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Articolo 7 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

Reati commessi all'estero

Dispositivo dell'art. 7 Codice penale

È punito secondo la legge italiana il cittadino o lo straniero che commette in territorio estero (1) taluno dei seguenti reati:

  1. 1) delitti contro la personalità dello Stato italiano (2) [241-313; c. nav. 1088];
  2. 2) delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e di uso di tale sigillo contraffatto [467];
  3. 3) delitti di falsità in monete aventi corso legale nel territorio dello Stato, o in valori di bollo o in carte di pubblico credito italiano [453-461, 464-466];
  4. 4) delitti commessi da pubblici ufficiali [357] a servizio dello Stato, abusando dei poteri o violando i doveri inerenti alle loro funzioni [314 ss.];
  5. 5) ogni altro reato per il quale speciali disposizioni di legge [501 4, 537, 591 2, 604, 642 4; c. nav. 1080] (3) o convenzioni internazionali (4) stabiliscono l'applicabilità della legge penale italiana.

Note

(1) Per quanto attiene al mercato finanziario si rimanda alla specifica disciplina contenuta agli artt. 180 e ss del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, (c.d. T.U. Draghi).
(2) All'indomani degli attentati terroristici dell'11 settembre 2001, il legislatore è intervenuto, introducendo la parola «italiano», attraverso l'art. 1, comma 5, d.l. 18 ottobre 2001, n. 374, conv. in l. 15 dicembre 2001, n. 438 (Disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale), al fine di limitare l'ambito investigativo della magistratura italiana ai confini nazionali. La scelta legislativa si spiega alla luce della riscrittura dell'art. 270bis c.p., avvenuta per opera dello stesso provvedimento di modifica, che ha equiparato i fatti di terrorismo «interno» a quelli che si traducono in atti di violenza rivolti contro uno Stato estero, un' istituzione o un organismo internazionale. La precedente formulazione dell'art. 7 rischiava, a quel punto, di legittimare un eccessivo ed incontrollato allargamento del raggio d'azione della magistratura italiana.
(3) Si rimanda alla disciplina speciale degli art. 48, l. 24-1-1979, n. 18; art. 2, l. 24-7-1980, n. 488.
(4) Il riferimento alla fonte internazionale non permette di collegare alla stessa degli effetti di penalizzazzione, in quanto verrebbe così violato il principio di riserva di legge statale in materia penale di cui all'art art. 1 del c.p.. Lo Stato potrà, ma non dovrà, quindi criminalizzare un determinato comportamento anche in ottemperanza agli obblighi scaturenti da fonti sovrastatali.

Ratio Legis

La norma tratta della prima deroga al c.d. principio di territorialità sancito dall'art. 6. Stabilisce infatti che quattro gruppi di reati, anche se commessi all'estero, sono puniti secondo la legge italiana senza che debbano concorrere altre condizioni. La ratio di tale disposizione si coglie nel principio di difesa per le ipotesi contemplate nei nn. 1-4 , dal momento che si applica la legge dello Stato cui appartengono i beni offesi. Mentre l'ultimo punto si ispira per lo più al principio di universalità, in quanto consente di applicare la legge italiana a quei delitti che, in ragione della loro naura, interessano tutte le nazioni (c.d. delicta iuris gentium).

Spiegazione dell'art. 7 Codice penale

Per talune tipologie di delitti lo Stato può estendere la propria pretesa punitiva, normalmente circoscritta entro i confini del territorio dello Stato (art. 4 co. 2). I reati elencato nell'articolo in oggetto presentano una caratteristica in comune, ossia il fatto che il bene giuridico tutelato coincide sempre con un interesse statale rilevante.
Con ciò si intende che il soggetto passivo preminente da tutelare non è una persona fisica o un bene giuridico ben preciso (ad. es il patrimonio), bensì lo Stato inteso come ordinamento, i cui interessi vanno e possono essere difesi anche fuori dal proprio territorio di competenza. È chiaro infatti come un delitto come quello previsto e disciplinato dall'art [[n241cp] c.p., debba essere punito anche al di fuori dei confini statali, anzi, nella normalità dei casi l'attacco diretto a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato o a sottoporlo alla sovranità di uno Stato straniero avrà origine proprio oltreconfine.

Anche la punibilità dei pubblici ufficiali (o di soggetti a loro equiparati) per atti compiuti all'estero rivela il medesimo scopo, ovvero perseguire chi ha abusato dei propri poteri concessigli dallo Stato, offendendo dunque il corretto andamento dell'Amministrazione, lesione che può benissimo essere posta in essere da qualunque angolo del mondo.

I delitti di cui al n. 5) presentano invece caratteristiche più varie e sono posti a tutela non solo dello Stato italiano, ma anche delle altre nazioni, secondo norme speciali o convenzioni internazionali.

Massime relative all'art. 7 Codice penale

Cass. pen. n. 43848/2008

È perseguibile secondo la legge italiana, ai sensi dell'art. 7, n. 4 c.p. l'appuntato dei carabinieri, in servizio presso una sede diplomatica italiana all'estero, che si attivi, dietro compenso, per procurare visti d'ingresso illegale in Italia a cittadini extracomunitari.

Cass. pen. n. 25889/2006

Il reato commesso all'estero non può rientrare nella giurisdizione del giudice italiano per il solo fatto che sia legato dal vincolo della continuazione con altro reato commesso in Italia, trattandosi di ipotesi non compresa tra quelle che, ai sensi degli artt. da 7 a 10 del c.p., comportano deroga al principio di territorialità sul quale si basa la giurisdizione dello Stato italiano.

Cass. pen. n. 21088/2004

Ai fini della perseguibilità secondo la legge italiana dei reati commessi in territorio estero da parte di pubblici ufficiali a servizio dello Stato, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla loro funzione, non è necessario un rapporto stabile di servizio con la pubblica Amministrazione, ben potendo rientrare nella previsione normativa anche lo svolgimento di compiti temporanei e/o di una missione occasionale. (Principio affermato con riferimento a concussione commessa all'estero da contrattiste dell'Amministrazione degli affari esteri).

Cass. pen. n. 4089/2000

Ai fini della perseguibilità secondo la legge italiana dei reati commessi in territorio estero da parte di pubblici ufficiali a servizio dello Stato, abusando dei poteri o violando i doveri inerenti alla loro funzione, secondo quanto previsto dall'art. 4, comma 4, c.p. non è necessario un rapporto stabile di servizio con l'amministrazione, ben potendo rientrare nella previsione normativa anche lo svolgimento di una missione occasionale. (Fattispecie relativa a missione di aiuti in Albania).

Cass. pen. n. 2860/1992

In tema di reati commessi all'estero e di rinnovamento del giudizio (artt. 7 e seguenti, 11 c.p.), la qualificazione delle fattispecie penali deve avvenire esclusivamente alla stregua della legge penale italiana, a nulla rilevando che l'ordinamento dello Stato nel cui territorio il fatto è stato commesso non preveda una persecuzione penale dello stesso fatto. Le norme in questione prevedono, infatti, limitatamente ai casi da esse contemplati e in presenza di alcune condizioni, la perseguibilità dei fatti penalmente rilevanti «secondo la legge italiana» al di là dei limiti territoriali, senza richiedere che tali fatti siano penalmente perseguiti anche nel territorio dello Stato in cui sono stati commessi. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, premesso che il principio della doppia incriminazione, invocato dal ricorrente è sancito dalla legge penale esclusivamente in tema di estradizione, è stato ritenuto del tutto indifferente che l'evasione e il porto e detenzione illegale di armi siano o non siano perseguiti penalmente nell'ordinamento della Confederazione elvetica).

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