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Articolo 245 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

Ordinanza di ammissione

Dispositivo dell'art. 245 Codice di procedura civile

Con l'ordinanza che ammette (1) la prova (2) il giudice istruttore riduce le liste dei testimoni sovrabbondanti (3) ed elimina i testimoni che non possono essere sentiti per legge [102 disp. att.] (4).

La rinuncia fatta da una parte all'audizione dei testimoni da essa indicati non ha effetto se le altre non vi aderiscono e se il giudice non vi consente (5).

Note

(1) Si tratta di una tipica ordinanza istruttoria, non più soggetta al reclamo immediato al collegio, ma modificabile e revocabile dallo stesso giudice che l'ha pronunciata ai sensi dell'art. 177 del c.p.c., nonché dal collegio in sede di decisione della causa (art. 178 del c.p.c.).
Con l'ordinanza di ammissione della prova testimoniale è possibile per il giudice eliminare i capitoli che ritenga irrilevanti o inammissibili.
La giurisprudenza non reputa cause di inammissibilità della prova testimoniale il fatto che i testi potrebbero non ricordare le circostanze di fatto in essa dedotte né la scarsa credibilità di un fatto (avuto riguardo all'id quod plerumque accidit).
Infine, con l'ordinanza ammissiva della testimonianza chiesta dalla parte, il giudice istruttore fissa l'udienza per l'assunzione, che potrebbe avvenire nella stessa udienza in cui viene pronunciato il provvedimento qualora i testi siano eccezionalmente presenti.
(2) Per costante giurisprudenza, l'inammissibilità della prova testimoniale relativa gli atti che esigono la forma scritta ad substantiam è rilevabile d'ufficio, mentre per quelli dove essa sia richiesta ad probationem è necessaria l'istanza di parte.
Una parte della giurisprudenza, tuttavia, ritiene che i limiti di ammissibilità della prova testimoniale rientrino nella disponibilità delle parti, in quanto la relativa disciplina sarebbe dettata nel loro esclusivo interesse: esse potrebbero pertanto rinunciare a tali limiti, e comunque l'inosservanza delle relative norme non sarebbe mai rilevabile d'ufficio dal giudice, ma solo eccepibile dalle stesse parti prima che il giudice emetta l'ordinanza di ammissione o che la prova venga materialmente assunta.
(3) La riduzione delle liste sovrabbondanti rientra tra i poteri discrezionali del giudice istruttore: la sua scelta risulta pertanto insindacabile in sede di legittimità.
Tuttavia, il giudice è solito invitare le parti ad indicare quali siano i testimoni più rilevanti, per evitare di eliminare dalla lista proprio le persone che avrebbero potuto portare al processo un apporto più significativo: solo le parti, infatti, possono sapere chi siano i testi chiave, mentre il giudice ha una visione ancora parziale della vicenda, limitata a quanto riportato negli atti e nei documenti acquisiti al processo.
E' altresì usuale che il giudice fissi un limite numerico di testimoni, lasciando alla parte la decisione di quali testi citare.
(4) Attualmente, sono incapaci a testimoniare coloro che hanno nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio, ai sensi dell'art. 246 del c.p.c.. Sono invece stati dichiarati incostituzionali i limiti previsti dagli artt. 247 e 248.
(5) La rinuncia unilaterale alla prova non è sufficiente ad escluderla dal processo, in virtù del principio dell'acquisizione processuale, in base al quale l'elemento di prova, una volta introdotto nel processo, rimane definitivamente acquisito alla causa e può essere utilizzato sia dalla controparte che dal giudice. La parte che intenda opporsi alla rinuncia deve dichiararlo espressamente e assume su di sé l'onere di citazione i testimoni se la prova non è ancora stata assunta.

Massime relative all'art. 245 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 2132/2017

La parte rimasta contumace, dovendo accettare il processo nello stato in cui si trova al momento in cui si costituisce, con tutte le preclusioni e decadenze già verificatesi, non può, ove la controparte, precedentemente alla sua tardiva costituzione, abbia rinunciato all’audizione dei testimoni e tale rinuncia sia stata, seppur implicitamente, autorizzata dal giudice istruttore, successivamente chiedere l'assunzione della prova, non avendo fatto esplicita e tempestiva dichiarazione di dissenso a detta rinuncia, ex art. 245, comma 2, c.p.c..

Cass. civ. n. 6426/2014

La statuizione di ammissibilità della prova testimoniale, pur se contenuta in una sentenza non definitiva, ha la natura di ordinanza, limitandosi a provvedere, impregiudicata la decisione finale, in ordine all'ammissione delle prove richieste dalle parti; in quanto priva di efficacia decisoria, essa non può essere oggetto di impugnazione, segnatamente di ricorso per cassazione.

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Consulenze legali
relative all'articolo 245 Codice di procedura civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

raffaela chiede
venerdì 24/02/2012 - Sardegna

“BUONGIORNO.
SONO UN GIOVANE AVVOCATO.
HO NECESSITA' DI UN CONSIGLIO SULLA RINUNCIA.
MI SONO RESA CONTO CHE UN MIO TESTIMONE E' INCAPACE A TESTIMONIARE E NON SO SE PROCEDERE IO ALLA RINUNCIA O FARLO TESTIMONIARE E ASPETTARE CHE SIA IL GIUDICE O LA PARTE A ECCEPIRE LA INCAPACITA'.

A TAL PROPOSITO MI CHIEDEVO IL GIUDICE PUO' D'UFFICIO ECCEPIRE LA INCAPACITA' A TESTIMONIARE DI UN TESTE? GRAZIE MILLE.”

Consulenza legale i 27/02/2012

L'art. 246 del c.p.c. dispone che non possano essere assunte come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio. Si tratta di quei soggetti terzi che, pur non essendo parti della causa, sono portatori di un interesse che li legittimerebbe alla causa stessa, facendoli diventare parte.
Mancando maggiori dettagli, si ipotizza che il quesito verta su un caso di questo genere e su questo si risponde.

La dottrina e la giurisprudenza sono divise in ordine alla natura della norma in commento. Per la prima, la norma de qua ha natura pubblicistica, e la relativa violazione, incidendo sul libero convincimento del giudice, è da questi rilevabile, indipendentemente dalla iniziativa delle parti. In giurisprudenza, invece, è pacifico che le disposizioni che limitano la capacità a testimoniare sono dettate dall'esclusivo interesse delle parti, per cui il relativo rilievo resta subordinato all'iniziativa dei soggetti interessati. La giurisprudenza, quindi, esclude che la incapacità a testimoniare sia rilevabile d'ufficio da parte del giudice, pretendendo invece una eccezione di nullità ad opera della parte interessata. Per la Suprema Corte, infatti, l'incapacità a testimoniare di cui all'art. 246 c.p.c. determina la nullità della deposizione e non può essere rilevata d'ufficio, ma deve essere eccepita dalla parte interessata a farla valere al momento dell'espletamento della prova o nella prima difesa successiva, altrimenti la nullità dell'assunzione resta definitivamente sanata ex art. 157 del c.p.c. (sul punto si veda ad esempio Cass. Civ. 2004/5550). Se, per difetto di eccezione o per rigetto della stessa, la testimonianza resti validamente acquisita al processo, non è precluso al giudice di procedere comunque alla valutazione della deposizione, in relazione all'attendibilità del testimone, tenendo conto anche della situazione potenzialmente produttiva di incapacità.


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