Brocardi.it, il sito dedicato al latino dei giuristi... e molto altro CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 737 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Soggetti tenuti alla collazione

Dispositivo dell'art. 737 Codice civile

I figli [legittimi e naturali] (1) e i loro discendenti [legittimi e naturali] (1) ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto per donazione [744 c.c.] direttamente o indirettamente(2), salvo che il defunto non li abbia da ciò dispensati (3).
La dispensa da collazione non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile [556 c.c.].

Note

(1) Il comma è stato così modificato dall'art. 87, comma 1, D. Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
(2) La donazione indiretta è quella che, pur non essendo una vera donazione sotto l'aspetto giuridico, nei fatti ne produce gli effetti (es. la remissione di debito, l'espromissione gratuita, il contratto a favore di terzo, etc...).
(3) La dispensa può essere concessa sia in forma espressa che tacita. Nel primo caso essa è contenuta nell'atto di donazione o nel testamento, nel secondo si ricava dal contesto dell'atto o dalle sue clausole.

Ratio Legis

Discusso è il fondamento della collazione. Secondo alcuni l'istituto si giustificherebbe in base ad una presunta volontà del testatore, secondo altri nella necessità di salvaguardare l'uguaglianza tra gli eredi. In base all'opinione maggioritaria, tuttavia, si ritiene che la norma voglia qualificare la donazione ricevuta in vita dai figli, dagli ascendenti di questi o dal coniuge del defunto come un'anticipazione dell'eredità di cui si debba tener conto nella formazione delle quote.

Brocardi

Collatio descendentium
Donatum
Relictum

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

357 A proposito dell'art. 276 del progetto, che nel primo comma stabiliva l'obbligo della collazione da parte dei figli o discendenti del de cuius che concorrono con fratelli o loro discendenti e nel secondo comma estendeva l'obbligo della collazione al caso di concorso tra figli legittimi e figli naturali, è stato discusso se sussista l'obbligo della collazione anche nei rapporti dei figli naturali tra di loro, e in base a varie argomentazioni si è giunti ad una soluzione negativa della questione. Tale soluzione mi è sembrata esatta e conforme al sistema del nuovo codice, che esclude ogni rapporto di parentela dei figli naturali tra loro, come si evince specialmente dall'art. 259. Tuttavia, per fissare più esattamente questo principio, ho ritenuto opportuno contemplare in due separati articoli la collazione dei figli legittimi e quella dei figli legittimi con i figli naturali. Pertanto, nell'art. 737 del c.c., ho collocato la norma sull'obbligo della collazione dei figli legittimi tra di loro (corrispondente al primo comma dell'art. 276 del progetto) e l'altra sui limiti all'esenzione da collazione tra figli legittimi (corrispondente al primo comma dell'art. 277 del progetto). Nell'art. 738cc ho poi espressamente disposto che tra figli legittimi e naturali vi è l'obbligo reciproco della collazione. In tal modo avendo affermato che i naturali sono tenuti alla collazione nei confronti dei legittimi e avendo abolito l'istituto eccessivamente rigoroso dell'imputazione previsto dall'art. 146 del vecchio codice, ne deriva che anche i figli naturali possono essere dispensati dalla collazione. Ma poiché la possibilità di dispensa non può essere senza limiti, tenuto conto del rapporto stabilito dalla legge per il caso di concorso tra figli naturali e figli legittimi, bisognava stabilire, colmando la lacuna dei precedenti progetti, che la dispensa non può avere alcun effetto, quando, cumulando il valore delle donazioni con la parte che il figlio naturale avrebbe diritto di conseguire nella successione, si ecceda il limite di capacità posto nell'art. 592. La norma doveva inoltre essere completata per il caso che il figlio naturale non venga alla successione. Anche in questo caso, egli non può ritenere, nonostante qualunque dispensa e a prescindere dalla possibile interferenza di altre norme come quella dell'art. 552, la donazione ricevuta oltre i limiti indicati nell'art. 592. In armonia ai criteri ora esposti, ho formulato il terzo comma dell'art. 738, in cui sono conglobate le due ipotesi sovraccennate.

Massime relative all'art. 737 Codice civile

Cass. n. 24150/2015

In tema di collazione ereditaria d'immobili, la deduzione per migliorie e spese ex art. 748 c.c. spetta anche al donatario nudo proprietario che provi di aver migliorato il bene donatogli dal "de cuius" con riserva di usufrutto, non essendo giustificabile il conferimento in collazione di un valore accresciuto a spese del conferente.

Cass. n. 17604/2015

Nell'ipotesi di acquisto di un immobile con denaro proprio del disponente ed intestazione ad altro soggetto, che il disponente medesimo intenda in tal modo beneficiare, si configura la donazione indiretta dell'immobile e non del denaro impiegato per l'acquisto, sicché, in caso di collazione, secondo le previsioni dell'art. 737 c.c., il conferimento deve avere ad oggetto l'immobile e non il denaro.

Cass. n. 10478/2015

La collazione è disciplinata dalla legge come una fase della divisione ereditaria, sicché non può formare oggetto di un'azione giudiziale autonoma dalla divisione stessa, neppure a fini di mero accertamento.

Cass. n. 5659/2015

Il donante ha solo il potere di dispensare il donatario dalla collazione, ma non può in alcun modo vincolare il donatario stesso, che sia tenuto alla collazione, a conferire l'immobile in natura o attuare la collazione per imputazione.

Cass. n. 24866/2006

In presenza di donazioni di diversi importi di danaro fatte in vita dal de cuius ad alcuni degli eredi, va effettuata la collazione ereditaria delle somme rispettivamente ricevute, senza che possa operarsi tra gli stessi una sorta di compensazione, dovendosi evitare disparità di trattamento tra tutti i coeredi.

In tema di divisione ereditaria, non è qualificabile come donazione soggetta a collazione il godimento, a titolo gratuito di un immobile concesso durante la propria vita dal de cuius a uno degli eredi, atteso che l'arricchimento procurato dalla donazione non può essere identificato con il vantaggio che il comodatario trae dall'uso personale e gratuito della cosa comodata, in quanto detta utilità non costituisce il risultato finale dell'atto posto in essere dalle parti, come avviene nella donazione, bensì il contenuto tipico del comodato stesso. A tal fine non solo si deve escludere che venga integrata la causa della donazione (in luogo di quella del comodato) nell'ipotesi in cui il comodato sia pattuito per un periodo alquanto lungo o in relazione a beni di notevole valore, ma rileva la insussistenza dell'animus donandi desumibile dalla temporaneità del godimento concesso al comodatario.

Cass. n. 3013/2006

Poiché la collazione ha la funzione di assicurare nella divisione della massa attiva del patrimonio del de cuius l'osservanza delle quote spettanti agli eredi — estendendo l'art. 737 c.c. ai figli, ai loro discendenti e al coniuge l'obbligo del conferimento di ciò che hanno ricevuto in vita dal defunto per donazione senza attribuire alcun rilievo alla loro qualità o meno di legittimari — l'istituto opera sia nella successione legittima sia in quella testamentaria, secondo quanto si desume anche dallo specifico riferimento contenuto nell'originaria formulazione dell'art. 737 c.c. alla facoltà del testatore di dispensare l'erede dalla collazione.

Cass. n. 15131/2005

In presenza di donazioni fatte in vita dal de cuius la collazione ereditaria — in entrambe le forme previste dalla legge, per conferimento del bene in natura ovvero per imputazione — è uno strumento giuridico volto alla formazione della massa ereditaria da dividere al fine di assicurare l'equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti, cosi da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote, da determinarsi, in relazione alla misura del diritto di ciascun condividente, sulla base della sommatoria del relictum e del donatum al momento dell'apertura della successione , e quindi garantire a ciascuno degli eredi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. Ne consegue che l'obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell'apertura della successione (salva l'espressa dispensa da parte del de cuius nei limiti in cui sia valida) e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell'esistenza di determinati beni, facenti parte dell'asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione. Incombe in tal caso sulla parte che eccepisca un fatto ostativo alla collazione l'onere di fornirne la prova nei confronti di tutti gli altri condividenti.

Cass. n. 12477/2004

Le elargizioni di denaro a titolo di liberalità in favore del figlio sono assoggettate alla disciplina della collazione, non rilevando in contrario il soggettivo convincimento del de cuius di rispondere esse ad un obbligo morale.

Cass. n. 5888/1985

L'aggiunta del modus non snatura l'essenza della donazione, non potendo assegnarsi ad esso la funzione di corrispettivo, con la sussunzione della donazione modale nella categoria dei contratti a titolo oneroso, ma comporta che la liberalità, che resta sempre la causa del negozio, attraverso il modus, viene ad esserne limitata. Ne consegue che, nel concorrere alla successione dell'ascendente, i figli legittimi e naturali e i loro discendenti legittimi e naturali, essendo tenuti a conferire ai coeredi tutto ciò che direttamente e indirettamente abbiano ricevuto dal defunto (art. 737 c.c.), sono assoggettati all'obbligo della collazione anche nell'ipotesi di donazione modale, limitatamente alla differenza tra il valore dei beni donati e il valore dell'onere.

Cass. n. 2752/1984

La dispensa dalla collazione, contenuta in una donazione, ha natura di clausola contrattuale, e come tale non può essere eliminata ex post per volontà dell'uno o dell'altro contraente; essa, tuttavia, non urta contro il divieto di patti successori, trattandosi di mera modalità dell'attribuzione destinata ad avere efficacia (in funzione del rafforzamento di questa) dopo la morte del donante, e non di atto con cui costui dispone da vivo della propria successione.

Cass. n. 278/1984

Con riguardo alla donazione che il de cuius abbia fatto in vita in favore di uno dei propri eredi, la dispensa dalla collazione, che si traduce, con svantaggio degli altri eredi, nell'esonero del donatario dal conferimento del donatum in sede di formazione della massa ereditaria da dividere, non può essere implicitamente ravvisata nelle clausole con le quali il donante abbia regolato l'imputazione della donazione medesima, in conto di legittima o sulla disponibile, atteso che tale imputazione non interferisce, come la dispensa dalla collazione, nei rapporti tra coeredi, ma solo sul limite che la quota di legittima rappresenta per il potere di disposizione del de cuius.

Cass. n. 4381/1982

Poiché l'istituto della collazione mira ad assicurare la par condicio degli eredi, la valutazione dei beni conferiti in natura o per imputazione alla massa ereditaria va fatta con riferimento al valore dei beni stessi all'apertura della successione, mentre, una volta procedutosi a tali operazioni preliminari, il valore dei cespiti, compresi nella massa da dividere, va calcolato, al fine dell'assegnazione delle singole quote, con riferimento al momento della divisione stessa.

Cass. n. 2453/1976

La collazione ereditaria, quale che ne sia il fondamento, rappresenta, in entrambe le forme in cui è prevista dalla legge (in natura o per imputazione), un mezzo giuridico preordinato alla formazione della massa ereditaria da dividere, in guisa che, nei reciproci rapporti tra determinati coeredi, siano assicurati, in senso relativo, l'equilibrio e la parità di trattamento, al fine che non venga alterato il rapporto di valore fra le varie quote e sia garantito a ciascuno degli eredi stessi la possibilità di conseguire una quantità di beni proporzionata alla propria quota. La differenza tra i due modi di collazione consiste in ciò che, mentre quella in natura consta di un'unica operazione, che implica un effettivo incremento dei beni in comunione che devono essere divisi, la collazione per imputazione ne postula due, l'addebito del valore dei beni donati, a carico della quota dell'erede donatario, ed il contemporaneo prelevamento di una corrispondente quantità di
beni da parte degli eredi non donatari, cosicchè soltanto nella collazione per imputazione, non in quella in natura, i beni rimangono sempre in proprietà del coerede donatario, che li trattiene in virtù della donazione ricevuta e deve versare alla massa solo l'equivalente pecuniario, il che di norma avviene soltanto idealmente.

I beni che i coeredi non donatari possono prelevare dalla massa ereditaria, a seguito della collazione per imputazione effettuata dai coeredi donatari, devono essere stimati per il valore che avevano al tempo dell'apertura della successione ? e non già al momento della divisione ? perché quei prelevamenti, pur costituendo una delle fasi in cui si attua la divisione, non si identificano con le operazioni divisionali vere e proprie, avendo ? al pari della collazione ? il prevalente scopo di assicurare la parità di trattamento fra coeredi donatari e coeredi non donatari.

Cass. n. 3935/1975

La collazione presuppone l'esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere mentre, se l'asse sia stato esaurito con donazioni o con legati, o con gli uni e con gli altri insieme, sì che manchi un relictum, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l'esito dell'eventuale azione di riduzione. Né il fatto che, anche quando il defunto abbia donato in vita o legato tutte le sue sostanze ciò nonostante, alla sua morte, rimane spesso un relictum, di sia pur modico valore, basta a far considerare l'esistenza di tale relictum come fatto di comune esperienza, tale da rendere sempre esperibile l'azione di collazione.

Cass. n. 3045/1975

In tema di collazione fra figli legittimi, il diritto del donatario di trattenere i beni donatigli fino a concorrenza della quota disponibile, previsto dall'art. 737 secondo comma c.c., sussiste solo nel caso di dispensa espressa o tacita alla collazione medesima da parte del de cuius.

La dissimulazione di una donazione mediante una simulata vendita non è, di per sé, sufficiente a configurare una dispensa tacita del donatario dall'obbligo della collazione ereditaria, di cui all'art. 737 c.c., essendo all'uopo necessario accertare l'inequivoca volontà del donante di simulare la vendita per porre la donazione al riparo della collazione.

Cass. n. 913/1974

La dispensa dalla collazione del bene donato in vita dal de cuius ad un proprio discendente attribuisce il bene stesso al donatario, nell'ipotesi in cui questi concorra alla successione con altri discendenti del de cuius, fino alla concorrenza della quota disponibile.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: è possibile inviare documenti o altro materiale allegandolo ad una email da inviare all'indirizzo info@brocardi.it indicando nell'oggetto il nome con il quale si è richiesto il servizio di consulenza

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 737 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Anonimo chiede
venerdì 21/10/2016 - Puglia
“Il mio defunto genitore con atto notarile mi donò la nuda proprietà di un immobile,riservando l'usufrutto generale vitalizio per sé e dopo di sé per sua moglie.
Nell'atto è riportato " Il donante espressamente dispensa il donatario dall'obbligo della collazione ed imputazione nella futura successione di esso donante,del bene con il presente atto donato,volendo che lo stesso sia interamente computato sulla quota disponibile"
L'immobile dall'origine,è stato ceduto in locazione. Le relative mensilità sono state sempre incassate da mio padre e, in sua mancanza,dall'usufruttuaria,mia madre.Con la sua morte, le ho incassate ed incasso io.
Preciso che fra noi coeredi è in atto un contenzioso giudiziario per la divisione dei beni paterni.Per inciso,il CTU,con la riunione fittizia-collazione,ha escluso il donato dalla massa dei beni da dividere avendo accertato che il valore della donazione non supera la quota disponibile.Il processo è ancora in corso.
Uno dei coeredi sostiene che anche la donazione integralmente deve par parte della massa dei beni da dividere,quindi anche i fitti.A tal proposito chiede che le locazioni vengano depositate fino a sentenza in un libretto bancario a tutti gli eredi intestato .Non avendo aderito alla sua richiesta,sono stato querelato per appropriazione indebita.
Il mio quesito: può la mia condotta in qualità di proprietario dell'immobile donato,nelle more del giudizio,essere considerata dolosa e quindi cadere nella fattispecie di appropriazione indebita?

Consulenza legale i 27/10/2016
La questione è abbastanza peculiare e non esiste, purtroppo, giurisprudenza che la affronti nello specifico.

Per individuare la soluzione al problema che ci occupa, occorre senz'altro partire dall’art. 745 cod. civ., per il quale i frutti di quanto donato nonché gli interessi sulle somme soggette a collazione sono dovuti dal giorno in cui si è aperta la successione. Dunque i frutti maturati e percepiti nel tempo che precede la morte dell'ereditando sono esclusi dalla collazione: si presume, infatti, che i medesimi sarebbero stati ugualmente consumati dal defunto/donante, per cui gli eredi non ne avrebbero comunque goduto, anche nell'ipotesi in cui il cespite fruttifero non fosse stato donato.

Pertanto, se in forza della citata norma i fitti derivanti dalla locazione di un immobile donato non rientrano nella collazione, a maggior ragione ne saranno esclusi nel caso in cui sia intervenuta dispensa dalla collazione dell’immobile in questione, come nel nostro caso.
Gli altri eredi, conseguentemente, parrebbero sbagliare nell’affermare che i frutti civili derivanti dal godimento dell’immobile donato debbano rientrare nella massa ereditaria.

Va però correttamente evidenziato che non è chiaro, per alcuni studiosi, se l'art. 745 si riferisca solo a frutti naturali ed interessi, oppure anche ad ogni altra specie di frutti civili (come, appunto, i corrispettivi delle locazioni) e la giurisprudenza, d'altro canto, non si è mai pronunciata sulla questione.
Si menziona un'ipotesi in cui doveva essere effettuata la collazione per imputazione di un immobile: in questo caso la Cassazione ha deciso che, oltre al valore del bene al tempo dell'apertura della successione, dovessero venir computati (sempre a far tempo dalla morte dell'ereditando) anche gli interessi legali sul detto valore e non le rendite dell'immobile nello stesso periodo temporale (Cass. Civ., Sez.II, n. 2453 del 1976). In tal modo è stato escluso il riferimento ad ogni altro frutto civile diverso dagli interessi.

In ogni caso, nella fattispecie concreta che ci occupa, stiamo parlando di un caso di intervenuta dispensa, per cui non avrebbe alcun senso logico-giuridico che i frutti civili della cosa donata seguissero un regime diverso rispetto al bene stesso: il bene non deve rientrare nella massa ereditaria e i frutti invece sì.

Nel caso in cui l'interpretazione da dare alla citata norma fosse quella appena esposta, non si potrebbe dire integrato il delitto di appropriazione indebita (646 c.p.) nella fattispecie al nostro esame, perché secondo gli studiosi il reato in oggetto costituisce violazione al diritto di proprietà, per cui la sua vera essenza sarebbe costituita dall’abuso del possessore che risponde della cosa come se fosse sua. Nel caso concreto, però, la cosa (sempre se escludiamo i fitti dalla collazione e comunque se rientrano nella dispensa) è effettivamente sua, perché l’ha ricevuta per donazione ed ugualmente può fare propri i frutti della stessa. Non pare neppure che sia presente l’elemento soggettivo del dolo, né tantomeno l’ingiustizia del profitto, dal momento che l’erede agisce facendo valere una pretesa tutelata dall’ordinamento nonché - si potrebbe anche dire - in forza di una legittimazione che gli è stata conferita dal donante (“In tema di appropriazione indebita, non sussiste il profitto ingiusto, richiesto per l'integrazione del reato, quando l'appropriazione sia realizzata in accordo con la volontà del titolare dei beni che sono oggetto della condotta”, Cassazione penale, sez. V, 05/03/1993).

A parere di chi scrive, ragioni forse più di opportunità che di legittimità indurrebbero ad accettare la proposta degli altri eredi, in attesa del pronunciamento del Giudice, anche nell'interesse stesso del donatario, che non incorrerebbe così nel rischio dell'appropriazione.

Anonimo chiede
lunedì 08/02/2016 - Lombardia
“Questione: “Mio zio, fratello di mia madre, è deceduto il OMISSIS. Era vedovo ed aveva solo una figlia.
Nel testamento olografo redatto nel novembre OMISSIS scriveva testualmente.


“Dispongo che, in caso di mia morte, la quota di legittima venga devoluta a mia figlia……………… Per quanto riguarda la quota disponibile, essa sarà devoluta a favore di mio nipote……………….., figlio di mia sorella……………………. nato il……..………………… (cioè io).
I beni da me posseduti in data odierna sono
• Immobile di civile abitazione sito in …………………..in via……………………………………
• Immobile di civile abitazione in ……………………..in via………………………”

Il valore dei due immobili è approssimativamente di OMISSIS l’uno e OMISSIS l’altro.
Nel Mese di OMISSIS cioè 2 mesi prima di morire, mio zio ha effettuato la donazione dell’immobile di OMISSIS alla figlia.
Gradirei pertanto sapere se la quota disponibile di mia spettanza è di euro OMISSIS cioè il 50% del valore dell’appartamento caduto in successione oppure di euro OMISSIS nel caso in cui per effetto della la cosiddetta riunione fittizia, il valore dell’immobile donato debba essere sommato al valore dell’immobile caduto in successione ai fini del calcolo della quota legittima spettante alla figlia e della quota disponibile spettante al sottoscritto e cioè OMISSIS. Quota disponibile 50% = euro OMISSIS.
Vi prego altresì di comunicarmi, in maniera inequivocabile i presupposti legislativi sui quali si baserà la Vostra risposta.
In attesa di un Vostro cortese riscontro, porgo distinti saluti.
OMISSIS”
Consulenza legale i 23/02/2016
Nel caso di specie vi è un testamento olografo con il quale il de cuius ha disposto a favore di un legittimario (la figlia) e di un altro soggetto che non riveste detta qualifica (il nipote) (v. art. 536 c.c.), chiamando il primo nella riserva ed il secondo nella disponibile.
Ha successivamente disposto la donazione di uno dei propri beni a favore del legittimario.
Innanzitutto va stabilito se, in tale ipotesi, debba o meno procedersi a riunione fittizia.
Tale istituto è espressamente contemplato dall'art. 556 c.c., secondo il quale "Per determinare l'ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 c.c. e 750 c.c., e sull'asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre".
Come si evince dalla disposizione, l'operazione serve a determinare la quota di legittima e, di conseguenza, quella disponibile e si traduce in un'operazione matematica (relictum-debiti+donatum). Laratio ad essa sottesa è di verificare se il de cuius possa aver leso, in vita con atti di disposizione, ciò che la legge riserva ai legittimari. Dall'esame della giurisprudenza sembra dedursi che tale operazione vada sempre fatta nell'ipotesi in cui vi sia concorso di eredi legittimari, proprio per lo scopo cui essa tende: "La riunione fittizia (in quanto diretta a ricostruire l'intero patrimonio del de cuius, che la legge considera come termine di riferimento per la determinazione della quota disponibile e di riflesso per quella delle quote di riserva) non è legata necessariamente alla proposizione dell'azione di riduzione, ponendosi come un prius indispensabile alle operazioni divisionali quando vi sia concorso di eredi legittimari" (Cass. 837/1986). Quanto al valore dei beni, esso è quello che hanno all'apertura della successione (stante il richiamo dell'art. 556 c.c. all'art. 747 c.c.).
Dunque nel caso di specie si procederà così (supponendo debiti pari a zero e che i beni abbiano avuto all'apertura della successione i valori indicati in quesito): x (relicutm)+ y (donatum) = z. Poiché la quota riservata al figlio unico legittimario è ½ del patrimonio (art. 537 c.c.), si ricavano tali quote:
- legittima = w
- disponibile = r
La figlia legittimaria ha ricevuto in vita una donazione per OMISSIS, dunque la sua quota di legittima non è stata lesa. Occorre però verificare in che modo questa donazione si ponga rispetto al calcolo delle quote.
A riguardo la disposizione di riferimento appare l'art. 564 co. 2 c.c. secondo cui il legittimario che agisce in riduzione deve imputare alla sua porzione di legittima le donazioni ed i legati ricevuti, salvo che ne sia stato dispensato. Da ciò sembra ricavarsi il principio per cui il legittimario deve sempre imputare alla legittima quanto ha ricevuto in donazione, salvo che ne sia stato espressamente dispensato dal donante. Di conseguenza, secondo tale interpretazione, si ricava che nel caso di specie se la figlia non è stata dispensata (ciò che si dovrà verificare), ella deve imputare quanto ricevuto (OMISSIS) alla sua quota di legittima (OMISSIS). Quindi, si ricava ulteriormente che il de cuius con la donazione priva di dispensa avrebbe anche disposto di una parte di disponibile, pari a OMISSIS. In assenza di altri legittimari oltre alla figlia, questa attribuzione non è suscettibile di essere ridotta: tale facoltà spetta infatti solo ai legittimari stessi (art. 557 c.c.). Sulla base di tale lettura si dovrebbe ritenere che la quota rimanente di OMISSISsia da qualificarsi come disponibile (essendo il legittimario già stato soddisfatto): dunque, in base a quanto disposto nel testamento, essa andrebbe devoluta al nipote.
Diversamente si dovrebbe concludere nel caso in cui vi fosse stata dispensa da imputazione. Con la dispensa, infatti, il disponente vuole che il soggetto ottenga più di quanto gli spetterebbe a titolo di legittima (naturalmente senza che possa esservi lesione della riserva di eventuali altri legittimari). Pertanto in tal caso la figlia non dovrebbe imputare quanto ricevuto a titolo di donazione. Quindi il patrimonio del defunto (OMISSIS) andrebbe ripartito per metà a lei e metà al nipote, dunque ad entrambi spetterebbe OMISSIS; alla figlia, proprio come espressione della volontà di farle conseguire più della legittima spetterebbe, in conclusione, la quota di OMISSIS(legittima) ed anche quella di OMISSIS(donati).

Angelo G. chiede
sabato 16/01/2016 - Lazio
“Buonasera
mio padre anni fa mi ha intestato il suo appartamento all'atto del rogito. Parliamo all'epoca di circa XXX milioni delle vecchie lire.
Mio fratello, con il quale non ho un rapporto positivo, ha avuto invece da mio padre una somma più o meno equivalente in denaro per l'acquisto della sua abitazione.
Ad oggi l'appartamento di mio padre ha un valore più che raddoppiato.
Ci sono delle possibilità che io fratello venga a pretendere qualcosa?
In tal caso, quali sono gli accorgimenti da prendere?”
Consulenza legale i 21/01/2016
Innanzitutto, finché il padre è in vita può disporre liberamente dei propri beni, anche avvantaggiando un figlio rispetto ad un altro.

Problemi potrebbero però porsi in sede successoria, nel momento in cui procedendo alla divisione del compendio si effettuerà la collazione. Essa è l'istituto in forza del quale i figli, i loro discendenti ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire alla massa ereditaria tutto quanto donato loro dal de cuius quando era in vita (art. 737 del c.c.). Lo scopo per cui vi si procede è mantenere le proporzioni tra quanto donato e quanto spetta agli eredi per legge o testamento, sulla base dell'idea per cui le donazioni abbiano appunto costituito un anticipo sulla successione.

Nel caso di specie i due figli hanno ricevuto in donazione uno (Tizio) denaro per l'acquisto della propria abitazione, mentre all'altro (Caio) è stato intestato l'appartamento. Come opera la collazione nel caso di specie?

Secondo la giurisprudenza se si accerta che la donazione ha avuto ad oggetto (seppure indirettamente) l'immobile, intestato al donatario dal donante in sede di acquisto, oggetto del beneficio è l'immobile: "l'acquisto di un immobile con denaro del disponente e intestazione ad altro soggetto (che il primo intende, in tal modo, beneficiare), costituendo lo strumento formale per il trasferimento del bene ed il corrispondente arricchimento del patrimonio del destinatario, integra una donazione indiretta del bene stesso, e non del denaro (giurisprudenza consolidata, a partire da Cass. sez. unite, 5 agosto 1992, n. 9282; cfr. e plurimis, Cass., sez. II, 26 agosto 2002, n. 12.486; Cass., sez. I, 6 aprile 2001, n. 5122)" (Cass. 11496/2010).
Invece, se oggetto della donazione è una somma di denaro, di regola è questa ad essere oggetto di collazione ex art. 751 del c.c.. Tuttavia, secondo la giurisprudenza si deve distinguere: "La donazione diretta del denaro, successivamente impiegato dal beneficiario in un acquisto immobiliare con propria autonoma determinazione (caso in cui oggetto della donazione rimane comunque il denaro) va tenuta distinta dalla dazione del denaro quale mezzo per l'unico e specifico fine dell'acquisto dell'immobile, che integra un'ipotesi di donazione indiretta del bene, fattispecie la cui configurazione non richiede peraltro la necessaria articolazione in attività tipiche da parte del donante (pagamento diretto del prezzo all'alienante, presenza alla stipulazione, sottoscrizione d'un contratto preliminare in nome proprio), necessario e sufficiente a riguardo essendo la prova del collegamento tra elargizione del denaro ed acquisto, e cioè la finalizzazione della dazione del denaro all'acquisto" (Cass. 2642/2004, v. anche Cass.18541/2014).
Dunque se esiste un collegamento tra l'elargizione del denaro a Tizio e l'acquisto dell'immobile, ed esso viene provato, anche questi dovrà collazionare l'immobile e non il denaro ricevuto.

Pertanto, nel caso di specie si evince che Caio dovrà collazionare il bene, in particolare potrà scegliere tra collazione in natura (restituzione dell'immobile) ovvero per imputazione (imputare il valore del bene alla massa, ciò che consente di non perdere materialmente il bene); nel primo caso il valore del bene andrà stimato al momento della divisione (art. 726 del c.c.), nel secondo caso al tempo dell'apertura della successione (art. 747 del c.c.).
Tizio, invece, se non risulterà donazione indiretta dell'immobile, dovrà collazionare il denaro ex art. 751 del c.c. (la somma ricevuta rivalutata degli interessi legali). In tale ipotesi Caio si troverà quasi certamente in una posizione deteriore rispetto al fratello, visto l'aumento di valore dell'immobile (resta però salvo che il donatario quando procede a collazione, sia per imputazione che in natura, ha diritto di dedurre il valore delle migliorie effettuate al bene e le spese straordinarie sborsate per la conservazione della cosa e non causate da sua colpa, ex art. 748 del c.c.). Caio, in tal caso, dovrà cercare di far valere la circostanza che anche per Tizio vi è stata donazione indiretta dell'immobile (ipotizzando - ovviamente - che anche l'immobile di Tizio abbia avuto un aumento di valore).

Infine, la legge prevede che il donante possa dispensare il donatario dalla collazione o dall'imputazione, con atto contestuale o successivo alla donazione (rispetto i requisiti di forma richiesti dalla legge).
In particolare, la dispensa dall'imputazione (art. 564 del c.c.) comporta che la donazione non venga ricompresa nella quota di legittima, cioè che non venga considerata come fatta in conto di legittima bensì come fatta sulla quota disponibile. Con la dispensa da collazione, invece, il donatario è dispensato dal conferire il bene in collazione (art. 737 c.c.), e dunque esso rimane fuori dalla massa ereditaria da dividere. In entrambi i casi resta fermo il limite per cui le donazioni non possono ledere la quota di riserva dei legittimari, quindi l'eventuale dispensa non può ledere tale principio.

Stefano chiede
mercoledì 05/06/2013 - Veneto
“In base ad una perizia due figli ricevono una donazione di Euro 1.000.000 ciascuno in immobili,dove non è menzionata nessuna dispensa dalla collazione,sempre in riferimento a questa perizia alla madre restano immobili per 2.000.000 premetto che non si conosce il valore totale dell'asse ereditario.prima delle donazioni.al terzo figlio viene proposta una donazione di pari importo,che lo stesso non accetta, fra la madre ed il terzo figlio non vi sono buoni rapporti,causa la madre.Prima dell'apertura del testamento con atto privato viene fatta una dispensa dalla collazione per i primi due figli.Prima del testamento la madre fà sparire gli immobili di sua proprietà vendendoli o attuando altre strategie.Cosa succede all'apertura del testamento per ognuno dei figli,specialmente per il terzo?Quanto devono riconferire nell'asse,e quanto spetterebbe di legittima al terzo figlio?Per gli immobili di cui la madre si è sbarazzata penso non resti nessuna traccia o valore che deve essere riconferito nell'asse,quindi all'apertura dell asse non vi è niente oppure molto poco, non si considera eventuale contante che possa avere la madre in quanto può sparire in molti modi,cosa cambierebbe se anche il terzo figlio accettasse la donazione di pari importo come per i fratelli?Cosa succederebbe se la madre oltre che alla dispensa della collazione facesse anche la dispensa dell'imputazione per i primi due figli?In conclusione per il terzo figlio è meglio accettare la donazione oppure è meglio aspettare l'apertura del testamento in quanto una legittima gli spetta per legge? le donazioni dei primi due figli potrebbero rientrare nella disponibile?
Consulenza legale i 12/06/2013
Per rispondere al quesito è necessario fare chiarezza su alcuni istituti successori.
La collazione (artt. 737 ss. c.c.) consiste nell'apporto reale di un bene (o del suo equivalente) alla massa ereditaria da dividere, allo scopo di assicurare l'equilibrio e la parità di trattamento tra i coeredi. Essa si applica solo al concorso tra figli o tra figli e coniuge del de cuius. E' possibile la dispensa.
Il testamento è l'atto unilaterale con cui un soggetto dispone dei propri beni per quando avrà cessato di vivere e con esso è possibile modificare (entro i limiti di legge) quella che sarebbe la ripartizione delle quote ereditarie in base alla successione legittima (che opera quando non c'è un testamento: in tal caso il codice civile prevede i vari casi possibili e le quote spettanti alle diverse categorie di eredi). La disciplina della successione legittima è diversa da quella sui legittimari (artt. 536 ss. c.c.).
Ancora, l'imputazione ex se (art. 564 del c.c.) è un onere per tutti i legittimari (categoria che comprende anche gli ascendenti, quindi più ampia del campo di applicazione della collazione) e consiste nel 'detrarre' dalla propria quota le donazioni e i legati fatti a sé, quando lo stesso legittimario agisca con l'azione di riduzione. Anche per l'imputazione ex se è possibile la dispensa.

Nel caso di specie, vi sono tre (futuri) eredi di una donna, che si presume siano gli unici eredi. A due dei figli viene donato ciascuno un complesso di immobili per un valore di 1.000.000 €, con dispensa dalla collazione stabilita in scrittura privata.
Il terzo figlio non sa se accettare la donazione, anch'egli per un valore di 1.000.000 di euro, o se attendere quanto gli spetta in quanto legittimario.

Va prima di tutto precisato che la dispensa dalla collazione può essere fatta con testamento e, se fatta con atto tra vivi, deve rivestire la stessa forma della donazione dispensata, nel caso di specie la forma dell'atto pubblico (richiesta per la donazione di immobili). La semplice scrittura privata non integra il requisito di forma richiesto e pertanto la dispensa così disposta non dovrebbe avere efficacia.
Tuttavia, poiché la giurisprudenza ammette pacificamente anche la dispensa tacita, potrebbe desumersi la validità di una dispensa derivante da un atto separato, una scrittura privata, non avente i requisiti formali della donazione o del testamento.
E' sempre comunque possibile che la dispensa venga inserita nel testamento prima della morte della madre.
Non ci dimentichi che la dispensa dalla collazione non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile (ultimo comma dell'art. 737 c.c.).

L'effetto della dispensa dall'imputazione è quello di far gravare le liberalità (anche donazioni precedenti) sulla porzione disponibile dell'asse, così che il legittimario possa fruire di esse in aggiunta rispetto alla porzione legittima di spettanza.
Ai sensi del terzo comma dell'art. 564 c.c. la dispensa dall'imputazione deve essere espressa. La dispensa può essere contestuale alla donazione o contenuta nel testamento: essa può anche essere contenuta in autonomo atto tra vivi ma, in questo caso, secondo l'opinione più condivisibile deve rivestire la forma solenne della donazione ad substantiam (atto pubblico).

La quota di legittima spettante a ciascun figlio va individuata ai sensi dell'art. 537 del c.c., secondo comma: quando vi sono due o più figli, ad essi spettano 2/3 dell'asse ereditario, da dividersi in parti uguali. La quota 'disponibile' è pari a 1/3 dell'asse.

Ipotizziamo cosa si verificherebbe nei casi prospettati.
1) Asse ereditario vuoto (la madre ha fatto sparire ogni bene) e donazioni per complessivi 2.000.000 di euro a due degli eredi; presupposta la validità della dispensa dalla collazione e mancanza di dispensa dall'imputazione; testamento con chiamata all'eredità di tutti e tre i figli.
In questo caso al terzo figlio spetta una legittima di un terzo dei 2/3 del patrimonio, calcolato sommando al relictum (ciò che resta del patrimonio della defunta) il donatum (le donazioni fatte in vita dal de cuius): si tratta della c.d. riunione fittizia. Le donazioni con dispensa dalla collazione sono soggette a tale riunione fittizia, perché il donante in nessun modo può impedire che le donazioni da lui compiute siano fittiziamente riunite ai sensi dell’art. 556 del c.c..
Il patrimonio ipotetico su cui calcolare la quota è di 2.000.000 di euro, pari alle donazioni (la quota spettante a ciascun figlio sarebbe indicativamente 450.000 euro).
Il terzo figlio potrà agire in riduzione nei confronti dei fratelli per ottenere quanto gli spetta per legge, agendo contro le donazioni loro fatte. L'azione di riduzione contro il coerede donatario presuppone naturalmente che questi sia stato dispensato dalla collazione, altrimenti il solo meccanismo da questa previsto sarebbe sufficiente a far conseguire a ogni erede la porzione spettantegli.

2) Asse ereditario vuoto (la madre ha fatto sparire ogni bene) e donazioni per complessivi 2.000.000 di euro a due degli eredi; presupposta la validità della dispensa dalla collazione e esistenza della dispensa dall'imputazione; testamento con chiamata all'eredità di tutti e tre i figli.
Qui le cose non cambiano: la dispensa da quella imputazione che, ex se, deve fare il legittimario che agisce in riduzione (art. 564, 2° comma) ha lo scopo di permettere a tale legittimario di conseguire la donazione in più rispetto alla legittima, quindi cumulativamente, ma non vi è alcuna modificazione della base di calcolo per la determinazione della legittima stessa. Nel caso in esame, ad agire in riduzione sarebbe un altro coerede, non quello dispensato dall'imputazione.

3) Il terzo figlio accetta la donazione finché la madre è in vita.
Egli conseguirebbe subito beni per un valore di 1.000.000 di euro. Se anch'egli fosse dispensato da collazione e imputazione, nulla quaestio. Se invece lui non fosse dispensato, i fratelli potrebbero rivendicare parte del valore della donazione qualora alla morte della madre il relictum non fosse sufficiente a coprire la loro quota di legittimari.

Rodolfo W. chiede
giovedì 13/01/2011

“Una sorella (tre eredi) ha trovato testamento olografo e non vuole farmene avere copia. Cosa posso fare?
All'inizio del 2009, inoltre, avevano portato il padre da un notaio per farsi firmare un atto di donazione, nonostante lui soffrisse di Altzheimer.
Vi ringrazio anticipatamente per la risposta.”

Consulenza legale i 21/01/2011

Il codice civile impone a chi sia in possesso di un testamento olografo di presentarlo a un notaio per la pubblicazione (art. 620 del c.c., primo comma).
Chiunque vi abbia interesse può ricorrere al tribunale del circondario in cui si è aperta la successione affinché venga fissato un termine per la presentazione (art. 620 cc, secondo comma).
Benché non vi siano esplicite sanzioni per colui che indebitamente non presenti il testamento olografo in suo possesso, in caso di ritardo egli potrà essere ritenuto responsabile verso gli altri interessati, e anche personalmente ex art. 490 cp in caso di occultamento (Soppressione, distruzione e occultamento di atti veri: “Chiunque, in tutto o in parte, distrugge, sopprime od occulta un atto pubblico, o una scrittura privata veri soggiace rispettivamente alle pene stabilite negli articoli 476, 477, 482 e 485, secondo le distinzioni in essi contenute”).
Quanto alla donazione, il nostro ordinamento disciplina un'azione di annullamento - che si prescrive in 5 anni dal giorno in cui la donazione è stata fatta - per il caso in cui si provi che il donante, sebbene non interdetto, sia stato incapace di intendere o di volere al momento della conclusione dell'atto di liberalità (art. 775 del c.c.).


Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: è possibile inviare documenti o altro materiale allegandolo ad una email da inviare all'indirizzo info@brocardi.it indicando nell'oggetto il nome con il quale si è richiesto il servizio di consulenza

Testi per approfondire questo articolo

  • Oggetto ed esenzioni nella disciplina della collazione

    Collana: Quaderni della Rassegna di dirit. civile
    Pagine: 164
    Data di pubblicazione: settembre 2013
    Prezzo: 18 €
    Categorie: Collazione

    L'indagine, attraverso un'approfondita analisi ermeneutica del dato positivo corredata da una completa disamina degli orientamenti finora emersi in dottrina e giurisprudenza, si propone di individuare il profilo oggettivo dell'istituto della collazione, indicando ciò che, per legge o per disposizione negoziale, possa costituire oggetto dell'obbligo collatizio di conferimento oppure ne possa essere esentato.

    (continua)