La "modifica" si ha invece quando essa incida sulla causa petendi, sicché risulti modificata soltanto l'interpretazione o qualificazione giuridica del fatto costitutivo del diritto, oppure sul petitum, nel senso di ampliarlo o limitarlo, per renderlo più idoneo al concreto ed effettivo soddisfacimento della pretesa fatta valere. E' usualmente considerata una mera emendatio l'allegazione di un fatto costitutivo nuovo di diritti autodeterminati, come il diritto di proprietà.

(5) La legge 353/1990 aveva previsto la previa autorizzazione del giudice alle parti per poter precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate. Con successiva legge del 20.12.1995 di conversione del d.l. n. 432/1995 ogni riferimento a tale autorizzazione è stato eliminato.

(6) Il giudice, su semplice richiesta di entrambe o di una delle parti, è tenuto a concedere un termine per il deposito di memorie contenenti precisazioni o modificazioni delle domande e delle eccezioni già proposte.
Le tre memorie, che vanno depositate rispettivamente a distanza di 30, 30 e 20 giorni, presentano i seguenti contenuti:
1) la prima consente di precisare o modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già proposte (ius variandi e poenitendi, esercitabile anche in prima udienza). Sebbene la norma non lo dica esplicitamente, parte della dottrina ritiene che le parti possano proporre domande ed eccezioni nuove;
2) la seconda permette di replicare alle domande ed eccezioni nuove o modificate dall'altra parte; proporre eccezioni che sono conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime; indicare mezzi di prova e produrre documenti nuovi o non già proposti negli atti introduttivi;
3) l'ultima memoria va utilizzata per indicare i mezzi di prova contraria.

(7) Ultimo comma abrogato dalla l. 12 novembre 2011, n. 183.


Ratio Legis

L'epocale riforma introdotta dalla l. 80/2005 e dalla l. 263/2005 ha accorpato in un'unica udienza le attività che venivano svolte precedentemente in tre momenti diversi (artt. 180, 183 e 184) e ha dato vita ad una udienza di comparizione e trattazione ibrida, seguita dallo scambio di scritti defensionali che nella pratica costituiscono ormai prassi consolidata.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 183 del c.p.c.che hanno ricevuto risposta dalla redazione di Brocardi.it

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it. Trattasi di quesiti per cui è stato richiesto il servizio di risposta a pagamento o che presentano particolare interesse giuridico in ragione del quale la redazione ha ritenuto di rispondere gratuitamente.

Quesito n. 9837/2014 lunedì 10 marzo 2014

Paolo chiede

Fruisco di servitù di passaggio con ogni mezzo su terreno altrui. N.B.: siamo in zona urbana e sui fondi dominante e servente insistono fabbricati in cui risiedono varie famiglie, per cui i passaggi sono particolarmente frequenti. Il titolare del fondo servente ha chiuso il fondo con cancello automatico, di cui ha consegnato chiavetta per azionare un interruttore manuale posto vicino al cancello, rifiutando la consegna del telecomando, con gli ovvi inconvenienti quando si ricevono ospiti e visitatori (o addirittura il medico), in quanto tocca scendere ogni volta al cancello con la chiave.
Avviata causa civile per ottenere il telecomando (e i danni per i disagi subiti), abbiamo ora ottenuto, previa ordinanza comunale, la rimozione del cancello, che era irregolare e non autorizzato. Finora non è stato comunicato, in giudizio, che il cancello è stato rimosso e temo che il giudice dica che la domanda principale (di ottenere il telecomando) non è più accoglibile e non lo è, di conseguenza, quella accessoria (di ottenere risarcimento); e temo addirittura addebito di spese per una causa che era assolutamente vinta.
Chiedo se sia necessario un atto apposito per notificare in giudizio l?avvenuta rimozione del cancello, insistendo, però, che resta dovuta la decisione sul diritto al telecomando (ovviamente: finché il cancello era in funzione) e che per lo stesso periodo sono dovuti i danni.
Grazie e cordiali saluti.
(il mio nome e indirizzo, per favore, restino riservati)

Parere legale online a cura della

redazione giuridica Brocardi.it

Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 9837/2014 [risposta a pagamento]

Nel caso di specie di è verificato un fatto sopravvenuto (la rimozione del cancello) che ha determinato l'inutilità di una delle domande proposte in giudizio (la richiesta del telecomando). Si parla in proposito di cessazione della materia del contendere, figura non prevista dal codice di procedura civile, ma creata dalla giurisprudenza (è invece prevista in ambito amministrativo dall'art. 23, ultimo comma, della legge 1034/1971 istitutiva dei T.A.R.).
La cessazione della materia del contendere va pronunciata con sentenza ogni volta in cui il giudice non possa decidere una pretesa sostanziale proposta in giudizio in quanto è venuto meno l’interesse delle parti (ad esempio per essersi verificato un fatto sopravvenuto, come nel caso in esame).

E' probabile, se non del tutto certo, che la controparte vorrà far rilevare in sede di giudizio la rimozione del cancello. Si deve quindi comprendere che conseguenza può avere una tale comunicazione sull'esito della causa.

Innanzitutto va premesso che la cessazione della materia del contendere, per tramutarsi in un provvedimento del giudice che chiuda il processo, deve essere richiesta da entrambe le parti.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza n. 5607 del 15 marzo 2005 ha stabilito che "la cessazione della materia del contendere, che costituisce il riflesso processuale del venire meno della ragion d'essere sostanziale della lite, per la sopravvenienza di un fatto suscettibile di privare le parti di ogni interesse a proseguire il giudizio, in tanto può essere dichiarata, in quanto i contendenti si diano reciprocamente atto dell'intervenuto mutamento della situazione revocata in controversia e sottopongano al giudice conclusioni conformi, intese a sollecitare l'adozione di una declaratoria della cessazione cennata. Si deve escludere, quindi, che il giudice possa dichiarare cessata la materia del contendere per avere una delle parti allegato, ed eventualmente provato, l'insorgenza di fatti astrattamente idonei a privare essa e il contraddittore di interesse e titolo all'esperimento della coltivata pretesa, quando, nelle rispettive conclusioni, ciascuno dei contendenti abbia insistito sulle domande originarie, così manifestando la determinazione di ottenere una decisione sul merito della vertenza".

Ciò significa che, anche se emergerà in giudizio il fatto della rimozione del cancello, l'attore (titolare del fondo dominante) avrà pieno diritto a chiedere la definizione del giudizio in relazione alle domande che non sono affatto risolte dal semplice avvenimento sopravvenuto, quali il risarcimento del danno per il periodo pregresso e la condanna al pagamento delle spese di lite del giudizio.
E' consigliabile insistere per le conclusioni già rassegnate in atto di citazione, anche dando atto che il cancello è stato rimosso, sottolineando le ragioni della rimozione, se sfavorevoli al convenuto: sarà poi il giudice nella sentenza a non accogliere la domanda relativa alla consegna del telecomando in quanto divenuta inutile in corso di causa e a condannare, invece, la controparte al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese del giudizio.

Quesito n. 7753/2013 venerdì 22 marzo 2013

Diego chiede

Le prime due memorie di cui all'art. 183, comma sesto, sono riservate rispettivamente all'attore e al convenuto, o entrambi?

Parere legale online a cura della

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7753/2013 [risposta gratuita]

Il termine per il deposito delle tre memorie previste dal sesto comma dell'art. 183 c.p.c. è previsto a favore di tutte le parti del processo. Ciascuna potrà depositare tutte e tre le memorie, rispettando i contenuti previsti dalla legge.

Quesito n. 7286/2012 domenica 23 dicembre 2012

Giorgio chiede

La vertenza è al termine terzo ex art.183, cioè gli ultimi 20 giorni scad. 30.12.2012. Agli atti è depositato il PVC della GdF per violazioni tributarie.
E' atto valido per richiedere ai sindaci il rimborso di danni patrimoniali in solidarietà con gli amministratori della società fallita? Si pensa che dovrebbe semmai occorrere l'avviso di accertamento,atto impugnabile cosa che non è il PVC.
Si può pertanto eccepire validità atto depositato(PVC)? Grazie.

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 7286/2012 [risposta a pagamento]

Il PVC - processo verbale di constatazione - redatto dalla Guardia di Finanza, o da altri organi di controllo fiscale, conclude l'attività di verifica fiscale presso la sede del contribuente e ne formalizza l'esito. Si tratta di un atto di natura istruttoria e pertanto non impugnabile autonomamente, non essendo menzionato tra gli atti tassativamente elencati nell'art. 19, d. lgs. 31 dicembre 1992, n. 546. Il suo contenuto può essere contestato mediante ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale avverso l'avviso di accertamento posto in essere dall'Ufficio fiscale competente.
Quanto all'efficacia probatoria del P.V.C., la Suprema Corte segue un consolidato orientamento secondo il quale tale processo verbale è assistito da fede privilegiata ai sensi dell'art. 2700 del c.c. e occorre proporre querela di falso per contestarne la veridicità (recentemente Cass. civ. 16 maggio 2012, n. 7671; precedenti Cass. 15311/08, 2949/06, 7208/03, 6939/01).
Pertanto, per affermare la falsità del contenuto di tale verbale non è sufficiente la mera allegazione di circostanze di fatto, o di generici elementi di prova, di segno contrario alle risultanze del predetto documento: risulta insufficiente, quindi, una generica eccezione di invalidità del verbale da proporsi con la terza memoria di cui al sesto comma dell'art. 183 del c.p.c. all'interno di un processo civile.
Se si ritiene di poter provare in un giudizio per querela di falso la non veridicità del contenuto del processo verbale redatto dalla Guardia di Finanza, sarà possibile presentare la relativa domanda ai sensi degli artt. 221 c.p.c. e ss.
Diversamente, il P.V.C., ai fini della valutazione del giudice, farà piena prova della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti (il verbale deve essere sottoscritto dal contribuente, art. 52 del D.P.R. 633/1972) e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti.

Tag: Mezzi probatori, processo verbale di constatazione

Quesito n. 4713/2011 venerdì 4 novembre 2011

maria chiede

Se i termini di cui all'art. 183, 6 comma, cpc vengono concessi con ordinanza pronunciata fuori udienza, il dies a quo è quello della data di deposito dell'ordinanza o della sua comunicazione alla parti costituite a cura della cancelleria.
Grazie per l'eventuale risposta.

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 4713/2011 [risposta gratuita]

Il giudice che, a scioglimento della riserva tenuta alla prima udienza di trattazione, conceda i termini per le memorie di cui all'art. 183 del c.p.c., comma sesto, dovrebbe indicare un dies a quo da cui far decorrere tali termini. Diversamente, essi decorrerebbero per ogni singola parte non dal deposito, ma dalla comunicazione del provvedimento individualmente ricevuto, con possibili discrepanze temporali. Ciò comporterebbe una evidente lesione del diritto di difesa di colui che riceve la comunicazione più tardi.

Attualmente, il problema potrebbe ritenersi superato in virtù dell'avvio del nuovo processo telematico, grazie al quale le comunicazioni di cancelleria vengono simultaneamente inviate a tutti i difensori delle diverse parti.

Quesito n. 2023/2011 venerdì 7 gennaio 2011

Avv. Lia Grignani chiede

La concessione dei termini è obbligatoria per l'Istruttore, sull'unico e semplice presupposto della richiesta di una delle parti, ancorché la causa sia manifestamente documentale ed esaustivamente istruita fin dall'atto introduttivo? Grazie.

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Risposta della redazione di Brocardi.it al quesito n. 2023/2011 [risposta gratuita]

L'art. 183 del c.p.c. reca l'inciso “se richiesto, il giudice concede alle parti". Tale espressione va interpretata, secondo l'opinione assolutamente prevalente, nel senso che la concessione dei tre termini previsti dalla norma non è subordinata ad alcuna autorizzazione o valutazione da parte del giudice. Altresì, dottrina autorevole ritiene che la richiesta unilaterale di una sola delle parti del giudizio giovi anche all'altra.

Ci si può chiedere, tuttavia, se il giudice istruttore sia obbligato a concedere i suddetti termini anche nel caso in cui ritenga la causa matura per la decisione.
Interpretando letteralmente l'art. 183, comma sesto c.p.c., il giudice non sembra avere margini di discrezionalità. Avendo riguardo, però, all'art. 80 disp. att. c.p.c. (“La rimessione al collegio, a norma dell’art. 187 del c.p.c., può essere disposta dal giudice istruttore anche nell’udienza destinata esclusivamente alla prima comparizione delle parti”) sembrerebbe che il giudice istruttore possa fissare direttamente l’udienza di precisazione delle conclusioni, nonostante la richiesta delle parti di concessione dei termini per le memorie. Secondo altra tesi, il giudice potrebbe fissare l’udienza di precisazione delle conclusioni e non concedere i termini solo quando l’emendatio della domanda o delle eccezioni sarebbe stata irrilevante ai fini della decisione della lite.

Quale che sia la posizione preferibile, si ritiene che laddove il giudice abbia deciso senza concedere i termini, la parte, impugnando la sentenza, debba sia eccepire la loro mancata concessione che specificare il pregiudizio causato dall’omissione nonché i fatti e le deduzioni che sarebbero state formulate (si veda in tal senso Cass. civ. n. 9169/2008, che decide su un giudizio svoltosi prima della riforma del 2006: “Qualora venga dedotto il vizio della sentenza di primo grado per avere il tribunale deciso la causa nel merito prima ancora che le parti avessero definito il "thema decidendum” e il “thema probandum”, l’appellante che faccia valere tale nullità – una volta escluso che la medesima comporti la rimessione della causa al primo giudice – non può limitarsi a dedurre tale violazione, ma deve specificare quale sarebbe stato il thema decidendum sul quale il giudice di primo grado si sarebbe dovuto pronunciare ove fosse stata consentita la richiesta appendice di cui all’art. 183, comma 5, c.p.c., e quali prove sarebbero state dedotte, poiché in questo caso il giudice d’appello è tenuto soltanto a rimettere le parti in termini per l’esercizio delle attività istruttorie non potute svolgere in primo grado”).

Nella prassi, quando i procuratori delle parti chiedono concordemente la concessione dei termini di cui all'art. 183, comma sesto, c.p.c., il giudice automaticamente accoglie la richiesta.

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