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Articolo 615 Codice penale

(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)

[Aggiornato al 27/11/2019]

Violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale

Dispositivo dell'art. 615 Codice penale

Il pubblico ufficiale [357], che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni [323], s'introduce o si trattiene nei luoghi indicati nell'articolo precedente(1), è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se l'abuso consiste nell'introdursi nei detti luoghi senza l'osservanza delle formalità prescritte dalla legge [c.p.p. 352, 247, 250, 251](2), la pena è della reclusione fino a un anno(3).

Nel caso previsto dal secondo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa(4).

Note

(1) Deve sussistere una connessione tra la condotta di abuso e la violazione di domicilio, tra le quali deve sussiste un nesso teleologico, per cui l'abuso incide sulle modalità di commissione del reato, facilitandone la realizzazione.
(2) La dottrina ritiene che si tratti di una fattispecie autonoma di reato, che si trova in rapporto di specialità (v.15) con la fattispecie di cui al primo comma.
(3) In applicazione del principio dell'analogia in bonam partem, viene considerato legittimo anche alla condotta alternativa della permanenza.
(4) Comma aggiunto dall'art. 2, D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36 con decorrenza dal 9 maggio 2018.

Ratio Legis

La ratio di tale disposizione si coglie nella considerazione che i luoghi di dimora non sono intesi solo nella loro materialtà, ma anche come proiezione spaziale della persona, la cui libertà individuale si estrinseca anche nell'interesse alla tranquillità e sicurezza dei luoghi in cui si svolge la propria vita privata.

Spiegazione dell'art. 615 Codice penale

La norma è posta a tutela della pace e della libertà domestica, come risultato della duplice facoltà di ammissione o di esclusione dalla propria sfera privata, per salvaguardare il proprio spazio individuale da indebite ingerenze dell'autorità.

Viene infatti punita da un lato l'introduzione o il trattenimento indebito del pubblico ufficiale commesso abusando dei propri poteri, dall'altro lato viene punita l'introduzione nei luoghi di privata dimora senza l'osservanza delle formalità prescritte dalla legge (ad es. per ispezioni ecc.).

///SPIEGAZIONE ESTESA

La norma in esame punisce il pubblico ufficiale che, volontariamente, si introduca o si trattenga nell’abitazione altrui, in un luogo di privata dimora o nelle loro appartenenze, nella consapevolezza di abusare dei poteri inerenti alle proprie funzioni.

È un reato proprio in quanto soggetto attivo può essere soltanto un pubblico ufficiale. Risultano, pertanto, esclusi dall’ambito di applicazione dell’art. 615 c.p., i soggetti che siano incaricati di un pubblico servizio o che esercitino un servizio di pubblica utilità.

La condotta tipica consiste negli atti con cui il pubblico ufficiale, abusando dei poteri inerenti alle proprie funzioni, si introduca o si trattenga nell’altrui abitazione, in un luogo di privata dimora o nelle loro appartenenze.
Se la condotta posta in essere dall’agente è tale da integrare di per sé un reato diverso da quello in esame, si ha un concorso tra le due fattispecie. Si pensi, ad esempio, al caso in cui la violazione di domicilio venga posta in essere attuando una perquisizione arbitraria.

Elemento essenziale è l’abuso dei poteri inerenti alle funzioni svolte dal pubblico ufficiale. Affinché, però, sussista tale abuso, è necessario che il pubblico ufficiale sia legalmente investito delle sue funzioni, ed, esercitandole, ecceda nei poteri conferitigli dalla legge. Nel caso in cui, poi, il pubblico ufficiale sia chiamato a svolgere un’attività di tipo discrezionale, per accertare l’eventuale abuso di potere è necessario tener conto dell’atteggiamento da lui tenuto in relazione alle circostanze del caso concreto.

L’evento tipico della fattispecie in esame coincide con il suo momento consumativo ed è rappresentato dall’effettiva introduzione di tutta la persona dell’agente in uno dei luoghi indicati dall’art. 615 c.p., oppure nella sua abusiva omissione di uscirne.
È ammissibile il tentativo, ma soltanto con riferimento all’ipotesi dell’introduzione in uno dei luoghi indicati dalla norma.

Ai fini dell’integrazione del delitto in esame è sufficiente che sussista, in capo all’agente, il dolo generico, quale coscienza e volontà di introdursi o di trattenersi in uno dei luoghi indicati dalla legge, nella consapevolezza di abusare dei poteri inerenti alle proprie funzioni di pubblico ufficiale.

Ai sensi del comma 2, la fattispecie risulta attenuata nel caso in cui la condotta criminosa sia consistita nell’introdursi in uno dei luoghi indicati dal primo comma senza osservare le formalità prescritte dalla legge. Tale ipotesi si verifica quando l’illegalità della condotta dell’agente consiste nell’omissione di forme procedurali prescritte ex lege, le quali regolino l’attività del pubblico ufficiale al fine di garantire la libertà individuale. Non rileva, quindi, a tal fine, l’inosservanza di regole poste dalle legge per uno scopo diverso da quest’ultimo.
Si tratta, tuttavia, di una circostanza avente carattere oggettivo, la quale concerne soltanto l’ipotesi di abusiva introduzione in uno dei luoghi previsti dalla legge, non anche la condotta mediante la quale ci si trattenga abusivamente negli stessi.

Nell'ipotesi descritta dal secondo comma il delitto in esame è, peraltro, punibile a querela di parte.

///FINE SPIEGAZIONE ESTESA

Massime relative all'art. 615 Codice penale

Cass. pen. n. 5088/1993

L'abuso di poteri inerenti alle funzioni, che qualifica la condotta del delitto di violazione di domicilio commesso da un pubblico ufficiale, non postula la presenza degli estremi necessari per l'integrazione del reato di abuso di ufficio, potendo realizzarsi per effetto di qualsiasi abuso, come l'usurpazione, lo sviamento, il perseguimento di una finalità diversa, l'inosservanza di leggi, regolamenti o istruzioni, ecc., indipendentemente dall'ingiustizia o meno degli scopi perseguiti dall'agente. (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la sussistenza del reato di cui all'art. 615 c.p. poiché la perquisizione operata da un vigile urbano nei locali ove si esercitava senza licenza l'attività di parrucchiere — così facendo concorrenza a quella debitamente autorizzata, della moglie del predetto pubblico ufficiale — era intesa a conseguire uno scopo giuridicamente lecito, ossia la repressione di un'infrazione amministrativa, ma era contraria all'art. 13, L. 24 novembre 1981, n. 689, che pone il divieto di perseguire i luoghi di privata dimora).

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Anonimo chiede
venerdì 28/04/2017 - Calabria
“Buongiorno,
con riferimento all'art.615 c.p. ed alla giurisprudenza segnalata sul vostro sito (sentenza cassazione n. 5088 del 1993), non essendo riuscito a trovare detta sentenza, con la presente chiedo di avere copia integrale di detta sentenza con tutti gli estremi utili per la corretta citazione della stessa in un atto processuale.
chiedo inoltre di sapere se sull'argomento (prevalenza dell'art.13 della legge 689/81 - tutela del domicilio - sulle ispezioni del lavoro non preventivamente autorizzate dalla magistratura) vi sia ulteriore giurisprudenza cui poter fare riferimento.
Rimango in attesa di vostre comunicazioni”
Consulenza legale i 09/05/2017
Il problema dell’accesso ad aree o immobili privati costituisce da sempre una delle problematiche più spinose relativa all’attività di controllo della Polizia Locale e non solo.
In pratica, è una questione pregiudiziale ad ogni accertamento perché ne costituisce il limite negativo di partenza. Le norme di riferimento non sono molte, ma le questioni ad esso connesse sono invece più d’una.

La pronuncia di cui al quesito è molto datata ed è presente, purtroppo, nelle banche dati da noi abitualmente utilizzate, solo nella forma massimata (sunto breve del principio di diritto espresso). E', tuttavia, pubblicata sulla seguente rivista: Giustizia Penale 1994, II, 320, normalmente reperibile - se non presso quelle pubbliche - presso le biblioteche universitarie.

Oltre a quest'ultima, possono costituire utile punto di riferimento sul tema le seguenti sentenze:

Cassazione civile, sez. I, 24/03/2005, n. 6361:
La nozione di "privata dimora" rilevante, agli effetti dell'art. 13 l. n. 689 del 1981, per delimitare il potere di ispezione degli organi addetti all'accertamento di illeciti amministrativi (potere che può, appunto, esercitarsi esclusivamente in luoghi diversi dalla privata dimora) coincide con quella rilevante agli effetti del reato di violazione di domicilio (art. 614 c.p.), e dunque comprende non soltanto la casa di abitazione, ma anche qualsiasi luogo destinato permanentemente o transitoriamente all'esplicazione della vita privata o di attività lavorativa, e, quindi, qualunque luogo, anche se - appunto - diverso dalla casa di abitazione, in cui la persona si soffermi per compiere, pur se in modo contingente e provvisorio, atti della sua vita privata riconducibili al lavoro, al commercio, allo studio, allo svago. (Nella fattispecie, la Corte cass. ha ritenuto che costituisse privata dimora la sede di un'associazione privata, e ha quindi considerato illegittima l'ispezione ivi eseguita degli accertatori)

Cassazione civile, sez. I, 27/01/2005, n. 1699
In tema d'accertamento delle sanzioni amministrative, è atto inutilizzabile il verbale di un'ispezione illegittima perché compiuta dai vigili urbani in un luogo di privata dimora, atteso che l'art. 13 della legge n. 689 del 1981 prevede che gli organi addetti al controllo delle violazioni di loro competenza possono assumere informazioni e procedere ad ispezioni di cose e di luoghi diversi dalla privata dimora, ossia da quei luoghi, anche diversi dall'abitazione, destinati permanentemente o transitoriamente all'esplicazione della vita privata o dell'attività lavorativa, in cui la persona si soffermi per compiere, pur se in modo contingente e provvisorio, atti della sua vita privata riconducibili al lavoro, al commercio, allo studio e allo svago. (In applicazione di tale principio, la Corte ha annullato l'ordinanza - ingiunzione emessa dal Presidente della Provincia sulla base di un verbale - considerato inutilizzabile - redatto da due vigili urbani i quali, fingendo di essere fratello e sorella, preoccupati di intervenire in favore di una loro parente, si erano introdotti nel domicilio della persona poi incolpata della violazione amministrativa, riguardante l'organizzazione abusiva di viaggi turistici, e avevano così carpito maliziosamente il suo consenso).”

Esiste poi una pronuncia della Cassazione più recente ma che si limita a ribadire il medesimo principio della n. 5088/1993.

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  • I confini della repressione penale della pornografia minorile. La tutela dell'immagine sessuale del minore fra esigenze di protezione e istanze di autonomia

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    "Lo studio concerne la disciplina di due diversi fenomeni che, per la comunanza di alcuni elementi, tendono ad intrecciarsi e sovrapporsi. Ci riferiamo alle varie condotte connesse al mercato pedopornografico e al recente fenomeno di auto-produzione di immagini pornografiche ad opera dello stesso minore rappresentato, o di produzione con il suo consenso, e alla diffusione delle medesime". (continua)