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Articolo 131 Codice di procedura civile

(R.D. 28 ottobre 1940, n. 1443)

[Aggiornato al 18/04/2019]

Forma dei provvedimenti in generale

Dispositivo dell'art. 131 Codice di procedura civile

La legge prescrive in quali casi il giudice pronuncia sentenza, ordinanza o decreto (1) (2) (3).

In mancanza di tali prescrizioni, i provvedimenti sono dati in qualsiasi forma idonea al raggiungimento del loro scopo (4).

Dei provvedimenti collegiali è compilato sommario processo verbale, il quale deve contenere la menzione dell'unanimità della decisione o del dissenso, succintamente motivato, che qualcuno dei componenti del collegio, da indicarsi nominativamente, abbia eventualmente espresso su ciascuna delle questioni decise. Il verbale, redatto dal meno anziano dei componenti togati del collegio e sottoscritto da tutti i componenti del collegio stesso, è conservato a cura del presidente in plico sigillato presso la cancelleria dell'ufficio (5).

Note

(1) Si tratta dei provvedimenti del giudice, ovvero gli atti con cui viene tipicamente esercitata la funzione giurisdizionale. In ogni caso, nell'ambito dell'attività del giudice bisogna anche comprendere gli atti a carattere materiale e con funzione preparatoria, complementare e ausiliare (ad es.: ascoltare le parti art.117; dirigere l'udienza art. 127).
(2) Nei casi in cui ragioni di opportunità lo richiedano, il legislatore dispone che un provvedimento di contenuto decisorio, idoneo a disporre del diritto delle parti debba avere la forma dell'ordinanza o del decreto. Per risolvere il problema di quale mezzo di impugnazione scegliere si dovrà applicare il principio della prevalenza della sostanza sulla forma.
Quando, pertanto, un provvedimento ha contenuto decisorio, si ritiene che esso possa essere impugnato con ricorso per Cassazione (ex art. 111 Cost.), anche se per legge ha forma di ordinanza o decreto.
(3) Il principio della prevalenza della sostanza sulla forma trova applicazione anche quando sia il giudice, per errore, ad emettere un provvedimento in una forma diversa da quella prescritta dalla legge. L'atto, pertanto, è sottoposto alla disciplina prevista dal legislatore per quello che si ritiene essere il suo contenuto effettivo.
Pertanto, quando il provvedimento ha contenuto decisorio, esso è sostanzialmente una sentenza e, come tale, è impugnabile ed idoneo a passare in giudicato; diversamente, quando la sentenza ha contenuto istruttorio o ordinatorio, allora il provvedimento ha natura di ordinanza e, come tale, non può essere impugnata, ma è revocabile e modificabile. Ad esempio, è stato ritenuto non applicabile, ma revocabile e modificabile, il provvedimento in forma di sentenza non definitiva che decideva soltanto sull'ammissibilità di un mezzo istruttorio, in quanto avrebbe dovuto essere pronunciato con la forma dell'ordinanza.
(4) Nelle ipotesi in cui la legge non dispone nulla sulla forma del provvedimento, il giudice deve adottare il provvedimento giurisdizionale più idoneo al raggiungimento dello scopo, in ossequio al principio di strumentalità delle forme, di cui all'articolo 121. Pertanto, la scelta deve essere effettuata preferendo la forma più adeguata alla funzione da lui attribuita al provvedimento, non potendo egli costruire un atto atipico ad hoc privo di una precisa disciplina.
(5) Questo comma è stato aggiunto dall'art. 16, comma 2, l. 13-4-1988, n. 117 concernente la responsabilità civile dei magistrati (la norma tende a fornire riscontri in ordine alla responsabilità dei singoli giudici). La Corte cost., con sent. 18-1-1989, n. 18, ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 16 commi 1 e 2, nella parte in cui dispone che «è compilato sommario processo verbale», anziché «può, se uno dei componenti dell'organo collegiale lo richieda, essere compilato sommario processo verbale».

Spiegazione dell'art. 131 Codice di procedura civile

Il primo comma di questa norma indica le tre diverse forme che possono assumere i provvedimenti del giudice (sentenza, ordinanza e decreto), precisando che è la legge a prescrivere in quali casi ci si deve servire dell’uno piuttosto che dell’altro.
Secondo la tesi prevalente in dottrina, la forma della sentenza viene di regola prescritta per i provvedimenti che assolvono alla tipica funzione decisoria sul merito o sul rito del giudizio, mentre ordinanza e decreto vengono normalmente utilizzati per quei provvedimenti che svolgono una funzione ordinatoria interna al processo (l’ordinanza, a differenza del decreto, presuppone un contraddittorio tra le parti).
Fanno eccezione a tali criteri generali quei casi in cui la legge, in relazione ad alcuni procedimenti speciali, configura provvedimenti decisori sul merito da pronunciare usando la forma dell’ordinanza (es. il decreto ingiuntivo).

Il secondo comma dispone che, in mancanza di prescrizioni di legge, i provvedimenti possono essere adottati in qualsiasi forma possa essere idonea al raggiungimento del loro scopo; tale disposizione deve intendersi nel senso che il giudice è libero di scegliere quale dei tre tipi di provvedimenti adottare.

Uno dei problemi che ci si trova spesso ad affrontare è quello della determinazione dei criteri che devono essere adottati per qualificare esattamente un provvedimento giurisdizionale e così poter scegliere il corretto regime di impugnabilità.
Al riguardo costituisce principio pacifico nella giurisprudenza della Suprema Corte quello secondo cui occorre dare prevalenza al contenuto sostanziale di un provvedimento rispetto alla sua forma, con la conseguenza che saranno da ritenere ricorribili per cassazione per violazione di legge, ex art. 117 Cost. comma 7, tutti i provvedimenti che, qualunque sia la forma stabilita dal legislatore, possano incidere su diritti soggettivi delle parti o siano idonei ad assumere autorità di cosa giudicata.

Il principio della prevalenza del contenuto sostanziale del provvedimento è stato ritenuto applicabile anche nel caso in cui la forma adottata dal giudice sia diversa rispetto a quella prescritta dal legislatore, il che comporta che il provvedimento sarà impugnabile con il mezzo di impugnazione previsto in relazione alla forma che l’atto avrebbe dovuto assumere e non a quella che erroneamente riveste.

Contro l’orientamento della giurisprudenza si pone quello della dottrina maggioritaria, la quale ritiene che la qualifica di un provvedimento come sentenza, ordinanza o decreto è quella che si ricava dal suo aspetto formale.

L’ultimo comma è stato aggiunto dall’art. 16 della Legge n. 117/1988, relativa alla responsabilità civile dei magistrati; tale art. 16, tuttavia, è stato dichiarato incostituzionale per violazione dell’art. 97 Cost. nella parte in cui impone come obbligatoria la redazione del verbale senza riconoscere la possibilità di valutare la sussistenza del dissenso da parte di alcuno dei membri del collegio (pertanto, oggi va interpretato nel senso che ad ogni membro del collegio è riconosciuta la facoltà di chiedere la compilazione del processo verbale da cui risultino le sue valutazioni).

Massime relative all'art. 131 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 10731/2001

Al fine di stabilire se un provvedimento abbia natura di ordinanza o di sentenza, e sia, quindi, soggetto ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze, occorre aver riguardo non già alla sua forma esteriore ed alla qualificazione attribuitagli dal giudice che lo ha emesso, ma agli effetti giuridici che è destinato a produrre. Sotto un tal profilo, il provvedimento non ha il carattere della decisorietà e della definitività quando la pronuncia spieghi i suoi effetti solo sul piano processuale, producendo la sua efficacia soltanto all'interno del processo. Conseguentemente esso, in tali casi, non è suscettibile di impugnazione innanzi al giudice di grado superiore (nella specie, la S.C., in forza di detto principio, ha confermato la pronuncia di inammissibilità di un appello proposto avverso un'ordinanza avente carattere meramente ordinatorio).

Cass. civ. n. 644/1979

Poiché per la individuazione della natura di un provvedimento giurisdizionale è decisiva non già la forma esteriore o la denominazione che il giudice gli abbia dato, sibbene il suo intrinseco contenuto, deve riconoscersi natura di sentenza, in quanto decide parzialmente il merito della controversia — ed è come tale impugnabile con l'appello — al provvedimento con il quale il tribunale, in relazione alla domanda di pagamento dell'indennizzo da corrispondere ai proprietari di impresa elettrica espropriata per effetto della legge di nazionalizzazione, stabilisce i criteri legali applicabili nel caso concreto per la determinazione dell'indennizzo medesimo.

Cass. civ. n. 2753/1975

La natura di un provvedimento giudiziale dev'essere desunta non già dalla forma esteriore o dalla denominazione che il giudice gli abbia dato, sibbene dal suo intrinseco contenuto. Pertanto, si ha ordinanza quando il provvedimento disponga in ordine al contenuto formale delle attività consentite alle parti; si ha, invece, sentenza quando il giudice, nell'esercizio pieno del suo potere-dovere giurisdizionale, si pronunci in via definitiva o non definitiva, sul merito della controversia o su presupposti o condizioni processuali.

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