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Articolo 410 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Tentativo obbligatorio di conciliazione

Dispositivo dell'art. 410 Codice di procedura civile

Chi intende proporre in giudizio una domanda relativa ai rapporti previsti dall'articolo 409 puo' promuovere, anche tramite l'associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato, un previo tentativo di conciliazione presso la commissione di conciliazione individuata secondo i criteri di cui all'articolo 413(1)(2).

La comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza(3).

Le commissioni di conciliazione sono istituite presso la Direzione provinciale del lavoro. La commissione e' composta dal direttore dell'ufficio stesso o da un suo delegato o da un magistrato collocato a riposo, in qualità di presidente, da quattro rappresentanti effettivi e da quattro supplenti dei datori di lavoro e da quattro rappresentanti effettivi e da quattro supplenti dei lavoratori, designati dalle rispettive organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello territoriale.

Le commissioni, quando se ne ravvisi la necessità, affidano il tentativo di conciliazione a proprie sottocommissioni, presiedute dal direttore della Direzione provinciale del lavoro o da un suo delegato, che rispecchino la composizione prevista dal terzo comma. In ogni caso per la validita' della riunione e' necessaria la presenza del presidente e di almeno un rappresentante dei datori di lavoro e almeno un rappresentante dei lavoratori.

La richiesta del tentativo di conciliazione, sottoscritta dall'istante, e' consegnata o spedita mediante raccomandata con avviso di ricevimento. Copia della richiesta del tentativo di conciliazione deve essere consegnata o spedita con raccomandata con ricevuta di ritorno a cura della stessa parte istante alla controparte.

La richiesta deve precisare:

  1. 1) nome, cognome e residenza dell'istante e del convenuto; se l'istante o il convenuto sono una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, l'istanza deve indicare la denominazione o la ditta nonchè la sede;
  2. 2) il luogo dove e' sorto il rapporto ovvero dove si trova l'azienda o sua dipendenza alla quale e' addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto;
  3. 3) il luogo dove devono essere fatte alla parte istante le comunicazioni inerenti alla procedura;
  4. 4) l'esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa.

Se la controparte intende accettare la procedura di conciliazione, deposita presso la commissione di conciliazione, entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale. Ove ciò non avvenga, ciascuna delle parti è libera di adire l'autorità giudiziaria. Entro i dieci giorni successivi al deposito, la commissione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi trenta giorni. Dinanzi alla commissione il lavoratore può farsi assistere anche da un'organizzazione cui aderisce o conferisce mandato.

La conciliazione della lite da parte di chi rappresenta la pubblica amministrazione, anche in sede giudiziale ai sensi dell'articolo 420, commi primo, secondo e terzo, non puo' dar luogo a responsabilita', salvi i casi di dolo e colpa grave.

Note

(1) Si precisa che il tentativo di conciliazione è applicabile alle controversie di lavoro previste dall'art. 409 del c.p.c., fatta eccezione per quelle previdenziali. Tale procedura può essere avviata sia dal lavoratore che dal datore di lavoro. Con la recente riforma apportata dalla l.n. 183/2010 il tentativo di conciliazione è passato da obbligatorio a facoltativo, così che le parti possono liberamente decidere se promuovere la procedura conciliativa o rivolgersi direttamente all'autorità giudiziaria.
(2) Dal punto di vista procedurale, si precisa che gli artt. 410 c.p.c. e ss non sono applicabili alla domanda riconvenzionale.
(3) La richiesta di conciliazione deve essere debitamente compilata, sottoscritta in originale dalla parte richiedente e consegnata a mano o spedita con raccomandata A/R o inviata a mezzo e-mail certificata alla DPL. Una copia della richiesta deve essere consegnata tramite una delle predette modalità alla controparte. Si precisa che la richiesta di conciliazione interrompe il decorso della prescrizione e sospende il decorso di ogni termine di decadenza per l'intero svolgimento del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione.
Inoltre, la richiesta deve contenere a pena di improcedibilità le generalità di entrambe le parti, l'indicazione del luogo della conciliazione e di quello dove devono essere effettuate le relative comunicazioni, l'esposizione dei fatti e delle ragioni che li sostengono. La mancanza di uno di tali elementi essenziali rende improcedibile la richiesta a meno che la controparte non si costituisca ugualmente. In tal caso, il ricorrente dovrà procedere ad integrare la richiesta.

Ratio Legis

La ratio della norma in analisi si riscontra nell'intento di favorire la composizione stragiudiziale delle controversie di lavoro. La l. n.183/2010 ha completamente ridisegnato tale istituto trasformando il tentativo da obbligatorio a facoltativo e prevedendo l'estensione della procedura in esame anche alle controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze della P.A.

Massime relative all'art. 410 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 14352/2015

L'art. 7, settimo comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, nel prescrivere al datore, che abbia inflitto al prestatore di lavoro una sanzione disciplinare, di nominare un proprio rappresentante in seno al collegio di conciliazione ed arbitrato entro dieci giorni dall'invito rivoltogli dall'ufficio del lavoro, impone al medesimo datore, che intenda declinare la competenza arbitrale e ricorrere al giudice ordinario, di promuovere, entro lo stesso termine di dieci giorni, il tentativo obbligatorio di conciliazione, di cui all'art. 410 cod. proc. civ., comminando una decadenza che viene impedita con la tempestiva consegna della lettera all'ufficio postale, restando irrilevante la data di ricezione della medesima.

Cass. civ. n. 19604/2014

La prescrizione dei crediti retributivi del lavoratore è interrotta dalla comunicazione della sua richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione, ai sensi dell'art. 410, secondo comma, cod. proc. civ., spettando al datore di lavoro, che contesti l'efficacia interruttiva della richiesta, provarne le eventuali lacune o ambiguità.

Cass. civ. n. 15806/2010

In materia di diritti dei lavoratori, la transazione intervenuta innanzi al giudice straniero può essere qualificata transazione giudiziale, per gli effetti di cui all'art. 410 c.p.c., ove siano assicurate dinanzi all'autorità giudiziaria straniera le garanzie difensive sottese alla richiamata norma, secondo la valutazione - incensurabile in sede di legittimità ove congruamente motivata - operata dal giudice di merito, cui compete anche l'interpretazione di tale transazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito italiana che aveva definito la controversia attribuendo rilevanza ad una transazione tra lavoratore e datore di lavoro intervenuta in un giudizio tedesco, assicurando questo una tutela dei diritti delle parti analoga a quella garantita dall'ordinamento italiano).

Cass. civ. n. 6336/2009

La convocazione avanti alla competente commissione di conciliazione, all'esito della richiesta di svolgimento del tentativo obbligatorio di conciliazione contenente la specificazione delle rivendicazioni avanzate (nella specie, l'accertamento dell'interposizione vietata e della sussistenza di un rapporto di lavoro con le Ferrovie dello Stato, oltre alle conseguenti differenze retributive) costituisce una vera e propria messa in mora, valutabile ex art. 2943, comma quarto c.c., ai fini dell'interruzione della prescrizione, contenendo l'esplicitazione della pretesa e manifestando l'inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto passivo. L'accertamento di tale requisito oggettivo costituisce indagine di fatto riservata all'apprezzamento del giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità se immune da vizi logici.

Cass. civ. n. 14087/2006

Alla luce di una lettura costituzionalmente orientata (v. Corte cost. n. 276 del 2000 e n. 477 del 2002) delle norme applicabili in materia di decadenza dal potere di impugnare il licenziamento, non è necessario che l'atto di impugnazione del licenziamento giunga a conoscenza del destinatario nel predetto termine, ovvero, in particolare, che esso pervenga all'indirizzo del datore di lavoro entro i sessanta giorni previsti dall'art. 6 della legge n. 604 del 1966 per evitare la decadenza dalla facoltà di impugnare, in quanto, ai sensi dell'art. 410 c.p.c., secondo comma (così come modificato dall'art. 36 del D.L.vo n. 80 del 1998), il predetto termine (processuale con riflessi di natura sostanziale) si sospende a partire dal deposito dell'istanza di espletamento della procedura obbligatoria di conciliazione, contenente l'impugnativa scritta del licenziamento, presso la Commissione di conciliazione e divenendo irrilevante, in quanto estraneo alla sfera di controllo del lavoratore, il momento in cui l'ufficio provinciale del lavoro provveda a comunicare al datore di lavoro la convocazione per il tentativo di conciliazione.

Cass. civ. n. 13046/2006

Il disposto del secondo comma dell'art. 410 c.p.c. distingue, in base al suo inequivoco tenore letterale, tra gli effetti che il tentativo obbligatorio di conciliazione preventivo previsto per le controversie di lavoro esplica ai fini dell'interruzione della prescrizione dalle conseguenze da esso scaturenti con riferimento alla sospensione dei termini decadenziali, con la conseguenza — anche in virtù del carattere tassativo riconducibile alle ipotesi di sospensione della prescrizione risultanti dagli artt. 2941 e 2942 c.c. — che la comunicazione della richiesta di espletamento di tale tentativo non comporta anche la sospensione del termine di prescrizione del diritto azionato sino al termine di venti giorni successivi alla conclusione della procedura conciliativa.

Cass. civ. n. 11116/2006

L'atto di impugnazione del licenziamento ha natura di negozio giuridico unilaterale recettizio, ex art. 1335 c.c., e come tale deve giungere a conoscenza del destinatario per produrre i suoi effetti; in particolare, deve pervenire all'indirizzo del datore di lavoro entro i sessanta giorni previsti dall'art. 6 della legge n. 604 del 1966 per evitare la decadenza dalla facoltà di impugnare; ne consegue che il deposito dell'istanza di espletamento della procedura obbligatoria di conciliazione, contenente l'impugnativa scritta del licenziamento, presso la Commissione di conciliazione, non è sufficiente ad impedire la decadenza, ma è necessario a tal fine che la comunicazione della convocazione pervenga al datore di lavoro prima del termine di sessanta giorni previsto dalla legge, ovvero che il lavoratore provveda autonomamente a notificargli tale richiesta, senza attendere la comunicazione dell'ufficio, onde evitare il rischio del maturarsi della decadenza.

Cass. civ. n. 11025/2006

Il principio per cui l'atto di riassunzione del processo può contenere una nuova domanda in aggiunta a quella originaria, valendo in tal caso l'atto di riassunzione come atto di introduzione di un giudizio ex novo, non si applica alla sospensione del processo del lavoro per mancato previo esperimento del tentativo di conciliazione, il quale deve proseguire negli stessi termini della domanda di cui al ricorso introduttivo del giudizio e del tentativo di conciliazione.

Cass. civ. n. 5311/2006

Il tentativo obbligatorio di conciliazione, introdotto dall'art. 410 c.p.c., novellato dall'art. 36 del D.L.vo n. 80 del 1998, riguarda solo le controversie di cui all'art. 409 e non può essere esteso alle controversie previdenziali per effetto del disposto di cui all'art. 442 dello stesso codice; del resto, per le controversie previdenziali (anche se solo per quelle che riguardano le domande proposte dall'assicurato per conseguire prestazioni previdenziali o assistenziali), opera lo specifico istituto dell'improcedibilità di cui all'art. 443 c.p.c., improcedibilità rilevabile d'ufficio, peraltro, solo nella prima udienza di discussione.

Cass. civ. n. 20153/2005

Il quarto comma dell'art. 7 della legge n. 604 del 1966 - che disponeva la sospensione del termine di sessanta giorni, di cui all'art. 6, dal giorno della richiesta del tentativo di conciliazione all'ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione fino (fra l'altro) alla data del verbale di fallimento del detto tentativo - è stato sicuramente abrogato a seguito della nuova formulazione dell'art. 410 c.p.c., come operata con i decreti legislativi n. 80 del 1998 (art. 36) e n. 387 del 1998 (art. 19). In particolare, il secondo comma dell'attuale art. 410 dispone che la comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza. Attesa, inoltre, la natura ricettizia degli atti interruttivi della prescrizione e considerato che il legislatore parla di interruzione e non di sospensione della prescrizione, deve ritenersi che la comunicazione che interrompe la prescrizione e sospende il decorso di ogni termine di decadenza è quella fatta al datore di lavoro.

Cass. civ. n. 6326/2004

Nel rito del lavoro, dal mancato esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione, previsto dall'art. 410 c.p.c., nel termine fissato dal giudice, discende non l'estinzione del giudizio — difetto di una espressa previsione di legge in tal senso — bensì l'improcedibilità della domanda, da dichiararsi con sentenza.

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Giuseppe S. chiede
mercoledì 17/09/2014 - Lombardia
“Dipendente Pubblico. In data 02.09.2014 mi è stata notificata la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio di sei con relativa decurtazione della retribuzione.Volevo sapere se ed entro quale data posso ricorrere al collegio di conciliazione ai sensi degli artt. 410 e 411 c.p.c., stante l'abrogazione dell'art.56 D.Lgs. n. 165/2001.”
Consulenza legale i 22/09/2014
Come noto, in materia disciplinare relativa ai pubblici dipendenti, l'art. 69 del d.lgs. n. 150 del 2009 ha introdotto nel corpo del d.lgs. n. 165 del 2001 i nuovi artt. da 55 bis a 55 sexies, mentre l'art. 72 ha abrogato l'art. 56 (il quale recitava: "Se i contratti collettivi nazionali non hanno istituito apposite procedure di conciliazione e arbitrato, le sanzioni disciplinari possono essere impugnate dal lavoratore davanti al collegio di conciliazione di' cui all'articolo 66, con le modalita' e con gli effetti di cui all'articolo 7, commi sesto e settimo, della legge 20 maggio 1970, n. 300").
In ordine alla disciplina delle impugnazioni, il vigente art. 55, comma 3, stabilisce che "La contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari"; inoltre, l'art. 73 ha stabilito che "Dalla data di entrata in vigore del presente decreto non è ammessa, a pena di nullità, l'impugnazione di sanzioni disciplinari dinanzi ai collegi arbitrali di disciplina".
Quindi, sulle controversie in materia di sanzioni e procedimento disciplinare, è competente il giudice ordinario.

Il Ministero del lavoro, con interpello nr. 11/2012, ha fornito chiarimenti sull’impugnazione delle sanzioni disciplinari nel pubblico impiego, in particolare sul termine entro il quale la sanzione di un pubblico dipendente può essere impugnata davanti l’ufficio provinciale del lavoro, stante l’inapplicabilità dell’art. 7 della L. n. 300/1970.
E' stato precisato che le procedure di conciliazione ed arbitrato di cui agli artt. 410 e 412 c.p.c. risultano esperibili altresì da parte dei dipendenti del settore pubblico in relazione alle controversie di lavoro.
Difatti, il tentativo di conciliazione previsto dal codice di procedura civile ha una disciplina di fonte legale e non subisce, quindi, la preclusione di cui all’art. 55, comma 3.
Il Ministero ha quindi concluso, affermando che le sanzioni disciplinari irrogate nei confronti dei pubblici dipendenti possono essere impugnate sia attraverso l’esperimento del tentativo facoltativo di conciliazione di cui agli artt. 410 e 411 c.p.c., nonché mediante le procedure arbitrali ex artt. 412 e 412 quater, ferma restando comunque l’esperibilità dell’azione giudiziaria negli ordinari termini prescrizionali.

Gli articoli 410 e 411, dopo la riforma introdotta con L. n. 183 del 2010, delineano una procedura conciliativa facoltativa, svolta in sede amministrativa, davanti ad un’apposita Commissione istituita presso la D.T.L.
Non è previsto un termine entro il quale promuovere il tentativo di conciliazione, proprio in virtù del fatto che si tratta di una procedura meramente facoltativa: l'art. 410 c.p.c dispone solamente che la richiesta, sottoscritta dall'istante, debba essere consegnata o spedita mediante raccomandata a.r. o email certificata alla Direzione Territoriale del Lavoro e alla controparte: quest'ultima, se intende accettare la procedura di conciliazione, deposita nei venti giorni successivi una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e diritto, nonché eventuali domande in via riconvenzionale.
Il procedimento è poi cadenzato in maniera abbastanza stretta (si rinvia alla lettura dell'art. 410 c.p.c.), per consentire una rapida soluzione della controversia.

Quindi, nel caso di specie, il lavoratore può attivare il tentativo di conciliazione di cui agli artt. 410-411 c.p.c., senza un termine particolare, se non quello ordinario per l'esercizio dell'azione in sede giudiziale.

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